GOLETO
Sto viaggiando verso casa. Le belle ore al Goleto stanno tutte - ancora intatte – nella mente. Il ricordo di appena ieri è grande quasi quanto la giornata da poco trascorsa. Il tempo via via sforbicerà le dimensioni di questo ricordo, fino a ridurlo a un punto luminoso assai. C’era una luce piena e pulita ieri al Goleto, e fin dall’inizio con tutti noi raccolti in cerchio sotto il sole del mattino ad ascoltare l’amico Antonio Vespucci che ci parlava del formaggio Carmasciano, e intanto ci mostrava “una pezzotta di di circa due chili massaggiata a mano, senza guanti - ci spiega - e con un anno di stagionatura”, e appena dopo ci parla entusiasta di questo nuovo formaggio di 120 giorni che si è inventato il giovane Giovanni Cifrodele, e appena dopo di Mimmo Cecere, di quanto si stia dando da fare per la cultura del maiale. “Kirò kirò” era il verso di richiamo delle donne nelle fattorie lucane, appena dopo quei monti all’orizzonte.
Ricordarle tutte le cose di appena ieri è già impossibile, tante ne sono state, e così i volti, le strette di mano, la cordialità della Comunità Provvisoria. Eccone in ordine alcune: il gatto fedele e fidato del poeta errante Gaetano Calabrese; il pranzo irpino negli orti del Goleto che davvero migliore non poteva essere; Angelo Verderosa che illustra il sapiente lavoro di rimessa in vita dell’illustre abbazia; Antonello Matarazzo e il cantus di Miserere; l’amico Livio Borriello che mi dice degli ultimi aggiustamenti al suo decennale libro “micame”; la voce potente e fresca di Caterina Pontrandolfo; il silenzio mezzo cieco nel buio orchestrato da Dario Bavaro, e… e… e… e…
La ragazza che mi sta di fronte ha con sé i due - rituali - telefonini. Appena poco fa ha salutato il suo ragazzo, e ora, venti minuti dopo, è al telefono con lui. Il grosso della chiamata è per dirgli di “ricordare di ricaricare” il telefonino, e che lo chiamerà una volta arrivata a casa, e gli dirà tutto allora. Mi faccio l’idea che un telefonino è per il ragazzo, l’altro è per tutti gli altri, e che la ricarica di cui gli ha detto andrà a finire sul telefonino amoroso. Ho avuto due libri encomiabili in dono ieri. Il primo è un libro corale. È il terzo volume di “Poeti del sud” edito da Elio Sellino nel 2007. Lo ha curato Paolo Saggese che nell’introduzione ribadisce la sacrosantissima richiesta che alla cultura poetica meridionale sia data tutta l’attenzione che le spetta. In esso Faustino De Palma, Giuseppe D’Errico, Giuseppe Iuliano, Teresa Romei e lo stesso Saggese ci dicono dei poeti Aurelio Benevento, Alfredo Bonazzi, Amerigo Salvatore Caputo, Agostino Minichiello, Nicola Prebenda e Giuseppe Tedeschi.
“Spesso la vita presenta l’imprevedibile, e realizza sogni, redime o annienta. La storia che cercheremo di raccontare è quella di un omicida divenuto poeta.” Attacca a questa maniera il saggio su Alfredo Bonazzi, l’uomo redento “da un battesimo di lacrime e dal dono della poesia fatto agli uomini.” Il treno corre velocissimo. Lentamente leggo la bella poesia sul gigante Rigotti. Inizia a questa maniera: Dopo la mia la cella undici (dov’era il gigante Rigotti) è ancora vacante. Ha strane voci il vento che ama quel vuoto; lo si sente con toni diversi sostare segreto per riemergere con un passo o una voce che mi riapre il ricordo. Pare di vederlo il poeta redento Bonazzi che scrive di Rigotti nella cella affianco, pensoso e umanissimo. A Italo De Feo, poche pagine dopo, è dedicata la nobile “Irpinia” raccontata con le parole di “un giovanissimo ribelle, / esiliato nel vuoto degli anni.” * Sull’ Eurostar verso Milano, fino a Termoli, il paesaggio litoraneo non si è ancora guastato. La terra arriva alle marine nuda e bella, in una bruma grigio chiaro e trasparente che ricopre tutto da venti metri più in là in poi. Nel vagone dove sto è salito un giovane che era partito stamattina come me da Lacedonia. Ha il volto serio e composto. C’è - un po’ sarà perché lo so – dell’Irpinia in quel volto. Oggi non c’era “Vento forte tra Lacedonia e Candela”, e a scendere giù da Bisaccia con Franco le nostre parole si sono fermate quando abbiamo visto Sant’Agata, la piramide dauna per intero rivestita di case sul solo fianco rivolto a sud. Sono molto grato a Franco Arminio per questi giorni irpini, per la sua impagabile ospitalità che assomiglia alla luce di queste ore, quella che lui chiama - quando c’è - “la bella luce di febbraio”.
