GIA’, LE MONTAGNE… di Michele Fumagallo
_ In uno dei nostri dibattiti (mi pare “Cari amici”), l’amico avellinese Marco De Luigi ci rimproverava: ma perchè chiamate il vostro “blog delle montagne” e poi non parlate mai di questo?
Marco ha messo un dito nella piaga. In realtà tutta la nostra storia, e potremmo dire tutti i nostri guai, ha inizio con “il voltare le spalle alle nostre montagne”. Non siamo stati gli unici a fare questo. E’ stata una “pazzìa” generale. Si potrebbero portare decine di esempi. Qualcuno cerco di portarlo anch’io. Una città come Salerno aveva tranquillamente “voltato le spalle al mare”. Niente porto, se non ridicolo; niente bagni di mare se non altrove; niente sviluppo urbanistico “conseguente al mare”. Insomma il mare, che pure gode ovunque di un “privilegio” rispetto alla montagna (è considerato più “comodo”, più “redditizio”, più “bello”, eccetera), era stato in qualche modo “messo da parte”, considerato un “intralcio” da cui un po’ liberarsi. Le cose cominciano a cambiare quando la realtà viene di nuovo guardata “in faccia”. Ricordo la lezione dell’architetto catalano Bohigas, chiamato a gestire il nuovo corso dell’urbanistica in città, che ammoniva sui guasti di una città che “aveva voltato le spalle al mare”. Voltare le spalle al mare a Salerno significa voltare le spalle alla propria geografia e alla propria storia. E voltare le spalle a queste due “materie” decisive significa precludersi la strada di qualsiasi progresso autentico (sottolineo: autentico, perchè invece per un progresso “inautentico” si può fare qualsiasi pazzìa).
Gli esempi potrebbero continuare con Napoli e decine e decine di altri.
Per tornare a noi, cioè a te (Marco), cioè ad Avellino, una delle tragedie di quella città è, ancora oggi, non aver capito il suo ruolo di “capoluogo delle montagne”. Non aver colto che il suo sviluppo è lì, nel guardare in faccia il suo “verde”, nel guardare in faccia il suo retroterra montuoso, e non invece nello spostare lo sguardo verso la pianura e il mare, piccoloborghesemente invidiosa delle “borghesi” Napoli e Salerno, e nello stesso tempo piccoloborghesemente saccente verso i paesi del suo retroterra montano. Così Avellino “muore”, muore per mancanza di autonomia. Sarà sempre così, opere o non opere, fin quando la città non scoprirà il suo ruolo, la sua autonomia: questa è stata la miseria delle classi dirigenti ad Avellino, questa è stata la miseria dei finti oppositori ad Avellino; tutto il resto è fuga dalla realtà.
Per tornare di nuovo a noi, e cioè a me “altirpino”, la nostra tragedia è stata essenzialmente quella di “aver voltato le spalle alle nostre montagne”. Aver fatto il contrario di quello che hanno fatto altre catene di monti in altre parti d’Italia (penso agli Appennini tosco-emiliani, eccetera). Aver umiliato per anni la “vecchia” agricoltura invece che aiutarla a rinnovarsi, aver umiliato per anni il “vecchio” artigianato invece che aiutarlo a rinnovarsi. Aver bloccato per anni un nuovo turismo sobrio fatto di sinergie di infinite “piccole cose” di qualità. Aver umiliato, in definitiva, per anni il “vecchio” modo di vivere interno invece che aiutare a rinnovarlo. Tutto, insomma, è andato verso una forma di subalternità “ad altri territori”, considerati non diversi ma “superiori”, quindi da invidiare e a cui sottomettersi innanzitutto culturalmente.
E’ nata così la modernizzazione malata di cui il nostro territorio è pieno. E’ nata così la nostra “passività” in un territorio dove pure sacche di “orgoglio” in passato non sono mancate. E’ nata così la nostra miseria civile con comportamenti ai limiti dell’afasìa. E’ nata così la nostra “depressione” comunitaria senza che spesso neanche ce ne rendiamo conto.
