POESIA del SUD
È uno spazio del blog in cui vogliamo raccogliere la poesia di ogni sud del mondo, la poesia di poeti che, geograficamente lontani dai centri culturali, economici ed editoriali, non hanno la compiuta possibilità di essere rappresentati.
In questo spazio vogliamo agitare le acque, non camminarci sopra. Vogliamo increspare le onde di una cultura commerciale e massiva, anziché farle affondare nell’acqua morta del loro catino.
In questo spazio vogliamo, in particolare, essere la costola che diventa persona di un’altra invenzione, di un’altra creatura.
Vogliamo essere la parte femminile e integrativa del «Centro di Documentazione della Poesia del Sud… e per il Sud» di Nusco, che ha in Paolo Saggese e Giuseppe Iuliano il corpo, il cervello, i piedi, il cuore, fegato e mani.
In questo spazio vogliamo essere il tazebau di quanti ci invieranno poesie, meglio se intere raccolte, di quanti vorranno salire su questo gradino di pietra, su questo podio e far sentire, come oratori nel foro di Roma, la loro voce.
alfonso nannariello
_si apre così un nuovo spazio proposto da alfonso nannariello, un nuovo CANALE tematico sul BLOG della Comunità Provvisoria : “POESIA del SUD”.
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«… faremo un giorno una carta poetica del Sud …» (S. Quasimodo)

io sono per le poesie di Gaetano Calabrese. Invito l’amico Franco Arminio e l’amico Alfonso Nannariello a prendere contatto con lui per invitarlo a pubblicare le cose sue più belle e significative.
AR
2 Gennaio 2008 alle 12:44 pm
ALCUNI COMMENTI VENGONO SPEDITI IMPROPRIAMENTE come posta elettronica a: altairpinia@gmail.com
CONVIENE invece SCRIVERLI COME COMMENTI al POST della home page (si evita così lavoro redazionale nel trasferire dalla casella di posta al blog). Per proporre un POST “primario” utilizzare invece l’indirizzo della mail. grazie, angelo verderosa
p.s.: in genere si procederà per inviti a scrivere il POST PRIMARIO (UNO A SETTIMANA), IL RESTO VA NEI COMMENTI.
A.V.
2 Gennaio 2008 alle 10:11 pm
Salve, Sono Gaetano Calabrese concordo con Linda Iurato – che ringrazio per un precedente commento – e sottoscrivo col le sue parole” perché le “mie poesie” [...] “vanno apprezzate anche nella loro musicalità”[...].
Caro Antonio, ti ringrazio per la premurosa sollecitazione non richiesta e per la tifoseria, ma mi corre l’obbligo di dirti che sia Alfonso Nannariello che Franco Arminio sono poeti e sono certo che faranno pervenire al “blog” alcuni loro testi. Naturalmente, io li leggerò con attenzione massima e mi premurerò di offrire miei testi. Lo farò alla mia solita maniera donando l’ultima cosa scritta, poichè non ho mai pubblicato un libro e mi annoio a far traslocare un testo di qualche tempo prima e se al 99 % già recitato e donato. Le due poesie pubblicate nel “blog” erano già state donate a persone; le ho messe qui per un omaggio natalizio ai comunitari e tra gli omaggi che stavo per fare ad amici lontani. Per inciso una poesia del 2002 era stata smarrita in Brasile e un mio amico la rivoleva.
Ebbene, caro Antonio, da un po’ di anni mi considerano, soprattutto fuori dalla nostra provincia, “il poeta errante dell’Irpinia” e un accreditato “performer”.
Oramai sono uno che richiede spazi personali di ascolto nell’ordine di oltre un’ora alla volta e conseguente discussione libera delle persone che intervengono, eccetera.
Per anni ho assistito ad eventi poetici senza mai esprimermi compiutamente ed ho partecipato ad eventi con spazi di tempo ristretti, ma ultimamente relego la mia partecipazione al minimo lasso di tempo di recitazione( se recito) o di ascolto ( se pertecipo da spettatore. Questo se non ho la mi diretta possibilità interlocutoria. Alcuni amici che mi conoscono da lunga data si sorprendono, poi, invece, mi invitano ad hoc a serene discussioni dandomi le possibilità espressive che ti ho accennato perchè hanno convenuto che la mia dimensione espressiva richiede effettivamente queste determinazioni temporali.
Naturalmente qui ci sarà sempre l’obiezione del solito < "farmacista del tempo"> che è sicuro di altri dosaggi attentivi, ecc. ma io non li conosco e per annosissima esperienza personale e ripudio diverse ricettazioni temporalfarmacologiche!
