Castelnuovo, Santomenna, Laviano
Ai tempi del terremoto li citavano sempre insieme: Laviano, Santomenna, Castelnuovo di Conza. Furono i paesi della provincia di Salerno più colpiti. Li ho visti in forma di macerie e adesso li rivedo completamente ricostruiti.Non sono qui per denunciare scandali, per catturare storie. Sono qui per stare all’aria aperta, perché al mio paese posso solo scrivere, perché nelle città non mi piace andare, perché quando c’è il sole è meglio andare in un paese che leggere un libro. E poi mi piace vedere tre paesi uno dopo l’altro, vedi le differenze: li infili come le perle di un rosario, scruti le mutazioni cromatiche e di postura, osservi la filigrana che è diversa per ognuno sotto la stessa carta stropicciata dell’epoca. Oggi mi sento come una massaia che raccoglie le erbe, un piccolo erbario di gesti: uno che getta un fazzoletto di carta dalla macchina, un uomo che mette il telefonino in mano a sua figlia che non avrà nemmeno due anni, uno che guarda le montagne e si mette le mani nei capelli.Questi sono paesi di collina con la montagna addosso e la valle ai piedi, qui c’è tanto paesaggio: boscoso, brullo, spigoloso, rotondo, dimesso, luminoso, oscuro, un paesaggio sprecato come deve sempre essere il paesaggio. Qui non è stato ancora messo in produzione, non ci sono cartelli turistici, non ci sono aziende agrituristiche.Dico subito la cosa che mi ha colpito di più: il canto degli uccelli, era da tanto che non sentivo tanti uccelli stando in un paese. E un’altra cosa che ho sentito sono stati i galli, tutto il tempo che sono stato a Laviano ho sentito tanti galli.Tre piccoli luoghi fatti di case nuove, con la gente che abita alla periferia. Immaginate una tovaglia, è come se tutto fosse apparecchiato nei lembi, il centro è vuoto.Forse è stato proprio questo vuoto del centro che mi ha avviato alle prime considerazioni paesologiche, ma qui a Castelnuovo è veramente clamoroso. Sto in piazza Umberto I, una piazza senza insegne e senza abitanti. Sarebbe bello stare in questa piazza con una donna, prendere insieme questo silenzio e questo sole. Io trovo questi posti estremamente romantici, credo che non ci siano luoghi migliori per amarsi. Salgo un po’ più su. Qualcuno ha sfondato le porte delle case vuote. Non riesco a crederci che in un posto così bello non ci siano abitanti. Ho visto situazioni simili tante volte, ma qui è davvero stupefacente. Penso che gli amministratori della Regione debbano una volta per sempre porre mano al problema dello squilibrio abitativo tra queste zone e quelle costiere. Non è possibile andare avanti così, con il forno della desolazione contrapposto a quello della calca. Nessun politico campano può illudersi di apparire illuminato se non pone rimedio a questo criminale uso del territorio. Vedo case ricostruite pure con un certo gusto, i colori degli infissi e degli intonaci ben curati, un lavoro ben fatto, ma il risultato è che la gente si è messa dove il paese è meno ripido e hanno fatto uno stadio in cui ci può stare il doppio della popolazione e stanno costruendo una chiesa che sembra una torta nuziale. Tutti vogliono la casa lontano dai vicoli, dove passa la strada, dove non ci sono vie anginose, dove non ci sono scale, dove il paese è slogato, sciolto e non ci sono altre case vicine. Il tetto come teca cranica, questo è il neuroabitare, dove ogni casa è un mondo. Due curve tra cespugli, peri selvatici, ulivi, e sono a Santomenna. Qui la ricostruzione sembra sia stata realizzata da un’altra mano, il tessuto urbano è più compatto, ma il vuoto regna sovrano. Veloce osservazione del paese da sotto, dal filo della strada dove faccio in tempo a notare che uno che sta qui, ma ha vissuto molti anni in Argentina, è più tonico di un paio di giovanotti che contemplano la loro noia. Vado a Laviano. Qui vari stili architettonici: Austria, condominio turco, Guatemala. Ma oggi il sole mi aiuta a non disperarmi, è la prima volta che guardo questo paese con il sole e questo