Lettera sulla dittatura
Viviamo in una società totalitaria. L’affermazione, dolorosamente vera, suona falsa perché non si vede chi sia il dittatore e si pensa che la dittatura per essere tale debba somigliare a quelle del passato. La dittatura presente, che potremmo anche semplicemente chiamare la dittatura del presente, è come un suono assordante per chi ha i sensi capaci di percepirla. Viviamo scontenti. Nessuno ci ha dato l’olio di ricino, nessuno ci ha vietato alcunché, eppure siamo qui prostrati da un’altra giornata vissuta sotto la tirannia di un tempo che uccide chiunque voglia confutarlo nel profondo. La pena più grande che ti dà questo tempo deriva dal fatto che sei sotto una lastra di piombo e sei lì a tentare di non farti schiacciare. Non vedi altre mani alzate vicino alle tue, protese nello stesso sforzo. In altre epoche era più facile soffrire o lottare tutti insieme. I problemi degli individui non si spiegavano in termini esclusivamente terapeutici (sei stressato, sei depresso, ecc..) ma in termini storici e sociali.Adesso ogni sorte appare radicalmente personale, come se ognuno avesse un suo carcere confezionato a misura, un carcere da cui poco si intravede degli altri. Accade più o meno una cosa di questo tipo: stai con la pancia sotto le ruote di una macchina che si è rovesciata. Ti agiti, passa qualcuno e non ci pensa minimamente che sia il caso di darti una mano. Magari apprezza pure il tuo sforzo, ma poi fila dritto, perché c’è sempre altro da fare quando dobbiamo fare qualcosa per gli altri. In un certo senso la dittatura è esercitata da ogni individuo su tutti gli altri. E siccome le dittature amano le guerre, si può dire che è in atto una terza guerra mondiale mai dichiarata, una guerra che vede ogni individuo impegnato contro tutti gli altri. Anche questa affermazione è difficile da sostenere perché non si vedono le trincee, non si vede il sangue, al massimo c’è uno spargimento di fango. Il campo di battaglia c’è e corre in ogni forma di comunicazione che si stabilisce tra le persone. Una mail, una telefonata, perfino un saluto, non sono più gesti innocui, non sono semplice manutenzione degli affetti o delle insofferenze. Oggi la comunicazione, in qualunque forma si produca, è in buona parte un atto bellico, è il punto di scontro tra il nostro narcisismo e quello degli altri. Le ricette per capovolgere questa situazione sono divergenti, ammesso che sia simile la consapevolezza della situazione. Questo non è scontato. Tutti si lamentano, ma molti lo fanno per conformismo. Tutti si fanno vedere con la croce addosso, ma per alcuni è di ferro, per altri è di polistirolo. Nessuno ti ammazza, ma tutto funziona a meraviglia per istigare i tuoi nervi, per infiammarli in una tensione senza lenimento. Non puoi trovare compagni di sventura, perché la tua sorte è la sorte di tutti. Nella odierna dittatura gli oppressi sono in numero minore rispetto agli oppressori e questa è la vera novità politica della situazione.Non ci sono scorciatoie. Non ci sono compromessi possibili. Si cominci col dichiarare guerra ai molti dittatori in circolazione senza farsi ingannare dalle loro risposte. Pensate ai politici. Parli male della politica, cioè del loro lavoro, e loro ti dicono che sono d’accordo con te, anzi dicono anche peggio. Questa è una truffa. E allora oggi bisogna avere perfino il coraggio di sottrarsi a certi conflitti quando ti accorgi che sono truccati. La miglior ricetta non è il corpo a corpo coi dittatori, ma la distanza. deve tutelare le ingiustizie presenti nella società. Io penso che non valga tenere il broncio al tempo presente, penso che questo tempo sia straordinariamente penoso, ma che dia anche la possibilità di radicali avventure esistenziali: basta avere il coraggio di compierle. E qui il coraggio non può che venire dalla disperazione, dalla sensazione che in fondo noi non abbiamo nulla da perdere e invece loro da perdere hanno tanto. Ecco il nostro potere, la nostra leggerezza, la nostra eleganza contro la goffaggine dei cosiddetti potenti. La sfida è in corso e l’esito è incerto. Il guaio è che non siamo abbastanza feroci da affondare i colpi. Non bisogna essere in molti per cambiare l’epoca. Questa società ha paura anche di poche anime vive, per questo dà libero sfogo ai morti. Per questo fa parlare tutti e tutti insieme, per soffocare le voci che possono incrinarla veramente. La dittatura una volta agiva sul silenzio, adesso agisce sul rumore, lo aumenta a dismisura. La mia è una lettera dal carcere, inviata, senza troppe meditazioni, ad altri carcerati. Mi piacerebbe che stimolasse la produzione di altre visioni sulla dittatura in cui siamo immersi. Mi piacerebbe che queste visioni prendessero a stare insieme in un ardore insonne che si opponga ai falananna che ci assediano. franco arminio