Riprendere a guardare in faccia le nostre montagne è come riprenderci la nostra autonomia, riprendere di nuovo il nostro cammino senza subalternità a nessuno.
Riprendere a tracciare la linea di un “nuovo progresso” per il nostro territorio, per l’economia montana, il vivere montano, la civiltà delle nostre montagne: ecco una traccia per tutti noi, per chi aspira a far politica davvero, cultura davvero, comunità davvero.
Caro Marco (avellinese), e cari amici che avete a cuore i vostri e nostri territori, nulla è precluso se ci si alza in piedi e si dice: siamo qui. Siamo orgogliosi del nostro territorio, non ci spaventano le sue asprezze perchè vogliamo capovolgerle in ricchezze, non ci spaventano gli errori passati perchè vogliamo correggerli, non ci spaventano i centri storici desolati perchè vogliamo riappropriarcene, non ci spaventa nessuna difficoltà perchè abbiamo una grande risorsa mentale che si chiama autonomia. Significa: da oggi “comandiamo” noi. Tutto il resto seguirà.
Michele Fumagallo
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in copertina: impugnatura di ascia, foto di angelo siciliano
michele e comunitari
se vi va
perchè non proviamo a capire e a scrivere sulle motivazioni che ci hanno voluto su questo crinale appenninico, povero e ballerino ?
è una domanda che spesso mi faccio quando torno dalla costa, quando qui piove e lì c’è sole;
che ragione hanno avuto storicamente a venire ad abitare in questo territorio difficile?
quali potevano essere mai i vantaggi a stare qui ?
in irpinia e nelle zone interne in generale fa freddo 6 mesi all’anno, fino a pochi anni fa si lavorava d’estate per riscaldarsi e sopravvivere d’inverno (si faceva legna)
terreni argillosi e pendenti, franosi, difficilissimi da lavorare
lungo la costa c’erano possibilità di lavoro, di pesca, di scambi commerciali
c’erano terreni piani e fertili
perchè abbiamo scelto questo osso ?
perchè eravamo a Carife già 7000 (settemila) anni fa ?
così a cairano e a oliveto …
chi sa risponda
grazie
angelo
comunitaprovvisoria
4 Marzo 2008 alle 9:19 pm
perché cairano, bisaccia,conza,carife settemila anni fa (ed anche prima, se si parla di ariano o taurasi)non erano terre desolate e lontane, erano, invece, terre di mezzo, luoghi di transito, di passaggio, di commerci e di scambi, perché per migliaia di anni, i fiumi, prima ancora dei mari, e le terre d’altura sono state le strade degli uomini, perché ancora oggi nelle scuole ( irpine e non) ci fanno studiare i greci ed i romani, ma non una sola parola viene spesa per gli osci, i lucani, gli hirpini( vecchia storia…).guardate, giusto per avere un’idea, i corredi funerari delle donne e degli uomini di bisaccia.
sarebbe bello se, finalmente, tutti ce ne rendessimo conto e la smettessimo di pensare a noi come a quelli che, da sempre, hanno patito l’isolamento. l’isolamento è arrivato dopo, dopo.
sic transit…
elda
eldarin
5 Marzo 2008 alle 12:26 am
caro michele
queste cose ce le siamo dette tante volte e sono contento che ora ci siano tanti nuovi amici che possono leggerle.
la questione è non stancarsi di dirle certe cose, e poi dirle insieme, con o senza un partito, ma insieme. questo ci è mancato negli anni scorsi.
caro angelo
la tua domanda me la faccio spesso anche io.
ne parleremo in uno dei prossimi incontri, se riusciamo a trovare uno storico all’altezza della situazione.
f.a.
arminio
5 Marzo 2008 alle 12:30 am
…
eldarin
5 Marzo 2008 alle 12:38 am
Già, le montagne tra politica e storia? Sinceramente preferisco la storia, una materia che a me piace molto, come angelo sa, ho lavorato anche alla stesura di una tesi di laurea su un progetto di memoria storica che riguarda l’alta irpinia e l’appennino meridionale. appunto è la storia che ci dice perché l’irpinia è abitata ancora oggi e i suoi vantaggi all’epoca degli insediamenti.