mi fa ammirare la bellezza del paesaggio, la bellezza del paesaggio assorbe la bruttezza del paese, la riduce. C’è tanta montagna. Alle spalle c’è la Lucania e forse sarebbe stato meglio se questi paesi fossero in Lucania, la Campania non è una Regione e non a caso nel quarantasei ne volevano fare due. Nessuno quando va al Nord dice che è campano. Fino a un certo punto si dice che si è di Napoli, poi non si sa bene che dire. Ognuno fa quello che deve fare. Quelli che passano in macchina hanno regolarmente una sigaretta in bocca. Più che di residenti io parlerei di rimanenti. Paesi di emigrazione. Si parla di tutto quando si parla della recente storia italiana, ma si parla assai poco di emigrazione. In certi paesi è l’unica cosa che è avvenuta, andare via era l’unico modo di mettersi in regola con la storia. Se ne andavano trecento persone all’anno, un vero e proprio esodo a cui non ha mai fatto seguito un controesodo. Adesso arriva d’estate un po’ di gente, si viene a consumare il rito del ritorno, si viene per l’aria buona, il buon mangiare, ma sembra che nessuno creda in questi luoghi, come se essere in pochi fosse una cosa di cui vergognarsi, una certificazione di fallimento. Io mi ostino a fare questi giri, mi ostino a cercare qualche linfa per una vita nuova in chi passa il tempo andando ai funerali degli altri in attesa del proprio.Riflessioni sparse. Un paese con una forma anche se è svuotato ti dà sempre un qualche ristoro. Questi tre sono vuoti e non hanno nulla di antico, in fondo sono stati costruiti negli ultimi vent’anni, si sente che le pietre, gli intonaci, gli infissi non sono stati tanto tempo sotto il sole o le intemperie, insomma un paese assai più giovane dei suoi abitanti è una cosa strana. Un paese giovane e vuoto è diverso da un paese antico e vuoto. Davanti al bar un gruppo di giovani parlano della Ferrari. Non ci penso neppure di chiedere loro qualcosa. Chiedo informazione ai vecchi. Se parli con i vecchi sembra che stai facendo un favore. Se parli coi giovani sembra che sono loro a farti un favore. Un anziano di una settantina d’anni mi dice che qui molti fanno i braccianti, si mettono nei pullman alle tre del mattino e vanno a lavorare nella piana del Sele. Nella mappa della flessibilità ci sono anche queste persone non ci sono solo i ragazzi dei telefoni e degli altri mestieri senza corpo. Non ho visto un cane, una pecora, una vacca. Continuo a sentire solo uccelli e canti di galli in lontananza, non sono a Laviano, sono nel sabato del villaggio leopardiano, ma è un sabato senza donzellette. Tre paesi neppure una donna. Ma preferisco la tristezza di essere qui alla tristezza di essere altrove. Stamattina possono bastare il sole e il fragile tesoro degli uccelli e dei galli che cantano. Il resto è silenzio e non mi va di romperlo neppure con una domanda. Oggi sento che la parola è infetta, poso sul paese solo qualche sguardo e vado via dopo aver provveduto al rifornimento come se fossi un ciclista solitario che pedala e pedala senza alcun traguardo. Con due euro panino e grande bottiglia d’acqua minerale, due euro da consumare al sole, costa poco stare in piedi, con due euro qui puoi stare in piedi un’intera giornata.Torno a Santomenna. Vedo un uomo sulla cinquantina che dorme nella sua macchina. Nascono da questa visione i versi che butto giù appena torno a casa.
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Se perdi un figlio/ puoi venire qui a dormire in macchina/ alle due del pomeriggio,/puoi sentire il tremore del tuo corpo/ come un cespuglio sente una formica. Non disturberai nessuno/ non sarai disturbato nel tuo lutto/ nella tua voglia di stare lontano/ dall’usura degli impicci/ anche quella minima/ che viene dal restare in casa./ ora sei qui di passaggio/ ancora non sai come accantonarti/ come accantonare il mondo guasto./ ma guardali, alcuni già lo fanno,/ magari a quest’uomo/ che ti sta di fronte è già capitato/ qualcosa di simile,/ ha già chiuso la bocca / alla sua vita.
