TETES de BOIS
MICHELE FUMAGALLO e i TETES BOYS
da IL MANIFESTO del 22 Giugno 2006
SORIE I Têtes de Bois nei luoghi simbolo delle lotte operaie
Avanti Pop alla riscossa / Canzoni e ricordi per riscattare «sul posto» le grandi mobilitazioni dei lavoratori italiani. Prima tappa davanti ai cancelli della Fiat Sata, ripensando ai 21 giorni che sconvolsero Melfi / Michele Fumagallo - Melfi (PZ)
La prima emozione, il gruppo musicale dei Têtes de Bois, l’ha avuta davanti ai cancelli della Fiat Sata di Melfi nel cambio turno di notte di venerdì 16 giugno. Un quarto d’ora di musica, volantinaggio e video-proiezione davanti al Cancello B della fabbrica, dalle ore 21,15 alle ore 21,30. Un assaggio di quello che poi sarebbe stato lo spettacolo completo, domenica sera, al centro sociale di Lavello. Uno spettacolo che canta il lavoro e le sue storie e che prende spunto proprio dal racconto dei 21 giorni della lotta alla Fiat di Melfi, due anni fa. Sul camioncino Fiat del 1956, «vecchio mezzo di lavoro trasformato in zattera di idee», come ama definirlo la coltissima band che si inoltra con grande grazia tra la vitalità maledetta di Arthur Rimbaud e Charles Beaudelaire, una parte del gruppo suonava mentre altri volantinavano e si intrattenevano con gli operai. Molti di questi si sono meravigliati dello spettacolo e chiedevano come mai il tutto andasse in scena davanti a una fabbrica nella landa desolata della Piana di San Nicola invece che dentro un teatro in città.
La risposta dei Têtes era scontata per chi conosce il loro modo di essere artisti mai distaccati dalla base e dai luoghi di lavoro e di consumo: «Lo facciamo per voi». E mai risposta è stata tanto priva di presunzione. Era semplicemente la pura verità. Quella di un progetto, «Avanti Pop», nato dentro il centenario della Cgil e che, ci si può scommettere, alla fine di tutto un percorso che prevede altre tappe dentro i luoghi e il mondo del lavoro su e giù per l’Italia, sarà uno dei lasciti migliori della ricorrenza sindacale. E la Fiat Sata con i suoi «21 giorni che sconvolsero Melfi», come sono stati definiti a ragione dagli operai stessi, non potevano in fondo che essere la prima tappa di questo percorso unico che cambia totalmente mano a mano che prosegue nelle varie tappe, pur mantenendo un’impostazione che segue dapprima un minimo di lavoro di inchiesta nel territorio prescelto, cercando le testimonianze dei lavoratori, poi la partecipazione degli artisti del luogo e di quelli nazionali che vogliono interagirvi.
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Dare voce al lavoro
«Il tema del lavoro, il dramma della disoccupazione, la dignità del lavoro, dal passato a oggi, ecco - dice Andrea Satta, voce dei Têtes - il nostro progetto intende raccogliere, evocare, ricordare e riabilitare le lotte: da Porto Marghera, ai camalli genovesi, dagli operai Fiat, ai tranvieri milanesi, dagli sguatteri egiziani, al precariato dilagante. Naturalmente con il peso e la leggerezza di un evento artistico. Se ieri la lotta dei lavoratori ha creato e generato la circolazione della musica, oggi, in una realtà di crisi, è la musica che autonomamente si sposta per ricordare il lavoro, dargli voce».
