<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss" xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#" xmlns:media="http://search.yahoo.com/mrss/"
		>
<channel>
	<title>Commenti a: LA NUOVA EMIGRAZIONE</title>
	<atom:link href="http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/</link>
	<description>comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella</description>
	<lastBuildDate>Tue, 01 Dec 2009 11:17:41 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.com/</generator>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
		<item>
		<title>Di: Gianluca Capiraso</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1659</link>
		<dc:creator>Gianluca Capiraso</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2008 08:20:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1659</guid>
		<description>http://irpiniatiamo.wordpress.com</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://irpiniatiamo.wordpress.com" rel="nofollow">http://irpiniatiamo.wordpress.com</a></p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: teoraventura</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1410</link>
		<dc:creator>teoraventura</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2008 13:37:37 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1410</guid>
		<description>Oggi alla Provincia di Avellino è stato presentato il libro &quot;Fore Terra&quot;non mi ricordo chi è l&#039;autore) sull&#039;emigrazione tra fine 800 e inizio 900 e verrà presentato un progetto per la costituzione di una anagrafe provinciale dell&#039;emigrazione, credo in chiave storica. Una buona iniziativa.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi alla Provincia di Avellino è stato presentato il libro &#8220;Fore Terra&#8221;non mi ricordo chi è l&#8217;autore) sull&#8217;emigrazione tra fine 800 e inizio 900 e verrà presentato un progetto per la costituzione di una anagrafe provinciale dell&#8217;emigrazione, credo in chiave storica. Una buona iniziativa.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Gianluca Capiraso</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1378</link>
		<dc:creator>Gianluca Capiraso</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2008 16:37:07 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1378</guid>
		<description>L&#039;emigrazione di oggi?
Chi la conosce meglio di me...un anno a Roma, uno a Milano ed ora stabilmente a Firenze...la mia terra mi manca e anche parecchio
Ma ogni qualvolta ci faccio ritorno...voglio subito scappare...ormai la mia città, quella dell&#039;infanzia, quella in cui sono racchiusi tutti i più bei ricordi, tutte le amicizie e gli affetti, sta morendo, lentamente...Anche rispetto a qualche anno fa il declino è evidente ad occhio nudo...Per non parlare degli anni 90&#039; quando, parlo del boom di Via dè Concilii, Avellino ha avuto la possibilità di diventare un centro di ritrovo per tutti i giovani dell&#039;Irpinia...Invece ora viene evitata anche dagli avellinesi stessi...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;emigrazione di oggi?<br />
Chi la conosce meglio di me&#8230;un anno a Roma, uno a Milano ed ora stabilmente a Firenze&#8230;la mia terra mi manca e anche parecchio<br />
Ma ogni qualvolta ci faccio ritorno&#8230;voglio subito scappare&#8230;ormai la mia città, quella dell&#8217;infanzia, quella in cui sono racchiusi tutti i più bei ricordi, tutte le amicizie e gli affetti, sta morendo, lentamente&#8230;Anche rispetto a qualche anno fa il declino è evidente ad occhio nudo&#8230;Per non parlare degli anni 90&#8242; quando, parlo del boom di Via dè Concilii, Avellino ha avuto la possibilità di diventare un centro di ritrovo per tutti i giovani dell&#8217;Irpinia&#8230;Invece ora viene evitata anche dagli avellinesi stessi&#8230;</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: michele fumagallo</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1149</link>
		<dc:creator>michele fumagallo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 16:09:45 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1149</guid>
		<description>&lt;strong&gt;IL MANIFESTO del 10 Agosto 2005

Come funziona il Museo&lt;/strong&gt;   

Le note di «Non pianger Maria», una canzone rimasta praticamente sconosciuta, che Domenico Modugno scrisse tre anni dopo «Volare», sono nel contenitore musicale della mostra «La nave della Sila», in un&#039;edizione donata dalla famiglia del cantante. Sono alcune delle chicche del Museo Narrante dell&#039;Emigrazione, aperto in agosto tutti i giorni mentre in seguito avrà una programmazione da fine settimana e da visite guidate scolastiche. Il Museo è stato messo in piedi dalla Fondazione Napoli 99 che gestisce anche il Parco «Old Calabria», con il contributo di altre associazioni e fondazioni tra cui la Fondazione Cresci, cioè l&#039;archivio più documentato sul tema, oggi proprietà del comune di Lucca. La struttura ha ulteriori ambizioni, dopo l&#039;inaugurazione del 9 luglio. Nella parte superiore di questa grande stalla ristrutturata, una grande sala attrezzata ospiterà convegni, conferenze e proiezioni sul tema. Mentre in un&#039;altra c&#039;è la biblioteca che sarà arricchita di volta in volta di tutto ciò che è stato scritto sull&#039;emigrazione italiana e sui migranti in genere, oltre ai film e documentari che si andranno ad aggiungere a quelli già in mostra. Una terza sala, tutta in postazione internet, raccoglierà la documentazione sul mondo sconfinato e spesso sconosciuto che è quello dell&#039;emigrazione degli italiani in Australia, Brasile, Canada, Argentina, e altri paesi. (MI. FU.)</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><strong>IL MANIFESTO del 10 Agosto 2005</p>
<p>Come funziona il Museo</strong>   </p>
<p>Le note di «Non pianger Maria», una canzone rimasta praticamente sconosciuta, che Domenico Modugno scrisse tre anni dopo «Volare», sono nel contenitore musicale della mostra «La nave della Sila», in un&#8217;edizione donata dalla famiglia del cantante. Sono alcune delle chicche del Museo Narrante dell&#8217;Emigrazione, aperto in agosto tutti i giorni mentre in seguito avrà una programmazione da fine settimana e da visite guidate scolastiche. Il Museo è stato messo in piedi dalla Fondazione Napoli 99 che gestisce anche il Parco «Old Calabria», con il contributo di altre associazioni e fondazioni tra cui la Fondazione Cresci, cioè l&#8217;archivio più documentato sul tema, oggi proprietà del comune di Lucca. La struttura ha ulteriori ambizioni, dopo l&#8217;inaugurazione del 9 luglio. Nella parte superiore di questa grande stalla ristrutturata, una grande sala attrezzata ospiterà convegni, conferenze e proiezioni sul tema. Mentre in un&#8217;altra c&#8217;è la biblioteca che sarà arricchita di volta in volta di tutto ciò che è stato scritto sull&#8217;emigrazione italiana e sui migranti in genere, oltre ai film e documentari che si andranno ad aggiungere a quelli già in mostra. Una terza sala, tutta in postazione internet, raccoglierà la documentazione sul mondo sconfinato e spesso sconosciuto che è quello dell&#8217;emigrazione degli italiani in Australia, Brasile, Canada, Argentina, e altri paesi. (MI. FU.)</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: michele fumagallo</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1148</link>
		<dc:creator>michele fumagallo</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 16:07:23 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1148</guid>
		<description>&lt;strong&gt;... potrebbe essere utile mettere questa pagina sull&#039;emigrazione che pubblicai il 10 agosto 2005, sul quotidiano &quot;Il Manifesto&quot;. Essa comprende due articoli (uno grande e uno piccolo) su di un importante museo dell&#039;emigrazione in Calabria. &lt;/strong&gt;
Michele Fumagallo

&lt;strong&gt;IL MANIFESTO del 10 Agosto 2005&lt;/strong&gt;

&lt;strong&gt;EMIGRAZIONE &lt;/strong&gt;
Quando eravamo extracomunitari
Un nuovo museo in Calabria, dedicato al secolo e mezzo di emigrazione italiana all&#039;estero. Fondamentale per capire più a fondo chi sono gli emigrati che ora arrivano in Italia 

