«… faremo un giorno una carta poetica del Sud …» (S. Quasimodo) Da alcuni anni il Centro di documentazione sulla POESIA del SUD tenta di porre in evidenza la necessità di realizzare storie letterarie e antologie poetiche su basi territoriali – anche per macro-aree -, e che siano in grado di offrire un’immagine “reale” ed esaustiva non solo del panorama poetico di alcune regioni maggiormente “fortunate”, ma dell’intera nazione.Soltanto in questo modo, si potrà veramente fornire, magari attraverso una serie di tentativi anche “falliti”, un quadro compiuto della poesia italiana non solo del Novecento, ma anche dei secoli precedenti. Per compiere operazioni di questo tipo, d’altraparte, è necessario innanzi tutto conoscere almeno il meglio prodotto in tutte le aree, anche quelle “periferiche”, d’ Italia, passando in rassegna le collane edite anche da editori “locali”, riviste, fogli di scrittura, antologie, e che non necessariamente, soltanto perché edite in provincia, devono essere considerate “provinciali”. Comprendiamo che antologie di questo tipo comportano anni di studio, il coinvolgimento di numerosi collaboratori, la predisposizione di un’équipe agguerrita e motivata. Ma questa è una delle poche strade percorribili, e che potrebbe consentire un censimento veramente attendibile dellaproduzione poetica italiana. Del resto, questa proposta, già avanzatada Dionisotti, Sapegno, Asor Rosa, trova non pochi consensi anche inaree geografiche non meridionali, e presso intellettuali non meridionali, ma che hanno stigmatizzato a più riprese le antologiepoetiche spesso frutto di interessi editoriali o di consorterieristrette. In tal senso, illuminanti queste riflessioni di Alberto Asor Rosa espresse nella fondamentale “Letteratura italiana Einaudi”, che opportunamente precisa: “… non sembra superfluo sottolineare, proprioin questa fase finale del lavoro, che nell’ impianto storico-geograficodella nostra ricerca, non abbiamo mai inteso approdare ad una ’storiaregionale’ della ‘letteratura italiana’, bensì ad una ’storia nonunitaria’ della ‘letteratura nazionale’. Sarebbe assurdo negare,infatti, che, in virtù di fattori linguistici e ideologici, findall’inizio la letteratura italiana sviluppi una forte tensioneunitaria, una ricerca spesso appassionata dei motivi comuni (De vulgari eloquentia è l’architrave di questo sistema)”.
Questa analisi puntuale di Asor Rosa ci consente di sottolineare, dal nostro punto di vista, alcuni aspetti del problema. Il primo, fondamentale, è che nessuno vuole negare il carattere sostanzialmente coerente e “nazionale” della letteratura italiana, che ha trovato attraverso e grazie ai suoi autori più importanti e ai centri maggiori un’unità d’espressione e di”poetica”. Tuttavia, accanto a questo aspetto, proprio a causa della situazione politica che ha caratterizzato la storia italiana dal Medioevo all’età contemporanea, non meno rilevanti sono le realtà locali e “periferiche”, che hanno espresso e fatto rivivere in modo originale e “differente” fenomeni e fermenti letterari provenienti dal centro o da altre parti d’Europa. Questo non significa, tuttavia, riscrivere in chiave “localistica” la storia nazionale, quanto piuttosto valorizzare le peculiarità regionali in un contesto nazionale, senza quindi perdere di vista il carattere sostanzialmenteunitario della nostra letteratura.
Questa importante acquisizione teorica produce, anche nella letteratura di Asor Rosa, un effetto dirompente e nuovo, rispetto agli stereotipi interpretativi dominanti,e che hanno ridotto la letteratura italiana a storia letteraria di poche città e di poche regioni. Infatti, quasi paradossalmente, qualora si ignorasse questa impostazione, si arriverebbe a scrivere non la storia della letteratura italiana, bensì una storia regionale della letteratura italiana. E questo assunto non sembri una pura esagerazione o una provocazione.
Ancora è opportuno lasciare la parola ad Asor Rosa:
“… è altrettanto incontestabile che i diversi ‘centri’ o ‘Stati-regioni’ sviluppino tradizioni e interessi, che, nel loro insieme,costituiscono altrettante sostanziose varianti del modello unitario,che, in quanto tale, resta a lungo una totale astrazione e si presentainfatti, a scadenze ricorrenti, sotto la forma di una qualche ideologia”. … “la letteratura italiana coincide con l’insieme di quelle varianti e al tempo stesso con ciascuna di esse. Si potrebbe dire che, invece di scrivere una storia della letteratura italiana, abbiamo scritto (ci siamo sforzati di scrivere) molte storie diverse della letteratura italiana”. “… Roma, Napoli, Milano, il Veneto, Firenze, la Toscana,ecc., come manifestazioni di autonomie e ricerche particolari, dentro il grande flusso complessivo. Vedere questo senza vedere quelle,significa perdere la conoscenza di una parte importante, estremamente reale, di una letteratura come quella italiana, tormentata e contraddittoria come poche altre in Europa”.