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avvisi per i frequentatori del blog
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verderosa
7 Marzo 2008 alle 1:11 pm
Laviano, Castelnuovo e Santomenna sono simboli pieni della nostra storia, perchè hanno in modo lampante i segni di due delle nostre tragedie: il terremoto e l’emigrazione.
teoraventura
7 Marzo 2008 alle 2:16 pm
caro stefano
hai perfettamente ragione.
amo molto questi tre paesi.
spero che questo pezzo lo leggano in tanti, ma lo leggeranno in pochi, perché una cosa più lunga di dieci righe spaventa e perché non c’è più tempo per niente e per nessuno.
franco arminio
7 Marzo 2008 alle 2:38 pm
l’ho letto, ero a lavoro, e non m’hanno (ancora) beccato!
maynardo
7 Marzo 2008 alle 3:08 pm
Caro Franco,
i paesi che tu descrivi così bene, direi quasi “fermi”, in attesa di qualcosa che dovrà pur venire, sarebbero meno fermi e meno in attesa se solo non esistessero più come “Comuni”. Oggi, paradossalmente, è proprio la vecchia (e sempre fondamentale)istituzione che i paesi si portano dietro (il Municipio) ad essere una palla al piede per tutti. Per gli amministratori “costretti” a pensare in piccolo, anzi in minuscolo, in un’epoca che ragiona esattamente all’incontrario (globalizzazione) e in cui i bisogni sono insieme più moderni e più vasti. Se invece i paesi da te descritti facessero parte di un unico Municipio che accorpa i vecchi comuni, quì magari quelli dell’alto e medio Sele, le cose sarebbero diverse e gli amministratori sarebbero costretti a pensare e ad agire più in grande. Stessa cosa accadrebbe per gli abitanti.
Invece tutto langue in attesa di nulla o di dibattiti che dio ci scampi tanto sono fuori dal mondo e dal tempo.
p.s. : a Stefano (Ventura) vorrei poi ricordare che, anche sul tema dell’emigrazione, le cose sarebbero diverse se non si dimenticasse, anzi si sottolineasse, che l’emigrazione è anche l’espulsione di gente da un territorio per i nuovi equilibri e il consolidamento degli interessi di quelli che restano. E’ “lotta di classe” l’emigrazione, insomma. Troppo spesso tendiamo, anche per un semplice riflesso condizionato, a pensare che l’emigrazione è tutto sommato una disgrazia quasi neutra, come un terremoto.
Con affetto
Michele Fumagallo
micheless
7 Marzo 2008 alle 3:36 pm
caro michele di queste cose dobbiamo discutere nel laboratorio democratico, con questo piglio che non tiene conto dell’agenda imposta dal contingente.
ci proviamo già domenica a frigento.
franco arminio
7 Marzo 2008 alle 4:03 pm
Caro Franco,
no, non commettere l’errore, che trapela qua e là anche da altri interventi, di considerare il nostro blog luogo di discussione della cultura e altrove luogo di discussione della politica.
Le cose non stanno così.
Qui noi discutiamo di tutto e possibilmente ad alto livello (se ne siamo capaci).
La divisione è invece tra la Comunità Provvisoria e il suo blog da una parte e le scelte politiche di ognuno di noi dall’altra. Quelle, ognuno se le vede per fatti propri.
Con affetto
Michele Fumagallo
micheless
7 Marzo 2008 alle 4:43 pm
capisco
quello che vuoi dire
e condivido.
però sarebbe bello, caro michele,
se si cogliesse la natura tutta politica oltre che estetica di un pezzo come questo…
franco arminio
7 Marzo 2008 alle 5:16 pm
Caro Franco,
tante cose dice il tuo testo, cose che vanno oltre la questione dell’Irpinia, quando dici: il centro della tavola apparecchiata è vuoto esprimi in modo eccellente come si vive oggi: la comodità prima di tutto, i bisogni, quelli inventati, creati apposta dal sistema capitalistico per farci consumare, spendere, quei bisogni inutili che diventano indispensabili costringono le persone a scegliere un luogo al posto di un altro, la bellezza delle curve con la linea dritta e piatta. L’omologazione del vivere. E poi c’è tanta bellezza nelle tue parole, nelle immagini dei luoghi e delle persone. Tutti possono scrivere le stesse cose, pochi sanno farcele vedere e sentire come hai fatto tu. Ciao Lucia
luciamarchitto
7 Marzo 2008 alle 6:32 pm
Caro Franco,
ma certo che colgo la natura politica di un pezzo come il tuo. Per questo penso che la tua scrittura sia la migliore che c’è su piazza (e non solo in Irpinia, ovviamente).