Forse qualche altro dirà che sono troppo presuntuoso, ma personalmente me ne strafotto e posso assicurarti, perché ormai e con comprovato successo, non mi faccio più assegnare da alcuno ad ["X m/h"] *leggasi
[ics metri/ora di parole] (*che bello, vero?, m’è venuta così l’espresione insieme al farmacista del tempo!*) nè togliere il capo del discorso dalle mani prensili della mia consapevolezza!
Che vuoi farci, Antonio caro, sono stufo di alzare il ditino per parlare! Sono a bituato a dare con l’indice pieno diritto alla parola a tutti e a riprendermela con scrupolosa essenzialità!
Antonio caro, oggi in una tua cortese e-mail mi hai invitato a postare nello spazio di mezza pagina, ma io sento che non sarò mai un “blogger” tra “bloggers” (le parole “virgolettate restano e straniere e hanno la “esse” al plurale), anzi sono convinto che chiuderò a giorni questa mia esperienza di scrittura perché da sempre contrario alle gabbie a chi le stabilisce e, per una prudente dose di sfiducia ,a chi le elasticizzerebbe a proprio piacimento. Io per donare so donare e basta, ma per vivere non so stare zitto, nè mi piace essere preconcettualmente ammutolito. Perciò continuo a danzare sempre nel passo a due.
Vedi? Ho scritto a te di getto e ho dimenticato, sia pure nella fastidiosa ristrettezza di questa video-finestra, che stavo scrivendo in uno spazio-commento, comunque sottoposto a visione censoria da pèarte dell’aministratore del “blog”!
Con l’onestà dfi sempre, nell’accadimento di me, adesso mi lo pubblico e ti pubblico, Caro Antonio, Gaetano Calabrese da Lioni, sempre pubblicamente (gaetanocalabrese@tin.it).
“Perdon” per errodi di digt= Fine, 2 gennaio, ore 23:33 al mio computer e INVIO ====
Anonymous
2 Gennaio 2008 alle 10:34 pm
Caro Alfonso ( e cari comunitari),
non sono d’accordo sull’impostazione data al tuo intervento sulla Poesia del Sud. Tralascio il mio giudizio sul centro di Nusco (impostazione letteraria arretrata e reazionaria, visione del sud ai limiti dell’assurdo, politica culturale inserita in malo modo nel territorio o meglio in un modo squisitamente piccolo-borghese tanto per essere indulgenti, eccetera), ciò che invece mi sta a cuore è la scorrettezza di impostazione, certamente involontaria, che dai alla richiesta di dibattito. La Comunità Provvisoria, si riuscirà mai a capire una cosa così semplice, è provvisoria anche perchè fondata su adesioni di singoli. Niente gruppi organizzati, altrimenti la cosa puzza di strumentalizzazioni. Si vuole discutere di poesia del sud? Lo si proponga e lo si faccia, ma come discussione e interventi di singoli sull’argomento. Non un gruppo organizzato che “usa” il blog della comunità per i propri fini, siano essi giusti o sbagliati. Questo deve essere chiaro. Altrimenti ognuno può cercare di portare acqua al suo mulino, e questo non deve avvenire almeno per il tempo di sperimentazione che ci siamo dati.
Con affetto
Michele Fumagallo
Michele Fumagallo
3 Gennaio 2008 alle 5:01 pm
Caro Mike,
sono d’accordo con te per quel che riguarda il metodo. Lo spazio deve rimanere anarchico ma aperto a chiunque si presenti in maniera destrutturata. Ci piacerebbe avere qualche intervento di Paolo Saggese sul nostro blog. non so se gli arrivino le mie email. Forse a Nusco c’è un firewall.
Antonio Romano
3 Gennaio 2008 alle 5:03 pm
carissimo michele,nell’incontro bisaccese, volto ariorganizzare il blog, avanzai come comunitario la proposta diinteressarmi della poesia del sud. non mi fu contestata la possibilitàdi farlo, anzi venne riconosciuta l’esigenza di accostarci a quanto dibuono, cioè di fatto in modo serio e concreto, a ciò che è già unarealtà significativa del nostro territorio, affiché come comunitari siconcorra al suo sviluppo.come sai io non sono politicizza(r)to. non hosegreti interessi. sono sereno nel prestarmi alla collaborazione con leiniziative di paolo saggese e giuseppe iulianograzie della tuaamiciziaalfonso
Alfonso Nannariello
4 Gennaio 2008 alle 10:08 am
Salve!Sono Caetano Calabrese. veramente sono finite le vacanze natalizie e mi sarà difficile partecipare al blog con il mio impaccio telematico e con le difficoltà incontrate per postare e commentare a seguito di mutamenti organizzativi avvenuti con una frequenza comprensibile ma intensa.