Se condividete questa iniziativa, si potrebbero coinvolgere le Scuole sul tema, invitandole a una ricerca sul territorio, o a scrivere, come già hanno fatto diverse Scuole, una lettera al Ministro della Pubblica Istruzione invitandolo ad intervenire presso le case editrici di antologie scolastiche di operare una selezione degli scrittori e dei poeti nella prospettiva qui indicata.
Ci sembra opportuno moltiplicare le voci e le richieste, per convincere che il tema è sentito e condiviso da tutte le Scuole d’Italia.
Ringraziando per l’attenzione, porgiamo il nostro saluto e l’augurio di buon lavoro ai Comunitari e al BLOG.
Paolo Saggese, Giuseppe Iuliano, Alfonso Nannariello

credo che l’amico Paolo Saggese stia facendo un lavoro faticoso e, dal punto di vista dello sforzo sostenuto per realizzare un’opera che raccolga le voci della poesia del sud, encomiabile.
per quanto mi riguarda ho concorso in piccola misura ad offrirgli uno scritto sconosciuto del XVIII sec. relativo ai poeti irpini del ‘500
un augurio a paolo e un incoraggiamento
fulvio di linzi
alfonso
9 Febbraio 2008 alle 10:01 am
aiuto, sono spacciato.
non leggono i miei post nemmeno gli addetti ai lavori cui ho pubblicizzato l’iniziativa.
sono spacciato io e la poesia. mi dovrò rinventare, come hanno fatto e fanno altri. e se non dovesse andare bene, mi rinventerò ancora? ma che stupidità! e solo per affermarmi?
lascio che le cose vadano così, che resti solitario. come sempre
grazie ad angelo verderosa per la sua amicizia
alfonso
alfonso
12 Febbraio 2008 alle 8:53 am
La poesia del Sud è davvero latitante?
Questioni e qualche proposta
Sergio D’Amaro
Michele Dell’Aquila ha lamentato, recensendo sulle colonne della “Gazzetta del Mezzogiorno” una delle tante antologie oggi in circolazione sulla poesia italiana contemporanea, il vezzo ormai invalso di sacrificare in questi lavori storico – critici la parte meridionale d’Italia. Non esistono Bodini e Scotellaro, De Donno e Ripellino, Sinisgalli e finanche Quasimodo. Sembra che la cultura letteraria italiana ne possa fare a meno, visto che la crema dei versi resta spalmata tra Alpi, “terre di mezzo” e colli fatali di Roma. Se ti affacci oltre il Volturno o il Sangro, in fondo che c’è?
Nel quadro di queste antologie not-all-inclusive si salverebbe soltanto quella di Cucchi e Giovanardi, uscita nei Meridiani Mondadori nel ’96 e riedita l’anno scorso negli Oscar, dal momento che ammette la presenza di cinque autori di origine meridionale, come i siciliani Cattafi e Piccolo, il calabrese Calogero, i lucani Pierro e Scotellaro. La ragione molto banale di queste dimenticanze va posta nei criteri ormai molto personali e molto poco ispirati ad una critica coraggiosa di livello, secondo i quali viene compilata oggi un’antologia. Non solo non vengono evidentemente consultati lavori seri di sistemazione storico-letteraria di ambito regionale, ma neanche si riesce a fare screening delle riviste di letteratura militante che continuano strenuamente a proporre autori più o meno affermati, o più o meno appartenenti a generazioni giovani con già evidenti chances. Se i nostri antologisti consultassero queste opere e queste riviste, si accorgerebbero probabilmente che esistono fermenti già ben delineati e qualche nome da prendere in considerazione.
Stiamo parlando, naturalmente, di opere e di riviste che si pubblicano nelle regioni meridionali, giacché il gioco delle scelte e delle autopromozioni è, invece, molto sviluppato nelle latitudini al di sopra di Roma. In sostanza, i nomi che circolano o che vengono via via prelevati per essere messi in circolo appartengono al circuito virtuoso rivista – editore – attenzione critica – presentazione – festival /rassegna – premio, che al Nord e al Centro viene molto più praticato e risulta funzionale alla ‘costruzione’ di un autore.
