INTERVISTA
Franco Arminio, poeta e prosatore di Bisaccia (provincia di Avellino), è sicuramente il maggior conoscitore dei piccoli paesi del Sud. I suoi libri sono una vera e propria epopea senza mito, un affresco struggente (commosso e spietato) dei paesi in via di estinzione (ricordiamo almeno Viaggio nel cratere, Sironi). La prosa di Arminio ha in sé i ricordi un terremoto reale (il terremoto del 1980) e di un terremoto simbolico (lo spopolamento e il logoramento dell’idea di comunità).
E’ talmente convinto di voler aprire una grande vertenza nazionale sull’idea di comunità, che ha fondato una “comunità provvisoria”, una sorta di ricomunitarizzazione “situazionista” da vivere a scadenze prestabilite con un gruppo di persone che si allarga ogni giorno di più. Fra qualche mese sarà in libreria il suo nuovo libro, Vento forte tra Lacedonia e Candela, pubblicato dall’editore Laterza.
Mentre da qualche mese Arminio ha deciso di intraprendere una nuova avventura politica; è entrato, infatti, nell’esecutivo provinciale del Partito Democratico di Avellino.
E, da più parti, sta emergendo il desiderio di veder candidato al Parlamento italiano uno scrittore da sempre impegnato sul fronte della “paesologia” e del riscatto delle aree interne più abbandonate. E’ una voce forte che merita di essere presa seriamente in considerazione dai vertici del PD.
Arminio, come vive uno scrittore all’interno della polveriera dei partiti?
E’ un momento in cui i partiti sono senza recinto, anche per questo c’è tutto un interessante viavai di gente che esce e entra. Il mio, più che un ingresso, è un accostamento. Zanzotto direbbe che la mia è “una fantasia di avvicinamento”.
Ma è giusto che uno scrittore s’impegni così direttamente?
Vivendo in una terra in cui l’unica cosa mitica è la politica, ho sempre percepito la politica come la produttrice dei guasti che vedevo intorno a me. Ma io penso che il dovere di uno scrittore non sia quello di contemplare il disastro intorno a sé, ma di introdurre dei nuclei di risocializzazione perché, rispetto a quella letteraria, l’esperienza politica fornisce la possibilità di una vita comunitaria. In effetti tutta la modernità è nemica della politica, e del fatto che gli individui siano in relazione tra di loro.
Ma cosa sono questi paesi? Cos’hanno di particolare? In realtà nei paesi di cosa si viveva?
Di tanta miseria e di molte chiacchiere. C’era un’abilità nel passare il tempo che poi abbiamo perduto. Passare il tempo è l’occupazione fondamentale a tutte le latitudini. L’Italia non esiste, come tutti sanno, è fatta dei suoi paesi. Però per la prima volta questi paesi stanno sparendo, e noi non ce ne accorgiamo. Quindi io sono il cronista di una sparizione. Il paradosso però è che questa sparizione è molto più emozionante rispetto allo sfinimento dell’occidente capitalistico.
E le città? Cosa sono le città in questo momento?
Le città in questo momento sono un grande magazzino di merci. Le cose avevano una luce intorno, un silenzio, erano ben distinte, c’era il paesaggio, c’era un uomo sotto la pioggia, un gatto che attraversava la strada, adesso c’è solo una poltiglia antropologica in cui è impossibile vivere. Fare politica in quest’epoca, che sembra un’epoca postpolitica, è una cosa che mi suggestiona e che mi sembra necessaria. E’ l’idea di comunità, la tua ossessione. Al di là di quello che uno riesce a realizzare, la cosa reale è che tu torni a casa con la sensazione che hai sfiorato qualcun altro, e secondo me nei prossimi anni ci sarà un ritorno alla politica, proprio nel momento del massimo disfacimento, perché la gente ha un bisogno fortissimo di stare insieme. Forse i grandi esponenti della scena mediatica non se ne rendono conto. Probabilmente nei prossimi anni tornerà anche la polis, la voglia di occuparsi del giardino del vicino.
E quale può essere il ruolo di uno scrittore?
Più che uno scrittore amo definirmi un paesologo, e voglio dire che nelle ultime legislature si è sempre parlato di fare una legge a tutela dei piccoli comuni, ma non è mai arrivata in porto, e forse è meglio così, perché il disegno di legge proposto era secondo me totalmente insufficiente, perché i politici hanno una percezione sbagliata dei paesi, perché i paesi, al di là delle giornate di festa o del comizio, hanno una vita quotidiana prossima al coma. Fondamentale è il riequilibrio territoriale. Bisogna assolutamente riportare cittadini dalle città ai paesi. Basti pensare alla differenza tra la Campania e l’Umbria: nel primo caso è massimo lo squilibrio demografico, nel secondo caso, invece, c’è uno sviluppo demografico ben organizzato.
E’ possibile che in questo momento di rimescolamento delle carte politiche entri in Parlamento uno scrittore?
Da più parti si sente il desiderio di candidarti alla Camera. Già sarebbe interessante che l’idea non sembrasse assurda. Cioè bisogna assolutamente uscire dall’idea della politica come mestiere per i medici e per gli avvocati. La politica guarisce se viene fatta dalle tantissime figure che affollano la scena sociale contemporanea. E proprio un partito come il Partito Democratico può vincere la sua battaglia se riesce a mettere insieme la massima varietà di esperienze culturali. Un imprenditore e un poeta possono benissimo ragionare insieme.
Cosa diranno gli scrittori italiani?
Trovo incredibile che in un momento in cui si è elevata moltissimo la temperatura della politica, manchino all’appello proprio gli scrittori, coloro che per natura dovrebbero essere i cantori dell’effervescenza sociale, della voglia di cambiare il mondo. E’ in atto un evidente imborghesimento della gran parte degli scrittori italiani. Con questo atteggiamento non si aiuta il proprio paese e alla fine si finisce anche per scrivere cose inutili.
Andrea Di Consoli
Pubblicata sul Riformista del 23 febbraio 2008
in copertina scultura di EGIDIO IOVANNA, irpinia www.breccia.it
…Cara irpinia terra di nuvole e silenzio ….ma adesso c’è bisogno di amare l’epoca stracciata in cui viviamo.
perchè l’amore è attenzione,
perchè la politica è raccogliersi e pensare insieme…
la nostra politica …sul confine tra ciò che non vogliamo essere e ciò che possiamo essere.
Nella lettera all’Irpinia scritta da Franco e pubblicata su Ottopagine domenica 24 febbraio 2008 c’è tutta la voglia di fare una comunità provvisoria, ma più che farla l’importante è ascoltarla.
La lettera è talmente intensa che funziona sia nella sua interezza, che nelle sue parti strappate.
Ho letto la lettera il giorno dopo l’incontro al Goleto dove la Comunità Provvisoria ha vissuto e si è data.
Quando il cuore è vuoto delle cose della mente, e la mente è vuota di pensiero, allora c’è amore. Ciò che è vuoto è inesauribile.
Caro Franco buon compleanno!
Dario
26 Febbraio 2008 alle 12:26 am
Mi auguro che tu possa essere candidato alle prossime elezioni, la tua presenza ci garandirebbe altre lettere e altri progetti e una necessaria fondamentale presenza nell’ascolto di una Provvisoria libera Comunità.
Con affetto e stima
dario
Dario
26 Febbraio 2008 alle 12:32 pm