La lotta degli operai iniziò il 17 aprile del 2004, davanti ai cancelli della Fiat Sata nell’area industriale di San Nicola di Melfi, dove era nata dieci anni prima la fabbrica del just in time e della qualità totale; la fabbrica integrata che avrebbe dovuto ricostruire un modello nuovo di relazioni. Naturalmente questa ideologia era destinata ad infrangersi con la realtà dura dello sfruttamento dei ritmi di lavoro e del lavoro notturno e del salario più basso degli altri stabilimenti Fiat («posti di lavoro in cambio di maggiore sfruttamento» era stato sostanzialmente il leit motiv con cui era nato lo stabilimento al Sud). La lotta termina con la vittoria degli operai il 9 maggio successivo e con la firma dell’accordo tra Fiat e sindacati. Naturalmente il tutto è costato 21 giorni di scioperi, manifestazioni, blocchi, cariche della polizia, con il culmine della bella manifestazione di sabato 24 aprile che vede la partecipazione di 15 mila tra operai, famiglie, testimoni, persone. E con la sordità del governo che, sotto dettatura Fiat, mantiene la linea dura mettendo in campo i reparti speciali pronti a caricare. È quel che avviene, ma non servirà a nulla, perché la solidarietà che gli operai ricevono da tutti gli stabilimenti Fiat e da tutte le fabbriche italiane, con raccolta di fondi a sostegno e mobilitazioni in loro favore, li farà vincere.
È dentro questa vicenda, dunque, che i Têtes de Bois hanno pescato l’humus più eccitante per il loro spettacolo andato davanti al centro sociale di Lavello la sera di domenica 18 giugno. Ospiti, oltre le centinaia di persone accorse ad ascoltarli, anche la cantante Paola Turci, il vignettista Sergio Staino, lucano di origine, il regista teatrale lucano Ulderico Pesce che ha costruito sulla lotta della Fiat di Melfi la sua ultima rappresentazione, Fiat’o sul collo, l’attore di origine lucana Rocco Papaleo, il gruppo di videoartisti che ha girato il film su Rocco Girasole, il bracciante ucciso a Venosa dalla polizia 50 anni fa.
I Têtes attaccano il loro inno - «Avanti pop, alla risCoop, bandiera rock» - mentre Ulderico Pesce inizia una delle sue storie operaie melfitane fatte di speranze, ansie e paura per i colloqui prima dell’assunzione, gioia partecipata con amici e parenti per l’assunzione che scaccia l’antico pericolo dell’emigrazione, alienazione nel mondo della grande fabbrica Fiat, rabbia per lo sfruttamento e le promesse non mantenute.
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Un oratorio civile
I Têtes interpretano La leva di Paolo Pietrangeli, mentre di nuovo Pesce irrompe con le sue storie di rabbia e commozione. È la volta delle canzoni inedite che il gruppo ha tratto dai versi di Rocco Scotellaro (faranno parte di un loro prossimo disco) mentre sul primo schermo irrompe il video sulla lotta degli operai di Melfi e sul secondo Sergio Staino interpreta in diretta con le sue vignette l’atmosfera del concerto-spettacolo (definito a ragione un «oratorio civile»), uso intelligente dell’arte in connubio diretto con la vitalità popolare.
E gli operai Fiat non sono solo nelle storie di Pesce, ma irrompono nello spettacolo con le loro testimonianze. Non prima che Andrea Satta abbia messo a confronto la manipolazione giornalistica dell’informazione con il video-verità delle lotte di Melfi. L’operaia che sale sul palco e prende per prima la parola è emozionata: «21 giorni e 21 notti sono tanti e ci sarebbero da raccontare tantissime cose. Ne voglio però ricordare una di una nostra compagna che, quando i poliziotti si preparavano a caricare, ha raccolto ai bordi delle strade un mazzetto di margherite e gliele ha portate». Pietro, anche lui invaso dalle emozioni, alla fine sceglie un suo particolare modo per ricordare quella lotta: «Ecco, se posso dirlo, dopo 21 giorni ho assaporato per la prima volta due cose: ho dormito a lungo e giocato a pallone».
Andrea Satta intona una bellissima interpretazione de Lu furastiero di Matteo Salvatore mentre sullo schermo passano le immagini del video Surfarara di Vittorio De Seta. E dopo gli interventi operai è la volta del beaudeleriano Albatros, inno di libertà dalle mille sfaccettature, dedicato dai Têtes ai racconti e ai sogni degli operai. Rocco Papaleo irrompe con il suo Io c’ero, verve e passione di un amore tormentato per la sua Basilicata, mentre PaoPaola Turci propone la sua interpretazione di Vincenzina davanti alla fabbrica di Enzo Jannacci. È la volta delle immagini e dei ricordi di un’altra lotta, quella per il lavoro nella Venosa del 1956. Che si concluse con l’uccisione del bracciante ventenne Rocco Girasole. Il video La morte di Girasole è stato girato e presentato da due giovani, Benedetto e Giuseppe, e ha dato intense emozioni al pubblico di Lavello.