&lt;strong&gt;CAMIGLIATELLO SILANO (Cosenza) &lt;/strong&gt;
Prima di andare a verificare, dentro un altro pezzo di Sud, in uno dei comuni più emblematici già protagonista in passato di questa lacerazione, contenuti e variazioni della nuova emigrazione meridionale, un&#039;emigrazione che è oggi più cronaca che storia a differenza del grande esodo del passato, viene a puntino l&#039;inaugurazione del Museo Narrante dell&#039;Emigrazione sulla Sila Grande. Dentro la tenuta dove opera il Parco letterario dedicato a Norman Douglass e al suo memoriale «Old Calabria», la «Nave della Sila» (questo il nome del museo con evidente allusione al viaggio) è ospitato nell&#039;antica e grande vaccheria e ha una scenografia suggestiva, curata da Anna Cilìa, che ricalca la tolda di una nave con un sapiente uso delle luci, dei tendaggi e degli spazi. E&#039; in fondo uno dei tentativi di raccontare l&#039;emigrazione italiana, che ha ormai oltrepassato più di un secolo e mezzo di storia, in un&#039;ottica non regionale e per colmare un vuoto soprattutto nell&#039;ambito scolastico dove di quegli avvenimenti si è studiato poco o nulla.


&lt;strong&gt;Materiali inediti&lt;/strong&gt;

È un lungo viaggio dove si intrecciano fotografie e scrittura con molto materiale inedito proveniente da privati e da fondazioni. Il Museo è stato curato da Gian Antonio Stella, giornalista e attento perlustratore del mondo migrante che ha al suo attivo molti scritti sul tema oggi diventati anche pièces teatrali. Il museo è inoltre vissuto nelle sue tre ciminiere, che ospitano ognuna un approfondimento. Nella prima c&#039;è la scaletta musicale dove si può scegliere tra un vasto repertorio di canzoni sull&#039;emigrazione curato da Gualtiero Bertelli. Nella seconda alcune cuccette di terza classe simulano, con precisione letterale e con l&#039;ausilio di foto, rumori e odori, la disperata condizione del viaggio di chi era costretto a partire per la Merica. Nella terza uno spazio dell&#039;Istituto Luce, dove è possibile scegliere questo o quel filmato sull&#039;emigrazione.

Non mancano poi due maniche a vento con specifiche informazioni regionali: in una tutta la storia di una famiglia calabrese su computer, nell&#039;altra la memoria, nome per nome, degli sbarchi dei calabresi in America. La struttura ha poi altri spazi e progetti di cui si parla nella scheda a lato.

«Se devi lasciare la tua patria, salendo sulla nave, distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere», scriveva Pitagora: ed è anche lo scritto che campeggia all&#039;inizio dell&#039;ingresso del museo dell&#039;emigrazione. Naturalmente non sempre è stato così e spesso per molti la patria ha continuato ad essere portata dentro di sé come una malattia. Ma la cosa che colpisce visitando il museo, guardando le foto e leggendo i testi, è la somiglianza impressionante dell&#039;emigrazione italiana con i problemi vissuti dall&#039;immigrazione di ogni colore che da alcuni anni ha invaso il nostro paese. Una somiglianza che si coglie a partire dai volti, poveri e toccati dalla fatica e dall&#039;esclusione. La clandestinità, il razzismo, i pregiudizi, lo sfruttamento bestiale e quant&#039;altro è stato costantemente presente tra i nostri avi migranti.

Per questo il viaggio, che soprattutto le scuole potranno intraprendere alla scoperta di «quando gli albanesi eravamo noi», è quanto mai istruttivo e può aprire gli occhi a tanti ragazzi che di quelle storie spesso conoscono ben poco, prigionieri di una nazione dove la cancellazione della memoria sembra essere diventato lo sport preferito. Poi magari ci sarebbe da discutere di alcune verità nascoste che anche qui non vengono a galla. Come, ad esempio, ed è argomento di cui si parla pochissimo, il ruolo delle donne che rimasero nei loro paesi d&#039;origine e che subirono spesso angherie e vessazioni di tutti i tipi. Oppure l&#039;altra verità nascosta, che racconta che l&#039;emigrazione italiana fu anche quella che è sempre stata qualsiasi emigrazione, cioè l&#039;espulsione di una fetta di popolazione da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono.

Il viaggio nel museo silano inizia con le foto e gli scritti dell&#039;Italia «da cui partivano». Un&#039;Italia povera e con una forte incidenza della mortalità, una nazione contadina dove vigeva il proverbio «peggio perdere una pecora che perdere un bambino». Naturalmente il «nuovo mondo», cioè l&#039;America, presentato, prima della partenza, come un luogo dal fascino incredibile, si rivelava una realtà del tutto diversa, e molte illusioni venivano infrante già sulle navi d&#039;imbarco dove si scopriva un&#039;amara verità. Scrive padre Pietro Maldotti nella sua relazione sul porto di Genova a fine Ottocento: «Non era raro vedere centinaia di famiglie sdraiate sull&#039;umido pavimento... le derrate vendute a prezzi favolosi non sfamavano gli infelici...».


&lt;strong&gt;Cucce per cani&lt;/strong&gt;

Il viaggio fu spesso causa di sofferenze di ogni tipo fino alla morte. Pigiati come acciughe dentro dormitori che erano spesso «cucce per cani», caricate all&#039;inverosimile di «tonnellate umane» e spesso ridotte a sgangherate carrette le navi degli emigranti erano esposte a epidemie che potevano essere devastanti. Sempre dalla documentazione del porto di Genova, secondo Nicola Malnate, ispettore del porto, il trasporto dei nostri emigranti avveniva sui mercantili serviti per la tratta degli schiavi.

Il viaggio nel nuovo mondo si concludeva per i più piccoli in una strage e erano soprattutto le epidemie di morbillo e varicella a provocare decessi di massa. Struggente è il racconto di Francesca Mazzarotto, riportato dalla «Storia dell&#039;emigrazione italiana» dell&#039;editore Donzelli, un&#039;opera che sta scavando profondamente sull&#039;argomento: «Durante il viaggio la bimba mi prese la febbre alta. Tremava. Cercai di scaldarla ma all&#039;improvviso morì. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono tutta da capo a piedi, le legarono una grossa pietra al collo. Alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù in mare». E l&#039;incubo della bandiera gialla, cioè le navi respinte dai porti perché avevano epidemie a bordo, ha accompagnato per anni l&#039;esodo. Grande risalto c&#039;è poi, nella mostra, al problema della clandestinità, di cui si discute a vanvera e con spietato moralismo oggi, mentre è stato problema di massa per i nostri vecchi emigranti che hanno vissuto per anni con la paura del rimpatrio.

In ultimo non va poi dimenticato il filtro spietato che è stato Ellis Island, il posto dove si passavano tutti al setaccio, con metodi umilianti e vessatori, prima di essere ammessi in America. Giornalisti quotati come Regina Armstrong o Arthur Sweeney parlavano razzisticamente di «una gran quantità di malattie organiche in Italia» oppure di «Italiani mentalmente inferiori». Ma c&#039;era anche chi prendeva a cuore i nuovi arrivati. Il fotografo e scrittore Jacob Riis documenta come vivevano gli italiani in America: «In un solo isolato in 132 stanze vivono 1324 italiani per lo più in letti accastellati con più di dieci persone per stanza». A ricordarci poi cosa era il quartiere di Five Points (Cinque Punti), molto prima del film di Martin Scorsese «Gangs of New York», ci ha pensato Adolfo Rossi in un libro del 1914: «A New York c&#039;è quasi da vergognarsi di essere italiani. La grande maggioranza dei nostri compatrioti, formata dalla classe più miserabile delle province meridionali, abita nel quartiere meno pulito della città, chiamato i Five Points. E&#039; un agglomerato di casacce nere e ributtanti, dove la gente viene accatastata peggio delle bestie. In una sola stanza abitano famiglie numerose con gatti, cani e scimmie, dormono nello stesso bugigattolo senz&#039;aria e senza luce». Inutile dire che i pregiudizi contro gli italiani erano all&#039;ordine del giorno e hanno avuto una durata secolare. Se infatti il capo della polizia americana scriveva ai primi del Novecento che «l&#039;America è diventata la terra promessa dei delinquenti italiani», uno spavaldo Richard Nixon aggiungeva nel 1973: «Il guaio è che non ne trovi uno onesto».

