COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

POSSIAMO DARE ARIA AI NOSTRI SOGNI

con 17 commenti

Adelelmo Ruggieri

PORTE APERTE

“possiamo dare aria ai nostri sogni”

Sto andando in treno ad Ancona. Cinquanta anni fa molte coppie ci andavano in viaggio di nozze. Passavano amoreggiando la prima notte matrimoniale, e poi, la mattina dopo -dopo un’altra passeggiata in centro-, tornavano al paese sulle colline marchigiane. Sto dicendo naturalmente di coppie che appartenevano alle cosiddette classi meno abbienti, in pratica tutte quante. Le pochissime restanti partivano per chissà dove, prima tappa quasi sempre Venezia, poi di lì si vedrà, che tanto i soldi non finivano mai.

Ho con me un libro di Enzensberger che mi regalò Franco di passaggio a Fermo, con la dedica: “Ad A. per uscire dal titanic delle parole”. Il libro si chiama, appunto, “La fine del Titanic”, e in questo caso qui l’uscita corrisponde all’inabissamento. In lingua tedesca si chiama: “Der Untergang der Titanic”. Mi ha sempre incuriosito questa faccenda di tutte queste parole tedesche con la lettera maiuscola. Il libro è del 1978. Nel 1980 lo ha tradotto Vittoria Alliata e lo ha prefatto Cesare Cases. L’ho già letto una volta. Oggi volevo rileggerlo qua e là, mentre trascrivo le cose che vedo e che sento in questo viaggetto, con in testa ancora gli amici irpini.Il treno parte fra venti minuti. Faccio due passi. Una coppia sta passando sull’altro lato della strada. Lei, a un certo punto, si mette ad urlare: “Io – io – dovrei coabitare con voi?”. Lo ripete una seconda volta triplicando: “Io – io – io – dovrei coabitare con voi?”. Si è fermata per dire questa cosa al suo compagno totalmente basito davanti un cartellone elettorale che recita: “Unire, Partecipare e Condividere per Ricostruire il nostro Futuro!”. Cinque maiuscole con aggiunta di esclamazione. (È vero, naturalmente.) Pensavo che le ore al Goleto si sarebbero, nel ricordo, via via rimpicciolite. Pensavo che tutta quanta quella cordialità luminosa, via via, si restringesse… Il libro di Enzensberger è fatto di 33 canti. Ma la linea continua dei canti da 1 a 33 è molte volte interrotta da pezzi sciolti che s’infilano (nell’indice) in una seconda linea traslata a destra. E mi faccio l’idea che è questa seconda linea traslata il segreto di questo libro. Le interruzioni sono: Apocalisse, Denuncia di smarrimento, L’iceberg, Ultima cena, Misure di sicurezza e ancora altre. Alcune delle 16 interruzioni sono “dipinti”. Il primo è “Apocalisse, scuola umbra, anno 1490 circa”; l’ultimo “La fuga in Egitto, 1521, fiammingo”.È arrivato il treno. Salgo. Mi siedo. Volgo lo sguardo alla passeggera che mi è accanto. È Cinzia. Uno dice: capitano tutte a te. No, affatto. Penso che la verità è che capitano tutte a tutti noi. Ogni incontro è, inevitabilmente, in rapporto con te, ed è per questo che si ha l’idea sempre che capitano tutte a noi. In questo caso qui la fortunata coincidenza è che Cinzia Spataro e suo marito Stefano Ricci hanno scritto un libro che si chiama “Una famiglia anche per me”. Lo ha pubblicato Erickson nel 2006. Con l’amico Giacomo Franca lo presentammo alla sala multimediale di Fermo. Cinzia e Stefano hanno fondato una comunità familiare che ha dato accoglienza, in otto anni, a quasi quaranta bambini. Il tema del libro è : “Abbiamo cercato di capire con il cuore, con la testa e con la pancia”. Le inizio a raccontare le mie ansie di padre, specie di questa faccenda dei rientri notturni che non si capisce mai l’ora precisa del rientro. E tu stai lì, come un baccalà narcotizzato dall’ansia, con il telefonino affianco, e ogni ora chiami, ma la linea è occupata: “l’utente non risponde”. L’utente è tuo figlio o tua figlia, e tu non hai idea di dove accidente sta. Molto meglio quando non c’erano i telefonini. Uno doveva sperare solo nel senso di responsabilità dei figli, e basta. Poi uno ci fa il callo, è vero, a questa cosa nuova e frenetica, ma non è semplice. A un certo punto Cinzia mi guarda e mi fa: “La mattina non esiste più per loro”.I telefonini si sono messi a funzionare alla grande. Guardo il mare. In certi tratti da San Giorgio ad Ancona la rotaia si avvicina moltissimo al mare. E in altri punti gli sta sopra, perché passa esattamente sopra la scogliera artificiale contro cui battono le onde. In Ancona ho un appuntamento di lavoro alle 16. Ho quasi un’ora. Il tram mi ha lasciato davanti al teatro delle Muse. C’è un grandissimo dispiegamento di forze dell’ordine e di vigili del fuoco. Domando a uno di loro che succede. Mi dice gentilmente che alle 16:30 arriva in teatro il presidente Napolitano, in visita alla città dorica. Fa bene ad andare in giro per l’Italia, a vedere se scende la febbre del Paese.Ieri ho guardato con attenzione e letto alcuni pagine de “Il recupero dell’architettura e del paesaggio in Irpinia”, a cura di Angelo Verderosa per l’editore De Angelis. La prima immagine del libro è del borgo recuperato di Castelvetere sul Calore, poi Taurasi, Rocca San Felice, Cairano… Nella seconda parte comincia quello mi appassiona di più, perché essa ci dice di come sono fatte le case irpine in paese e in campagna. La più bella per me è quella 2 di pagina 40: una casetta a due piani che a starci sarebbe una gran bellezza. A piano strada tutte gli attrezzi e le cianfrusaglie, e a piano rialzato due stanzette luminose e servizi…. È un poco l’inizio di tutto una casetta così…