Con l’impostazione sommario degli argomenti o post ed il ritorno alla home page le cose sembrano meglio organizzate, perché la titolazione di essi incuriosisce e offre maggiore tempo di riflessione. Lo stesso dicasi per i post pubblicati per autore e con ivi i commenti avvenuti come realistico accadimento della partecipazione.
Sono d’accordo sulla pubblicazione di tutti i commenti anche quelli anonimi ad esclusione di quelli scurrili e offensivi perché sono vere offese personali gratuite che il buon senso, la decenza e la partecipazione democratica non possono consentire. Anzi suggerirei all’amministratore del blog di conservare tali ingiuriosi e anonimi commenti e vorrei qui ribadire, e lo dico sempre a scuola, che in INTERNET è consentito tutto quello che normalmente è consentito nei rapporti reali della vita.
Suggerisco una più attenta etichettatura in fondo alla titolazione dei post, nel senso che il post è sempre di un solo autore e non andrebbero menzionati i commentatori a piacimento dell’aministratore del blog che può scegliere anche un assente – vedi Saggese, peraltro mio amico; ma qui assente totalmente – solo perchè forse il nome di taluno farebbe richiamo alla lettura del post, e perchè poi si escluderebbero altre persone che semmai hanno commentato con serietà e dato buoni spunti alla discussione e alla riflessione, etc.
Quindi, occhio e poca foga ad echitettare!
Un altro suggerimento importante per evitare disguidi e natura degli scritti: se un blogger scrive un commento deve restare tale e se l’amministratore vuole farlo diventare un post con titolazione nella home page è bene che chieda al commentatore se è d’accordo (questo e capitato a me che avevo commentato il resoconto di Fumagallo e poi mi sono trovato postato in pagina in un ordine arbitrario e direi quasi non pertinente e polemico – natauralmente la polemica con Michele Fumagallo andava fatto perchè non sono economico di parole nel manifestare il mio punto di vista sia per accettare e sia per disappunti).
Inoltre, avendo veramente avversione per l’uso di nik-name ritengo che dobbiamo prorpio e vitarlo perchè favorisce solo alcuni tra noi cioè coloro che hanno conoscenza diretta o mutuata della persona “nicchenemerizzata”! Alè, ((°_°)) proprio scritto in italianglese! evviva, così fra tre anni lo metteranno nel vocabolario aggiornato!.
Seriamente, proseguendo,ad esempio, io non so ancora chi sia il “giardiniere” ed “altr” e non mi incuriosice affatto. Qui siamo tutti autentici e rispettabili e non fa per me il gioco a moscacieca, perchè svantaggia chi autenticamente si rende rintracciabile e ciò non incentiva l’anonimato spazzatura diffuso che abbiamo constatato.
Un’altra credo simpatica connotazione alle tante Irpinie etichettate su nella banda rossa, ne propongo una in aggiunta per equilibriatura scrpttoria: “L’ALTA OFANTINIA” giusto per pareggiare con l’HARMINIA che già s’è circoscritta “L’Irpinia d’Oriente” e mettiamo una volta per tutte in pari il “T.A.” che sta per intero Territorio Altoirpino che mi vede conterraneo nello stesso tomolo di terra dell’amico Lillino Verderosa valente Organizzatore telematico del blog, e non se ne parla più! Gaetano Calabrese dell’Alta Ofantinia = gaetanocalabrese@tin.it pubblicamente come sempre!= Postato alle 03 e 16 del 6 gennaio 2008 ** FINE******
gaetano calabrese
6 Gennaio 2008 alle 2:15 am
carissimi,
rispondo in merito alla destrutturazione dello spazio del blog comunitario, visto che in qualche modo mi è stato detto che involontariamente lo “userei” per fini quasi incompatibili con il progetto comunitario, e che io stesso sarei “usato”.
a me pare di poter sostenere che qualsiasi mio intervento è assolutamente libero e personale. magari porto acqua ad un’organizzazione, ma questa organizzazione (il centro di documentazione di poesia del sud di nusco), guarda un po’, nasce con il nostro stesso intento di valorizzazione delle risorse territoriali. in più nasce dal basso e non è assolutamente espressione di centri di potere.
perché non è possibile una serenità di giudizio e lo si inquina con visioni ideologizzate delle cose?