Carissimo Franco, oltre i tuoi sentimenti, certamente puri, è difficile stabilire cosa sia la democrazia o uno stato di diritti, soprattutto quando il termine “democrazia” è confuso sotto un aspetto democratico liberale che si vuole dare a certe cose, ma che nascondono invece uno stato di diritti apparentemente equo e solidale entro il quale naufragano idee e principi. Anche i più elementari. Questa è l’illusione della democrazia. E’ quello che sta avvenendo in Italia, un Paese fuori da ogni regola e principio democratico delle cose. E, scusami se sono molto ma molto lontano dal tuo PD, ma è il partito che, a mio parere, ha causato la confusione politica che oggi esiste in Italia, quello che ha determinato l’affossamento di ogni valore morale e politica. Infatti, come credi o crediamo di mettere assieme gli uomini della vecchia DC con quelli del vecchio PCI? Ci vogliamo prendere in giro? Se vogliamo farlo, allora continuiamo sulla tua lunghezza d’onda, altrimenti dobbiamo essere coerenti con noi stessi e dire che il partito è nato immorale e rimane immorale, come immorale è questa politica, nata proprio da questa assurda alleanza tesa ad egemonizzare uno stato sociale e politico. Ammiro molto invece quello che stanno facendo Gerardo Bianco e Pezzotta per riportare la politica entro il suo alveo naturale. Siamo sinceri, è un brutto momento quello che stiamo vivendo. Siamo sinceri, è un brutto momento quello che stiamo vivendo perché lontano da ogni regola, norma, principio, valore, in una società che vive giorno dopo giorno quasi senza senso, ognuno occupato all’interno dei propri interessi, lo Stato avulso da ogni realtà. I rimedi? Non sta a me dirlo. Ma, se il bene sta nello stesso male, l’antidoto nello stesso veleno, e se testa e croce non sono altro che gli aspetti della stessa medaglia, il rimedio al male di questa politica non può ritrovarsi se non all’interno della politica stessa. In una politica che ha bisogno di riappropriarsi del senso delle cose, delle sue norme più elementari affinché torni ad essere una nobile arte al servizio certamente della nazione. E sottolineiamo “certamente”. Ed il principio elementare è uno solo: il politico non è altro che il riferimento di una fetta di popolo o di territorio che democraticamente lo hanno eletto a rappresentarlo. Non pretendiamo che questa politica prenda a prestito un Croce, un De Sanctis o un Gentile, come a suo tempo altri certamente più nobili degli attuali fecero, perché questa politica non accetta interferenze ai propri interessi. Ma che pensi addirittura di asservire anche la cultura o la libertà di stampa o la Magistratura, come sta cercando di fare, questo non fa che dimostrare l’estremo punto di decadimento in cui è giunta. Che è il decadimento di una nazione, la nostra.
Ti saluto affettuosamente. D.Cambria
grazie per l’articolata risposta. come avrai letto il mio testo si muove in un’ottica lontana dal partitume.
ti apprezzo molto per …l’ottica lontana dal partitume. Ci vediamo domenica ad Ariano. saluti. domenico
Sì, caro Franco.
E’ molto interessante il tuo scritto sulla dittatura. E’ un argomento di cui abbiamo discusso tante volte, ma tu hai la capacità di renderlo “letteratura”, cioè scrittura piena di “senso”, naturalmente fatta salva la natura veloce del blog (un’altra dittatura?) che obbliga a non dilungarsi troppo.
Io penso che il termine dittatura vada usato con parsimonia perchè può trarre in inganno. La realtà, per quanto mi riguarda, è sicuramente quella di una “dittatura” (camuffata, certo), ma, per non creare equivoci e aggiungere confusione a confusione, dobbiamo onestamente ammettere che non abbiamo ancora la parola per definire il dominio pratico e mentale della ricchezza (di questo si tratta).