da vari libri di storia:
Attorno al V millennio a.C. il diffondersi dell’agricoltura favorisce nel Meridione i primi insediamenti stabili, mentre al nord si dovrà attendere il III millennio per vedere i primi stanziamenti palafitticoli e terramaricoli. Negli ultimi secoli del II millennio a.C. e nei primi di quello successivo si disegna quella mappa di culture regionali che va sotto il nome di civiltà italiche: nell’area centro-meridionale si stabiliscono i popoli cosiddetti italici (Umbri, Latini, Volsci, Sanniti e altri); nel Nord-Est i Veneti, nel Nord-Ovest i Liguri, mentre Sicani e Sardi occupano le due isole maggiori. L’assetto muterà ulteriormente con il fiorire, dall’VIII-VII secolo a.C. delle prime civiltà urbane (etrusca e greca), nonché con l’arrivo nelle terre dell’attuale pianura Padana (dal VI-V secolo a.C.) di tribù galliche di stirpe celtica. La prima Italia, quindi, agli albori della storia si presentava come
una terra ricca e fertile, occupata da popolazioni di origine diversa e ambita da genti che vi affluivano da altre regioni del Mediterraneo e del continente europeo. L’espansione greca in Sicilia e nell’Italia meridionale assunse una rilevanza senzaprecedenti, con la fondazione di numerose città, popolose e potenti, tra i secoli VIII e VI a.C., mentre nel resto dell’Italia si venivano costituendo le prime entità urbane. I caratteri formali e strutturali riconoscibili negli insediamenti, nelle necropoli, nelle architetture, negli apparati decorativi, negli oggetti d’arte o di uso comune consentono di percepire la straordinaria ricchezza di forme culturali dei popoli italici. Documentano inoltre in modo puntuale il rapporto con le altre aree geografiche e nell’Italia stessa, l’afflusso di nuove genti e la dinamica migratoria interna. I contatti con il mondo greco e il forte influsso che questo riusciva a esercitare determinarono un primo processo di assimilazione tra le popolazioni dell’Italia. L’origine trans-adriatica di questa cultura fa supporre una dinamica di popolamento delle zone che ad essa si riferiscono in senso est-ovest e cioè dalla valle dell’Ofanto a quella del Sele: i dati oggi a
disposizione sono ancora troppo esigui per dire se si tratti di un fenomeno sincronico o diacronico: l’evidenza comunque testimonia la vita, per i centri della valle dell’Ofanto, dagli inizi del IX sec. a.C., per quelli della valle del Sele invece non prima delI’VIII e sembrerebbe dunque suggerire l’ipotesi di un popolamento graduale, che dall’alta Irpinia mosse verso il Salernitano.
Non v’è dubbio che la via che taglia la dorsale appenninica e unisce il versante adriatico a quello tirrenico abbia dato respiro alla chiusa e povera comunità dell’Ofanto, permettendole contatti con l’area campana costiera, nel momento in cui quest’ultima partecipava ai fermenti culturali, che nascevano nelle aree di influenza greca ed etrusca e non v’è dubbio altresì che tali contatti dovettero prolungarsi nel tempo.
se angelo e franco si fanno la stessa domanda, allora cosa dovrei dire io?
ant
antonio luongo
5 Marzo 2008 alle 1:20 am
io non cerco un inquadramento storico sulla questione.
io vorrei una ricostruzione dei sentimenti che hanno portato ad abitare questi luoghi.