Di nuovo canzoni, immagini, vignette e testimonianze concludono una serata appassionante, fresca, antiretorica nonostante i rischi in tal senso, preludio agli spettacoli futuri di «Avanti pop», ma anche linea di demarcazione di una ricerca artistica che può trovare nel mondo popolare linfa vitale. Alla fine è un altro operaio Fiat, stavolta dirigente sindacale della Fiom, Giuseppe Cillis, a dire la sua: «Mettere insieme arte e lavoro può contribuire non solo, come del resto è accaduto già in passato, ad aprire nuovi spazi di coscienza e addirittura di umanità, ma può diventare davvero il futuro del mondo. Una nuova cultura, una rinnovata vitalità sociale, possono venire soltanto da questo intreccio che ha il sapore di una deflagrazione positiva».
La conclusione è legata al connubio dell’attualità dell’arresto di Vittorio Emanuele di Savoia con un passato molto lontano. Si legge la storia di Giovanni Passannante, il giovane repubblicano lucano che attentò nel 1878 al re Umberto I di Savoia, sfiorandolo appena con un piccolo coltello. Condannato a morte, poi all’ergastolo, passò undici anni in una cella sotto il livello del mare nell’Isola d’Elba e gli ultimi anni della sua vita nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Dopo la morte, in ossequio alle teorie lombrosiane, gli fu tagliata la testa. Il cervello viene messo in formalina ed esposto nel museo criminologico di Roma, dove è ancora oggi. L’auspicio è quello di far tornare Passannante nella sua terra e di ridare a Savoia di Lucania (nome imposto dopo l’attentato, a risarcimento), piccolo paese vicino Potenza, l’antico nome di Salvia, dalla pianta profumatissima che circonda il suo territorio.
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Tour in camioncino / Un tocco speciale al centenario Cgil
M. F.
Têtes De Bois e «Avanti Pop», un gruppo musicale e un progetto che si sposano bene e danno un tocco particolare al centenario della Cgil che si sta svolgendo, per altri versi, in maniera abbastanza tradizionale, con avvenimenti culturali che preferiscono inserirsi più nell’ufficialità delle manifestazioni che attraversare le strade nuove della ricerca. Il tour nazionale, iniziato dalle storie degli operai di Melfi con lo spettacolo allestito a Lavello, apre altre prospettive anche per la dirigenza del sindacato se solo non ci si limitasse a finanziare semplicemente l’avvenimento. Bisognerebbe piuttosto aprirsi alle istanze della base, come del resto suggerisce la storia originaria della Cgil, cioè una federazione di camere del lavoro, una federazione del lavoro di base.
I Têtes De Bois hanno ormai una lunga storia musicale alle spalle. Sono nati sotto la stella ribelle di Giordano Bruno (il loro primo concerto vicino alla statua dell’eretico, a Piazza Campo de’ Fiori a Roma, il 15 febbraio 1992) suonando le canzoni di altri ribelli come Leo Ferré e Georges Brassens, oltre che le poesie musicali di Beaudelaire. Non a caso sono stati scelti dal Comune di Charleville-Meziers in Francia, città natale di Arthur Rimbaud, per il concerto organizzato nel centocinquantenario della nascita del poeta.
Il progetto «Avanti Pop» prevede un tour in alcuni dei luoghi (dovrebbero essere una ventina) emblematici del lavoro in Italia. Il camioncino Fiat 615 NI del 1956, che accompagna da sempre la band, si posiziona al centro di un cerchio rosso tracciato proprio nei luoghi scomodi che hanno visto svolgersi e consumarsi le lotte per il lavoro. Sul camion anche una grande buca della posta che accoglie le denunce presenti e passate di ingiustizia e abusi. La prossima tappa del progetto è alle cartiere di Isola del Liri (Frosinone) il 14 luglio prossimo.
michele sei una preziosa risorsa per il municipio dell’IRPINIA
ancora di più per la comunità provvisoria
chi avrebbe mai saputo che i tetes de bois fossero passati per melfi ?
la prossima volta avvisaci per tempo
sul blog
perchè il manifesto lo si legge in pochi
francesco
francesco t.