casa-2-pagina-40.jpg

Utilissimi i dettagli di restauro. Bellissime le porte di pagina 63. Sarebbe non male bussare a una di quelle porte, e ti vengono ad aprire, e – oplà – è fatta. Io quando guardo attentamente una porta penso sempre a questa cosa qui. Busso, mi vengono ad aprire, e – oplà – è fatta. Sono arrivato nel mio posto… In piazza del Plebiscito a salire verso l’alto di Ancona un giovane flautista è rannicchiato per terra e suona una canzone, speriamo gli porti tutto il bene possibile. Svolto a destra di novanta gradi per via Bernabei. Il guidatore del camioncino del Catering Pranzo Azzurro fatica le classiche mille camicie per svoltare… Gli faccio: “Quante volte al giorno?”. Mi guarda. Fa un cenno come a dire: “Che ci vuoi fare, è toccata a me questa curva a gomito qui.”

C’è ancora mezz’ora. Sì. La giornata al Goleto mi è rimasta nel cuore, nella testa, e nella pancia, e come poteva non essere che non restava lì: era perfetto quel pranzo nel sole. Chi sta in un posto non può vedere che cosa è stare lì. Chi è di fuori forse vede lo stare e l’essere insieme. Però la questione è sempre la stessa. La questione è di quella porta che sta in cima alla scaletta di casa. Pensavo che otto giorno dopo il ricordo si sarebbe ridotto a un ottavo, e invece otto giorni dopo questo ricordo è diventato otto volte più grande. Perché è accaduta questa cosa? Questa qui è una domanda di un qualche interesse.

In un lacerto fra due case si vede il porto di Ancona: il canto degli arrivi a cui fa da eco quello delle partenze. Mi appoggio a una macchina. Prendo una pagina di Enzersberger, che dice: La lotta di tutti contro tutti dovrebbe, / secondo quanto trapela da ambienti / vicini al ministero degli Interni, / essere prossimamente nazionalizzata. Sono quasi le 16. Mi riordino i pochi capelli che ho con le mani. Ho ancora dieci minuti all’incontro di lavoro. Ora sto dalle parti del faro. Sopra l’orizzonte una nuvola che ha costituzione di bruma si sta dissolvendo. C’è una luce che resterei qui fino a sera. C’è la stessa luce di domenica 24.

Sono circa le 22. Sto per scendere dal treno che mi riporta a casa. Siamo in pochissimi sul vagone. In piedi all’uscita c’è un signore che avrà la mia età. Ha la sigaretta fra le dita, ma qui il treno ferma tre secondi soltanto, non potrà fumarla. Gli dico che è diventato tutto estremamente complesso, anche fumare. Poi gli dico: “È sempre più complicato campare.” E lui mi fa: “Dillo a me, però così fumiamo di meno.”