7000 ani fa per andare a piedi da cairano a manfredonia o da cairano a pontecagnano occorrevano 4-5 giorni; bisognava conoscere bene i sentieri e portarsi scorte di cibo a sufficienza; penso anche che bisognasse camminare lungo i corsi d’acqua ad evitare di portarsi dietro contenitori di terracotta.
ma non credo che i nostri stanziali andassero verso il mare…
eravamo allora stazioni di scambio per chi attraversava da una parte all’altro l’appennino ?
se vale per l’alta irpinia questa idea della terra di mezzo, varco, luogo obbligato di passaggio, l’appia, la traianea, la via dell’angelo, la via di guglielmo, ecc.
che dire di tanti altri luoghi ? (centinaia)
penso proprio alla dorsale delle montagne del sud, dal pollino alla maiella.
sono circa 300 piccoli centri abitati e non erano luogo di passaggio.
eravamo qui per fuggire dalla costa ?
qui c’era acqua ?
a valle c’era la malaria o altre malattie ?
quale processo storico, in continuità con il passato, porterà qui altri abitanti ?
la ferrovia, costruita a fine ‘800, come abbiamo visto, anzichè rompere l’isolamento ha dissanguato nell’emigrazione la nostra terra …
forse ho messo troppo roba
confido molto in elda, mi scusino gli altri amici, elda ha competenze che travalicano di gran lunga la sola archeologia e la storia; non ti scoccià e continua …
buona giornata a tutti (vi leggerò stasera)
angelo
angelo
5 Marzo 2008 alle 8:49 am
Allora cara Elda se sei la stessa Elda che conosco , continua se vuoi a rispondere al quesito di Angelo e raccontaci l’irpinia anche partendo da una goccia.
Tutto può avere origine da una goccia!
cari saluti
Dario
Dario
5 Marzo 2008 alle 1:39 pm
Perché siamo partiti dall’Africa ed arrivati alla Terra del Fuoco passando per la Siberia e l’Alaska? Perché siamo arrivati fino in Australia ed in Europa? Perché siamo esseri umani e guardiamo sempre oltre l’orizzonte. Per la stessa ragione ora guardiamo agli altri pianeti. Sono lì e noi vogliamo andarci e prima o dopo ci andremo. Una volta arrivati, alcuni si fermeranno ed altri vorranno andare oltre il nuovo orizzonte. E le ragioni per andare, rimanere o continuare sono aspetti diversi di un unico fatto: siamo esseri umani. Questo secondo me è una breve “ricostruzione dei sentimenti che hanno portato ad abitare questi luoghi” che vorrebbe Angelo.
Ma cosa risolverebbe il sapere esattamente perché la gente migliaia di anni fa ha deciso di andare a Cairano, Bisaccia, in tutta l’Irpinia e rimanerci? Sapremmo perché ci siamo scordati delle nostre montagne, come hanno chiesto Marco De Luigi e Michele Fumagallo, e cosa dovremmo fare per riavere e rivivere le nostre montagne ed i nostri paesi?
La domanda non è “Perché ci sono venuti 7 mila anni fa?” anche se è interessante saperlo. Il fatto è che siamo qui, abbiamo occhi per vedere, orecchie per sentire e mente per riconoscere i problemi , proporre soluzioni e lavorare in cooperazione per cambiare le cose che devono essere cambiate. Le domande che dobbiamo farci, quindi. sono: “Vogliamo rimanere qui? Cosa siamo disposti a fare per rimanerci ed essere contenti di stare qui?”
Sono completamente d’accordo con Fumagallo e spero che sia ascoltato. Invece di dire che certe cose non si possono fare e di dare tutte le giustificazioni del mondo (cosa che ho sperimentato personalmente in alter situazioni sempre in Irpinia), spero che ci chiediamo “Cosa dobbiamo fare per ‘capovolgere le asprezze,… correggere gli errori’ ecc,..?” e che siamo disposti a rimboccarci le maniche e lavorare per ottenere i risultati che vogliamo. Ed infine spero che non ci perdiamo in domande che, se pur interessanti, non risolvono i problemi immediati.
Raffaele Ruberto
6 Marzo 2008 alle 4:36 am
Grazie Raffele Ruberto,
perchè sei ritornato “a bomba”, alla questione che io volevo sollevare.
Questione squisitamente culturale cioè politica, e questione per l’oggi. Che pone domande oggi, che può anche chiedere lumi al passato ma non a quello troppo lontano (senza nulla togliere a qualsiasi speculaziuone e studio).