L’altro libro che mi è stato donato l’ha scritto Alfonso Nannariello. È stato edito a Grottaminarda da “Delta 3 Edizioni”. Questo libro qui racconta di una sola poesia, “Calitri” di Giuseppe Ungaretti. L’esatto opposto dell’altro verrebbe subito da dire, e invece no. La dedizione a una poesia di Nannariello e la coralità di Saggese sono la cifra di un umanesimo che a non pochi appare la vera urgenza fra la moltitudine di vanissime urgenze di cui è fatta adesso la nostra vita, e quasi tutte strumentali alla macchina mai esausta di sé delle merci. Ungaretti è anche il dedicatario di una poesia di Bonazzi da “L’ergastolo azzurro”. La poesia si chiama “L’ultima rosa di maggio”. Gli scrive quella poesia “da una lunga notte, / dove sonnolenti papaveri / respirano a stento tra le crepe / delle mura sbiancate.” E gli scrive nell’ora “in cui il mare racconta / al cielo assente di luna / la paura del coniglio nell’erba / e l’incubo della rondine / in agguato d’aurora.” * Nel vagone squillano i telefonini. La ragazza (quella che chiamerà il ragazzo appena giunta) ha inforcato un paio di occhialoni neri che le coprono metà del volto. Guarda le marine. Marine scurissime nella bruma trasparente. Saremo una sessantina sul vagone. Più della metà dei passeggeri sono giovani e più della metà di loro è impegnata a manovrare i telefonini. Il giovane di fronte sta leggendo un libro che si chiama “Il passato è una terra straniera”. A casa scoprirò che l’ha scritto Gianrico Carofiglio. La scheda IBS mi dirà che parla di Giorgio, “ventidue anni, famiglia di intellettuali borghesi, studente modello, vita normale e un po’ noiosa. Senza crepe, in apparenza”, e di Francesco, “torbido, misterioso e affascinante. E prestigiatore. E baro. Le loro vite viaggiano separate fino all’incontro che segnerà il destino di entrambi. I due diventano amici e passano da una partita di carte truccata all’altra, da un misfatto all’altro, da un’avventura all’altra in un vortice che è insieme ubriacante avventura picaresca e inarrestabile discesa agli inferi. In parallelo corre il racconto di un’indagine condotta da un tenente dei carabinieri su una serie di misteriose violenze. Una storia struggente sull’amicizia e il tradimento. Un’avventura picaresca in una Bari segreta e allucinata.”
Insomma - a leggere la scheda - sembra che se “il passato è una terra straniera” il presente è “un vortice ubriacante”.
Le marine si sono pressoché guastate per intero. È iniziata la città lineare e continua che finirà non si sa dove. * Riapro il libro di curato da Paolo. L’ultima poesia è di Giuseppe Tedeschi e inizia così: Ricordo il vostro cuore di quel nostro incontro. Sono belli questi due versi che insieme ne fanno uno in molti cuori. Appoggio la testa alla poltrona. Mi ripeto: Ricordo il vostro cuore di quel nostro incontro. Sì di questo nostro incontro al Goleto ricorderò il vostro cuore, la vostra umanità e il vostro umanesimo; sarà da loro che partirà la luce di quel punto che nel tempo diventerà la giornata di appena ieri.
A Pescara mezz’ora fa sono sceso dal vagone otto secondi per fare sedici ubriacanti tirate di sigaretta. Due giovani si stavano baciando appassionatissimamente. Era lui che stava per partire. Lei rimaneva lì, a Pescara. Con loro c’era la madre di lei. Era la madre di lei, ne sono certo. Si era allontanata un po’, per riserbo. Avrà avuto dieci anni meno di me. Di sicuro fa l’operaia o la donna di casa, se i figli sono tanti. Aveva il volto molto stanco, come crepato d’amarezza in più punti. Mi ha lanciato mezzo sguardo, ma nel suo mezzo sguardo non c’erano parole. C’era solo una grande stanchezza. L’altra metà dello sguardo, che non ho visto, sono certo fosse fatto di una pressoché immensa pazienza.