Al contrario, nelle terre meridionali tutto questo non succede, e non può succedere, visto che non esistono circuiti virtuosi di quel tipo, né esiste visibilità editoriale e promozionale. E dire che la Puglia (per limitarci alla nostra regione) ha sempre mostrato una vivacità molto accentuata nell’ambito della produzione di poesia di qualità e nella proposta di riviste di tutto rispetto. In un convegno di molti anni fa (nell’83), organizzato dal gruppo “La Vallisa” (sostenuto dall’omonima eclettica – e meritoria – rivista ora pubblicata dall’editore Besa) di Daniele Giancane e C., capitò a chi scrive di trattare di “Editoria e poesia in Puglia”. In quell’occasione fu possibile mettere in luce i tanti fermenti della regione in campo letterario, ma fu anche chiara l’impossibilità di prospettare piattaforme più certe di visibilità per gli autori di poesia. Nel frattempo (dopo un molto aspettato panorama della letteratura pugliese offertoci, ancora nell’83, da Dell’Aquila), sono cresciute, non tanto in quantità, bensì in qualità, le iniziative di confronto sulle riviste. Dopo l’opera indimenticabile, in questo campo, del compianto Antonio Verri – che venne a segnare soprattutto con “Il Pensionante de’ Saraceni” una ventata di novità, sottolineata anche da un’immagine estetica inedita -, abbiamo avuto in Puglia almeno altre due o tre riviste di rilievo che sono tuttora operanti: “in oltre” (area barese), trasformata poi in “Incroci” (pubblicata da Schena e poi da Adda, grazie alla propulsione di Raffaele Nigro e di Lino Angiuli), e “L’immaginazione” dell’editore Piero Manni (area leccese, animata da Anna Grazia D’Oria). Di passata voglio ricordare che nei primi anni Ottanta anche Foggia (“desertica”per questo verso tra le province nostrane, ma viva di molti insulari autori) ebbe la ventura di ospitare una rivista scritta e pensata a Roma, “Rapporti”, pubblicata dall’editore Bastogi, rivista che si aprì cautamente anche al territorio letterario dauno e pugliese. “in oltre – Incroci” e “L’immaginazione” hanno dato, dagli anni Ottanta in poi, un apporto decisivo alla crescita della letteratura in Puglia, chiamando in causa intellettuali, scrittori e operatori anche naturalmente esterni, chiarendo aspetti e problemi, indicando direzioni di ricerca e facendosi interpreti di tensioni intellettuali e critiche. Possibile che nessuno degli addetti ai lavori abbia saputo o voluto annotare nomi degni di rilievo e itinerari di ricerca rigorosi e coerenti?
A questo punto cade opportuna una proposta provocatoria: perché non ce la facciamo noi un’antologia di respiro ‘meridionale’ e con un editore di copertura ‘nazionale’, che sappia veicolare cinquant’anni almeno di Mezzogiorno, proseguendo e aggiornando, tra l’altro, con nuove vedute il lavoro realizzato oltre venticinque anni fa dall’editore Lacaita con i due volumi di Oltre Eboli: la poesia, voluti da Leonardo Mancino con la complicità di Antonio Motta e Carlo A. Augieri?
Si renderebbe giustizia ‘corale’ ad un, a quanto sembra, collettivo misconoscimento da parte della cultura letteraria militante nei confronti della produzione poetica nel Mezzogiorno. Ma la ‘coralità’ del risarcimento dovrebbe poter corrispondere puntualmente ad una proposta corale forte, riconoscibile, condivisa dalla maggior parte degli autori coinvolti. E quale migliore proposta di quella esplicita di questo Convegno di Brindisi, con gli occhi rivolti all’orizzonte della ‘mediterraneità’ e della ‘meridianità’? Quanti anni ci sono voluti per elaborare un tale orizzonte culturale, quanto ‘meridionalismo’ si è trasformato per offrire due o tre punti basilari alla nuova coscienza di inizio millennio? Almeno trent’anni, se fissiamo come data il ’68 e tutto quello che ne è seguito in termini di rifiuto e di acquisizione, di recupero e di prosecuzione. Anzitutto la valorizzazione del ‘vissuto’, della periferia, del marginale, del rimosso, del privato, quindi la reimmissione di memoria anche ‘etnica’ (la storia minore, la storia dei paesi, dei mestieri, della cultura ancestrale, del demartiniano ‘villaggio vivente della memoria’); l’utopia di un mondo migliore, costruito sulla conoscenza e sul rispetto reciproco delle culture e delle lingue, nonché sul riconoscimento di una geografia comune e di comuni itinerari storici (in stretta connessione, tutto questo, con le nuove migrazioni, fenomeno figlio della vecchia emigrazione); la rivalutazione del corpo e di tutte le sensibilità, acutizzata dalla vicinanza sinestetica delle arti; la riammissione della natura e di un tempo naturale, fondato sulla ‘durata’ e sulla ‘lentezza’.
Quanti autori sentono oggi nel Mezzogiorno di appartenere a questo orizzonte di cultura, quanti pur nelle loro distinte performances poetiche (che siano lirico-memoriali, orfico-barocche, sperimentali, postmoderne o neometriche) potrebbero sottoscrivere queste stelle polari? Io credo molti. Ed io credo anche che ci vorrebbe più attenzione a quel che sta succedendo oggi nella vituperata arte poetica da parte delle pagine culturali dei quotidiani che contano. Proprio dalla tribuna di questo Convegno vorremmo lanciare un appello alla nostra “Gazzetta del Mezzogiorno” e invitarla a seguire con più interesse e continuità le vicende di poeti di provata esperienza e di ben pronunciato profilo. Accendiamo un riflettore in più, magari rubandolo alla più clamorosa narrativa e saggistica, nonché alle ribalte fascinose del cinema e dell’arte figurativa: certo, la poesia non ama molto lo spettacolo, ma è ancora tollerabile che tutto venga immolato, in nome di un presunto prestigio, all’industria culturale e ai suoi più potenti e visibili strumenti promozionali? Non è ora di alternare al ‘carpere diem’ la più riposante e ‘duratura’ prospettiva di un lento ritorno alla casa dello spirito?