Volevo mettere il dito sulla piaga dell’autonomia, lo scoglio dove si infrangono tutti i sogni (finti) di tantissime persone. E soprattutto, spiace dirlo, di tantissimi (finti) “oppositori”.
L’autonomia, già. Senza di cui nulla è possibile (nessun cambiamento positivo è possibile).
Riconciliarci con il nostro territorio, non “fuggire” più (mi riferisco soprattutto alla fuga che dipende da noi, cioè quella “mentale”, l’alienazione dal luogo).
Alzarsi in piedi e dire: “Io”.
Io penso, io dico, io decido, io… .
Questo è il futuro autentico per qualsiasi territorio.
E, ovviamente, dopo il principio primo, indispensabile per agire “autonomamente”, bisogna riempire di contenuti “spiccioli” la riforma della realtà data.
E, ancora, scegliere i soggetti forti, e trainanti, di questo possibile cambiamento.
Ma qui ci inoltriamo in un altro dibattito.
Cordialmente
Michele Fumagallo
michele fumagallo
6 Marzo 2008 alle 10:57 am
quando leggo certi reply mi sento come qualcuno che guarda fisso all’indietro mentre è in bilico sul baratro del presente sfacelo.
in definitiva, certi comunitari mi fanno sentire un’idiota (e può darsi che lo sia) o, nel migliore dei casi, una persona inutile.
perché abbiamo smesso di “guardare alle montagne”?
oops! non ci casco,non devo parlare di storia troppo antica altrimenti arriva qualcuno e mi bacchetta (…) :-))).
ma chi l’ha detto che interrogarsi sul passato escluda un impegno forte e continuo nel presente? evidentemente gli ultimi quindici anni della mia (r)esistenza -e di quella di altri come me- sono andati sprecati. mi affretterò ad informarli.
occhio ai problemi presenti, dunque, e basta con questo ciarpame vecchio ed inutile ( “se pur interessante”).
angelo, franco, come vedete avevo ragione io…il “niente” riecheggia, riecheggia.
eldarin
6 Marzo 2008 alle 8:37 pm
Non sono affatto contrario a parlare e considerare il passato e l’ho sempre fatto (ho lasciato l’Italia 50 anni fa, ma proprio perché il passato per me è molto importante, ci sono tornato spesso ed ho comprato anche una casetta a Cairano, dove sono nato e dove sarò di nuovo domenica prossima).
Sono, però, dell’opinione che quando si fa un discorso non bisogna cambiare argomento, altrimenti si perde solo tempo. L’argomento iniziale di questo discorso non era il passato, certamente non quello di 7mila anni fa e neanche quello di 7cento anni fa, ma il presente ed il futuro.
Se esaminiamo l’andamento demografico delle località dell’Alta Irpinia ci accorgiamo che la popolazione è rimasta praticamnete costante fra il 1900 ed il 1950, ma è calata drasticamente fra il 1950 ed il 2001. Per esempio, Calitri, Bisaccia, Lacedonia ed Andretta hanno perso metà della popolazione fra il 1950 ed il 2001. Per altri comuni, come Cairano e Teora, il calo è stato ancora più pesante. Solo Lioni ne ha perso di meno, 6800 abitanti nel 1950, 6100 nel 2001. La popolazione di Avellino è raddoppiata nell’ultimo secolo, ma anche lì è diminuita dopo il 1980, scendendo da 57000 a 52000.
Quindi, se vogliamo guardare al possato, dobbiamo guardare al passato prossimo e non a quello remoto. Ci dobbiamo chiedere: perché questo calo così drammatico? Perché chi è partito non è tornato? Cosa succederà nei prossimi 50 anni? Cosa possiamo e soprattutto dobbiamo fare, individualmente e come gruppo, per rimediare?