**
Oggi ho disegnato muri di cemento armato per un sacco di ore di fila. Per prendere un poco di aria ho appena letto come va nella Comunità. Ho appena letto un testo di Franco. Ci dice che “Oggi l’altura è triste.” Ci dice che a scuola ha perso il posto “perché ci sono pochi bambini.” E che “In mezzo alla strada non c’è nessuno. Le porte sono chiuse.” Ha chiamato Angelo Verderosa per risollevarsi, e un po’ sta meglio. Fra poco esce a parlare con alcuni ragazzi che vogliono impegnarsi sul fronte ambientale. Con Angelo diceva che lì hanno vissuto un po’ come su un’isola. Io penso che è meraviglioso vivere su di un’isola. Ma l’unica cosa che conta – dovunque si sta – è tenere le porte aperte.

NASCONDINO

L’otto marzo qui a Fermo c’è stata l’inaugurazione di una mostra fotografica di Gianluca Ferroni. È nato qui nel 1975, e nel ‘99 ha iniziato a prendere la fotografia come disciplina. Inizialmente ha cominciato a raccontare la sua città poi ha cominciato a viaggiare, e nei suoi viaggi a occuparsi di tematiche sociali. Nel web c’è un’ampia descrizione del suo lavoro. Fra i racconti ci stanno le immagini di alcuni bambini che giocano a nascondino. La prima immagine è quando scendono le mani insieme, per vedere chi cercherà. Poi gli altri tre iniziano a correre di corsa, direbbe Prosperi. A questo punto chi deve cercare si mette a cercare e gli altri cercano di fare tana. Chi deve cercare è cauto, molto cauto. Sa che da un momento all’altro sbucherà fuori da una qualche parte uno degli amici per andare – correndo di corsa – a fargli tana… Ecco, c’è riuscito. Ferroni racconta benissimo questa gioco. C’è aria in queste immagini, perché in questo gioco c’è aria. È l’aria delle cose che non costano nulla. È l’aria della corsa verso l’aperto di cui scrive da qualche parte Rilke. Un’altra serie di immagini che formano un racconto è dedicata all’acqua. Erano in mostra. Ci sono colori vividi in questa serie qui, eppure arrivano da un mondo non semplice per niente – l’Etiopia – dove c’è pochissima acqua e le ragazzine dei villaggi vanno a undici anni in città a fare i servizi nelle case di città, per un numero innumerevole di ore al giorno. E ci vanno per guadagnare qualche euro ogni mese, meno di dieci, e aiutare così la famiglia lontana a vivere un poco meglio. C’erano molte persone all’inaugurazione della mostra. C’erano anche Cinzia e Stefano, gli amici di “Una famiglia anche per me”. Uno dice: “Capitano tutte a te”. No, ti capitano soltanto le cose che ti capitano e che incontri, e le porte a cui bussi, e quelle che ti verranno aperte. Non si tratta di fare riportare tutto quanto. Si tratta solo di ascoltare le parole ariose.

adelelmo ruggieri per comunità provvisoria – 11 marzo 2008

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17 Risposte

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  1. carissimo adelelmo,
    mi sorprende la tua scrittura, così lucida e piana, eppure così estemporanea per tanti versi.
    la forma narrativa è della comunicazione immediata, come la registrazione dei tuoi “diari di viaggio”.
    mi piacerebbe frequentarti per assorbiti lo spirito, per farmi contagiare dalla tua calma e dal respiro con cui inali ed espiri le tue immagini e i tuoi pensieri.
    un abbraccio
    alfonso

    alfonso

    11 Marzo 2008 alle 3:11 pm

  2. Caro Alfonso
    confesso che a vederlo tanto lungo mi sono impaurito. Quando accadrà la prossima volta devo trarne insegnamento. Ci stanno un sacco di refusi. Sono riuscito pure a scrivere una “ha” senza acca. Credo che l’estemporaneità di cui giustamente dici arriva proprio da come prendo questi appunti di diario. Voglio dire: li prendo “dal vivo”, per davvero. Non sempre naturalmente vado in giro con il quadernuccio, ma certi giorni sì.
    La scenetta della ragazza che ripete che non vuole coabitare con lui (a lui basito) di fronte al manifesto elettorale (fatto di tutte maiuscole, in assonanza alla scena) per esempio non contiene una parola di più di come è andata.
    Poi, quando metti in bella tutto quanto, cercando di non rovinare le cose che hai appuntato, ti accorgi che c’è come un disegno dello sguardo – dello sguardo che ha trascritto -.
    un abbraccio
    adelelmo