[intervento incluso nel volume “La saggezza della letteratura”, a cura di Ettore Catalano, atti del Convegno “Puglia letteraria, Mediterraneo, Europa” svoltosi a Brindisi nel marzo 2005] click here
alfonso
12 Febbraio 2008 alle 9:12 am
La poesia nel Sud tra dimenticanze e annessioni
di Mario M. Gabriele
Non dubitiamo che l’opera letteraria, e più in specifico quella in versi, sia un mondo simbolico rivolto al gruppo sociale, secondo la definizione di Matthias Wlatz. Il fatto è che oggi la poesia non è più collettiva. Molti laboratori di scrittura non fanno più ricerca, né si propongono, come forza alternativa, alla dilagante koinè che racchiude un po’ tutte le correnti letterarie del Novecento. Il risultato è un avvilente vuoto operativo, dopo l’abbandono di linguaggi progettualmente utili per la nascita di un nuovo modello poetico, osteggiato dalle case editrici, le cui scelte si riflettono, negativamente, sulla poesia del Sud, per le omissioni e le dimenticanze, che hanno emarginato poeti d’indubbia rilevanza, lasciando aperte tutte le ipotesi di colpevolezza.
Ne viene fuori un panorama letterario dispersivo, con rifiuti e annessioni da quando la critica si è chiusa nell’ambito accademico e del microspecialismo.” Gli anni Sessanta coltivarono l’illusione che si potesse trovare a collaudare un metodo scientifico di analisi dell’opera letteraria, ma quella ipotesi, come si legge in Eutanasia della critica di Mario Lavagetto, non trovò una vera conferma e dopo tanto laboratorio e collaudi di strutture, pian piano si lasciò perdere, firmando di fatto il necrologio alla letteratura.”
Epitaffio che ancora oggi rimane incancellabile, per le reiterate operazioni editoriali che confermano come sia distante la poesia -istituzionalizzata-, da quella periferica e regionale. Ne sono un esempio i sedici volumi della Storia Generale della Letteratura Italiana, a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà, che si sperava facessero un po’ di giustizia sui poeti desaparecidos, la cui dimenticanza è stata replicata nella Letteratura Italiana in diciotto volumi del Corriere della Sera e nell’antologia La parola plurale pubblicata da Sossella, gestita da un team di otto curatori: Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli e Paolo Zublema, fino a dividersi la responsabilità e l’arbitrarietà (il corsivo è nostro), della scelta dei testi e degli autori, affermando che “ogni inclusione (e di conseguenza ogni esclusione), è stata decisa collegialmente,” con buona pace di tutti gli altri poeti emarginati nel corso del Novecento, in cui non sono mancati modelli letterari oligofrenici, realizzati nel più completo caos della parola, a cui questa antologia tenta di porre rimedio attraverso un — proclama — della Forma, redigendo documenti di critica e di poetica su sessantaquattro poeti di diversa area territoriale, uniti da un criterio di selezione che dovrebbe far riflettere sul concetto di poesia, ridotto a fenomeno da baracchino e da ballon d’essai, da una — comunità ermeneutica — che non mostra limiti nell’effetto-massa del pensiero critico e dei reperti testuali, prelevati in un arco di tempo- dal 1975 al 2005-, rimandando a future operazioni di omologazione i poeti degli anni Trenta-Quaranta, non presenti nell’antologia.
Ancora una volta siamo di fronte ad una partnership blindata cui vanno contrapposte iniziative coraggiose, come quelle sorte a Nusco, per censire la vasta produzione letteraria del Sud, e rivendicare, giustamente, — spazi e credibilità nella cultura nazionale — reintegrando un patrimonio di voci, disperso da assurde arbitrarietà, “aprendo gli spazi a segnali forti, che provengano dagli intellettuali, dagli editori, dalle istituzioni, dagli amici lettori, se vogliamo essere protagonisti bisogna andare anche alla riscoperta della nostra cultura e della nostra poesia”, così come dichiarato da Paolo Saggese nel suo intervento — Per la poesia nel Sud -, su Secondo Tempo, Libro Ventesimo, pag. 94, che richiederebbe una lettura attenta per la specificità dei temi trattati, relativi anche alla compilazione di una eventuale Storia della letteratura degli esclusi, che non può essere il libro celeste di tutti i poeti vivi e di quelli morti, ma il dossier sui misfatti compiuti impunemente e giustificati da coloro che vivono al Sud e che costituiscono la colonna filonordista celata nelle redazioni dei Giornali per mettere sotto accusa ogni tipo di giaculatoria e di sconcertante meridionalismo critico inutilmente recriminatorio.
