COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

quadrara delle aquile

con 5 commenti

metto qui, nel blog della montagna, nel blog che va dietro al paesaggio, un dialogo del poeta CLAUDIO DAMIANI, prossimo ospite della comunità. _ f.a.

Caro Francesco, c’è stato un momento oggi quando camminavamo su quel tratto in quota sul sentiero piccolo nella parte nord che ho avuto un momento come di sospensione, mi sentivo leggera come senza gravità, gli alberi mi respiravano intorno e anche loro sembravano senza peso. Se mi fossi seduta avrei fatto più fatica, se anche fossi stata in volo, ferma trasportata dalla corrente, avrei fatto più fatica. Camminare in quel momento su quel sentiero era come essere sospesa nel vuoto, e non avere nessuna vertigine, era come stare ferma, perfettamente ferma, come non stiamo mai …

Laura a me è successo quando sulla Quadrara delle Aquile ci siamo distesi sulla pietra. Era pietra eppure come era morbida! Dovremmo studiarlo questo calcare del Soratte per come è secco e come è morbido. Stavo sdraiato con le gambe aperte sul duro della pietra, in pendenza per giunta, eppure mi sembrava di non avere peso. Sentivo il sole che mi accarezzava e mi penetrava lentamente dentro, mi avvolgeva nel suo calore. I boschi del versante sud, in che silenzio e in che discrezione posavano! Guardarli quasi faceva trattenere il fiato, quasi la vista non si reggeva e preferivo non vedere, volevo soltanto posare sulla pietra come una cosa e sentire il sole che mi baciava. Tutto lo spettacolo del panorama, non me ne importava niente. Per me era come se non ci fosse. E anche la bellezza dei boschi, non la volevo vedere, la scacciavo via.

Francesco ti ricordi che c’erano un po’ di nuvole, ma avevano lasciato libero il sole. Vagavano qua e là nella brezza. Se lo avessero coperto avremmo sentito freddo. Invece così il sole, per il tempo che si concesse, e regnò sovrano brillando, emanava un tepore, anzi un vero calore, che ci stupiva. Era capace anche di riscaldare il vento freddo, di fermarlo e insieme riscaldarlo: “Ehi tu vento, stai calmo”, e intanto lo riscaldava con il suo alito. Noi eravamo dimentichi delle nuvole, ma loro c’erano. Vagavano ignote. Noi non le pensavamo, ma loro esistevano. Le erbe erano umili, care, non erano superbe di stare a quella altezza. Non dicevano: “Noi stiamo qui alla Quadrara, tutte le altre stanno in basso”. Crescevano come se fossero in basso anche loro. E questa cosa mi faceva venire da piangere. Ma nello stesso tempo mi dava una forza incredibile.

E’ vero Laura, le nuvole c’erano, e noi le avevamo dimenticate. Loro ci guardavano e noi non le guardavamo. Ma anche i boschi non guardavamo, e il paesaggio meraviglioso. Io, con la testa appoggiata alla pietra, tenevo gli occhi senza guardare nel cielo. Sprofondavo come mi succede nell’immensità dello spazio, ma senza vertigini, o con molto poche. Meno di altre volte. Potevo fissare il cielo anche a lungo, anche se poi un po’ di paura mi veniva. Non mi sembrava di cadere, mi sembrava di stare sospeso. Ho detto: “Aspetta un attimo”. Poi sono tornato a stare sospeso. A un certo punto proprio davanti agli occhi m’è passato un aereo: mi sono detto: ma come accidenti fa a volare nel cielo? e nello stesso tempo mi sono detto: ma come si permette di fare una cosa del genere! E nel tempo che pensavo questo il cielo cadeva sopra di me, rovinava come un castello di carte, non era più sacro Etere, era aria, niente. Ma mentre sentivo la capacità umana prometeica, l’uomo sveglio tecnologico faber, la forza che acquistiamo, il maggiore potere, il cielo si allontanava dietro l’aereo, riproponendo, solo un po’ distanziata, la stessa profondità e la stessa vertigine. L’aereo era diventato quasi un disturbo, come l’aereo di carta che lancia il fanciullo e ti colpisce, non ti fa male ma ti disturba. Come mi disturbavano a volte, sulla cima della Quadrara, i rumori dei paesi, rumori di motori dalle strade o dalla ferrovia. E io li dovevo sopportare. Come anche se stai sdraiato una formica ti sale addosso e ti rompe un po’, è inutile negare, e la devi sopportare. Come San Francesco negli ultimi giorni di vita aveva quel tormento dei topi, che lo infastidivano continuamente. Ma lui doveva sopportare.