Il problema, Franco, è come far diventare politica “esplicita” (e alta) la via “artistica” alla politica che entrambi amiamo al di là delle differenze di pensiero politico contingente.
Su questo, converrai, le cose sono molto difficili. Ma il difficile è forse il “nostro mestiere”.
Per questo facciamo questo strano organismo denominato “Comunità Provvisoria”, luogo culturale e politico curioso ma affascinante.
Chissà che non ne venga fuori qualcosa di inimmaginabile, magari la prima pietra di una “politica” davvero nuova?
Michele Fumagallo
micheless
7 Marzo 2008 alle 7:30 pm
si qualcosa può venire
ma dobbiamo crederci fino in fondo. in effetti questa è l’ultima sfida, poi ci sarà solo un lento crepuscolo
franco arminio
7 Marzo 2008 alle 10:35 pm
Un tempo c’era una stanza e nasceva una famiglia, poi facevano grandi i figli e si alzava di un piano la casa; poi i figli si sposavano ed allora si aggiungevano altre stanze o si “occupava” la casa di fronte. Il “mondo” era “largo” conteneva tante case; le case del mondo si allargavano quasi a contenere, ad assorbire gli umori viscerali delle genti che le abitavano. Azione politica è oggi creare le condizioni per altri modi di riempire il vuoto delle case; persone diverse tra loro, da posti diversi, che ripopolano come nuclei di rifondazione sociale le stanze affiancate dei paesi e delle campagne vuote . Anche a Cairano, ad Andretta, a Trevico, a Taurasi a Castalvetere ….
luca battista
8 Marzo 2008 alle 1:03 am
Per Michele: senza dubbio emigrazione non è un fattore neutro, li mettevo insieme solo per importanza, non certo per la loro natura.
Sul fatto che siano fermi i “municipi”, invito a riconsiderare l’esperienza di Laviano negli ultimi 4-5 anni, che ha avviato progetti di una certa vitalità: sfruttando i soldi provenienti dall’affitto dei prefabbricati post-sisma a villeggianti napoletani e non solo, ha garantito una riduzione della tassazione ai lavianesi residenti (ICI, ma anche bonus per i medicinali), ha varato un contributo sulle nascite fino al 6° anno di età, ha ottenuto un finanziamento su una cultura pregiata (le fragoline di bosco) e contributi per la pastorizia e la piccola impresa dall’UE, ha riallacciato i contatti con gli emgrati lavianesi americani e austrialiani di 1à generazione.
Non che Laviano sia la Florida, ma quanto meno si è sforzata di uscire dall’immobilismo, con esiti che vanno certamente valutati.
Certo, se questi progetti fossero condivisi da più comuni, tanto di guadagnato.
un saluto.
Stefano
teoraventura
8 Marzo 2008 alle 12:18 pm
Caro Stefano,
quando ho parlato di paesi “fermi” mi riferivo alla bella “pennellata” di Franco, a una “staticità” non letterale ma profonda indipendentemente dall’agire “spicciolo” di questo o quel progetto.
Sì, pur avendo smesso da tempo di scrivere di cronaca sul mio giornale, conosco i progetti di Laviano, così come quelli di tanti altri piccoli comuni, e non solo perchè me ne sono occupato per anni.
Il problema, vedi, non è che se i progetti di Laviano (o altri comuni) sarebbero condivisi dai comuni vicini le cose cambierebbero. Non è in questi termini la questione.
Il punto è che un Municipio moderno e all’altezza dei compiti (dicevo in altre occasioni: intorno a 80/100mila abitanti, ma è ovviamente tutto approssimativo) obbliga a un ragionamento “collettivo”, cambia la “mentalità” (brutta parola, scusami, non me ne viene un’altra), immette un tipo di programmazione totalmente diversa, non solo più aderente ai bisogni del cittadino moderno, ma diversa sul piano della qualità.