Ieri al Goleto Michele Fumagallo per commentare il Miserere di Matarazzo ha parlato di una rondine in una mano. Se la stringi forte le rechi danno. Se la tieni piano - la mano semi aperta - stai certo che volerà via.
Adelelmo Ruggieri
25 febbraio 2008
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in copertina l’Abbazia del Goleto, foto di Angelo Verderosa
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“Sovraimpressioni notturna sul Goleto” di Nanosecondo
Ieri sera ho assistito finalmente alla perfomance “poesie erranti in abbazia, notturno di Gaetano Calabrese”.
Sono rimasto nel Bar del Goleto fino a mezzanotte con Gaetano (in verità alle 21,30 quando siamo entrati c’era solo il barista che ci ha chiesto se nel frattempo poteva pulire la macchina del caffe.
Con la consapevolezza del valore del poeta, dopo l’applauso a Lui dedicato dalla platea della comunità provvisoria, che gli ha testimoniato la bellezza e la spontanetà delle sue poesie … parole raccolte nel tempo degli altri e fissate in questo nostro spazio così provvisorio e vago del sempre….lasciando il giudizio a tutti per quanto ognuno le possa sentire ed apprezzare …mi ha fatto riflettere meglio anche sul tema delle “antologie” e sull’uso della “sofferenza” umana.
Antologie che escludono i nostri poeti e scrittori e sofferenza fine a se stesse che diventano arte! Qual’è l’etica della bellezza e delle forme anche della nostra comunicazione? Se siamo prima noi a non valorizzare e vivere la bellezza del “pà e saggio”, a riconscere le sfumature del cielo, ma solo ad intelletualizzare ogni nostro gesto come se questo fosse il più grande e perfetto, senza avere il coraggio delle nostre imperfezioni, il coraggio di appartenerci e dell’appartenenza a questa nostra comunità propvvisoria e dei componenti tutti che ne fanno parte?
Come possiamo prentendere che lo facciano altri per noi?
Dopo averlo ascoltato e letto insieme a Lui alcune sue bellissime poesie come “L’incontro con la Gatta”…..o di quella che ci spiega chi sono i poeti….e tante altre …… senza neppure accorgergerci del tempo che scorreva “notturno” ed inesorabile. E, del barista che aspettava che ce ne andassimo per chiudere il Bar. E, solo il suo riconoscere la poesia che li si stava “consumando” in quell’incontro magico che stava trasformando il suo bar da luogo di caffè in luogo d’arte, non ci ha cacciato fuori, partecipando all’evento:”poesie erranti in abbazia, notturno di Gaetano Calabrese”. Grazie Franco per averci organizzato questo splendidi evento che spero sia ripetuto proprio nel bar del Goleto battenzando il bar il “Bar dei Poeti”.
Ecco, quando ci siamo accorti insieme che erano due ore e mezza che stavamo li ad ascoltare Gaetano, E, che lo stesso barista ed un suo amico, arrivato li dopo, erano stati catturati dalla bellezza e dalla passione con la quale Gaetano recita le sue poesie, scritte in italiano, tradotte in dialetto, scritte in francese e tradotte in italiano che mantengono in ogni lingua parlata, quasi come se usasse una lingua universale, un’armonia che supera la stessa lingua parlata per diventare poesia, poesia della bellezza pura che non usa la sofferenza fine a se stessa, ma sempre come percorso di transito verbale per riscrivere le proprie credenze donandoci a noi l’emozione e la consapevolezza che solo nella bellezza è possibile trasformare tutte le nostre tristezze e sofferenze.
E’ così che ho chiesto a Gaetano se fosse disponibile ad allestire oltre ad un “ambulatorio di coccole” anche un “ambulatorio di letture di poesie e racconti” dove tutti i “malati”, possono venire ad ascoltare le letture dei suoi racconti e delle sue poesia e guarire da tutte le tristezze e le sofferenze del mondo attraverso la bellezza dei suo versi e della sua prosa.
Mi ha detto che me lo fà sapere il 16 marzo a Flumeri.