Cominciare a nominare le cose è però già fare un grosso passo avanti. Un esempio: perchè chiamare “dieta” alimentare quella che non è altro che un “attacco” alla ricchezza, un “rifiuto” della ricchezza? Dal linguaggio si capisce tanto e questa reticenza nel dare il giusto nome alle cose la dice lunga sulla “dittatura” che ha preso gran parte dell’umanità nelle società del benessere.
Si potrebbe continuare con tantissimi altri esempi, e tutti ci porterebbero nel “cul de sac” in cui siamo stati (e ci siamo) rinchiusi.
Occorre ribellarsi, certo. Ma prima è indispensabile cominciare a rinominare le cose con il loro giusto appellativo. E’ un “nuovo alfabeto”, una traccia di un cammino, di “nuovi consumi” che ci portino al di fuori della “prigione”.
Bene hai fatto a mettere il dito su questa piaga. La discussione è avviata.
Affettuosamente
Michele Fumagallo
è una settimana faticosa
il governo che muore
la spazzatura che avanza
il rimpasto alla regione
le persone sempre più esasperate
nessuno può più niente
in procura si sono impennate le denunce
negli uffici pubblici c’è stasi burocratica, tanto sono inamovibili
stasi burocratica, in attesa della telefonata di turno
stasi di una burocrazia docile e obbediente
stasi di una burocrazia già in attesa di nuove elezioni
necessita individualizzare le responsabilità nel pubblico impiego
l’unico balsamo di questa giornata lo trovo nei commenti del blog
rileggo quell’urlo lanciato da enzoluò
av
La vera dittatura…
“(…)Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò ch’io sono e posso non è dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella fra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l’effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, senza ingegno, ma il denaro è onorato, dunque lo è anche il suo possessore. Il denaro è il più grande dei beni, dunque il suo possessore è buono: il denaro mi dispensa dalla pena di esser disonesto, io sono, dunque, considerato onesto; io sono stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di ogni cosa: come potrebbe essere stupido il suo possessore? Inoltre questo può comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è egli più intelligente dell’uomo intelligente? Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie deficienze nel loro contrario?(…)”
Karl Marx
… è quella del denaro.
questo testo non è recente e quando è uscito su nazione indiana (in una versione leggermente più liunga) ha suscitato molta discussione ed ha avuto molta circolazione nella rete.
ora è qui. l’ho messo e ne metterò anche altri che non c’entrino nulla con il teatrino mediatico. però noto che quando la riflessione s’impenna la partecipazione diventa pià difficile ed è questo che la comunità deve evitare. dobbiamo avere la capacità anche di stare sui temi alti.
La storia come ce l’hanno raccontata - mi par di ricordare - ha sempre svoltato, perché poche anime vive, con un “altro” pensiero politico, economico, sociale, artistico e soprattutto con comportamenti fuori dalle consuetudini dell’epoca, hanno tracciato quel sentiero che poi si è trasformato in autostrade che hanno condotto a cambiamenti epocali.-
Gli oppressi saranno anche in numero minore rispetto agli oppressori, ma questo mi sembra la naturale evoluzione di un “sistema” democratico che per garantirsi la sua stessa esistenza fonda il funzionamento dei suoi apparati governativi sulla necessità di una forza che deve dominare su un’altra, senza alcun riferimento alla antica dicotomia capitalismo-proletariato.
La dittatura “impalpabile”, senza fucili e divise, senza torture e camere a gas, di difficile accettazione, è però dentro il senso stesso dell’essere governato.
Forse non è superfluo ricordare che il governo in senso lato non è solo la classe “casta”-politica, ma che il peso della classe “casta” degli speculatori e delle lobby economico-finanziare è oggi preponderante nella scelte governative di uno stato.-
Quindi essere governato non significa essere guardato a vista, regolamentato, incasellato, catechizzato, controllato, valutato, comandato da parte di persone (gli oppressori ?) che spesso non hanno né titolo, né conoscenza, né virtù ?
Essere governati non vuol dire essere tassato, monopolizzato, spremuto, concusso, mistificato ? e se fai la minima resistenza , se ti lamenti, non vieni in tutti i modi (subdoli e sfacciati) represso, emendato, disarmato, deriso e spesso schernito, ingiuriato, disonorato ?
A giustificazione e nel nome della pubblica utilità o meglio dell’interesse generale, o meglio ancora di un ordine ormai costituito, da conservare e da non mettere mai più in discussione.