perché non è possibile farsi sostegno di una iniziativa condivisa?
alfonso
alfonso
9 Febbraio 2008 alle 9:54 am
C’è tanta eco. E sponda. Si contano affinità ed analogie in un’area geografica vasta ed affollata che se non parla riesce comunque a far parlare di se stessa. E tutto questo, nel bene e nel male, oltre i luoghi comuni. Nel Sud si vive e si sopravvive. Del Sud si parla e si sparla. Sul Sud più di qualcuno ha creato la sua fortuna, a cominciare da una classe politica paladina dei propri filiani (e interessi) ed estranea, anzi, talvolta malvagia verso la propria terra. C’è chi ha scritto e chi scrive; chi ne ha fatto momento ed oggetto di poesia e chi si ingegna a farlo. Poesia ruvida e tagliente come pietra. Poesia sul filo della memoria, spesso prossima allo scontro. Poesia di sette dolori e di una qualche speranza. Poesia-denuncia di giustizia negata, di usi ed abusi. Poesia di amore sociale, come un credo.Ai “tre legati ereditari”del Sud (malaria, frane e terremoti, solo la malaria è stata debellata) si aggiungono la malaria politica e le sue complicazioni infettive. Ecco perché ci interessiamo di Sud e poesia. Ecco perché abbiamo voluto dedicare un convegno su Rocco Scotellaro a Nusco nella terra d’Irpinia, sede del Centro di Documentazione sulla poesia del Sud.Scotellaro, poeta della libertà contadina, è meritevole di un contributo a più voci e di diverso aspetto. E’ quanto abbiamo voluto dare – auspice il prof. Paolo Saggese – insieme all’Amministrazione comunale, unitamente all’apporto di accademici e studiosi. Ma più di qualcosa con questa “pulce rossa” – il vezzo familiare con cui Rocco veniva chiamato – è condivisibile; in parte come eredità, per altra come scelta e testimonianza di vita. Un impegno civile che sul fronte meridionale trova Vittorio Bodini, Lorenzo Calogero, Franco Costabile, Libero de Libero, Leonardo Sinisgalli, Domenico Rea e Mario Trufelli. E su quello irpino Nicola Arminio, Antonio La Penna, Pasquale Martiniello, Giuseppe Saggese, Pasquale Stiso, Giuseppe Tedeschi. Anche chi scrive ritiene Scotellaro un modello di valenza poetica e politica, oltre la militanza e la tessera. Un manifesto lirico-sociale che si fa ancora apprezzare per lettura e rivelazione.Anzi con fierezza irpina, facciamo nostro l’assunto di Guido Dorso, ovvero “La rivelazione poetica” come “la più perspicua forma dell’intelligenza umana”. Una verità rivelante a dispetto di Arcadia e di accademie. Una verità ed una poesia reale, ansi neorealista che, incuneandosi tra le crepe e le maglie sociali, rivela l’humus, radici e detriti.Per Scotellaro nucleo essenziale è la famiglia, altare domestico. A cominciare dal padre, campione di dignità e di resistenza, senza compromessi. “Mio padre misurava il piede destro/ vendeva le scarpe fatte da maestro/ nelle fiere piene di polvere,/ tagliava con la roncella/ la suola come il pane,/ una volta fece fuori le budella/ a un figlio di cane….E morì – come volle – di subito,/ senza fare la pace col mondo.”Per continuare con la madre “Intenta ai corredi nuziali/ e rifinire le tomaie alte” – un rapporto privo di ogni conflitto – fatta segno di ogni attenzione e dolcezza: “Mamma, tu sola sei vera/ e non muori perché sei sicura” o ancora “Se mi prendete voglio volare/ su mia madre lontana formica”. Qui ci sono orgoglio e compostezza. Riscontri che ritroviamo nei “Canti della memoria” di Martiniello e in “Madre del Sud” di Saggese.Dalla famiglia la poesia si trasferisce – ma resta un tutt’uno – alla casa, al paese. Orizzonte. Siepe ed infinito. Il paese “continua la sua storia/ “sotto il cielo stellato a foglia a foglia”. Un rapporto ombelicale, dove corpo e spirito sono sfibrati dalla doppia faccia della gente, che rivendica con prepotenza il suo voler essere “padrone” “ed è geloso a morte dell’uguale”. Con queste pretese chi va in frantumi è proprio il paese, oggetto per un tempo di fantasiose teorie sociologiche condensate in un ”familismo amorale” responsabile di incrostazioni e contesti incartapecoriti, sicuri ostacoli al progresso e alla civiltà.In Scotellaro non c’è malanimo. In un susseguirsi di immagini, dai forti richiami classici (Alceo, Quasimodo), c’è la conferma di un incarnato amore sociale. Soprattutto con i santi Padri contadini, a cui giunge l’esortazione: “Mettete il vino, beviamo stasera”; o ancora: “Beviamoci insieme una tazza colma di vino!