Una volta risposto a queste domande e posto un rimedio concreto ai problemi attuali, potremo anche studiare i perché di 7mila anni fa. Farlo ora per me è come andare in un luogo dove la gente muore di fame con lo scopo di costruire scuole. Le scuole saranno utili e certamente necessarie un giorno, ma prima bisogna eliminare la fame, altrimenti ci saranno le scuole ma non gli studenti.
Secondo me, queste cose erano l’argomento del messaggio iniziale di Fumagallo. Personalmente, penso che ci sono molte cose da fare, ed alcune non costano niente eccetto la volontà di farle. Penso anche che ci sono molte cose positive che avvengono in Irpinia, cose che mi danno molta speranza in un futuro migliore per tutta la zona e, naturalmente, per chi ci vive. Penso in particolare agli extra-comunitari che vivono e lavorano in Irpinia ed ai comunitari che cominciano a comprare case, a Calitri specialmente, ma anche a Cairano per esempio. E certamente anche in altri comuni.
Gli extra-comunitari fanno parte del nuovo “processo …che porterà nuovi abitanti,” come si chiede Angelo. Per l’Irpinia, ma anche per tutta l’Italia, gli extra-comunitari sono una risorsa enorme che però non è apprezzata e spesso è addirittura disprezzata e sfruttata. I comunitari invece potrebbero far diventare l’Irpinia la nuova Toscana. E gli uni e gli altri, oltre ad essere portatori di sangue ed idee nuove, potrebbero essere anche uno sprone a ritornare per gli Irpini che sono andati via e non sono più tornati.
Raffaele Ruberto
9 Marzo 2008 alle 7:26 am
Cari amici, cara Elda, caro Ruberto,
con il mio post “Già le montagne…” volevo battere il tasto sull’autonomia. E, come ho già detto rispondendo a Ruberto, sul “che fare per l’oggi”.
Per l’autonomia serve la conoscenza del passato? Un po’ sì, molto no.
Sì, se il passato è molto più vicino a noi. Per tante ragioni, la più importante è quella che la memoria ha un senso più dirompente quando gli uomini sono vivi, o perlomeno hanno ascoltato i racconti di uomini più anziani, magari defunti, ma relativamente vicini a noi. La “nostalgìa” è un’arma potente per gli uomini, ma non si può mettere in moto se è troppo lontana nel tempo.
Non me ne voglia Elda ma il passato prossimo sarà sempre più “importante” (politicamente più importante) di quello remoto. E’ fatale che sia così.
Naturalmente c’è un discorso, poi, da fare sul passato in quanto tale, sia recente che remoto.
La domanda è: il passato può insegnare qualcosa, può “servire” (naturalmente parlo sempre di “servire all’autonomia”)?
La risposta è (per quanto mi riguarda): in gran parte assolutamente no.
Il passato serve soltanto a chi è “già pronto per l’autonomia”, “già sofferente per la sua mancanza”. Agli altri non serve a niente lo studio del passato, sia quello remoto che quello recente.
So che è difficile accettare questo, ma la tragedia del vivere è tutta quì.
Ci sono uomini che hanno oltrepassato l’orrore (per esempio i campi di concentramento) senza aver imparato nulla. E quella è la vera tragedia.
Per tornare a noi, cioè all’alienazione dal territorio, io volevo sottolineare il che fare ora, quale scelta si compie, non quale studio si mette in atto. Per un motivo molto semplice. Perchè non è vero che lo studio aiuta “l’autonomia” se essa non è già scelta “prima”. Soltanto se essa è scelta “prima”, lo studio può avere un senso e aiutare a rinforzarla. Altrimenti non c’è studio del passato che tenga.
E’ curioso questo approccio alla realtà attraverso lo studio. Sarebbe tutto enormemente facile se lo studio ci facersse capire le cose. Non è vero, se uno non “sa” già prima.
E questo, amici miei, vale non solo per la storia collettiva degli uomini ma anche per i rapporti interpersonali. Una persona si ama “prima” di conoscerla, non dopo. Voglio dire che chi non ha un’ “autonomia amorosa” dentro di sé (cioè ama “prima”), non è capace di amare “dopo”.