    Adel

    11 Marzo 2008 alle 4:59 pm

  3. Ciao Adelelmo! Bella cosa i quadernucci! tra ieri ed oggi ho scritto fitto fitto da pag 68 a 81, più un paio di paginette di glottologia che stavo disperdendo. Bel pezzo quello che hai messo qui. Immagino sarai stato informato, comunque volevo dirti che su un quindicinale di Lioni Saggese ha fatto il pezzo farcito di te (precedente scritto qui sul blog ed altro). Se non sei stato informato e se vuoi fotocopierò e ti spedirò. Naturalmente non ho il tuo indirizzo di posta ordinaria e nemmeno quello per e-mail; te lo avevo scritto nei commnenti dell’altro tuo post e ti chiedevo lì di fare questo scambio avendoti digitato il mio. Lo ridigito e se credi mi invierai un saluto a breve, altrimenti capirò e mi asterrò dallo scriverti sia pure qui nel blog. Ecco il mio indirizzo di post@ elettronica@ (gaetanocalabrese (choicciola) tin (punto) it === Ciao, Gaetano Calabrese.
    Post Scriptum, scusa errori di digt e franchezza, sono fatto così!

    Gaetano Calabrese

    11 Marzo 2008 alle 9:55 pm

  4. Caro Adelelmo, solo 8 (otto righe) e Calabrese finisce in moderazione! poi lo pubblicano, o lo mettono da qualche altra parte forse e tagliano pure qualcosa e, dulcis in fundo mettono i loro corsivi a piacimento; vogliamo vedere, come andrà a finire? ed io, nel frattempo che faccio? Mi faccio il necessario copia incolla dalle finestre dei commenti e…. colleziono me e loro nella moder rrrrr azione!

    Gaetano Calabrese

    11 Marzo 2008 alle 10:03 pm

  5. Gaetano Calabrese said, on Marzo 11th, 2008 at 10:03 pm
    Your comment is awaiting moderation.

    Caro Adelelmo, solo 8 (otto righe) e Calabrese finisce in moderazione! poi lo pubblicano, o lo mettono da qualche altra parte forse e tagliano pure qualcosa e, dulcis in fundo mettono i loro corsivi a piacimento; vogliamo vedere, come andrà a finire? ed io, nel frattempo che faccio? Mi faccio il necessario copia incolla dalle finestre dei commenti e…. colleziono me e loro nella moder rrrrr azione!

    anche questo (3 righe in moderazione) !

    Gaetano Calabrese

    11 Marzo 2008 alle 10:04 pm

  6. Caro Adelelmo,

    è come guardiamo il mondo,è la forza dell’attenzione amorosa, è registrare semplicemente registrare.
    Attraversare senza essere visto, senza pensieri invadenti ed occupanti.
    Leggeri come il soffio, come il respiro in una mattina di primavera.

    grazie adelelmo

    Dario

    11 Marzo 2008 alle 10:12 pm

  7. Caro adelmo,
    anche se questo tuo scritto può sembrare lungo,
    quante cose trovo così ben sintetizzate.
    teniamole aperte queste porte, ascoltiamo queste parole ariose,
    con sensi nuovi, non con le orecchie,
    udiremo quali sono i loro profumi.
    La tua presenza al goleto, non è stata solo una apparizione,
    ti vedo ancora lì, mentre seduto sul bordo della vasca,
    con molto interesse prendere appunti.
    Chissà se ascoltavi anche le parole ariose.
    ant.

    antonio luongo

    12 Marzo 2008 alle 6:16 am

  8. “L’erba rasa dell’inverno”

    Caro Antonio, non ma cento volte è giusto come chiudi appena sopra; ma le parole assomigliano un po’ alle foto. Se scatti rimarranno, se non scatti addio fotografie, non a caso forse le chiamiamo così forse foto-grafie. Ed è un poco tutto così.
    Al Goleto quando ho sentito Antonio Vespucci parlare con tanta passione del carmasciano e di Cifrodele e di Cecere non si poteva non fermare quei nomi.
    Quei nomi, tutto quel lavoro che fanno, e la passione che ci mettono sarebbero volati via per me. Io comunque stavo lì semplicemente, questo ci tengo per davvero a dirlo. Amo molto la semplicità. Più m’invecchio e più la amo. E’ bella e profuma come “l’erba rasa dell’inverno” che riprende a crescere.