“Chi scrive poesie”, ha rilevato Adam Zagajewski, “si ritrova talvolta impegnato, in una difesa delle medesime”, a causa di continue delegittimazioni nel Novecento “che è stato il secolo ammalato di amnesie,” secondo un giudizio di Claudio Magris (in occasione della pubblicazione del volume di Barbara Spinelli — L’Europa dei totalitarismi, – Mondadori-), quando rileva che “la memoria è soprattutto giustizia resa alle vittime di violenza che la falsificazione ideologica cancella dalla coscienza o di cui deforma la verità”. In questo sistema di dimenticanze rientra anche la poesia del Sud, sulla quale pendono diversi capi d’accusa. Con molta probabilità, la nostra emarginazione nasce con il monopolio dei temi intorno alla civiltà contadina e all’immobilismo di un popolo vittima di clan e di malavitosi, nel momento in cui il Nord trovava la strada verso i poli industriali, e nella poesia le ragioni di una progettualità rimodellata sul finire degli anni Sessanta, dai poeti dell’area napoletana e campana, in particolare, da Giuseppe Bilotta, Salvatore Di Natale e Raffaele Perrotta, impegnati in un freework di mutazione verbale di ideologia scissionista, portata avanti anche dal gruppo redazionale della rivista Risvolti con Giorgio Moio, Carlo Bugli e Pasquale della Ragione, col loro linguaggio geometrico o del rischio -tra forme allitterative, visive e citazioniste-: una letteratura, in massima parte, correlata ai materiali verboiconici, arditamente traslativi e disgiuntivi, funzionali ad un extralinguismo intermaterico nella più ampia libertà postmodernista, la stessa di cui si avvale la ludopoesia di Mariano Baino, contagiata da una ipercreatività giocosa; non a caso il burattino di Collodi,- Pinocchio — che dà il titolo a un volume del 2000, si presta a una teatralizzazione della favola, regalando “a profusione: personaggi, situazioni, nuclei, suggestioni, ma tutto liberamente reinterpretato e rimontato in uno scenario poetico mobile e personalissimo, per poi liberarsi dell’incanto del gioco, e interagire con la realtà, immettendo figure retoriche, come l’ironia e la citazione nell’assemblaggio di forme tensive, determinate dal flusso polisemantico della scrittura e dei suoi allegati parodistici; o alla designificazione e all’agrammatismo di Tommaso Ottonieri, il più accanito sperimentatore della cellula linguistica in — Atropina remix — e in quel caleidoscopio letterario di diafore nel volume Dalle memorie di un piccolo ipertrofico e in — Coro da l’acqua per voce sola — , per cui si può senz’altro affermare che“tra le molte polarità di questo realismo informale sta dunque sospesa, in costante squilibrio, la scrittura di Ottonieri”(Massimiliano Manganelli): o alle proposte interlinguistiche di Carmine Lubrano, che mettono in crisi l’ordine naturale della parola, per fare della lingua un locus di aggregazione sulfurea e surreale, attraverso testi nei quali si accomunano tutti gli strumenti operativi, per una ipotesi di scrittura erratica, spostata in un’atmosfera linguistica, atomizzata dalle componenti poetiche e dai contrasti sintattici; o alle condensazioni ironico-metaforiche di Costanzo Ioni, assimilate da un proficuo tirocinio praticato con il Gruppo 93, per averne condiviso sia i presupposti teorici che la pratica letteraria; o ancora, all’impegno decostruttivo di Lello Voce, il quale viaggia su binari di mutevole percorrenza stilistica nella dismisura delle disuguaglianze sintattiche e delle paronimie in “uno strano mix di arcaico, e ultratecnologico, di sciamanico e insieme cibernetico, di pre-orale e post-linguistico”, (Massimiliano Manganelli), che danno anche a Biagio Cepollaro l’accesso a un significante, collocato tra il postmoderno e le vie traverse della letteratura“laudata”:un’operazione di ritraduzione e innovazione della parola che permette una lettura generalmente asimmetrica dei testi. Altri metodi meno utopici, ma più significativi, collocati tra il rinnovamento e la trasgressione, li troviamo negli anni Settanta-Novanta, in Franco Cavallo, con le sue frammentazioni, tra surrealismo e aggancio alle avanguardie storiche, teorizzate su Altri Termini e, ricondotte sul filo di una rappresentazione fonometricofigurativa che trova in Fètiche il senso di un’operazione liberatoria contro gli istituti-tabù della civiltà (Giuseppe Zagarrio); o in Ciro Vitiello, il quale non si estranea da formule verbali di protocollo avanguardista e di miscidanza novecentesca, per disperdersi nella mortificazione della realtà e del suo nihil, in una poesia che convoca una moltitudine di ricognizioni allucinanti, allegoricamente trasposte e correlate con il poeta stesso, tanto che corpo e anima si integrano e si perdono in un mondo larvale di una vita non vita, tra la dissezione del reale e la metafora del vuoto; o ancora, nelle composizioni verbo-visive e negli esicasmi di Stelio Maria Martini, cui vanno ricondotti gli esiti sperimentali di Schemi, con i suoi soggetti complementari e primari, interagenti in tante forme e tecniche compositive; oppure nel discorso ironico-satirico-drammaturgico di Alberto Mario Moriconi, che si distingue per il “plurilinguismo spregiudicato, quella particolare architettura di registri diversi (narrativo, drammatico, allegorico, parodico), che fanno dell’autore un singolare sperimentatore” (Giorgio Patrizi), o nelle anamnesi temporali, per indagare sugli aspetti della vita, sfocianti in un generale senso negativo dell’esistenza, in Carlo Felice Colucci, che metaforizza la morte in efficacissime rappresentazioni allegoriche, in “un pessimismo che appartiene alla stirpe di Eduard von Harmann che identificò l’universo con il male e ne rimpianse l’esistenza”, (Giancarlo Rugarli); o ancora nel linguaggio perlustrativo e psicoattivo intorno all’inferno quotidiano in Franco Capasso: un poeta-maudit, che meglio interpreta l’exilium e il senso dello smarrimento — qui e ora — , con percorsi mentali confluenti in un opus metricum fatto di iterazioni ossessive e di disperazione esistenziale, di fronte al tema del fuoco, simbolo psicanalitico e regressivo della memoria ferita dalla realtà; o nelle composizioni ipertematiche e di collage linguistico, tra mito e slogans pubblicitari in Ugo Piscopo, rilevabili soprattutto in Jetteratura: un vero e proprio condensato di genetica letteraria, riportato in superficie attraverso un discorso che rivisita luoghi e culture diverse messi sotto esame e criticamente relazionati, deviando il discorso con Haiku del loglio, in un universo poetico di delicata venatura vegetale, nella piena libertà delle forme comparative e dei registri dell’impressione; o ancora, nei doppi codici strutturali, tra sperimentalismo e forme novecentesche nell’illusione dell’Eros, come sopravvivenza al vivere quotidiano in Antonio Spagnuolo; o nei sussulti poetici di tramatura flegrea, con il recupero di personaggi mitici in G.B. Nazzaro: un poeta che traccia una scrittura poematica nel carteggio di episodi fantastici, proposti in Melusina, con la germinazione di figure riportate “in superficie da una parola convocata nell’attrito dei lessemi attigui fino a produrre un senso luministico e etico”(Ciro Vitiello), e a determinare nella sezione Mitologie, interna a Melusina, un rapporto plurale con gli altri, che in Roditore e cancro si fa isolato e conflittuale, di fronte alla necessità del dire, e al drammatico angosciante senso della morte della parola, oltre la quale non è più possibile fare poesia, o reinterpretare la vita “E in questo universo di codici infranti, il poeta pur cosciente della tragedia che lo sovrasta continua a rappresentare la sua — finzione — attraverso le immagini, ricorrenti del mito”. (Franco Cavallo), o ancora, nel surrealismo metaforico di Alessandro Carandente, integrato in un sistema di correlazioni verbali e di cadenze poliritmiche, e paronomasie, nell’impatto dei sensi e della memoria di cui Corpo in vista ne rappresenta il culmine biopsichico ed estetico, ma anche il viaggio umorale e umano nei dintorni del quotidiano e del passato, riportati in un review poetico, che — vezzeggia il protoritmo — per inseguire le richieste di una forma che non arriva, e che, tuttavia, tende a esprimersi nella serietà degli eventi, mai mimetici o debordanti dalla realtà, con pause giocose e allitterative, brulicanti di extravaganze, ecrivoci e screzi d’alfabeto in Bon Ton Bonsai Bonbon: un singolare regesto di procedimenti verbali, combinatori ed omofonici, che si susseguono nel vortice del suono e delle rime, per riposizionare, subito dopo, il pensiero, in altrettanti nuclei linguistici plurisensoriali, nella ritraduzione della parola e dei segni del mondo: ed è proprio qui che si agglutinano gli elementi più autonomi e personali di questo autore la cui poesia non può prescindere dalla negazione che si estrinseca nell’ironia (G.B.Nazzaro); o nei molteplici esiti operativi di Gerardo Pedicini, con i suoi libri-d’arte e libri-oggetto, impreziositi da calcografie, disegni, e incisioni varie, oggi introvabili. Ci troviamo di fronte a un altro caso d’nvisibilità, ma di certezza della poesia, quest’ultima calendarizzata in volumi e tempi diversi, in Dodici sonetti ancipiti per dodici capricci incisi, pubblicati nel 1986, in Canto e Controcanto del 1991, in Buthos del 1992, e in alcuni testi di datazione più recente, che fissano nel ricordo della guerra, momenti di forte tensione emotiva, rilevabili in Lilacs, A’rebours, Quattro tempi e Sipari, attraverso il recupero di figure familiari ricomposte da un linguaggio dai toni bassi, ma altamente melodiosi, modulati dagli scatti psicoemozionali provenienti da un repertorio letterario d’area neorealista; o ancora, nell’approdo ai porti sepolti della memoria in Irene Maria Malecore e Rina Li Vigni Galli, che istituiscono, entrambe, la religione del tempo e degli affetti dilacerati, nello sfondo di una natura ancora non violata dai danni della civiltà; oppure, nel puntismo cromatico e figurativo di Franco Riccio, con le sue rivisitazioni esistenziali e di recupero del rapporto umano, confluenti in un dire poetico, autenticamente novecentesco, che getta una luce d’incontaminato amore e di nostalgia sulla città: o nel teatro di poesia, esposto con abile giuntura degli endecasillabi, che costituiscono la chiave di lettura dei Frammenti di Aristide La Rocca, legati alle figure di Teodora e di Zenobia e agli splendidi testi presenti ne I soli, “che rappresentano un giudizio severo sopra le istituzioni e i fenomeni