Ad Angelo, poi, voglio sottolineare che è esagerato il suo approccio alla nostra realtà.
Non è vero che questi luoghi sono impervi; sono luoghi di colline e montagne, senza nessuna grande “tragedia” geografica. Se sono meno “appetibili” riguardo alla pianura e al mare, lo sono perchè in generale è così, non c’è nessuna realtà particolare.
Stessa cosa per il freddo che è assolutamente normale, non c’è niente di particolarmente gelido. Sulla ferrovia c’è un discorso tutto attuale da fare, ma è ovvio che è servita allora a rompere l’isolamento.
Con affetto
Michele Fumagallo
micheless
9 Marzo 2008 alle 5:08 pm
@Raffaele Ruberto
nessuno pensa di trastullarsi in inutili perdite di tempo.
anzi, molti di noi si impegnano quotidianamente per questa terra, in forme e modi diversi.
non me ne voglia, ma continuo a non capire il senso di queste precisazioni.
le cose che scrive sono tutte interessanti e, in parte, tristemente note.
lottare per evitare la desertificazione di questa terra è, anche, imparare a parlarsi liberamente, dopo tanti anni di lacci, limiti, impedimenti e pregiudizi castranti.
chi è giovane come me lo sa fin troppo bene.
eppure, se davvero vogliamo “far diventare l’Irpinia la nuova Toscana”, dobbiamo fare i conti con le potenzialità reali di questa terra, e fra queste potenzialità, non se la prenda, ci sono i suoi cosiddetti giacimenti culturali.
roba anche di settemila anni fa.
roba che nessun turista ancora conosce (insieme a molti irpini).
l’asset su cui si poggia l’offerta di un territorio si basa anche su questi giacimenti e sulla loro valorizzazione e riscoperta.
quindi, gentilissimo, che lo vogliamo o no, dobbiamo decidere cosa fare anche di tutto questo, se non vogliamo tutti emigrare di nuovo e definitivamente.
a presto
elda martino
eldarin
9 Marzo 2008 alle 7:29 pm
@Michele Fumagallo
Caro Michele (non me ne vorrà, mi permetto di ricambiare al suo “cara”)
lo studio non è il metodo che proponevo (anche se in latino _studium_ vuol dire anche_desiderio_).
piuttosto, la conoscenza ( ma, forse, dovrei dire la curiosità), per creare nuova occupazione e nuove possibilità di sedentarizzazione, per noi e per chi vorrà (o dovrà) venire a vivere qui in Irpinia.
Mi pare evidente, quando mi guardo intorno, che l’era delle industrie e dei PIP è tramontata, mentre, invece, servono idee concrete per uno sviluppo reale.
l’idea che si possa risolvere qualcosa o, addirittura, amare di più un luogo con lo studio non può certo appartenere a me, ma che i più giovani sentano una diffusa disaffezione per questa Irpinia è, purtroppo, un fatto che constato ogni giorno, a scuola, all’università,nei musei e in tutti i luoghi dove faccio formazione(chiedendomi spesso se serve davvero a qualcosa…).
l’evidenza del presente è talmente pressante che mi pare difficile da ignorare, sono anni che “combatto”, nel mio piccolo, per sostenere l’idea di una possibilità di risorse ( e, quindi, di lavoro)per questa terra, risorse che, mi dispiace doverlo dire, continuano ad essere sottovalutate ed ignorate, quando non vengono direttamente obliterate o distrutte.
la Toscana, come molte altre regioni del mondo, dovrebbero insegnarci qualcosa in questo senso.
p.s. negli ultimi due mesi, tre delle mie più care amiche sono partite, erano tutte delle ottime ricercatrici, erano tutte irpine. avrebbero voluto occuparsi dell’Irpinia,piuttosto che del Trentino o della Lombardia.sarebbero rimaste se ci fosse stata anche una minima possibilità di ricerca, di lavoro. non è stato possibile. ancora una volta.in bocca al lupo, amiche mie! in bocca al lupo!
eldarin
12 Marzo 2008 alle 5:25 pm