Francesco hai ragione, guarda gli alberi come stanno fermi. Noi camminiamo e loro non fanno una grinza, ci guardano non so se con invidia o pietà. Noi a volte ci fermiamo, loro non si fermano mai. Hanno una costanza esemplare. Non scappano come facciamo noi, non fuggono davanti al nemico. Quando l’incendio avanza, loro restano lì fermi e aspettano il fuoco.

Laura, quante ore starei vicino a loro in silenzio. Chissà che cosa pensano di noi, non parlano, non dicono niente. Forse non ci vedono, forse ci avvertono come avvertono qualsiasi animale, qualsiasi cosa che si muove nelle loro vicinanze. Non sono capaci di distinguerci. E tra loro, chissà se comunicano? Noi stavamo abbracciati ieri vicino ai loro tronchi, ma loro come possono abbracciarsi?

Non ne hanno bisogno, forse, Francesco. Forse si amano a distanza, affidando al vento i loro semi e amandosi senza conoscersi. Forse anche io e te non ci conosciamo, è il vento che fa incontrare i nostri semi. Forse anche io e te non ci abbracciamo.

Laura a volte penso che gli alberi ci invidino, che pensino: “Beati voi che vi potete muovere, potete andare dove vi pare. Se avete sete potete andare a bere, se arriva l’incendio vi potete allontanare”. Pensa gli uccelli, li sentono saltellare tra i loro rami, poi li sentono a un tratto spiccare il volo e immergersi in quel cielo in cui loro anche sono immersi. Ma io vorrei dire loro: “Alberi, voi invidiate noi, e noi invidiamo voi”. E gli uccelli quando attraversano il cielo, lo attraversano più di un albero? Per il fatto che arrivano fino alle nuvole, lo capiscono di più?

Francesco a me piace stare vicino a loro. Sentirli respirare, sentire i loro sussurri, il loro parlottio continuo e le idee che scorrono nella loro mente. Mi piace toccare i tronchi e stringerli, o anche appoggiare la guancia su di loro. O anche stare ferma seduta accanto a loro, senza fare niente. Mi piace respirare vicino a  loro. Sentire che il tempo che scorre per me, è lo stesso che scorre per loro.

Anche a me, Laura, piace stare vicino a loro, anche senza guardarli. Quando interrompo il camminare e mi sdraio o mi siedo da qualche parte anche Molli si siede accanto a me, e io vorrei ringraziarla che mi sta vicino, vorrei rassicurarla, perché magari si domanda: “Perché si è fermato?”, “Che è successo?”. Ma lei mi sta accanto e si siede. Così anche agli alberi vorrei dire: “State tranquilli, mi sono fermato qui un momento. Va tutto bene”. E anche vorrei ringraziarli, perché stanno accanto a me seduti e mi fanno compagnia, mi lasciano stare nonostante io invada il loro territorio, e gli venga a rompere le scatole. Forse mi sopportano con rassegnazione, e continuano a pensare ai casi loro, a sussurrare bisbigliando, muovendo appena le foglie, a inebriarsi del cielo e dell’aria, a guardarsi tra di loro senza toccarsi, a succhiare dalla terra la linfa vitale, che li fa crescere e prosperare.

Sì Francesco, sotto la metà che vediamo c’è l’altra metà che non vediamo. Una metà sta nel cielo, l’altra metà nella terra. Essi partecipano in egual misura, della luce e del buio. Eppure sono così equilibrati, così composti e sereni. Se il vento è forte loro lasciano che soffi, piegando i loro rami. Lasciano che si sfoghi, senza dirgli niente. Sanno che dopo un po’ si calmerà, che l’aria ritornerà quieta.