del mondo in cui viviamo” (Giorgio Bàrberi Squarotti); o nella captazione di lessici pluriespressivi di Alfonso Malinconico, il quale mette in circolo nuovi codici aggregati a una vigile narrazione dei dati storici e contemporanei, contribuendo non poco ad ampliare il campo dei generi letterari in un metricismo geometrico e visivo, riportato in Sul rame dei sogni: un volume che si dispiega nella moltiplicazione di “pulsioni personali, intellettuali, emotive, ideologiche” (Giorgio Patrizi); o ancora, nelle sequenze negative del vivere quotidiano in Giovanni Ruggiero, sempre più infiltrato nell’effimero delle cose e delle annotazioni della memoria, che costituiscono un album della propria condizione esistenziale; citando, necessariamente, le voci che hanno ereditato una continuità estetica riproposta, senza eccessivi sbilanciamenti da Raffaele Piazza con i suoi testi en plair air, ricondotti al binomio —natura-amore, come un unico universo interattivo, produttore di flussi emozionali, regolati da un epidermico lirismo intertestuale; o da Eugenio Lucrezi, con un proprio codice strutturale e psicolinguistico, che chiameremo on the road, per quel particolare vagabondaggio del cuore e della mente; o da Domenico Cipriano, che con Free Jazz,- una sezione del volume Il continente perso-, riesce ad armonizzare sound e parola poetica; o ancora da Giuseppe Vetromile, introverso e conflittuale nel suo rapporto con l’effimero e l’assoluto all’interno di una poesia riflessiva e anacoretica, vivificata dagli impulsi della coscienza e da una linea sinceramente fideistica, particolarmente significativa in Cantico del possibile approdo; o da Enrico Fagnano, che non elude l’ironia e la casualità delle occasioni poetiche, nelle quali si vengono a inserire elementi multipli e comparativi, correlati a imprevedibili scatti impressionistici, sarcastici e dissacranti; o da Vittorio De Asmundis, riconoscibile per le sue tematiche social-esistenziali, che sono gli unici format di una poesia, che si misura con gli ingranaggi della fabbrica e dell’alienazione quotidiana; o ancora, da Raffaele Urraro, fedele a un discorso poetico, chiaro ed estetizzante, non immune da intrusioni grafico-sperimentali; o da Pasquale Martiniello, il quale si aggancia a pluritematiche storico-contemporanee, dove non manca l’inserimento ideologico, nella piena concretezza dell’obiezione e dello spunto polemico e ironico rilevabili nel volume I ragni, proseguendo con Giovanni Ariola, il quale percorre varie esperienze letterarie, non esclusa quella sperimentale di Discronie, per riagganciarsi con Sinoli ad una poesia che nasce per sillabe, per parole, per musica, da cui partono e si definiscono le fusioni psicosoggettive come —controdiscorso- al fluire caotico e ininterrotto del tempo e degli eventi, per finire con Michelangelo Salerno: un poeta appartato, che vive la sua solitudine urbana, tra memoria e delusione del presente, cercando approdi salvifici nella ricerca etico-morale. Svincolato da un certo grado di fragilità sentimentale sembra essere il discorso di Maria Papa Ruggiero e di Carmina Esposito, nomi che prendiamo a riferimento e che meglio esprimono i tracciati psicologici della poesia al femminile, collocata in un habitat linguistico fatto di proiezioni psicofigurative ed esistenziali. Apparentemente ricostruttiva sembra essere la proposta di Felice Piemontese, come formulazione di una nuova ipotesi di poetica dopo la fine della Neoavanguardia, senza particolari rovesciamenti linguistici, se non nei termini di una creatività riflettente il datum verbale retroattivo, nella coesistenza di pluriaccorgimenti semantici e di calcolo estetico. Altro, invece, è il rischio a cui si espone, con grande disinvoltura, Gabriele Frasca con le sue terzine e quinari, che costituiscono l’oggettistica letteraria, secondo le ragioni di una poesia che si dilata oltre i normali campi di applicazione. E’ come se il poeta lavorasse per tempi epocali e registri diversi. Il tecnicismo non annulla la cantilena autobiografica e psicologica. Questo modo di procedere toglie ogni possibilità alla lingua di giungere verso approdi emotivi, non che questi debbano essere indispensabili, ma, qualche volta, sono necessari del concetto stesso di poesia.
Un poeta che sembra orientarsi verso aree semantiche miste, senza proporre importanti innovazioni, tali da modificare il significante nella sua struttura generale, è Michele Sovente che in Carbones inserisce un linguaggio triadico, con la commistione del latino, del dialetto e dell’italiano, legando le occasioni poetiche ad un humus flegreo, che in vario modo asseconda i giri dell’anima, tra frustrazione dell’urbanesimo e carbonizzazione del tempo.
Per Wanda Marasco i gironi della vita sono esposti con un linguaggio rivolto ai fatti accaduti, in cui il senso del tempo non si separa dalla storia, semmai lo brutalizza in un confronto con un indivisibile -tu- protetto da una parola fasciata di ricordi e adeguata alle circostanze del reale, con scambi di notizie, paure insostenibili, portate in superficie dalle crepe della mente e del subconscio, come in Metacarne, che si collega a tante microstorie tra prosa e poesia, portate avanti da una coscienza frustrata e infelice.
