PENSIERO MERIDIANO
Il Centro di documentazione sulla poesia del Sud,
il poeta Adelelmo Ruggieri, il pensiero meridiano
Paolo Saggese
Abbiamo in più occasioni riflettuto sull’esclusione della poesia del Sud dalla storia nazionale, e quindi non starò a ripetere quanto già detto altrove. Vorrei piuttosto segnalare le analoghe riflessioni, che quasi trent’anni fa svolgeva Leonardo Mancino nella introduzione all’importante antologia “Oltre Eboli” (Lacaita Editore), e che ci possono servire per ulteriori approfondimenti.
Egli, proprio nella prima pagina, scriveva: “La cultura letteraria ufficiale, le cui sorti si decidevano (e si decidono ancora nonostante tutto) nei templi arroccati nelle grandi città del centro-nord, vuoi per un vezzo umanitario/focloristico, vuoi per una sorta di gratificazione necessaria (pur con le dovute e maledette cautele) vedeva con duro sospetto la produzione poetica dal Mezzogiorno pur ammettendo (ed annettendo!) qualche rara eccezione”.
E poi, poco sotto: “Imperanti le modulazioni giustamente ‘sacre’ (Quasimodo, Gatto, Sinsigalli, in qualche modo Pierro) ogni altra proposta veniva in subordine. La generazione seguente a quella della lirica ‘già consolidata’, dopo una cernita sistematica e per molti aspetti riduttiva, veniva ‘assunta’ con circospezione, setacciata oltre il lecito, solamente a poco a poco inserita nel cosiddetto novero delle voci emblematiche da conservare e se possibile da tramandare (è la breve storia del faticoso e paziente stato di attesa di poeti oggi giustamente da considerare come punti fermi: Accrocca, Carrieri, Bodini, Scotellaro, Cattafi, Curci …)”.
A questo punto, ci dovremmo chiedere se ci sia stato qualche cambiato, in questi trent’anni. E dovremmo darci una sconsolata risposta negativa, almeno relativamente alla scarsa presenza della poesia del Sud nella storia nazionale. D’altra parte, qualcosa è cambiato, grazie al Centro di documentazione sulla poesia del Sud, grazie alle pubblicazioni curate, grazie ai Festival realizzati, grazie alla “Rete della cultura”, che ha creato legami forti e proficui tra poeti e intellettuali di numerose regioni italiane.
Domenica 24 febbraio, ad esempio, al Goleto, partecipando ad una lodevole iniziativa della Comunità provvisoria, abbiamo conosciuto (io e Peppino Iuliano) per intercessione di Franco Arminio e Alfonso Nannariello un poeta di Fermo, Adelelmo Ruggieri, cui abbiamo donato copia dell’antologia “Poeti del Sud 3” (Elio Sellino editore).
A questo volume e al bellissimo libro di Nannariello sulla poesia “calitrana” di Ungaretti, sul blog della Comunità provvisoria, il giorno dopo, Adelelmo ha dedicato alcune riflessioni, che riporto a dimostrazione di quanto questa rete di amici e sostenitori del Centro si stia allargando a tutto il territorio nazionale.
Scrive il poeta fermano: “Ho avuto due libri encomiabili in dono ieri.
Il primo è un libro corale.
È il terzo volume di “Poeti del sud” edito da Elio Sellino nel 2007.
Lo ha curato Paolo Saggese che nell’introduzione ribadisce la sacrosantissima richiesta che alla cultura poetica meridionale sia data tutta l’attenzione che le spetta. In esso Faustino De Palma, Giuseppe D’Errico, Giuseppe Iuliano, Teresa Romei e lo stesso Saggese ci dicono dei poeti Aurelio Benevento, Alfredo Bonazzi, Amerigo Salvatore Caputo, Agostino Minichiello, Nicola Prebenna e Giuseppe Tedeschi.