/ che all’ilare tempo della sera/ s’acquieti il nostro vento disperato”.Hanno una vivacità quasi esiodea, ma anche un moderato contenuto fescennino i versi: “E sto bevendo con gli zappatori/ non m’han messo il tabacco nel bicchiere,/ abbiamo insieme cantato/ le nenie afflitte del tempo passato/ col tamburello e la zampogna”. In questa scena apparentemente oleografica si inserisce una matrice comune, riscontrabile nella tradizione delle feste contadine (in primo luogo quella del Carnevale, così cara anche a noi dell’Irpinia). In quel mondo statico e in subbuglio, in cui la campagna era ad un tempo Eden ed Inferno, la poetica di Scotellaro trova denunce e sogni da svelare. In fondo – scriveva Franco Compasso, tra i primi a credere nel legame poesia-Mezzogiorno – la poesia, quando non è il compiacimento individuale ed estetizzante di una visione, di un sogno, di un amore e cioè di un amore esterno e spesso astratto – è sempre una denuncia sociale, un impegno civile di lotta, un inno di protesta, una ricerca di libertà e di verità”. E quindi un atto d’amore, in ogni senso.
Giuseppe Iuliano
comunitaprovvisoria
10 Febbraio 2008 alle 8:47 pm
Il Sud. Quello della festa, quello del pianto, quello del canto. Il Sud simbolico, rituale, favoloso. Quello dei guaritori e delle loro clientele accanto a quello del gioco della falce, del lamento funebre, della malattia magica. Ma anche quello mitico e fuori dal tempo, come un muro assolato, un vecchio che aspetta, lo scialle di una donna. Il Sud del tarantismo, che vibra al suono del violino e del tamburello, che soffre ballando. Che ballando rinasce. Il Sud fermo lì: difficile e senza scelte, senza scampo. Come un bianco e nero senza possibilità di riscatto.
A permettere di rivisitare il Meridione degli anni Cinquanta attraverso gli scatti di Arturo Zavattini, Franco Pinna e Ando Gilardi è la mostra fotografica I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino ospitata, fino al 28 maggio, a Sesto Fiorentino presso la villa S. Lorenzo al Prato. Nata da una collaborazione tra l’Istituto Ernesto de Martino e Bollati Borighieri Editore (per i cui tipi è uscito il prezioso volume che da il titolo alla mostra), l’iniziativa punta i riflettori sull’espressività popolare e, soprattutto, sul particolare metodo di ricerca con il quale de Martino anticipò quella che oggi è definita “antropologia visuale”. “Curiosa. Definirei così questa mostra, perché accanto alla povertà dei mezzi e all’aspetto espositivo quasi inesistente riesce a regalare una forte qualità di immagini, frutto dell’impegno di fotografi che sapevano guardare la realtà”.
Clara Gallini, etnologa e presidente dell’associazione internazionale intitolata al grande studioso, spiega così quest’iniziativa che, aggiunge, “ha una duplice importanza” perché “accanto all’idea di un percorso culturale che guarda al passato per comprendere il presente, si sente forte la spinta all’approccio con mondi diversi. Significa che c’è bisogno di confrontarsi e, soprattutto, di prendere coscienza del metodo conoscitivo cui si è fatto ricorso. Non basta dire che a emergere è la memoria di un passato contadino o la necessità di rivedere come si era prima: quello che viene fuori è la volontà di una ricostruzione. Anche attraverso un appello al simbolismo e al rito”.I viaggi di de Martino, dall’inchiesta a Tricarico (1952) alla “spedizione” in Lucania (1952), fino alla ricerca sul tarantismo nel Salento (1959), effettuati in condizioni precarie per tempi e circostanze, furono organizzati al solo scopo di conoscere una realtà dall’accesso culturale difficile, tanto da richiedere la mediazione di Vittoria de Palma, il cui apporto fu determinante nel facilitare l’approccio con la popolazione locale, soprattutto con le donne. E’ grazie a queste incursioni “in un altro pianeta”, come lo definì lo stesso de Martino, e al materiale fotografico che ne è derivato che oggi è possibile osservare e conoscere un’altra realtà “esotica”, assolutamente lontana dall’omologazione dello sviluppo. Il che non ha significato limitare il campo di studio al solo Sud dell’Italia: la ricerca dell’espressività popolare è un percorso analitico che attraversa tutta la penisola. Ivan della Mea, presidente dell’Istituto Ernesto de Martino, fondato da Gianni Bosio sulla base degli insegnamenti del grande etnologo e della sua équipe per proseguire e incentivare le ricerche da loro intraprese, non crede che ci siano confini di cui tener conto. “Dal punto di vista metodologico, ci occupiamo di tutte le forme espressive autonome a livello di base, sia del contadino che dell’urbano: il nostro scopo è quello di garantire, in Italia, l’indirizzo scientifico della storiografia orale”. Della Mea non esita però a palesare le grandi difficoltà d’accettazione che questo metodo comporta in un panorama di studio fedele ai metodi classici e fin troppo resistente a quelli sperimentali: “E’ ovvio che qualsiasi studio, per accettare questo punto di vista, deve mettere in discussione alcune delle categorie sue proprie. E qui ci sono forti resistenze”.