Ma anche la seconda grande emigrazione, quella nella vicina Europa non scherza in quanto a vessazioni e sacrifici. A Ginevra, nel 1962, cioè quando già in Italia era iniziato il boom economico, si viveva in 16 in una sola stanza. In Germania, nel 1964, 35 famiglie di nostri connazionali erano alloggiati in una grossa baracca, ex campo di concentramento per prigionieri di guerra sovietici.

&lt;strong&gt;Odio razzista&lt;/strong&gt;

Naturalmente anche qui l&#039;odio razzistico era all&#039;ordine del giorno: se oggi in Svizzera, ad esempio, il 76% della popolazione ha definito positiva l&#039;emigrazione italiana, non vanno dimenticate le vere e proprie cacce all&#039;uomo messe in atto in passato contro gli italiani in città pure dalla forte nomea civile come Zurigo. Racconta Gualtiero Bertelli: «Mi piacerebbe che questo museo avesse un impatto in cui le persone possano non solo conoscere ma soprattutto riconoscersi. C&#039;è già una notizia positiva. Mi ha chiamato un emigrato cosentino che sta in America da più di 40 anni e ha scritto una canzone sull&#039;emigrazione molto conosciuta lì ma sconosciuta in Italia. Ecco, se oltre alla visita del museo, si mettesse in moto una partecipazione che rilancia il ruolo insostituibile della memoria, il successo di questa iniziativa sarebbe più che assicurato». Intanto la struggente nenia di Woody Guthrie canta il dolore della signora Petrucci che perse tre figli (il maggiore aveva 4 anni) uccisi nel massacro di Ludlow, in Colorado. John Rockfeller scatenò la milizia armata contro gli operai in sciopero nel 1914. I morti complessivi furono 66 tra cui 13 bambini. Un massacro brutale e imperdonabile anche se, per rifarsi la faccia, il magnate diede vita alla Fondazione Rockfeller che avrebbe aperto pochi anni dopo il Moma, il più celebre museo d&#039;arte moderna al mondo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8230; potrebbe essere utile mettere questa pagina sull&#8217;emigrazione che pubblicai il 10 agosto 2005, sul quotidiano &#8220;Il Manifesto&#8221;. Essa comprende due articoli (uno grande e uno piccolo) su di un importante museo dell&#8217;emigrazione in Calabria. </strong><br />
Michele Fumagallo</p>
<p><strong>IL MANIFESTO del 10 Agosto 2005</strong></p>
<p><strong>EMIGRAZIONE </strong><br />
Quando eravamo extracomunitari<br />
Un nuovo museo in Calabria, dedicato al secolo e mezzo di emigrazione italiana all&#8217;estero. Fondamentale per capire più a fondo chi sono gli emigrati che ora arrivano in Italia </p>
<p><strong>CAMIGLIATELLO SILANO (Cosenza) </strong><br />
Prima di andare a verificare, dentro un altro pezzo di Sud, in uno dei comuni più emblematici già protagonista in passato di questa lacerazione, contenuti e variazioni della nuova emigrazione meridionale, un&#8217;emigrazione che è oggi più cronaca che storia a differenza del grande esodo del passato, viene a puntino l&#8217;inaugurazione del Museo Narrante dell&#8217;Emigrazione sulla Sila Grande. Dentro la tenuta dove opera il Parco letterario dedicato a Norman Douglass e al suo memoriale «Old Calabria», la «Nave della Sila» (questo il nome del museo con evidente allusione al viaggio) è ospitato nell&#8217;antica e grande vaccheria e ha una scenografia suggestiva, curata da Anna Cilìa, che ricalca la tolda di una nave con un sapiente uso delle luci, dei tendaggi e degli spazi. E&#8217; in fondo uno dei tentativi di raccontare l&#8217;emigrazione italiana, che ha ormai oltrepassato più di un secolo e mezzo di storia, in un&#8217;ottica non regionale e per colmare un vuoto soprattutto nell&#8217;ambito scolastico dove di quegli avvenimenti si è studiato poco o nulla.</p>
<p><strong>Materiali inediti</strong></p>
<p>È un lungo viaggio dove si intrecciano fotografie e scrittura con molto materiale inedito proveniente da privati e da fondazioni. Il Museo è stato curato da Gian Antonio Stella, giornalista e attento perlustratore del mondo migrante che ha al suo attivo molti scritti sul tema oggi diventati anche pièces teatrali. Il museo è inoltre vissuto nelle sue tre ciminiere, che ospitano ognuna un approfondimento. Nella prima c&#8217;è la scaletta musicale dove si può scegliere tra un vasto repertorio di canzoni sull&#8217;emigrazione curato da Gualtiero Bertelli. Nella seconda alcune cuccette di terza classe simulano, con precisione letterale e con l&#8217;ausilio di foto, rumori e odori, la disperata condizione del viaggio di chi era costretto a partire per la Merica. Nella terza uno spazio dell&#8217;Istituto Luce, dove è possibile scegliere questo o quel filmato sull&#8217;emigrazione.</p>
<p>Non mancano poi due maniche a vento con specifiche informazioni regionali: in una tutta la storia di una famiglia calabrese su computer, nell&#8217;altra la memoria, nome per nome, degli sbarchi dei calabresi in America. La struttura ha poi altri spazi e progetti di cui si parla nella scheda a lato.</p>
<p>«Se devi lasciare la tua patria, salendo sulla nave, distogli lo sguardo dai confini che ti hanno visto nascere», scriveva Pitagora: ed è anche lo scritto che campeggia all&#8217;inizio dell&#8217;ingresso del museo dell&#8217;emigrazione. Naturalmente non sempre è stato così e spesso per molti la patria ha continuato ad essere portata dentro di sé come una malattia. Ma la cosa che colpisce visitando il museo, guardando le foto e leggendo i testi, è la somiglianza impressionante dell&#8217;emigrazione italiana con i problemi vissuti dall&#8217;immigrazione di ogni colore che da alcuni anni ha invaso il nostro paese. Una somiglianza che si coglie a partire dai volti, poveri e toccati dalla fatica e dall&#8217;esclusione. La clandestinità, il razzismo, i pregiudizi, lo sfruttamento bestiale e quant&#8217;altro è stato costantemente presente tra i nostri avi migranti.</p>
<p>Per questo il viaggio, che soprattutto le scuole potranno intraprendere alla scoperta di «quando gli albanesi eravamo noi», è quanto mai istruttivo e può aprire gli occhi a tanti ragazzi che di quelle storie spesso conoscono ben poco, prigionieri di una nazione dove la cancellazione della memoria sembra essere diventato lo sport preferito. Poi magari ci sarebbe da discutere di alcune verità nascoste che anche qui non vengono a galla. Come, ad esempio, ed è argomento di cui si parla pochissimo, il ruolo delle donne che rimasero nei loro paesi d&#8217;origine e che subirono spesso angherie e vessazioni di tutti i tipi. Oppure l&#8217;altra verità nascosta, che racconta che l&#8217;emigrazione italiana fu anche quella che è sempre stata qualsiasi emigrazione, cioè l&#8217;espulsione di una fetta di popolazione da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono.</p>