Sono questi i governi e di conseguenza la giustizia e la morale della nuova dittatura dell’epoca democratica?
Non addormentarsi ed agire è già affondare i colpi !
Siamo tutti in libertà vigilata, ed allora è necessario incontrarsi anche clandestinamente , per riorganizzare il proprio stare dentro questa epoca, ma fuori e contro questa dittatura.
Del resto la storia ha svoltato in questi ultimi dieci anni, la rivoluzione tecnica sta ridisegnando la società; non più gerarchie ma decentralizzazione, non più rigidità ma fluidità. Bisogna percorrerli questi nuovi sentieri ed esaltare la capacità di costruire anche piccoli nuclei di persone (gli oppressi ?) dotati di mezzi di produzione necessari ad organizzare una vita sociale ed autonoma.
Nuclei che stanno dentro la logica della rete e che sono i nodi di scambio delle conoscenze, dei prodotti, delle idee, dei mezzi esaltando una visione sociale fondata sul senso del pluralismo, del policentrismo, del federalismo e perché no dell’autogestione !
Dalla Dittatura del Rumore alla Libertà del Silenzio
“Timorosa , una ragazzina brutta, storpia, con i piedi deformi che la fanno zoppicare, e la bocca storta, vive per lo più con i suoi parenti, i Paurosi, a Tremebondo, un malfamato e sperduto paesello della Vallata dell’Umiliazione.
Fidanzata al cugino Codardo vive sotto la costante vigilanza delle zie Depressa e Triste Presentimento.
In mezzo a tante sfortune ha però la fortuna di essere al servizio del Grande Pastore- un personaggio quasi mitico, che balza per le colline e i monti con l’agilità di una cerbiatta -, di cui custodisce le greggi.
Un giorno il Grande Pastore la invita a salire con lui sulle Alte Vette dove – dice – esistono delle sorgenti miracolose, immergendosi nelle quali uno esce completamente guarito sia nel corpo che nell’anima.
Timorosa aderisce con entusiasmo alla proposta del Grande Pastore, ma poi, ossequiente al nome che porta, subito si pente, sopraffatta dalla paura e dall’ansia.
Nello stesso tempo non si sente di venir meno alla parola data e, dopo una serie di peripezie, sormontando le difficoltà proprie e gli ostacoli frapposti dai parenti Paurosi, parte con il Pastore verso le Alte Vette.
Mentre salgono la montagna, incontrano nella natura: alberi, pascoli, greggi, fiori, il cinguettio degli uccelli, rigagnoli d’acqua che, confluendo, diventano ruscelli, torrenti, cascate e, alla fine, i grandi fiumi che, attraversando la pianura, scorrono verso il mare.
A questo punto Timorosa è presa da una curiosità: vuole capire che cosa cantano le acque lungo il percorso che dalle cime innevate le conduce al mare. “Qualche volta – confida al Pastore – nel silenzio della notte, mi soffermo ad ascoltare, mentre sono nel mio letto, la voce del ruscello che scorre dietro il giardino della mia casa. Risuona in modo così allegro e vivo che pare sussurrare ripetutamente un segreto messaggio d’amore.
Penso che lo scrosciare dell’acqua intoni sempre il medesimo canto, sia esso chiaro e profondo o tenue e basso. Vorrei sapere che cosa dicono le acque dolci. Hanno un timbro molto diverso da quello del mare e delle acque salate, ma non riesco a comprenderlo.
E’ un linguaggio sconosciuto. Ditemi, Pastore, vi riesce di capire il canto delle acque quanto scorrono nei loro letti?”.
Il Pastore sorrise, ma poi compie un gesto particolarmente significativo: prende per mano Timorosa e insieme si siedono, silenziosi, sul bordo del ruscello. E mentre sono lì silenziosi, con le acque che scorrono ai loro piedi, d’improvviso gli orecchi di Timorosa si aprono ed essa comprende il messaggio delle acque.”
Hannah Hurnard
Sedersi ai bordi del torrente, e improvvisamente, mentre si sta con le acque che scorrono ai nostri piedi comprenderne il messaggio : “scendere e risalire: ecco il desiderio più dolce e il più dolce dolore”.
Sedersi di fronte al vento di Cairano, e improvvisamente accorgersi, mentre si sta con il vento che ci spazza via, che siamo in compagnia, insieme silenziosi ed ululanti.