‘Spesso la vita presenta l’imprevedibile, e realizza sogni, redime o annienta. La storia che cercheremo di raccontare è quella di un omicida divenuto poeta’. Attacca a questa maniera il saggio su Alfredo Bonazzi, l’uomo redento ‘da un battesimo di lacrime e dal dono della poesia fatto agli uomini’. Il treno corre velocissimo. Lentamente leggo la bella poesia sul gigante Rigotti. Inizia a questa maniera: ‘Dopo la mia la cella undici (dov’era il gigante Rigotti) è ancora vacante. Ha strane voci il vento che ama quel vuoto; lo si sente con toni diversi sostare segreto per riemergere con un passo o una voce che mi riapre il ricordo’. Pare di vederlo il poeta redento Bonazzi che scrive di Rigotti nella cella affianco, pensoso e umanissimo. A Italo De Feo, poche pagine dopo, è dedicata la nobile ‘Irpinia’ raccontata con le parole di ‘un giovanissimo ribelle, / esiliato nel vuoto degli anni’. […] L’altro libro che mi è stato donato l’ha scritto Alfonso Nannariello. È stato edito a Grottaminarda da Delta 3 Edizioni. Questo libro qui racconta di una sola poesia, ‘Calitri’ di Giuseppe Ungaretti. L’esatto opposto dell’altro verrebbe subito da dire, e invece no. La dedizione a una poesia di Nannariello e la coralità di Saggese sono la cifra di un umanesimo che a non pochi appare la vera urgenza fra la moltitudine di vanissime urgenze di cui è fatta adesso la nostra vita, e quasi tutte strumentali alla macchina mai esausta di sé delle merci. Ungaretti è anche il dedicatario di una poesia di Bonazzi da ‘L’ergastolo azzurro’. La poesia si chiama ‘L’ultima rosa di maggio’. Gli scrive quella poesia ‘da una lunga notte, / dove sonnolenti papaveri / respirano a stento tra le crepe / delle mura sbiancate’. E gli scrive nell’ora ‘in cui il mare racconta / al cielo assente di luna / la paura del coniglio nell’erba / e l’incubo della rondine / in agguato d’aurora’.
[…] Riapro il libro curato da Paolo. L’ultima poesia è di Giuseppe Tedeschi e inizia così: ‘Ricordo il vostro cuore / di quel nostro incontro’. Sono belli questi due versi che insieme ne fanno uno in molti cuori. Appoggio la testa alla poltrona. Mi ripeto: ‘Ricordo il vostro cuore / di quel nostro incontro’. Sì, di questo nostro incontro al Goleto ricorderò il vostro cuore, la vostra umanità e il vostro umanesimo; sarà da loro che partirà la luce di quel punto che nel tempo diventerà la giornata di appena ieri …”.
***
Importante l’omaggio di Ruggieri a Bonazzi e Tedeschi, e quindi alla poesia del Sud.
Adelelmo, d’altra parte, mi ha fatto dono dell’ultimo suo libro di poesie, “Vieni presto domani” (“peQuod”, 2006), un libretto prezioso, elegante, di un poeta suggestivo, misurato, dalla scrittura limpida, affascinante. Con il poeta abbiamo in comune anche un certo “pensiero meridiano” (per usare la felice formula di Franco Cassano). E infatti, nel risvolto di copertina, troviamo scritto: “Crescere crescere crescere! Costi quel che costi e qualsivoglia siano le conseguenze inevitabili e sempre più pesanti da espiare: ecco la regola tanto invadente e pervasiva da mettere quasi in ridicolo e poi incorporare ogni tentativo di opporsi come che sia da essa. Decrescere, prova a dire Adelelmo Ruggieri in questa sua seconda raccolta, per una prospettiva di sola intelligenza e non vana ed equamente retribuita operosità, e sentimento e passione, nella consapevolezza che tutto va commisurato a quanto ti accade nel cuore quando perdi chi amasti e allora ti accorgi che ‘Non resta / quasi nulla / nella casa / e se vi aleggia / è un modo di dire / qualcosa è la luce / dei nostri ieri / silenziosa’”.
Di questa poesia umana, misurata, profonda, siamo grati, perché è poesia che dovrebbe riconciliare l’uomo con la bellezza della vita, con l’irripetibilità di gesti, sentimenti, passioni, sensazioni, immagini, momenti. Adelelmo ci vuole richiamare alla vita, richiamare alla gioia dell’essere, rifiutando la vacuità della vita del facile e folle consumo, del facile e folle “progresso”.
Ognuno di noi dovrebbe sillabare ad esempio questi versi, e sillabandoli scoprire il mistero straordinario, che è il vivere:
Poco fa
Ho stretto la tua mano
Poteva non accadere
Non era scritto
Anni fa
Non avrei capito
Una cosa decisiva così
Sto invecchiando purtroppo
Sto un poco migliorando per fortuna
Gustare pienamente la vita, rifiutare il dovere categorico di correre, consumare, produrre, e riscoprire se stessi, sono modi diversi ma importanti, con cui la poesia può salvare l’umanità, o almeno renderla migliore:
Dal nostro terrazzino
le serate tardi d’estate
dall’alto si vedono
le piante nel giardino
la strada sistemata di recente
le comitive contente
a costeggiarla
Fa notte
Sulla collina di fronte
un quadrilatero di luci gialle s’accende.
.
in copertina opera di Luigi Di Guglielmo

è fondamentale tenere rapporti con questi luoghi ma anche con altri mondi.
sono contento che saggese e ruggieri si siano conosciuti. è questa la strada, avvicinare persone, creare relazioni. è una strada intimamente politica
f.a.
franco arminio
2 Marzo 2008 alle 10:28 pm
Caro Paolo, i tuoi perché sono le riflessioni di tutta una vita, certamente qella del sud, la nostra. Sono le riflessioni degli uomini…sì, come me, come te, come tanti, che sognano, e sognando sperano che qualcosa cambi laddove, all’interno di una società ancora baronale, esiste quel baratro mentale che divide ancora il galantuomo dal resto della società. Esiste ancora un mondo legato all’apprenza, al baciamano, tutti contenti di baciare la mano del barone di turno.