<p>Il viaggio nel museo silano inizia con le foto e gli scritti dell&#8217;Italia «da cui partivano». Un&#8217;Italia povera e con una forte incidenza della mortalità, una nazione contadina dove vigeva il proverbio «peggio perdere una pecora che perdere un bambino». Naturalmente il «nuovo mondo», cioè l&#8217;America, presentato, prima della partenza, come un luogo dal fascino incredibile, si rivelava una realtà del tutto diversa, e molte illusioni venivano infrante già sulle navi d&#8217;imbarco dove si scopriva un&#8217;amara verità. Scrive padre Pietro Maldotti nella sua relazione sul porto di Genova a fine Ottocento: «Non era raro vedere centinaia di famiglie sdraiate sull&#8217;umido pavimento&#8230; le derrate vendute a prezzi favolosi non sfamavano gli infelici&#8230;».</p>
<p><strong>Cucce per cani</strong></p>
<p>Il viaggio fu spesso causa di sofferenze di ogni tipo fino alla morte. Pigiati come acciughe dentro dormitori che erano spesso «cucce per cani», caricate all&#8217;inverosimile di «tonnellate umane» e spesso ridotte a sgangherate carrette le navi degli emigranti erano esposte a epidemie che potevano essere devastanti. Sempre dalla documentazione del porto di Genova, secondo Nicola Malnate, ispettore del porto, il trasporto dei nostri emigranti avveniva sui mercantili serviti per la tratta degli schiavi.</p>
<p>Il viaggio nel nuovo mondo si concludeva per i più piccoli in una strage e erano soprattutto le epidemie di morbillo e varicella a provocare decessi di massa. Struggente è il racconto di Francesca Mazzarotto, riportato dalla «Storia dell&#8217;emigrazione italiana» dell&#8217;editore Donzelli, un&#8217;opera che sta scavando profondamente sull&#8217;argomento: «Durante il viaggio la bimba mi prese la febbre alta. Tremava. Cercai di scaldarla ma all&#8217;improvviso morì. Me la strapparono dalle braccia, la fasciarono tutta da capo a piedi, le legarono una grossa pietra al collo. Alle due di notte, con quelle onde così nere, la calarono giù in mare». E l&#8217;incubo della bandiera gialla, cioè le navi respinte dai porti perché avevano epidemie a bordo, ha accompagnato per anni l&#8217;esodo. Grande risalto c&#8217;è poi, nella mostra, al problema della clandestinità, di cui si discute a vanvera e con spietato moralismo oggi, mentre è stato problema di massa per i nostri vecchi emigranti che hanno vissuto per anni con la paura del rimpatrio.</p>
<p>In ultimo non va poi dimenticato il filtro spietato che è stato Ellis Island, il posto dove si passavano tutti al setaccio, con metodi umilianti e vessatori, prima di essere ammessi in America. Giornalisti quotati come Regina Armstrong o Arthur Sweeney parlavano razzisticamente di «una gran quantità di malattie organiche in Italia» oppure di «Italiani mentalmente inferiori». Ma c&#8217;era anche chi prendeva a cuore i nuovi arrivati. Il fotografo e scrittore Jacob Riis documenta come vivevano gli italiani in America: «In un solo isolato in 132 stanze vivono 1324 italiani per lo più in letti accastellati con più di dieci persone per stanza». A ricordarci poi cosa era il quartiere di Five Points (Cinque Punti), molto prima del film di Martin Scorsese «Gangs of New York», ci ha pensato Adolfo Rossi in un libro del 1914: «A New York c&#8217;è quasi da vergognarsi di essere italiani. La grande maggioranza dei nostri compatrioti, formata dalla classe più miserabile delle province meridionali, abita nel quartiere meno pulito della città, chiamato i Five Points. E&#8217; un agglomerato di casacce nere e ributtanti, dove la gente viene accatastata peggio delle bestie. In una sola stanza abitano famiglie numerose con gatti, cani e scimmie, dormono nello stesso bugigattolo senz&#8217;aria e senza luce». Inutile dire che i pregiudizi contro gli italiani erano all&#8217;ordine del giorno e hanno avuto una durata secolare. Se infatti il capo della polizia americana scriveva ai primi del Novecento che «l&#8217;America è diventata la terra promessa dei delinquenti italiani», uno spavaldo Richard Nixon aggiungeva nel 1973: «Il guaio è che non ne trovi uno onesto».</p>
<p>Ma anche la seconda grande emigrazione, quella nella vicina Europa non scherza in quanto a vessazioni e sacrifici. A Ginevra, nel 1962, cioè quando già in Italia era iniziato il boom economico, si viveva in 16 in una sola stanza. In Germania, nel 1964, 35 famiglie di nostri connazionali erano alloggiati in una grossa baracca, ex campo di concentramento per prigionieri di guerra sovietici.</p>
<p><strong>Odio razzista</strong></p>
<p>Naturalmente anche qui l&#8217;odio razzistico era all&#8217;ordine del giorno: se oggi in Svizzera, ad esempio, il 76% della popolazione ha definito positiva l&#8217;emigrazione italiana, non vanno dimenticate le vere e proprie cacce all&#8217;uomo messe in atto in passato contro gli italiani in città pure dalla forte nomea civile come Zurigo. Racconta Gualtiero Bertelli: «Mi piacerebbe che questo museo avesse un impatto in cui le persone possano non solo conoscere ma soprattutto riconoscersi. C&#8217;è già una notizia positiva. Mi ha chiamato un emigrato cosentino che sta in America da più di 40 anni e ha scritto una canzone sull&#8217;emigrazione molto conosciuta lì ma sconosciuta in Italia. Ecco, se oltre alla visita del museo, si mettesse in moto una partecipazione che rilancia il ruolo insostituibile della memoria, il successo di questa iniziativa sarebbe più che assicurato». Intanto la struggente nenia di Woody Guthrie canta il dolore della signora Petrucci che perse tre figli (il maggiore aveva 4 anni) uccisi nel massacro di Ludlow, in Colorado. John Rockfeller scatenò la milizia armata contro gli operai in sciopero nel 1914. I morti complessivi furono 66 tra cui 13 bambini. Un massacro brutale e imperdonabile anche se, per rifarsi la faccia, il magnate diede vita alla Fondazione Rockfeller che avrebbe aperto pochi anni dopo il Moma, il più celebre museo d&#8217;arte moderna al mondo.</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: lucio2008</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1138</link>
		<dc:creator>lucio2008</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 09:25:13 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1138</guid>
		<description>A PROPOSITO DI &quot;NUOVA EMIGRAZIONE&quot;