Certo, poi, anche lì contano gli uomini e le loro idee. E, ovviamente, gli interessi.
Ma, intanto, si apre, per i nostri paesi (ma per tutti i paesi), una pagina nuova, direi europea, non più “arretratamente” italiana (e meridionale).
Un discorso che dobbiamo continuare.
Con affetto
Michele Fumagallo
micheless
8 Marzo 2008 alle 4:43 pm
Ok michele, lo continueremo, anche perchè è buona parte del nostro destino di zone interne e di paesi.
A presto.
Stefano
teoraventura
10 Marzo 2008 alle 4:35 pm
Castelnuovo di Conza, 29 marzo 2008
Caro Franco,
chi ti scrive vive in quella piazza vuota, (Piazza Umberto I) che per noi Castelnovesi è lu Chianieddh’. Prima di tutto ti ringrazio per i colori degli infissi e degli intonaci ben curati, un lavoro ben fatto, un complimento che sento di ricevere anche se involontariamente, ancora studente in architettura nell’ 1989 ho avuto l’opportunità di progettare il Piano del Colore del Centro Storico del mio paese.
Avevo solo 13 anni quando ci fu il terremoto nell’80 e quella piazza è il luogo dei miei giochi di bambino. Sui sedili in pietra che contornano la piazza oggi vuoti, al fresco degli alberi sedevano i nostri spettatori, i vecchi. Sono passati molti anni, ho fatto in tempo a laurearmi, a progettare e far ricostruire la casa dei miei genitori che il terremoto ci aveva portato via.
Come te ho scelto di vivere con mia moglie e i miei due bambini in un paese e goderci questo paesaggio: boscoso, brullo, spigoloso, rotondo, dimesso, luminoso, oscuro, un paesaggio sprecato come deve sempre essere il paesaggio.
Io e mia moglie siamo due architetti e docenti di materie artistiche, lo dico solo per sottolineare che siamo amanti del “bello”, e troviamo bello e romantico ciò che ci circonda in questo angolo sperduto del mondo.
La nostra casa è nel centro storico e affaccia in Piazza ( lu Chianieddh’). Quando abbiamo comprato casa nel 2003 il posto sembrava desolante, di notte gli infissi delle case disabitate sbattevano, amplificando il silenzio che circondava in un’atmosfera da film di Sergio Leone. Ormai una forza e una volontà difficile da spiegare mi trattiene ancora qua, e spesso mi ritrovo a sognare di vedere i mie figli giocare tra questi vicoli cosi come ho fatto io, sono felice di potergli offrire la pietra dove sedevamo e giocavamo noi da bambini piuttosto che tenerli chiusi in un anonimo condominio di città.
Sono ottimista per il futuro di questi luoghi sempreche saremo in grado di consegnare alle prossime generazioni un paesaggio sprecato come deve sempre essere il paesaggio.
Credo che chi verrà dopo di noi sarà ancora più bravo a creare una vita sostenibile ed avere maggiore rispetto per ciò che ci circonda.
Sono d’accordo con te quando dici che questi sono posti estremamente romantici, e non ci sono luoghi migliori per amarsi, spero che questo messaggio venga recepito a tutti quelli che vogliano scoprire luoghi e paesaggi incontaminati.
Caro Franco ti invito ritornare in una giornata di sole per farci una chiacchera all’ombra degli alberi di lu chianieddh’.
Architetto Francesco Custode
Francesco Custode
29 Marzo 2008 alle 3:45 pm
leggo con attenzione quello che scrivete, a me non spaventano 10 righe.
Mi riconosco in quello che scrivete…il problema parte da lontano…e forse non è questa la sede.
Ho visto un sito che, sebbene sia appena nato, sta raccogliendo documenti sul post-terremoto, forse può essere utile.
http://laviano.altervista.org
http://laviano.altervista.org/forum
http://laviano.altervista.org/id richiede ID/PASS
Laviano-Santomenna-Castelnuovo la fusione sarebbe vantaggiosa, ma non avverrà in questa generazione. saluti.
fritzi_georghe
12 Settembre 2008 alle 6:12 pm