    Ciao Dario, un abbraccio

    Ciao Gaetano, un abbraccio

    Adelelmo

    Adel

    12 Marzo 2008 alle 3:15 pm

  9. correggo:
    non una ma cento volte, altrimenti non si capiva quello che ho provato a dire
    poi ci stavano due forse
    e ci avevo pensato su almeno mezz’ora……
    ad

    Adel

    12 Marzo 2008 alle 3:24 pm

  10. carissimo adelelmo,
    vorrei dire dolcissimo adelelmo
    non devi giustificarti perché non intendevo minimamente appuntarti alcunché.
    apprezzavo la vena. ossia il flusso spontaneo e naturale del tuo scrivere, perfettamente fedele alla realtà, senza estemporaneità. credo infatti che la tua scrittura sia fluida e naturale perchè riporta proprio ciò che hai visto, ciò su cui il tuo occhio s’è posato.
    ma ciò su cui il tuo occhio sè posato ha avuto uno sguardo, il tuo, profondo. così la tua scrittura naturale e fedele alla realtà, mi fa avvertine, come fa il cinema, una realtà già vista nelle sue strutture. grazie del dono dell’amicizia, se mi è permesso pensarlo
    alfonso

    alfonso

    14 Marzo 2008 alle 8:18 am

  11. … meriterebbe starci a pensare su chissà quanto tempo… specie il sabato mattina che di tutte le mattine è la più giovane… ma per “estemporaneo” si prendono solo e soltanto, e quasi sempre, la seconda o la terza accezione di senso (improvvisato, approssimativo), e si scarta la prima: “immediato”-“in diretta relazione con qualcuno o qualcosa”. Pensare all’ , trascritta in bella, così è un’altra cosa davvero… “In poesia” è diverso, e non poco; in poesia la “diretta relazione” è con lo svolgersi nel tempo della tua condizione di “persona”… io non so per esempio se la di “porte aperte” è sorretta, o meno, da “una poesia”, ma se lo è, la traccia di essa è questa qui:

    *

    PENSAVO
    è dedicata ad Al. N.

    Pensavo si sarebbero
    contratte le ore trascorse
    lì, con voi, che si sarebbe
    via via spenta la luce loro.
    Chi non resta in un posto,
    pensavo, non potrà tenere
    lo stare e l’essere assieme.
    Era questo che pensavo, e che ora non dirò più.

    Adelelmo

    15 Marzo 2008 alle 7:20 am

  12. PS, spedendo sono scomparse delle parole dallo schermo, provo a metterne di diverse per vedere se così non scappano dalla rete…

    … pensare a questa qualificazione, “estemporaneo” trascritta in bella così…

    …io non so, per esempio, se la “immediatezza” di “porte aperte” è sorretta, o meno, da “una poesia”, ma se lo è, la traccia di essa è questa qui…

    Adelelmo

    15 Marzo 2008 alle 7:29 am

  13. e così
    Ad caro
    ti conto
    del cuore disciplinato che dicevamo
    i battiti
    O.

    passavo a leggerti

    15 Marzo 2008 alle 10:04 am

  14. Caro Adelelmo,

    che bello il tuo racconto! E che bella la tua scrittura!

    Bisognerebbe risponderti nell’unico modo possibile, cioè con un altro racconto, bello come il tuo.

    Invece io non ne sono capace, ma siccome ho finito di leggere il tuo libro “Vieni presto domani”, che mi hai donato al Goleto il 24 febbraio scorso, preferisco leggerti una tua poesia (c’è l’imbarazzo della scelta, sono tutte molto belle):

    Hai la stessa misura del mio volto
    Due occhi come me
    Come me due mani
    e i piedi e le dita dei piedi
    contro la punta delle scarpe insabbiate marroni
    Camminiamo
    Non badare a ciò che non diciamo
    Non presumere

    Con affetto
    Michele Fumagallo

    micheless

    15 Marzo 2008 alle 5:36 pm

  15. ad A.R. :)

    ma non senti
    che inchiostro di vita
    ti porti
    nel sangue della scrittura?
    ma non senti
    la grazia che come luce
    ti esce dal corpo
    pure senza parole?
    ma non ti accorgi di essere
    un sacerdote
    che consacra
    il pane del mondo?

    alfonso

    15 Marzo 2008 alle 7:03 pm

  16. ciao Michele… ciao Alfonso… buona domenica… è bella la tua poesia di “Marzo” Alfonso… è molto nitida, molto…. adelelmo

    ad

    16 Marzo 2008 alle 7:12 am


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