Non c&#039;è dubbio che l&#039;emigrazione intellettuale rappresenta la più grave perdita di ricchezze, la sciagura peggiore che possa capitare ad una comunità, poiché questa è costretta a rinunciare alle sue personalità migliori, alle intelligenze più pronte  e vivaci, a privarsi dei suoi figli più capaci e brillanti, quindi delle risorse più preziose. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti che prima erano assolutamente inediti e sconosciuti, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia di un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, quasi un esodo massiccio con elevate percentuali e livelli di scolarità. Infatti, i giovani più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere e piegarsi al ricatto clientelare imposto dai notabili politici locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che invece è un sacrosanto diritto che spetta ad ogni cittadino. Ma si sa che da noi la &quot;cittadinanza&quot; rappresenta un lusso riservato a pochi eletti e privilegiati, ai &quot;figli di papà&quot;. Invece, i &quot;figli del popolo&quot;, della povera gente, sono condannati ad elemosinare continuamente favori, elargiti attraverso un metodo arcaico che è probabilmente un antico retaggio del feudalesimo. Una prassi comune applicata sia per ricevere un misero lavoro (oltretutto a tempo determinato, mal pagato, senza diritti e tutele), sia per ottenere qualsiasi altra cosa, anche la più banale richiesta di un certificato, scambiando e svendendo i diritti come volgari concessioni in cambio del voto a vita. Questo è purtroppo un (mal)costume insito nella “normalità” della vita quotidiana, una situazione quasi “naturale ed ineluttabile”, un elemento immodificabile insito in un’ipotetica e immaginaria legge di natura, che in realtà non esiste. Infatti, la legge naturale non è applicabile alla dialettica storica, che invece è caratterizzata e determinata da tendenze e controtendenze, sempre mutevoli, in stretto rapporto di interazione e reciproca influenza, per cui nulla è davvero eterno ed immutabile nella realtà storico-sociale, come è confermato, ad esempio, dalle rivoluzioni epocali che in passato hanno abolito i privilegi aristocratico-feudali, lo sfruttamento della servitù della gleba e della schiavitù. Fenomeni che per secoli, se non millenni, gli uomini hanno accettato quali condizioni assolutamente “giuste”, in quanto definite come “naturali e inevitabili”. 

Inoltre, mi permetto di fornire una serie (davvero inquietante) di cifre statistiche relative alla realtà delle nostre zone. Trattasi di dati riferiti dall&#039;Istat, che dunque non possono essere tacciati di &quot;faziosità&quot;.

In Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta ben oltre il 20 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 51 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino (più di) un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa. Aggiungo che l&#039;Irpinia, e l&#039;Alta Irpinia in modo specifico, detiene un angosciante primato: quello del più alto numero di suicidi (oltre 40 casi sono stati registrati solo nel 2006, e il 2007 non sembra aver invertito questa lugubre tendenza) per quanto riguarda l&#039;intero Meridione. Un primato tristemente condiviso con la provincia di Potenza. All&#039;origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico. Inoltre, i tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio &quot;triangolo della morte&quot;, così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l&#039;uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l&#039;eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell&#039;area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

Tali dati, pur nella loro gelida ed agghiacciante &quot;asetticità&quot;, ci consegnano un quadro davvero allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani migliori, più capaci e brillanti, a &quot;fuggire&quot; dalla terra in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi ed emanciparsi altrove, per fare fortuna in altri posti, per realizzarsi ed avere successo non solo in ambito lavorativo e professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece verrebbe frustrato e mortificato se restassero qui da noi, in terra irpina.

Lucio Garofalo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>A PROPOSITO DI &#8220;NUOVA EMIGRAZIONE&#8221;</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio che l&#8217;emigrazione intellettuale rappresenta la più grave perdita di ricchezze, la sciagura peggiore che possa capitare ad una comunità, poiché questa è costretta a rinunciare alle sue personalità migliori, alle intelligenze più pronte  e vivaci, a privarsi dei suoi figli più capaci e brillanti, quindi delle risorse più preziose. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti che prima erano assolutamente inediti e sconosciuti, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia di un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, quasi un esodo massiccio con elevate percentuali e livelli di scolarità. Infatti, i giovani più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere e piegarsi al ricatto clientelare imposto dai notabili politici locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che invece è un sacrosanto diritto che spetta ad ogni cittadino. Ma si sa che da noi la &#8220;cittadinanza&#8221; rappresenta un lusso riservato a pochi eletti e privilegiati, ai &#8220;figli di papà&#8221;. Invece, i &#8220;figli del popolo&#8221;, della povera gente, sono condannati ad elemosinare continuamente favori, elargiti attraverso un metodo arcaico che è probabilmente un antico retaggio del feudalesimo. Una prassi comune applicata sia per ricevere un misero lavoro (oltretutto a tempo determinato, mal pagato, senza diritti e tutele), sia per ottenere qualsiasi altra cosa, anche la più banale richiesta di un certificato, scambiando e svendendo i diritti come volgari concessioni in cambio del voto a vita. Questo è purtroppo un (mal)costume insito nella “normalità” della vita quotidiana, una situazione quasi “naturale ed ineluttabile”, un elemento immodificabile insito in un’ipotetica e immaginaria legge di natura, che in realtà non esiste. Infatti, la legge naturale non è applicabile alla dialettica storica, che invece è caratterizzata e determinata da tendenze e controtendenze, sempre mutevoli, in stretto rapporto di interazione e reciproca influenza, per cui nulla è davvero eterno ed immutabile nella realtà storico-sociale, come è confermato, ad esempio, dalle rivoluzioni epocali che in passato hanno abolito i privilegi aristocratico-feudali, lo sfruttamento della servitù della gleba e della schiavitù. Fenomeni che per secoli, se non millenni, gli uomini hanno accettato quali condizioni assolutamente “giuste”, in quanto definite come “naturali e inevitabili”. </p>
<p>Inoltre, mi permetto di fornire una serie (davvero inquietante) di cifre statistiche relative alla realtà delle nostre zone. Trattasi di dati riferiti dall&#8217;Istat, che dunque non possono essere tacciati di &#8220;faziosità&#8221;.</p>
<p>In Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta ben oltre il 20 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 51 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino (più di) un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa. Aggiungo che l&#8217;Irpinia, e l&#8217;Alta Irpinia in modo specifico, detiene un angosciante primato: quello del più alto numero di suicidi (oltre 40 casi sono stati registrati solo nel 2006, e il 2007 non sembra aver invertito questa lugubre tendenza) per quanto riguarda l&#8217;intero Meridione. Un primato tristemente condiviso con la provincia di Potenza. All&#8217;origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico. Inoltre, i tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio &#8220;triangolo della morte&#8221;, così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l&#8217;uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l&#8217;eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell&#8217;area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.</p>
<p>Tali dati, pur nella loro gelida ed agghiacciante &#8220;asetticità&#8221;, ci consegnano un quadro davvero allarmante di cause che probabilmente inducono i nostri giovani migliori, più capaci e brillanti, a &#8220;fuggire&#8221; dalla terra in cui sono nati e cresciuti, per riscattarsi ed emanciparsi altrove, per fare fortuna in altri posti, per realizzarsi ed avere successo non solo in ambito lavorativo e professionale, esprimendo tutto il loro potenziale talento, che invece verrebbe frustrato e mortificato se restassero qui da noi, in terra irpina.</p>
<p>Lucio Garofalo</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: il navigante</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1131</link>
		<dc:creator>il navigante</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 23:49:19 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1131</guid>
		<description>E’ necessario considerare importante la nostra storia, dobbiamo conoscerla, perché se noi non la conosciamo noi non avremo una identità. Se non avremo una identità saremo una comunità senza volto, che non sa nemmeno cosa chiedere. Accetterà supinamente quello che gli arriva, incapace di giudicare se quello che viene fatto lo aiuterà a vivere o a morire</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>E’ necessario considerare importante la nostra storia, dobbiamo conoscerla, perché se noi non la conosciamo noi non avremo una identità. Se non avremo una identità saremo una comunità senza volto, che non sa nemmeno cosa chiedere. Accetterà supinamente quello che gli arriva, incapace di giudicare se quello che viene fatto lo aiuterà a vivere o a morire</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: michele fumagallo</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1127</link>
		<dc:creator>michele fumagallo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 21:17:36 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1127</guid>
		<description>Sì, Lucia,
un uomo senza memoria è un individuo senza identità.
Certo che mi farebbe piacere conoscere altre cose di te e delle tue ricerche. E anzi, fallo, utilizzando anche questo blog, se vuoi. 
Grazie intanto per questa lettera e per il racconto di tuo padre.
E grazie per aver capito che il racconto di sé è la base di qualsiasi costruzione di una &quot;comunità&quot;.