13 Mar 08 at 8:51 am
Caro Francesco t.,
i Tetes des Bois, se è per questo, sono già stati anche ad Avellino.
E anche gruppi musicali , come posso dire, “superiori”.
Ma, scusatemi, amici, se la butto sempre in “sentenze”: qualsiasi cultura e di qualsiasi tipo è passata non solo ad Avellino, ma anche in Alta Irpinia. E ovunque nel sud.
Non ci sono luoghi “arretrati”, amci miei.
E’ una leggenda fatta circolare ad arte da imbroglioni di vario tipo. Non a caso si nasconde la realtà del passato. Per giustificare la propria arretratezza oggi. Lo fanno in tanti.
E, ti assicuro, è una cosa davvero irritante.
Vuoi qualche esempio?
Negli anni 50 del secolo scorso Camillo Marino e Giacomo D’onofrio misero in piedi un festival cinematografico chiamato “Laceno d’oro”. Un festival, sia chiaro, di impostazione “passatista” già allora, discutibile e “arretrato” già allora (e la rivalutazione fattane da alcuni amici anni dopo è semplicemente un’altra operazione “reazionaria”). Tuttavia passarono per quel festival molti nomi e molti film.
Ebbene, anni dopo, continuo con l’esempio, un altro festival, quello di Mirabella Eclano, “Scrivere il cinema” (altra operazione superficiale e “arretrata”), portò moltissimi nomi, di tutti i tipi (da Franco Nero a Werner Herzog). Sapete quale fu il leit motiv di quel festival? Questo: vedete chi vieni qui, cosa siamo stati capaci di fare in una terra così povera, eccetera eccetera? Naturalmente non era vero perchè già altri prima avevano fatto la stessa cosa e anche di più.
Ancora con l’esempio: anni dopo il festival Leone di Torella dei Lombardi porta altri ospiti (tra parentesi ci sarebbe molto da discutere su rassegne dove si punta in modo massiccio sugli ospiti) e sempre con la stessa tiritera. Vedi chi viene a Torella?, Quando mai è accaduto questo prima? E’ un ritornello che non fanno solo gli sprovveduti o furbetti ( scusatemi) torellesi, ma fa lo stesso direttore artistico, il “cosmopolita” Gianni Minà, che non dovrebbe essere così sprovveduto.
Caro Francesco, funziona sempre così da tempo nel nostro territorio. Quando si fa qualcosa, ognuno pensa di essere stato il primo. E’ un’operazione pericolosa perchè nasconde una sostanziale “reazione” sotto una finzione di “novità”.
Gli esempi che ho portato sopra sono solo alcuni, te ne potrei citare a decine, dalla questione anni 70 Sant’Andrea-teatro (su cui spero torrneremo anche come Comunità Provvisoria), alle rassegne musicali e cinematografiche di vario tipo negli anni 80 e anche prima (Nusco, tra gli altri), al jazz (ultimo quello di alcuni comuni altirpini). Al centro della poesia europea “Altura” di Bisaccia, che ebbe proprio in Franco Arminio un promotore (chi scrive si ritagliò, se posso permettermi di dirlo, uno spazio politico in quell’impegno), una manifestazione ricca di incontri di alto livello, fallita nel suo progetto di struttura forte, una cosa su cui bisognerà ritornare (anche come Comunità Provvisoria, secondo me).