Il presidente dell’Istituto si dice scettico nei confronti delle riscoperte cicliche dell’etnografia. Piuttosto, preferisce come campo d’azione quello di una ricerca globale che tenga conto dei processi di sviluppo e che cerchi la registrazione dei fenomeni in progressione. In questo senso, uno dei terreni d’analisi privilegiati è la musica, soprattutto “la canzone popolare”, fondamentale perché è stata, ed è, “strettamente correlata alla vita dei popoli contadini”. Ma proprio per questo “va assolutamente contestualizzata”, precisa della Mea: non va dimenticato che questa musica, sottratta al suo ambiente, perde senso e ragione di essere. Non è un caso, infatti, che organismi come l’Istituto de Martino, autofinanziati e forti delle risorse di chi vi si adopera, collaborino con associazioni indipendenti come la Società di Mutuo Soccorso di Venezia, la Lega di cultura di Piadena o l’Associazione Aramiré, impegnata, oltre che nella pubblicazione di libri e nell’approfondimento di un percorso di rivisitazione storica che va dagli anni Settanta a oggi, nella divulgazione di musica popolare salentina. “La musica è determinante in operazioni di ripristino e di diffusione di culture specifiche perché rappresenta un momento di sintesi delle realtà di cui è portavoce e di quelle popolari in particolare” spiega Luigi Chiriatti, presidente di Aramiré e leader dell’omonimo gruppo musicale nato nel 1996. Una musica regalata “tutta dagli altri, dagli anziani”. Lui stesso racconta di aver imparato dagli antichi cantori, “ma adesso inizia a essere diverso: si possono frequentare corsi di tamburello e anche a scuola si insegna ai ragazzi a non perdere le loro tradizioni. Bisogna evitare che si ripeta ciò che è avvenuto al canto polivocale, troppo trascurato e ingiustamente”. Ma il dialetto, in questo senso, che ruolo gioca? Chiriatti, che riconosce come guida degli Aramiré la lezione e l’insegnamento di de Martino, non lo vede vincolante o limitativo per la diffusione di una cultura e dei valori che le appartengono: “La musica è musica. E, banale a dirsi, prima di tutto va suonata: lo si può fare bene o male. Una cosa è certa: se non c’è partecipazione, non dipende dal dialetto. Che comunque funziona e va mantenuto”. Questa musica: un tesoro ereditato per diritto. Un gene trasmesso senza saperlo. Potente e maledetta: che non può andare persa e non può arrivare lontano. Ma che forse neanche vuole. Aramiré. Che nell’orecchio resta, come suono. Sì, ma che cosa vuol dire? “Nasce da una filastrocca che diceva proprio così: aramiré, aramiré…una filastrocca che non credo avesse alcun senso o se ce l’aveva non ho mai saputo quale fosse”.