A presto, buona notte.
Con  affetto
Michele Fumagallo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sì, Lucia,<br />
un uomo senza memoria è un individuo senza identità.<br />
Certo che mi farebbe piacere conoscere altre cose di te e delle tue ricerche. E anzi, fallo, utilizzando anche questo blog, se vuoi.<br />
Grazie intanto per questa lettera e per il racconto di tuo padre.<br />
E grazie per aver capito che il racconto di sé è la base di qualsiasi costruzione di una &#8220;comunità&#8221;.</p>
<p>A presto, buona notte.<br />
Con  affetto<br />
Michele Fumagallo</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: lucia</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1126</link>
		<dc:creator>lucia</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 20:27:34 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1126</guid>
		<description>Penso che l&#039;immigrazione non sia un evento naturale come il terremoto anche se spesso i danni provocati da questo evento avrebbero potuto essere meno disastrosi se si fossero adottate  misure più appropriate nella costruzione delle case, se non si ha cura del territorio, se si costruisce senza criterio poi basta poco a fare di una pioggia insistente un&#039;alluvione disastrosa. Ma a parte questo e tornando all&#039;immigrazione sicuramente questa è anche una ricchezza. Ricchezza non solo nel senso strettamente legato ai soldi, anche a questi, perchè io ricordo come cambiò la nostra vita quando cominciarono ad arrivare i soldi dalla Germania. Se prima la mattina mangiavo l&#039;acqua sala poi c&#039;è stato il latte a colazione. Ma soprattutto l&#039;altra ricchezza quella che ha permesso a molti di studiare. E non solo.  C&#039;è anche il sogno. C&#039;è anche altro. 
Anni fa feci questa intervista a mio padre:
&quot;Eccoci pronti, tu padre, io figlia: di fronte. Abbiamo lo stesso naso, gli stessi zigomi, la stessa fronte spaziosa 
E’ passato tanto di quel tempo, adesso tu sei in pensione, vai e torni dalla campagna, zappi, poti, innesti, semini, raccogli. Mai fermo come se volessi recuperare il tempo perduto. Tutto il tempo che sei stato in Germania.  Da piccola pensavo fosse normale che i padri fossero altrove per lavoro. Erano via gli zii, i vicini, gli zii degli zii; per le strade, per le campagne s’incontravano perlopiù donne, bambini e anziani.
Adesso che sono adulta e madre vorrei capire le ragioni della tua scelta. Cosa ti ha spinto a partire per la Germania?
-	La miseria. –
Solo la miseria, sei sicuro?
- Dovevo farlo, per te, per tuo fratello … per farvi studiare –
Questa è la motivazione evidente ma quella nascosta, l’altra, qual è?
-	Non esiste “l’altra” –
Non sono qui per criticare o condannare. Sono qui per capire le ragioni di una scelta. La tua.
-	E’ difficile. Sono passati tanti anni … ricordo la casa senza acqua, senza bagno, senza stufa solo un piccolo camino che non tirava, faceva fumo e basta. Quell’anno l’inverno fu particolarmente rigido. L’estate era stata arida e come se non bastasse anche la grandine aveva fatto la sua parte e il granaio era quasi vuoto. Questa terra  argillosa è piena solo di sassi e crepacci,  per far crescere anche solo un filo d’erba la devi bagnare di sudore. Allora non c’era la motozappa, la mietitrebbia, la pompa che tira l’acqua dal pozzo … solo queste mani (mostra le mani piene di calli, l’indice sinistro ha una falange in meno). Avevamo solo l’asino e queste mani e non bastavano … non bastava lavorare dalla mattina alla sera per essere sicuri di avere un piatto pieno. 
Partì per primo zio Francesco, poi zio Peppino, il mio amico Vincenzo… Lo accompagnai alla stazione. Nel porgergli la valigia di cartone dal finestrino vidi nel suo sguardo preoccupazione ma anche speranza. Mi disse soltanto “Ti aspetto”. 
Certo è che a vedere tutti partire in un certo senso si acquista coraggio. Da quando avevo salutato Vincenzo sapevo che, prima o poi, anch’io avrei riempito una valigia di cartone. -
   Quale fu l’elemento che ti indusse poi a concretizzare questa tua     
   consapevolezza?
-	Non so se ti ricordi la vecchia casa, quella in cui siete nati tu e tuo fratello    
… forse eri troppo piccola per ricordare … ma non ha importanza. Quella casa aveva un portone di legno pieno di buchi, le tarme lo stavano divorando, la serratura, sebbene avesse un maniglione di ferro (arrugginito), cedeva facilmente sotto una spinta violenta. Ebbene qualcuno era entrato in casa e aveva rubato quel poco grano che ancora c’era nel granaio. Ricordo ancora tua madre ferma vicino al granaio, dallo sportello aperto non scendeva neanche un chicco. Non disse una parola, non versò una lacrima, tolse soltanto i piatti dalla tavola e se ne andò a letto.  Non saprei dire per quanto tempo restai fermo vicino al camino e neanche quello che pensai, so che ad un certo punto mi alzai presi il grosso mantello appeso al chiodo dietro le porta e uscii nella sera. Nevicava.  Ricordo le orme che lasciavo dietro di me.. C’era silenzio per le strade, la neve brillava alla luce della luna, rotonda, bianca che mi accompagnava. Adesso mi rendo conto che ogni passo sulla neve era come distaccarsi; mi sembrava quasi di sentire, nel poggiare lo sguardo sulla strada, sulle case, il rumore di una forbice mentre taglia il grappolo dalla vite. Quando arrivai davanti alla porta di zio Renato, restai un attimo fermo prima di bussare. Entrai. Il lumino ad olio illuminava la tavola ancora apparecchiata.  Zia Antonietta mi offrì la sedia e un bicchiere di vino. Non avevo ancora detto una parola riguardo alla mia visita ma zio Renato si alzò, si diresse verso il letto e sollevando il materasso tirò fuori i soldi di carta grossi come fazzoletti. “In bocca al lupo. Quando parti? “Te li rendo appena possibile”. Non era ricco zio Renato quell’anno era stato solo un po’ più fortunato di noi. La grandine aveva risparmiato i suoi raccolti e sua moglie aveva ricevuto una piccola eredità da un lontano parente. Finii il bicchiere di vino e ritornai nella neve. Nella tasca i soldi di carta pesavano. -
Ma adesso a distanza di tanti anni forse riesci a vedere anche un’altra motivazione che va al di là di quella del granaio vuoto e che comunque non la sminuisce né la rende secondaria ma, in un certo senso, l’accompagna. Mi spiego. Eravate più o meno tutti nelle stesse condizioni ma non tutti gli uomini della tua età, padri (o non) partirono perciò suppongo che ci sia “l’altra”.

Una pausa di silenzio segue le mie parole. Il suo sguardo più che lontano sembra accartocciarsi dentro le orbite.