Non c’è dubbio che proprio da Napoli sia nata la — resistenza — alla koinè poetica, con nomi accolti nell’Almanacco dello Specchio, in varie Storie della Letteratura Italiana, e su Altri Termini, mentre le altre regioni del Sud si attestavano su posizioni letterarie neonaturalistiche, con rarissimi episodi di proposte alternative, come engagement alle forme avanzate del metalinguaggio e della poesia tecnologica e postlineare, presenti in alcuni centri urbani, come fenomeno teorico-formale, sbilanciato nella trasgressione e nella tentazione riformatrice del significante.
L’innovazione non fa parte, se non in pochi casi, del metabolismo linguistico di molti poeti dell’Abruzzo e del Molise, della Puglia, della Basilicata, della Sicilia e della Sardegna, rispetto alla Campania, che ha fornito più delle altre regioni, le coordinate di una poesia in progress.
In questa direzione cercheremo di formulare una campionatura che ha solo valore informativo, provando a indicare un’anagrafe di nomi, senza formare una gerarchia di raggruppamenti e di valori, fornendo un elenco provvisorio e marginale, che non include i poeti emergenti, anche se qui interessano, più di ogni altra cosa, le risposte socioculturali e linguistiche date da ciascun poeta per svincolarsi da una letteratura logora e abusata, segnalando per l’Abruzzo i nomi di Antonio Allegrini, Daniele Cavicchia, Rita Ciprelli, Igino Creati, Rolando D’Alonzo, Ubaldo Giacomucci, Dante Marianacci, Francesco Paolo Memmo, Renato Minore, Massimo Pamio, Giuseppe Rosato, Benito Sablone; per il Molise: Gennaro Morra, Giose Rimanelli, Angelo Ferrante, Mario M. Gabriele, Filippo Poleggi, Giuseppe Pittà, Giocondo Colangelo, Pier Paolo Giannubilo; per la Puglia: Lino Angiuli, Raffaele Antini, Carlo Alberto Augeri, Raffaele Nigro, Paolo Polvani, Michele Rotunno, Daniele Giancane e Matteo Bonsante; per la Calabria: Giusi Verbaro Cipollina, Isabella Scalfaro, Domenico Cara (da anni trapiantato a Milano) e V.S. Gaudio; per la Basilicata: Raffaella Spera, Rosa Maria Fusco, Antonio Lotierzo; per la Sicilia: Alfio Fiorentino, Emilio Isgrò, Lucio Zinna, Ignazio Apollonio, Helle Busacca, Andrea Genovese, Stefano Lanuzza, Govanni Occhipinti, Giovanni Giuga, Emanuele Schembari, Sebastiano Saglimbeni. Quanto alla Sardegna, essa non offre elementi innovativi, per la resistenza di una linea poetico-conservatrice, che si riflette nelle opere degli scrittori attraverso il legame biopsicologico con la propria terra, anche se non mancano intelligenze sacrificate alla emarginazione. Utili, ci sembrano anche le campionature di alcuni poeti transatlantici, quelli che pur essendo meridionali non si sono distaccati dal paese d’origine, vivendo all’estero, spesso presenti in Italia, con opere in linea con le tendenze attuali sempre più variegate e plurietniche. E’ il caso di Luigi Fontanella e di Giose Rimanelli; un poeta, quest’ultimo, con una vasta produzione di romanzi, racconti, saggistica, critica e volumi in dialetto e in lingua, già noto negli anni 50 per il romanzo Tiro al piccione. Di Rimanelli, segnaliamo Sonetti per Joseph, un volume edito da Caramanica nel 1998, nel quale il dissidio e la nostalgia di due anime: quella molisana e quella metropolitana, si fondono sinergicamente, producendo effetti di risonanza interiore e di malinconica trasfigurazione del passato. Ma più in specifico, va segnalato il volume dal titolo Alien Cantica dove Anthony Burgess rileva la presenza di materiali “esilici” che costituiscono l’autentica meridionalità di questo scrittore. La poesia italiana agli inizi del Terzo Millennio ha davanti a sé l’affascinante compito di voltare pagina a tutti gli ismi del Novecento, ma anche di fondare una letteratura rivolta verso il futuro, in contrapposizione con lo strapotere del mercato letterario, che non può dichiarare guerra ad ogni ricerca poetica legata alle esigenze psicoculturali della società.
Gli ultimi trent’anni del secolo scorso, si sono caratterizzati da fusioni verbali, fuori da ogni centralità poetica, anche se non sono mancati tentativi di riprogettazione della parola da parte del Gruppo 93 e dei poeti della Terza ondata, o da sigle linguistiche costituite, più o meno, dai nipotini dell’ -immaginazione,- che in vario modo, hanno tentato di occupare gli spazi lasciati dalla postavanguardia, col risultato che ancora oggi si torna a parlare di crisi della poesia e della sua impossibile riscrittura, davanti alla “fine dei modelli”.
Si tratta, per il momento, di una situazione da stand-by, in quanto non si vedono né al Nord, né al Sud, intelligenze critiche e poetiche capaci di entrare in una nuova civiltà delle lettere, quanto basta per estinguere posizioni di comodo e di privilegio, e instaurare così nuovi modelli di estetica strutturale, attraverso il riscatto formale del significante e del significato, come unico discorso, secondo la tesi espressa da Ch. S. Peirce.
alfonso
12 Febbraio 2008 alle 9:13 am