Chiara Lico (dal blog di Salvatore Mangiacotti)
comunitaprovvisoria
10 Febbraio 2008 alle 8:48 pm
ANALFABETISMO
Il Sud che non sapeva leggere e scrivere oggi non sa navigare su Internet
« I Comuni più poveri – cioè quasi tutti quelli dell’Italia meridionale… – non possedevano i mezzi per le costruzioni ( di scuole) che erano favorite dai sussidi governativi; in conseguenza, i Comuni più benestanti dell’Italia settentrionale avrebbero inghiottito i fondi che si voleva far credere sarebbero serviti a costruire scuole contro l’analfabetismo in tutta l’Italia: una nuova iniquità si accumulava sulle antiche » . Sono parole scritte nel 1955 da Gaetano Salvemini ( Molfetta 1873 – Sorrento 1957) – politico e storico, uno dei padri del liberalsocialismo – nella prefazione del volume dedicato ai suoi Scritti sulla questione meridionale , pubblicati allora da Einaudi.Quelle parole – che si riferivano agli interventi governativi del 1910 – vengono in mente leggendo che Bari è oggi al terzo posto, tra le grandi città italiane, per numero di analfabeti, preceduta solo da Catania e da Palermo. La notizia è stata fornita l’altro ieri dal professor Saverio Avveduto, presidente dell’Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo. L’indagine ha messo in evidenza che in Italia ci sono 2 milioni di analfabeti veri e propri ( per lo più anziani) e quasi 36 milioni di persone, il 66% della popolazione, senza titolo di studio o con la sola licenza elementare. Con dati più preoccupanti al Sud. Nella classifica la Puglia è, col 10%, al quarto posto tra le regioni più « analfabete » , preceduta da Calabria, Molise e Sicilia.Fatto sta che Salvemini, nella prefazione, contribuì a ricordare che l’analfabetismo, dall’Unità d’Italia, è stato uno dei fattori che ha segnato il divario tra Nord e Sud. Il primo censimento del Regno d’Italia, svolto nel 1861 su una popolazione di poco meno di 22 milioni d’abitanti, contava la media nazionale del 78% di analfabeti, quasi il 90% nel Sud. Nello stesso periodo nei Paesi anglosassoni gli analfabeti erano in media il 20 per cento. In Italia l’analfabetismo calò al 21% nel 1931 ( in quell’anno era superiore al 38% nel Mezzogiorno), al 13% nel 1951 ( 28% nel Sud). Nel 1961, a un secolo dall’unificazione del Paese, gli analfabeti erano l’ 8,4%, ma più del 15% nel Mezzogiorno; e, a livello nazionale, il 6,6% dei maschi e il 10,1% delle femmine. I decenni successivi avvicinarono l’Italia alla situazione dell’Europa continentale: nel 1971 la percentuale era scesa al 5,2 e nel 1981 al 3,1, anche perché riguardava soprattutto la popolazione più anziana.
Per altro su un fronte non meno preoccupante, quello dell’alfabetizzazione informatica, oggi il nostro Paese può vantare, si fa per dire, percentuali simili – incluso il divario tra Nord e Sud – a quelle che quasi un secolo fa sottolineavano la distanza tra Italia e Paesi europei più sviluppati. Tanto è vero che l’analfabetismo informatico riguarda quasi due terzi degli italiani, contro un terzo degli altri Paesi sviluppati: la diffusione dell’accesso ad Internet in Italia è relegata ( Cnel, 2004) al 28,5% della popolazione, mentre si registra il 60% in Germania, il 54% in Gran Bretagna, il 43% in Francia, il 68% negli Stati Uniti. Inoltre c’è, appunto, una differenza interna all’Italia: la penetrazione più elevata della rete si rileva in Liguria ( 36,7 per cento), seguita dalla Lombardia ( 36,4), mentre il Sud è in fondo alla classifica con Puglia ( 25,2), Sicilia ( 18,7), Basilicata e Calabria ( 17,8).