-	Forse hai ragione. Non avevo mai riflettuto su questa cosa. Non tutti partirono. E un motivo ci deve essere. C’è. 
Quando il treno partì dal finestrino guardai voi tre, tu dormivi in braccio a tua madre, tuo fratello attaccato alla sottana con la manina alzata, due occhi sgranati .. ma non ricordo il viso della mamma, anche sforzandomi non ci riesco, ricordo soltanto il movimento della gonna mossa dal vento e fu l’ultima cosa che vidi poi mi girai e guardai davanti a me e una specie di allegria, non allegria, no, ma neanche contentezza …. Non saprei dirti … ma un qualcosa alleggerì il mio dolore, sì, lo alleggerì, e nello stesso tempo mi provocò un vuoto, qui, proprio in mezzo al petto …
Fascino per l’avventura e paura dell’ignoto.
- Paura …. Ma … direi preoccupazione … non sapevo leggere, non sapevo scrivere …. Andare in Germania …. Era lontana la Germania … Era una parola … Era la notte ….
Un sogno?
- Forse –&quot;
Poi un&#039;altra volta Michele, se vuoi, tu e gli altri di questa comunità, vi trascriverò due racconti nati da due successive interviste, una fatta sempre a mio padre e una a mia madre. Da un po&#039; di anni sto facendo questo lavoro sulla memoria perchè penso che un uomo senza memoria è un individuo senza identità, e che l&#039;insieme delle memorie collettive forma la memoria di una collettività. 
Tutti quelli che partecipano a questa comunità provvisoria potrebbero raccontarsi e attraverso il racconto costruire una memoria collettiva.
Fare ciò che tu dici Michele: valorizzare la vita di ognuno per quella che è e di ricostruire, un luogo pubblico. Un Luogo Politico.
Buona serata Lucia</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Penso che l&#8217;immigrazione non sia un evento naturale come il terremoto anche se spesso i danni provocati da questo evento avrebbero potuto essere meno disastrosi se si fossero adottate  misure più appropriate nella costruzione delle case, se non si ha cura del territorio, se si costruisce senza criterio poi basta poco a fare di una pioggia insistente un&#8217;alluvione disastrosa. Ma a parte questo e tornando all&#8217;immigrazione sicuramente questa è anche una ricchezza. Ricchezza non solo nel senso strettamente legato ai soldi, anche a questi, perchè io ricordo come cambiò la nostra vita quando cominciarono ad arrivare i soldi dalla Germania. Se prima la mattina mangiavo l&#8217;acqua sala poi c&#8217;è stato il latte a colazione. Ma soprattutto l&#8217;altra ricchezza quella che ha permesso a molti di studiare. E non solo.  C&#8217;è anche il sogno. C&#8217;è anche altro.<br />
Anni fa feci questa intervista a mio padre:<br />
&#8220;Eccoci pronti, tu padre, io figlia: di fronte. Abbiamo lo stesso naso, gli stessi zigomi, la stessa fronte spaziosa<br />
E’ passato tanto di quel tempo, adesso tu sei in pensione, vai e torni dalla campagna, zappi, poti, innesti, semini, raccogli. Mai fermo come se volessi recuperare il tempo perduto. Tutto il tempo che sei stato in Germania.  Da piccola pensavo fosse normale che i padri fossero altrove per lavoro. Erano via gli zii, i vicini, gli zii degli zii; per le strade, per le campagne s’incontravano perlopiù donne, bambini e anziani.<br />
Adesso che sono adulta e madre vorrei capire le ragioni della tua scelta. Cosa ti ha spinto a partire per la Germania?<br />
-	La miseria. –<br />
Solo la miseria, sei sicuro?<br />
- Dovevo farlo, per te, per tuo fratello … per farvi studiare –<br />
Questa è la motivazione evidente ma quella nascosta, l’altra, qual è?<br />
-	Non esiste “l’altra” –<br />
Non sono qui per criticare o condannare. Sono qui per capire le ragioni di una scelta. La tua.<br />
-	E’ difficile. Sono passati tanti anni … ricordo la casa senza acqua, senza bagno, senza stufa solo un piccolo camino che non tirava, faceva fumo e basta. Quell’anno l’inverno fu particolarmente rigido. L’estate era stata arida e come se non bastasse anche la grandine aveva fatto la sua parte e il granaio era quasi vuoto. Questa terra  argillosa è piena solo di sassi e crepacci,  per far crescere anche solo un filo d’erba la devi bagnare di sudore. Allora non c’era la motozappa, la mietitrebbia, la pompa che tira l’acqua dal pozzo … solo queste mani (mostra le mani piene di calli, l’indice sinistro ha una falange in meno). Avevamo solo l’asino e queste mani e non bastavano … non bastava lavorare dalla mattina alla sera per essere sicuri di avere un piatto pieno.<br />
Partì per primo zio Francesco, poi zio Peppino, il mio amico Vincenzo… Lo accompagnai alla stazione. Nel porgergli la valigia di cartone dal finestrino vidi nel suo sguardo preoccupazione ma anche speranza. Mi disse soltanto “Ti aspetto”.<br />
Certo è che a vedere tutti partire in un certo senso si acquista coraggio. Da quando avevo salutato Vincenzo sapevo che, prima o poi, anch’io avrei riempito una valigia di cartone. -<br />
   Quale fu l’elemento che ti indusse poi a concretizzare questa tua<br />
   consapevolezza?<br />
-	Non so se ti ricordi la vecchia casa, quella in cui siete nati tu e tuo fratello<br />
… forse eri troppo piccola per ricordare … ma non ha importanza. Quella casa aveva un portone di legno pieno di buchi, le tarme lo stavano divorando, la serratura, sebbene avesse un maniglione di ferro (arrugginito), cedeva facilmente sotto una spinta violenta. Ebbene qualcuno era entrato in casa e aveva rubato quel poco grano che ancora c’era nel granaio. Ricordo ancora tua madre ferma vicino al granaio, dallo sportello aperto non scendeva neanche un chicco. Non disse una parola, non versò una lacrima, tolse soltanto i piatti dalla tavola e se ne andò a letto.  Non saprei dire per quanto tempo restai fermo vicino al camino e neanche quello che pensai, so che ad un certo punto mi alzai presi il grosso mantello appeso al chiodo dietro le porta e uscii nella sera. Nevicava.  Ricordo le orme che lasciavo dietro di me.. C’era silenzio per le strade, la neve brillava alla luce della luna, rotonda, bianca che mi accompagnava. Adesso mi rendo conto che ogni passo sulla neve era come distaccarsi; mi sembrava quasi di sentire, nel poggiare lo sguardo sulla strada, sulle case, il rumore di una forbice mentre taglia il grappolo dalla vite. Quando arrivai davanti alla porta di zio Renato, restai un attimo fermo prima di bussare. Entrai. Il lumino ad olio illuminava la tavola ancora apparecchiata.  Zia Antonietta mi offrì la sedia e un bicchiere di vino. Non avevo ancora detto una parola riguardo alla mia visita ma zio Renato si alzò, si diresse verso il letto e sollevando il materasso tirò fuori i soldi di carta grossi come fazzoletti. “In bocca al lupo. Quando parti? “Te li rendo appena possibile”. Non era ricco zio Renato quell’anno era stato solo un po’ più fortunato di noi. La grandine aveva risparmiato i suoi raccolti e sua moglie aveva ricevuto una piccola eredità da un lontano parente. Finii il bicchiere di vino e ritornai nella neve. Nella tasca i soldi di carta pesavano. -<br />
Ma adesso a distanza di tanti anni forse riesci a vedere anche un’altra motivazione che va al di là di quella del granaio vuoto e che comunque non la sminuisce né la rende secondaria ma, in un certo senso, l’accompagna. Mi spiego. Eravate più o meno tutti nelle stesse condizioni ma non tutti gli uomini della tua età, padri (o non) partirono perciò suppongo che ci sia “l’altra”.</p>
<p>Una pausa di silenzio segue le mie parole. Il suo sguardo più che lontano sembra accartocciarsi dentro le orbite.</p>
<p>-	Forse hai ragione. Non avevo mai riflettuto su questa cosa. Non tutti partirono. E un motivo ci deve essere. C’è.<br />
Quando il treno partì dal finestrino guardai voi tre, tu dormivi in braccio a tua madre, tuo fratello attaccato alla sottana con la manina alzata, due occhi sgranati .. ma non ricordo il viso della mamma, anche sforzandomi non ci riesco, ricordo soltanto il movimento della gonna mossa dal vento e fu l’ultima cosa che vidi poi mi girai e guardai davanti a me e una specie di allegria, non allegria, no, ma neanche contentezza …. Non saprei dirti … ma un qualcosa alleggerì il mio dolore, sì, lo alleggerì, e nello stesso tempo mi provocò un vuoto, qui, proprio in mezzo al petto …<br />
Fascino per l’avventura e paura dell’ignoto.<br />
- Paura …. Ma … direi preoccupazione … non sapevo leggere, non sapevo scrivere …. Andare in Germania …. Era lontana la Germania … Era una parola … Era la notte ….<br />
Un sogno?<br />
- Forse –&#8221;<br />
Poi un&#8217;altra volta Michele, se vuoi, tu e gli altri di questa comunità, vi trascriverò due racconti nati da due successive interviste, una fatta sempre a mio padre e una a mia madre. Da un po&#8217; di anni sto facendo questo lavoro sulla memoria perchè penso che un uomo senza memoria è un individuo senza identità, e che l&#8217;insieme delle memorie collettive forma la memoria di una collettività.<br />
Tutti quelli che partecipano a questa comunità provvisoria potrebbero raccontarsi e attraverso il racconto costruire una memoria collettiva.<br />
Fare ciò che tu dici Michele: valorizzare la vita di ognuno per quella che è e di ricostruire, un luogo pubblico. Un Luogo Politico.<br />
Buona serata Lucia</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: michele fumagallo</title>
		<link>http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/2008/02/06/la-nuova-emigrazione/#comment-1121</link>
		<dc:creator>michele fumagallo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 19:02:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://comunitaprovvisoria.wordpress.com/?p=357#comment-1121</guid>
		<description>Cara Lucia,