Speriamo cosi di poter contribuire alla richiesta di Franco proprio attraverso la sperimentazione pratica della “Epigentica” per cambiare il nostro DNA come dice Franco,Perchè solo riscrivendo le nostre percezioni e le nostre (false) credenze possiamo cambiare veramente il nostro DNA. In verità caro Franco è sbagliato dire questo. Il destino degli uomini non è in mano al DNA ma è: l’ambiente stupido! Sia sociale che fisico o meglio metafisico che noi abbiamo realizzato attraverso le nostre credenze. Solo noi possiamo cambiare il nostro destino riscrivendo le nostre percezioni anche sbagliate degli altri e con esse le nostre credenze e cosi tutte le nostre tristezze. La fine del dolore non è lenta, graduale o progressiva, ma solo così sarà immediata se non non lo è, diventa solo un’alibi al crogiolarsi nell’uso della nostra stessa sofferenza. La nostra biochimica usa la sofferenza a quel punto come una droga.
Sono arrivato a casa alle 2 questa mattina. Il viaggio di ritorno è stato una vera è propria meditazione su tutte le tristezze del mondo ma anche la consapevolezza che solo la bellezza delle forme la puo sconfiggere.
Nanosecondo
carissimo adelmo
è stata la tua stessa presenza redenzione del tempo, umanizzazione cordiale (nel senso più etimologico) del luogo in cui ci siamo incontrati.
il tuo esserti recato da queste parti, così come ci ha detto franco, è stata luce rinascimentale, nostro umanesimo.
tu eri il più puro e gratuito di tutti. i concetti che volevi comunicarci con parole parlate e versi, concetti che sfuggivano alla possibilità di essere racchiusi e rappresentati sono la cifra dell’oltre che ci invade e ci trasporta. possiamo non credere in Dio, ma Dio è presente come vita e bellezza e purezza in noi.
e tu, che lo voglia o no, che ci creda o no, che lo sappia o no, ce lo hai portato
un abbraccio
alfonso
Caro Adelelmo,
grazie per la tua presenza lieve ed intensa, ti sarei molto grato se volessi regalarci pubblicandola sul blog la tua poesia sul silenzio, la prima che ci hai letto e la stessa che ci hai sussurato abbracciati dalle scale della chiesa del Vaccaro.
nello spazio bianco, nella pausa, nell’interstizio, nel dolce gomito in silenzio.
ciao a presto
dario
Ciao Alfonso, grazie delle tue parole, e grazie di quel carissimo che ricambio. Ciao Dario, fra un po’ di giorni magari ci riesco a mettere la piccola poesia sul silenzio, adesso è troppo legata al ricordo di quei momenti, e fra lei e loro preferisco loro, ed è la verità. Ciao Nanosecondo. Un abbraccio. Adelelmo
sono contento che il mio amico adel
sia stato compreso.
a volte la poesia arriva….
un abbraccio fraterno a chi sa farsi raggiungere dalla poesia
f.a.
Nie’ volevo fare un piccolo saluto… le parole troppo elogiative come quelle carissime di Alfonso lasciano poi sempre un po’ di amaro… un po’ di disagio… anche io quando ho commentato il testo-lettera di Antonio ora userei le stesse parole, però più leggere… “enorme” per esempio è un aggettivo che non va… è invasivo… invadente… uno si deve mettere lì a trovare lo stesso aggettivo……. ma più leggero….. la rete è un po’ così… ti fa scrivere di getto… e poi ci ripensi magari venti volte sopra… la poesiola sul silenzio Dario è legata ormai a quel momento lì, e se capiterà che la ridirò toccherà fare poi il gioco del silenzio con le mani unite e gli occhi chiusi… qui a Fermo è una bellissima domenica… c’è una gran luce… però domenica scorsa al Goleto la luce era… enormissima… un abbraccio….. Ad.
Ciao Adelelelmo, sono Gaetano Calabrese, contento di averti pensato e di salutarti rispettosamente.
Non ho commentato il tuo bellissimo pezzo qui sopra, ma l’ho riletto quando è affiorato “il cielo sereno preciso” per trovare la luce dell’affettuosità.
Ti auguro belle cose e di incontrare cuori e attenzioni.
A me, fuori da certi contesti rozzamenti irpini, capitano frequentemente così i fotogrammi del sorriso volano verso l’escavazione nella miniera delle parole, s’impigliano sui foglietti e poi diventano dono.
A presto e nelle migliori occasioni anche per ettettuare - se lo vorrai - scambio libri.
Ti scrivo la mia e mail, sapendo che non ho la tua (in genere non chiedo mai indirizzi in modo immediato) = gaetanocalabrese(chiocciola)(punto)tin =
Un sorriso “sereno preciso”, Gaetano Calabrese.