Fenomeni con alcune analogie, dunque. Salvemini nel 1955 contribuì a ricordare che la battaglia oggi non ancora vinta sul fronte dell’alfabetizzazione « normale » , è stata all’inizio del Novecento una guerra campale, combattuta anche sul confine tra progressismo e conservatorismo. Nella prefazione a quel volume si può intravedere una delle cause storiche del ritardo che il Mezzogiorno ancora patisce. Cause che trovarono linfa pure nella diffidenza verso il Meridione: lo storico molfettese la percepiva persino nel padre del socialismo italiano, Turati. « Una esperienza mi riuscì più penosa di qualunque altra » , scriveva Salvemini nel 1955. « Eravamo nel 1910. Il Parlamento doveva discutere la legge cosiddetta Daneo- Credaro, che, si diceva, mirava a combattere l’analfabetismo, specialmente nell’Italia meridionale. Mi frequentava Giuseppe Donati, studente universitario a Firenze e democratico- cristiano fervente… Gli detti da studiare quali effetti avrebbe avuto quella legge nell’Italia meridionale » .Poi: « Donati mi portò le conclusioni, perfettamente documentate, del suo studio. La legge combatteva non l’analfabetismo, ma la fame dei maestri; e quello certo era bene. Ma metteva a carico del Governo centrale gli aumenti di stipendio ai vecchi maestri e gli stipendi interi dei nuovi: ora, sic come il maggior numero di maestri si trovava nell’Italia settentrionale, ne conseguiva che i pastori della Sardegna, i zolfatari della Sicilia e i braccianti delle Puglie, che avevano maestri in scarsa quantità o non ne avevano affatto, avrebbero pagato gli aumenti e i nuovi stipendi dei maestri che lavoravano nelle scuole dell’Italia settentrionale; bene inteso che, anche qui, le città, meglio attrezzate, inghiottivano bocconi più abbondanti che i Comuni rurali meno ricchi di scuole.La legge, inoltre, aumentava i sussidi governativi per la costruzione dei nuovi edifici scolastici, ma lasciava sempre a carico dei Comuni una parte della spesa » . Con le conseguenze deleterie sui « Comuni più poveri, cioè quasi tutti quelli dell’Italia meridionale » , richiamate all’inizio.« Quando ebbi preso in esame e controllato i dati raccolti da Donati – riportò Salvemini – andai a Milano a spiegare che bisognava riformare la legge, se si voleva combattere seriamente l’analfabetismo nell’Italia meridionale. Fiasco su tutta la linea! Mi stavano ad ascoltare dissimulando per cortesia fino a che punto li seccavo, e non assumevano impegni di verun genere. In una riunione all’Umanitaria, alla quale intervenne anche il direttore generale dell’Istruzione elementare, Camillo Corradini, cercai di far capire ragione: ben presto mi resi conto che nessuno badava a me, e non feci più perdere tempo a nessuno. La legge Daneo- Credaro rappresentava un vantaggio notevole per i maestri elementari che stavano nei collegi del Nord. Perché dovevano i socialisti del Nord interessarsi di stipendi ed edifici scolastici del Sud, cioè fuori del Nord? » .Cosicché, col varo del suffragio universale nel 1911 ( andarono alle urne anche gli analfabeti: i maschi; per votare le donne dovranno attendere ancora più di un trentennio) Salvemini giunse alla conclusione che « in questa nuova fase della vita nazionale, i socialisti meridionali dovevano far tutto da sé e non impetrare nessuna elemosina di benevolenza dai socialisti settentrionali » : « Avevo perduto ogni speranza di interessare i socialisti del Nord a nessun problema di giustizia che interessasse le classi lavoratrici meridionali » . Risultato: lasciò il Partito socialista.
Di certo, all’epoca Salvemini segnalò i lacci e lacciuoli, politici e culturali, che ritardarono anche l’alfabetizzazione del Mezzogiorno. Oggi ci sono ancora vincoli che frenano lo sviluppo. « Quando sarà la maggior parte delle persone, e non una ristretta cerchia, a cercare e sfruttare le informazioni messe in rete, allora potremo dire che il cervello di Internet avrà iniziato davvero a funzionare » . Lo ha sostenuto Paolo Zocchi, presidente dell’associazione « Una Rete » ( www. unarete. org) e autore del libro Internet, una democrazia possibile ( Guerini e Associati). Vi spiega che l’ostacolo principale alla diffusione di Internet, nello stesso Sud Italia, non è tanto l’estensione delle infrastrutture di connessione e neanche il gap dell’alfabetizzazione informatica ( facilmente superabile): lo scoglio vero è l’ « alfabetizzazione sociale » , la propensione delle persone alla ricerca di conoscenza. Oggi, infatti, il 73% cento degli italiani accede ad Internet soltanto per scaricare la posta elettronica (o per scrivere e scaricare pensierini legati alla propria frustrazione). Come avere un’automobile e usare solo la prima marcia.
di MARCO BRANDO
dal blog di Salvatore Mangiacotti http://salvatoremangiacotti.blogspot.com/
comunitaprovvisoria
10 Febbraio 2008 alle 8:52 pm
carissimi Iuliano, Lico e Brando, ringrazio per la vostra attenzione al canale di questo blog, poesia del sud.
la vostra voce è senz’altro significativa. ho chiesto, pertanto, che i vostri “commenti” diventino post.
perché non coinvolgete altri poeti ad intervenire?
non possono prendere la parola Liuccio, Maffia, Martiniello e tutti gli altri invitati al Festival della poesia di Nusco?
sarebbe interessante, oltre che utile, far circolare anche su questo spazio il loro pensiero e la loro poetica.
grazie
alfonso
alfonso
11 Febbraio 2008 alle 9:23 am