Cara Laura, giorni fa scendevo dal passo Mazzocchia per quel sentiero ripido tra i sassi, sul lato sud della montagna. Erano le quattro del pomeriggio, avevo ancora un’ora di luce. Giornata azzurra, con un sole caldo, che bruciava l’aria frammezzo. Seguivo i sassi che scendevano erti, tra le anse dei cespi alti e magri. A un tratto mi sono seduto su un sasso nel sentiero nell’ombra; non vedevo il paesaggio perché i cespi me lo coprivano. Guardavo il sasso e il calcare su cui sedevo. Poroso e fragile e insieme tenace, che aveva resistito milioni di anni, anche quando il monte era un’isola circondata dal mare. Aveva resistito e era stato, era durato per tanto tempo. Aveva guardato il mare, e adesso guardava me, e il cielo. Forse più rugoso di un tempo, più vecchio. Forse più fragile e secco, più facile a rompersi. Tanta acqua era caduta su di lui, tanta acqua e tanta aria, tante erbe e tanti animali, tanti giorni e tante notti. Eppure sembrava quieto, quasi un po’ smemorato. Sentivo il suo respiro piccolo, lento. Tenevo una mano su di lui, e non sapevo staccarmene.

Francesco anch’io voglio rivedere i sassi, voglio stare vicino a loro, voglio sdraiarmi e appoggiare la mia guancia sulla loro guancia. Voglio sentire il loro respiro, il battito lento dentro. Vorrei che mi raccontassero tutto quello che hanno visto. L’età del mare e l’età dei ghiacci, gli animali mostruosi antichi, i romani, gli anacoreti e le streghe, i ladri e i briganti, i tesori nascosti nelle loro viscere. Vorrei che mi dicessero dov’è l’oro, solo per saperlo, senza mai andare a prenderlo.

Laura hai presente il libro di vetta alla Quadrara che non abbiamo mai aperto, su cui mai abbiamo scritto? L’ho aperto ieri sfilandolo da quella specie di scatola di ferro, e l’occhio m’è caduto su questa poesia che ti mando. Non c’era il nome dell’autore, né la data.

Caro monte, tu stai messo in una certa posizione

con una parte a sud più secca, coperta di radi cespugli

e una a nord più umida e verde: qui crescono carpini e faggi

e è bello camminare sui sentieri piccoli

ascoltando l’aria umida e posando la mano sul muschio

che ricopre le antiche pietre.

Tu da quanti milioni di anni stai in questa posizione

e vedi il sole sempre dalla stessa parte

e la città distesa nella grande piana, Roma,

e il mare lontano dietro di lei,

e fosti visto da Orazio, una mattina innevato,

e vedesti, molti anni fa, il mare che ti lambiva i piedi,

fosti un’isola dove crescevano piante misteriose,

poi il mare si prosciugò, e per molto tempo vivesti

senza che ancora fosse nata Roma.

Dietro di te erano e sono altri monti,

ma tu cresci isolato, e da ogni parte ti si vede.

Non sei alto, anzi sei basso, ma io amo

camminare nei tuoi ombrosi boschi,

e tra i cespugli della vegetazione riarsa

amo salire sulle tue punte, e restare un po’ a dormire

stando sdraiato su in cima, senza guardare il panorama.

Amo posare la mano sulle tue pietre,

amo sentire la loro secchezza, e la loro fragilità,

il loro essere vicino alla polvere

e al tempo stesso resistere, il loro essere bucherellate

in infiniti modi, ma non aver ceduto,

il loro essere pietre che hanno visto tante cose,

e il loro essere sempre e rimanere bambine.

.