Poco fa ho stretto la tua mano,
poteva non accadere,
ma è accaduto.
Sono contento che sia accaduto.
Sto invecchiando.
Un’analisi triste perchè solo invecchiando si capiscono certi valori. Viva allora la vecchiaia. Purtroppo altri diventano giovani.
Ti saluto affettuosamente
D.C. (domenico cambria)
d.cambria
3 Marzo 2008 alle 8:13 am
«‘Ricordo il vostro cuore / di quel nostro incontro’. Sono belli questi due versi che insieme ne fanno uno in molti cuori. Appoggio la testa alla poltrona» nella casa comune, dove non saremo più provvisori, nella casa di Dio.
alfonso
3 Marzo 2008 alle 9:10 am
un abbraccio Paolo, ci sentiamo presto, grazie
un abbraccio Alfonso
ciao Domenico
Adelelmo
Adelelmo
3 Marzo 2008 alle 10:34 pm
Ricambio gli affetuosi abbracci e saluti.
D.C.
d.cambria
4 Marzo 2008 alle 7:48 am
Testo canzone “Grande sud” di Eugenio Bennato
C’è una musica in quel treno
che si muove e va lontano
musica di terza classe
in partenza per Milano
c’è una musica che batte
come batte forte il cuore
di chi parte contadino
ed arriverà terrone.
C’è una musica in quel sole
che negli occhi ancora brucia
nell’orgoglio dei braccianti
figli della Magna Grecia
in quel sogno di emigranti
grande come è grande il mare
che si porta i bastimenti
per le Americhe lontane
(E chi parte oggi pe’ turnare crai(1)
e chi è partuto ajere pe’ un turnaremai).
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
Grande sud che sarà
quella musica del ghetto
di chi va per il mondo
e si porta il suo dialetto.
(None none none none
Lieva la capa da lu sole
Ca t’abbruciarrai lu viso
Perdarrai lu tuo colore
None none none none
Piglia lu libro e va alla scola
Quando te ‘mpari a legge e a scrive
Tanto te ‘mpari a fa l’amore)(2)
C’è una musica nei sogni
di chi dorme alle stazioni
negli antichi sentimenti
delle nuove emigrazioni
c’è una musica nel viaggio
dalla terra di nessuno
di chi porta nel futuro
i tamburi del villaggio.
(Zehey maro nandeha
Nandeha ny lefa jialy
Nmatsiaro anareo
Matsiaro antanana).(3)
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
Grande sud che sarà
quella musica del ghetto
di chi va per il mondo
col suo ritmo maledetto
E sarà quel racconto
E sarà quella canzone
Che ha a che fare coi briganti
E coi santi in processione
Che ha a che fare coi perdenti
Della civiltà globale
Vincitori della gara
A chi è più meridionale.
(E chi parte oggi pe’ turnare crai(1)
e chi è partuto ajere pe’ un turnaremai).
(Zehey maro nandeha
Nandeha ny lefa jialy
Nmatsiaro anareo
Matsiaro antanana).(3)
(Muessi warire ure,
muesi warire ja,
muesi wala niripachungo) (4)
(wash ddani ghir lsani ma bqit nawed tani
wash ddani ghir Imor ma bquit nawed sar). (5)
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
(1) Domani (dialetto napoletano)
(2) Strofa in dialetto di Carpino (FG)
(3) Mettersi in cammino, per sfuggire la povertà, nell’anima chi ci ama e chi ci pensa (lingua malgascia del Madagascar)
(4) Quella luna che illumina, quella luna che illumina chi fa innamorare (lingua swahili del Mozambico)
(5) Mi ha tradito la mia lingua ma non lo farò mai, la vita è troppo amara e io non racconterò mai i segreti (lingua araba)
alfonso
5 Marzo 2008 alle 9:43 am
dalle Marche
Ottorino Prosperi nato a Servigliano nel 1913
Belli tempi ch’era quilli;
javo a scola co’ la vorsa
e cchiappavo tanti grilli,
e currìo sempre de corsa.
(Bei tempi che erano quelli;
andavo a scuola con la borsa
e acchiappavo tanti grilli,
e correvo sempre di corsa.)
un abbraccio
ad.
Adelelmo
5 Marzo 2008 alle 7:51 pm
ieri, i bei versi in dialetto di Carpino (FG)
None none none none
Piglia lu libro e va alla scola
Quando te ‘mpari a legge e a scrive
Tanto te ‘mpari a fa l’amore
mi avevano fatto a pensare a quelli di Prosperi
in dialetto di Servigliano (AP)
adelelmo
Adel
6 Marzo 2008 alle 9:02 pm