Stare con la realtà, è tutt’altro che scontato e può richiedere, a seconda delle circostanze o delle realtà con cui entriamo in contatto, un lungo tempo di preparazione per esempio una frequenza alla scuola di paeseologia, alla comunità provvisoria.
dario
I greci si sapevano cittadini perchè prendevano parte personalmente al dibattito pubblico destinato a definire quale fosse il bene della colletività. in questo si sapevano distinti dai sudditi delle grandi monachie orientali, nelle quali non solo non si dava partecipazione del popolo alle decisioni politiche, ma soprattutto il concetto di bene pubblico era stabilito dall’alto e le misure di sicuezza sociale erano concesse dal potere in modo patriarcale in funzione della conservazione della pace sociale. l’estensione dello stato moderno ha disabilitato la formula della partecipazione diretta, ma la dislocazione dei centri realmente significativi della decisione politica presso organismi internazionali di carattere non elettivo ha definitivamente consegnato all’inattualità anche ogni residuo appello alla democrazia rappresentativa. e noi oggi siamo sudditi e non più cittadini e non solo perché anche il voto, seppure non fosse mutilato da una legge elettorale blindata, ha perso ogni valore, ma anche e soprattutto perché tutti, da destra e da sinistra, i politici parlano in nome dei nostri bisogni e delle nostre volontà senza peritarsi di interpellarci. questa è la dittatura, questa condanna dei cittadini a sudditi, questo patriarcalismo che ci indottrina dall’alto sui nostri desideri e sui nostri bisogni, questa riduzione del “popolo” alla condizione di minorità. no, non è la politica rappresentativa il grimadello per questa pigione, ma solo l’agorà, il ripristino di luoghi pubblici di discussione in cui riapproriarci della nostra capacità di immaginarci un mondo a nostra misura, la rivendicazione della nostra autonomia desiderante e progettuale, la nostra maturità
roberta e dario
che bei commenti!
la comunità provvisoria è proprio il tentativo di ricostruire una piazza.
dobbiamo farlo tutti insieme, così non si stanca nessuno.
“La differenza tra la democrazia e la dittatura è che nella prima ti fanno votare poi ti danno ordini, mentre nella seconda non ti fanno perdere tempo a votare”. Con questa sintesi grezza ma efficace lo scrittore americano Charles Bukowski riusciva meglio di tanti “sinistri” a svelare la truffa della democrazia. Per i democratici il voto libero e uguale è il fondamento della libertà, ma il voto non è mai stato uguale e tanto meno libero. “Cento che agiscano sempre di concerto e d’accordo prevarranno sempre su mille che agiscano liberamente”, faceva notare circa un secolo fa Gaetano Mosca (animatore, con Vilfredo Pareto, del movimento élitista). E in realtà la democrazia è un sistema di oligarchie mascherate, che schiacciano il singolo non “infeudato”. Anche un neopositivista teorico della democrazia come Hans Kelsen sosteneva che la democrazia è un “sistema di finzioni” la cui ideologia, scissa dalla realtà, serve a dare ai cittadini l’illusione di delegare il proprio volere mentre non fanno altro che scegliere da chi essere governati. Una proposizione che in sostanza ricalca quella di Lenin: scegliere ogni cinque anni da quale parte della borghesia essere sfruttati.
caro lucio
ma quando ti fai vedere a uno dei nostri incontri.
comunque complimenti per la serietà con cui ti avvicini alle questioni.
in tempo di discredito per il pensiero vai in contromano.
Ciao Franco,
ti ringrazio per i complimenti, quasi imbarazzanti.
Appena mi sarà possibile parteciperò ad uno dei vostri convegni artistico-conviviali e goliardico-culinari. Per ora mi godo la “prigione dorata” imposta da mio figlio… Mi farebbe piacere portarlo ad uno dei vostri incontri, ma è ancora molto piccolo ed è difficilmente gestibile, essendo una piccola e simpatica “peste”.
Ripeto: non so ancora se e quando potrò, ma alla prima occasione sarò ben lieto di essere tra i vostri commensali.
Lucio
la lettera sulla dittartura merita un dibattito più aperto ematuro. magari anche meno ideologico.
mi dispiace per adesioni poco critiche e piuttosto opportunistiche di soggetti che dovrebbero esprimere una cultura e non hanno idee su niente, solo imbarazzanti atteggiamenti da superstar.
speriamo si parli di questo problema in uno dei nostri incontri convivial-dandy-political-narcisistici-goliardici