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DOMENICA 3 FEBBRAIO _________________________

la Comunità Provvisoria si riunisce ad Ariano Irpino 

ore 17 – Museo della Ceramica, centro storico

visita guidata e conoscenza della storia e dei manufatti ceramici

incontro con amici, amministratori e cittadini, a cura di Mimmo Cambria e Antonio Romano

presentazione della Comunità Provvisoria e raccolta nuove adesioni

sottoscrizione della petizione per la salvaguardia della salute e del paesaggio in Irpinia

dibattito sul ciclo dei rifiuti e sulle discariche intercomunali

incontro conviviale e gastronomico al Bivio di Villanova

con preghiera di diffondere questa comunicazione inviandola ognuno alla proprio mailing list


Written by comunitaprovvisoria

31 Gennaio 2008 a 4:56 pm

5 Risposte

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  1. Io ormai sono arianese di adozione, domenica non lavoro, quindi ci vediamo alle 17 al Museo della ceramica! linda

    linda iurato

    31 Gennaio 2008 alle 5:20 pm

  2. vi aggiorno sugli scritti settimanali che il mio amico Eduardo Alamaro pubblica su Press/TLetter; ne riporto uno stralcio … si parla della veglia di preghiera tenuta qualche giorno fa dal Cardinale Sepe nel Duomo di Napoli …
    (i TAG ? architettura, città, rifiuti, miracolo, politica, nutella); buona lettura

    Abbi pietà della città, Signore!

    … La voce del Nostro Gran cardinale era netta, sonante, amplificata ed inquadrata in un eccezionale scenario, di per sé autorevole. In sostanza ed effetti (speciali), il suo è stato un discorso appassionato, pieno d’Architettura e di bellezza della città. Città intesa come giardino di Dio sepolto sotto muntagne ‘e munnezza; al pari della coscienza del cittadino d’oggi, mal governato ed indottrinato dai malamedia. E tutto ciò perché? Per uno sviluppo distorto e diabolico. Frutto di “una opulenza sregolata e irresponsabile”. Cioè di “una modernità sbagliata”, di un apparente benessere che in realtà cela in sé, anzi produce, montagne di rifiuti, muntagne ‘e munnezza (coi galli di turno a cantarci sopra). Cioè il mal-Essere, il peccato, la spazzatura (simbolica e concreta) che ci copre oggi, un Castigo di Dio! E i rifiuti rappresentano, sono il Male. Anzi sono “un tumore maligno che devasta la nostra città!”. Dice poi Sepe (che Seppe dal Signore), che “ci son state un cumulo di diagnosi sbagliate, .. ed ora la città è sfinita, senza più sangue ed energie … bisogna però rimboccarsi le maniche, emergere dai rifiuti, dire basta colle emergenze, tornare alla ordinarietà delle cose, alla città di Dio e degli uomini!!!”. “Bisogna finalmente imboccare”, ha continuato il Cardinale e cardine della Città bella, le “vie profonde per trovare un nuovo cammino … e la Chiesa non ha paura di sporcarsi le mani”. Per questo, aggiunge, “vorremmo anche Noi scavare con le nostre mani tra i cumuli di rifiuti per disotterrare la Speranza. Senza celare però le nostre colpe, perché anche Noi napoletani abbiamo colpe per le montagne di spazzatura che sovrastano le nostre strade e le nostre coscienze … urge cambiare lo stile di vita: Napoli dov’è il tuo sole? …” Da qui il richiamo all’etica dell’Essenziale, dell’Essere, alle “cose semplici e vitali, perché tutto ciò che è nocivo a noi e all’ambiente, alla Natura, è offesa a Dio”. Così conclude poi ‘o Cardinale: “Rialzati martoriata Napoli! Non lasciati mai vincere dal tuo dolore! Riempiamo di vino nuovo otri nuovi (disegnati possibilmente da Eldorado, mi raccomando, nda). Chiediamo per ciò l’intercessione di San Gennaro per arginare questo evento catastrofico …” cioè per rimuovere i cumuli di rifiuti, insieme ai cumuli di peccati d’ogni sorta e sortilegio (e chi li ha favoriti). Così sia!!! Un grande, interminabile applauso, ha salutato la fine dell’omelia, meglio, dell’arringa del Cardinale. Volevo chiedere il bis, o almeno una appendice, ma mi hanno consigliato di no, è irrispettoso. Lo facevo solo perché è raro sentire (a Napoli) queste cose da un pulpito così autorevole (Renato De Fusco a parte).
    A questo punto la scena madre: l’uscita delle ampolle dalla Cappella di San Gennaro. Erano sistemate su una apposita santa macchina trionfale barocca. Assoluta, splendente, tutta dorata ed incensata. Procedeva il Santo nostro Patrono colle sue ampolle, portato a braccia dai fedeli dell’apposita Congregazione. L’hanno poi collocata sul presbiterio, vicino all’altare. Sono iniziate così le preghiere. “Si scioglie o non si scioglie?” San Gennà, fa’ sciogliere tutt’ ‘a munnezza ‘e Napule! Converti in cosa buona e bella, tutta la malarchitettura di speculazione; fai sgravare finalmente Palazzo Gravina con tutti i suoi docenti; scaccia tutte le archistar e i brodostar che ce li hanno portati; liberaci da Zazzà, da tutti i vesuvibbuoni, dai porcelloni e parcelloni volanti. San Gennà, facci campa!!! Saluti speranzosi, W il cardinale dell’architettura di Napoli, Eduardo Alamaro (Eldorado)