Ti racconto queste cose perchè bisogna stare attenti ai finti “progressisti” (siamo al sud, territorio di trasformismo e “imbroglio”), a quelli che scoprono l’ombrello, che cancellano il passato per presentarsi come “novità”. In genere sono sempre portatori di “reazione” o, che è peggio, di “finto progresso”.
p.s. : su ciò che scrivo su “Il Manifesto” non ti preoccupare perchè non perdi niente. E non solo perchè da otto anni ho smesso di scrivere di cronaca e quindi scrivo pochissimo (solo di cultura e rassegne con qualche perlustrazione in alcune “storie”), ma anche perchè il giornalismo (tutto, senza eccezioni) è davvero nella stessa crisi epocale di altri poteri. Tutti gli organismi “vecchi”, anche quando hanno ancora qualcosa da esprimere, sono in preda a “malattia mortale”. Nessun organismo del passato ha dentro di sè i germi per il futuro. Davvero occorre costruire qualcosa (molte cose) di nuovo. Questa è la sfida che abbiamo davanti oggi, in un’epoca di trapasso.
Scusami la confusione.
A presto
Michele Fumagallo
micheless
13 Mar 08 at 10:41 am
[...] Jan: [...]
Blog Cinema » TETES de BOIS
13 Mar 08 at 2:21 pm
io lo leggo tutti i giorni…
maria rosaria
13 Mar 08 at 3:30 pm
caro Michele,
io vorrei soffermarmi invece sulle inconsistenze di certe operazioni ‘culturali’ che hanno avuto luogo e che avvengono nel nostro territorio.
Spesso si nota una certa mancanza di contenuto, si organizza un contenitore dove ognuno può progettare un certo tipo di profitto che può essere di tipo ricreativo, economico o narcisistico, il tutto non si traduce in un modo particolare di sentire e di pensare esteso a un numero non ristretto di persone ( a cosa dovrebbero servire degli eventi ‘culturali’?) ma in un sottotipo di indotto di non si sa che, che dura lo spazio di un fine settimana dove a trarne giovamento, sono pochi.
E così non si contribuisce a creare una nuova consapevolezza, una nuova sensibilità, che sono i presupposti fondamentali per una qualsiasi forma di rinascita.
Il problema è cercare dei veri contenuti e fare in modo che non siano i soliti pochi noti a fruirne, ogni cosa pensata dovrebbe avere lo scopo di essere recepita dal maggior numero possibile di persone, non deve essere una cosa che dura lo spazio di una sera, deve essere un qualcosa che stimoli, che avvii una forma di riflessione , deve essere socializzata, aperta, dovrebbe concorrere a far si che si formi anche se solo in ‘nuce’ una nuova sensibilità.
Un po’ più di ‘manovalanza’ e meno ‘contemplazione intellettiva’: è questo che serve.
Nel post della montagna non ricordo se elda o qualcun altro parlavano del forte disagio non solo giovanile: la nuova forza per l’irpinia sono i giovani di cui purtroppo si parla molto poco.
La bellezza dell’irpinia appartiene a loro, il compito di una comunità adulta dovrebbe essere rimuovere le patine, le muffe e le escrescenze che con gli anni si sono accumulate.
Si riuscirà mai a pensare in questo modo? Si sarà mai capaci di spostare i termini temporali della ‘questione irpina’ ad una generazione più avanti? O saremo costretti a vederci vittime di progetti sempre a breve scadenza?
maria rosaria
13 Mar 08 at 7:28 pm
Maria Rosaria, tesoro,
io cercavo di portare l’attenzione su di una arretratezza che non esiste, non è mai esistita nei termini in cui si discute spesso di questo argomento. Volevo dire che il nostro territorio ha attraversato sempre la modernità. Non volevo certo dire che la politica culturale è qui molto avanzata. Tutt’altro, è invece, soprattutto oggi, banale e “reazionaria” come e più che altrove.
Il problema è in parte quello che descrivi tu (organizzazione per pochi, effimera, poco spazio ai giovani, eccetera), in parte pesa invece il “dominio” di un ceto piccolo borghese che ragiona secondo i propri ritmi e interessi, certamente antipopolari, visti i risultati.
Per un discorso più approfondito, però, dovremmo scendere non solo nella linea della politica culturale delle istituzioni, ma soprattutto nel merito delle manifestazioni stesse.
Spero che lo facciamo la prossima volta.
Con affetto
Michele Fuamgallo
micheless
13 Mar 08 at 11:50 pm