è bello ciò che scrivi, è quello che io ho sempre pensato, ma noi dobbiamo provare a guardare le cose in un altro modo. 
Dobbiamo vedere l&#039;emigrazione anche come un&#039;espulsione di persone da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono. Mi riferisco ovviamente alle classi dirigenti dei nostri paesi. Guai a dimenticare questo! Guai a pensare che l&#039;emigrazione è una sorta di alluvione o di terremoto. Che colpisce un pò tutti, che dispiace a tutti. Le cose non stanno così. Immagina come sarebbe diversa la realtà se solo potessimo contare su una &quot;stasi&quot; delle persone per un certo periodo (magari un lungo periodo). Ci sarebbero più contraddizioni, più richieste, più proteste, più desiderio di rimboccarsi comunque le maniche, più conoscenza della propria realtà e delle risorse che può mettere in moto, più vitalità infine. E le classi dirigenti tremerebbero un pò di più, non farebbero la pacchia, non starebbero a pontificare ipocritamente anche sull&#039;emigrazione.

Ciò che dici è la descrizione di uno stato d&#039;animo che abbiamo provato tutti (anche quelli che &quot;sono rimasti&quot;). Ma oggi è forse giunto il tempo, non tanto di evitare di partire giacché non dipende da noi quanto invece di &quot;abitare i luoghi&quot; anche da lontano. Naturalmente se si amano e si hanno interessi per quei luoghi. 
La globalizzazione, la costruzione di un&#039;Europa come stato nuovo, la nuova identità nei territori non più racchiusa nel vecchio e piccolo municipio, ci possono dare la chiave per uscire dalla logica triste dell&#039;emigrazione e capovolgere il negativo in positivo.
Voglio dire che Brescia e il Nuovo Municipio dell&#039;Alta Irpinia che dobbiamo fondare (una striscia di montagne che comprendano più o meno le due comunità montane dell&#039;Alta Irpinia e del Terminio Cervialto, per quanto mi riguarda) possono aprirsi e dialogare in modo vitale e continuo. E allora l&#039;emigrazione non sarà più tale ma sarà un viaggio, uno scambio, una scelta libera. Una ricchezza, perchè appartenenza a due luoghi invece che a nessuno.

Ci vogliamo provare, Lucia?
Vogliamo provarci anche con questa benedetta Comunità Provvisoria, se deciderà di esistere, cioé di uscire dai balletti, dai riti stantii, elettorali e non, e invece incontrare le persone, parlare &quot;d&#039;accapo&quot;, senza ideologie di nessun tipo, con il semplice desiderio di &quot;rimettere le cose in ordine&quot;, di valorizzare la vita di ognuno per quello che è. 
Di ricostruire, in definitiva, un luogo pubblico. Un &quot;Luogo Politico&quot;.

Cordialmente
Michele Fumagallo</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cara Lucia,</p>
<p>è bello ciò che scrivi, è quello che io ho sempre pensato, ma noi dobbiamo provare a guardare le cose in un altro modo.<br />
Dobbiamo vedere l&#8217;emigrazione anche come un&#8217;espulsione di persone da un territorio per il consolidamento degli interessi di quelli che rimangono. Mi riferisco ovviamente alle classi dirigenti dei nostri paesi. Guai a dimenticare questo! Guai a pensare che l&#8217;emigrazione è una sorta di alluvione o di terremoto. Che colpisce un pò tutti, che dispiace a tutti. Le cose non stanno così. Immagina come sarebbe diversa la realtà se solo potessimo contare su una &#8220;stasi&#8221; delle persone per un certo periodo (magari un lungo periodo). Ci sarebbero più contraddizioni, più richieste, più proteste, più desiderio di rimboccarsi comunque le maniche, più conoscenza della propria realtà e delle risorse che può mettere in moto, più vitalità infine. E le classi dirigenti tremerebbero un pò di più, non farebbero la pacchia, non starebbero a pontificare ipocritamente anche sull&#8217;emigrazione.</p>
<p>Ciò che dici è la descrizione di uno stato d&#8217;animo che abbiamo provato tutti (anche quelli che &#8220;sono rimasti&#8221;). Ma oggi è forse giunto il tempo, non tanto di evitare di partire giacché non dipende da noi quanto invece di &#8220;abitare i luoghi&#8221; anche da lontano. Naturalmente se si amano e si hanno interessi per quei luoghi.<br />
La globalizzazione, la costruzione di un&#8217;Europa come stato nuovo, la nuova identità nei territori non più racchiusa nel vecchio e piccolo municipio, ci possono dare la chiave per uscire dalla logica triste dell&#8217;emigrazione e capovolgere il negativo in positivo.<br />
Voglio dire che Brescia e il Nuovo Municipio dell&#8217;Alta Irpinia che dobbiamo fondare (una striscia di montagne che comprendano più o meno le due comunità montane dell&#8217;Alta Irpinia e del Terminio Cervialto, per quanto mi riguarda) possono aprirsi e dialogare in modo vitale e continuo. E allora l&#8217;emigrazione non sarà più tale ma sarà un viaggio, uno scambio, una scelta libera. Una ricchezza, perchè appartenenza a due luoghi invece che a nessuno.</p>
<p>Ci vogliamo provare, Lucia?<br />
Vogliamo provarci anche con questa benedetta Comunità Provvisoria, se deciderà di esistere, cioé di uscire dai balletti, dai riti stantii, elettorali e non, e invece incontrare le persone, parlare &#8220;d&#8217;accapo&#8221;, senza ideologie di nessun tipo, con il semplice desiderio di &#8220;rimettere le cose in ordine&#8221;, di valorizzare la vita di ognuno per quello che è.<br />
Di ricostruire, in definitiva, un luogo pubblico. Un &#8220;Luogo Politico&#8221;.</p>
<p>Cordialmente<br />
Michele Fumagallo</p>
]]></content:encoded>
	</item>
</channel>
</rss>