    P. S. Il sangue di San Gennaro non si sciolse. La munnezza rimase, insieme a De Gennà, supercommissario anti-rifiuti, rifiutato e contestato. A Roma invece tanto pregò e tuonò che piovve a sinistra. E’ la riprova, se ce n’era bisogno, che senza Nutella non si governa questo Paese! L’Italia è in ginocchio, ma non per pregare, Eminenza! Tutta colpa della Nutella, della promessa di felicità, un vero castigo di Dio. Basta così, non ci crediamo più!! E.A

    Press/TLetter

    31 Gennaio 2008 alle 8:00 pm

  3. AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTA’ VOGLIO DEDICARE QUESTA MIA POESIA, AFFINCHE’ CAPISCANO COMA LA VITA CHE VIVIAMO NON E’ ALTRO CHE UN ESAME PER LA PROSSIMA. MI AUGURO CHA LA CP CAPISCA SEMPRE DI PIU’ IL PROPRIO RUOLO, IMPORTANTE, CERTO, USCENDO ALLO SCOPERTO, NON NASCONDENDOSI COME STA FACENDO, O PER LO MENO LO HA FATTO FINO AD IERI. PER NASCONDERSI DA COSA? DA UNA REALTA’ ORAMAI TANTO PALESE CHE RUOTA INTORNO A NOI? DELLA DISGREGAZIONE DEI VALORI UMANI DELL’UOMO? LA CP HA UOMINI PER FARSI SENTIRE E VALERE. ESSERE ASSENTI IN UN MOMENTO TANTO IMPORTANTE PER LA VITA DELLA NOSTRA REPPUBBLICA, ORAMAI ALLO SBANDO, NON PUò’ CHE RELEGARCI NEL GHETTI DI NOI STESSI.

    GOCCE D’UOMINI

    Gocce di mare
    di cielo
    di terra
    di sogni
    di attesa
    di lutti
    di gioia
    di amore
    di pianto
    di vita
    di angoscia
    di speranza
    di dolore
    di sudore:
    gocce di uomini

    Domenico Cambria

    d.cambria

    1 Febbraio 2008 alle 8:24 am

  4. Sento le pietre soddisfatte quando, con la mano accorta del muratore e un po’ di calce, riprendono il proprio posto nella storia.

    angelo verderosa

    1 Febbraio 2008 alle 10:37 am

  5. Caro Angelo,

    non per polemica ma solo per aggiunta, ti ricordo che le pietre “riprendono il proprio posto nella storia” solo se prima riprendono il loro posto nella storia “i muratori”. Infatti quando “i muratori” (classe operaia, lavoratori, eccetera) sono stati sconfitti dalla storia anche le pietre sono andate a farsi benedire.

    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    1 Febbraio 2008 alle 4:21 pm


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