UN FILM (e una piccola proposta)
Cari amici,
ho visto “Onora il padre e la madre” un bel film (ce ne sono tanti, sia chiaro, non faccio parte della categoria di quelli che cercano o credono nei “capolavori”). Bello per due ragioni. Una perchè è ben fatto, geometrico e lucido come una tragedia greca. L’altra perchè è opera di un vecchio regista americano, quel Sidney Lumet che ci ha dato tanti film e che ci regalò in tempi lontani (1957) “La parola ai giurati”, altra tesa e secca opera con un Henry Fonda strepitoso.
Di un’opera d’arte non bisognerebbe mai ammirare troppo il contenuto. E’ un po’ pericoloso. Ci si espone al “moralismo contenutistico”, col rischio di depotenziare il linguaggio artistico (filmico, in questo caso) che deve essere invece lasciato libero di “parlare” in qualsiasi modo.
Tuttavia voglio fare un’eccezione, anche per non appesantire il nostro blog addirittura con le critiche cinematografiche. E parlare quindi “pretestuosamente” d’altro.
Dunque ci sono due fratelli allo sbando (Philip Seymour Hoffman, grandissimo, e Ethan Hawke, altrettanto grande, rispettivamente marito e amante di Marisa Tomei), bisognosi di soldi, che decidono di rapinare la gioielleria dei genitori (Albert Finney e Rosemary Harris). Dovrebbe essere quasi uno scherzo, invece è l’inizio di un crescendo tragico con dissoluzione e morte di tutto il nucleo familiare.
Un film come se ne vedono pochi in giro. Che non lascia spazio a nessuna “ricomposizione” o “ottimismo” di maniera. Senza urlare (come avrebbe fatto tanto cinema italiano, ad esempio, sempre in preda a furori e moralismi d’accatto), Lumet sembra dire: questo è quanto, signori miei.
Oppure, mutuando dal vecchio adagio di un altro grande film con Humphrey Bogart, “L’ultima minaccia” di Richard Brooks (1952), si potrebbe dire: “E’ la famiglia, bellezza. E tu non ci puoi far niente”.
Già, perchè dal film di Lumet è tutta l’ideologia familistica a uscirne massacrata. Col suo orrore “egoistico”, coperto da una patina di affetto peloso. Non è l’unico film che “denuncia” (ma qui non c’è denuncia, c’è “lucida geometria”) questo tipo di orrore. Lumet lo fa in modo davvero bello (bello? Terribile!) perchè si inoltra in una “poetica” del quotidiano agghiacciante ma forse proprio per questo, in fondo, commovente.
A quando un altro film, magari di un altro regista ma con lo stesso “linguaggio”, sull’altro pilastro a guardia della conservazione, quell’ “ideologia dell’impresa” che rappresenta da tempo l’orrore del dominio dell’economico sull’umano? Ce ne sono tanti, ovviamente (Ken Loach è un nome che mi viene subito in mente). Ma una lucida “tragedia greca” su quest’altro argomento non sarebbe male.
La proposta, cari amici comunitari, è quella di fequentare come comunità provvisoria il cinema. Ci dobbiamo pensare. Organizzare delle fruizioni collettive, inventare qualcosa accanto alle proiezioni, gestirle insomma un po’ sullo stile dei nostri incontri “piccoli” (quelli di mezza giornata). Riflettiamoci.
Con affetto
Michele Fumagallo
caro michele è una bella idea.
vediamo come realizzarla.
armin
armin
18 Marzo 2008 alle 11:18 pm
concordo in pieno con l’idea. ma non dovremmo solo vedere comunitariamente i film, dovremo anche dibatterli
e, perché no, provare a farne uno
alfonso
19 Marzo 2008 alle 10:01 am
Buona idea,
al Teatro Carlo Gesualdo stiamo pensando di realizzare una sala cinematografica di 100 posti, in attesa della sua realizzazione possiamo far partire l’iniziativa attrezzando i nostri luoghi comunitari per proiezioni itineranti e non necessarimaente in sale cinematografiche.
Vi informo che ad Avellino c’è un gruppo che si chiama Zia Lidia Social Club che fa già questo.
Dario
Dario
19 Marzo 2008 alle 10:12 am
volendo semplificare possiamo provare ad andare a cinema e vedere lo stesso film
poi usciamo e ne parliamo da qualche parte
al multisala di lioni, il giovedì ci sono film che non danno durante la settimana
michele prova a dare un’occhiata al programma
poi, per il prossimo inverno, come suggerito da dario, possiamo provare a proiettare anche in posti sempre diversi, proiezioni itineranti nel territorio, con il nostro spirito comunitario e provvisorio
ovviamente serve una cucina oltre che un proiettore
verderosa
19 Marzo 2008 alle 2:28 pm
Caro Angelo,
adesso che ci penso potremmo organizzare la cosa con lo spirito degli incontri-mini (mezza giornata) nei cinema del nostro territorio. Ma non solo per vedere il film, ma per avere contatti col gestore, parlare insieme prima e magari dopo, sapere come va il lavoro, che utenza c’è, qual’è la crisi che vive (se c’è), qual’è il rapporto col territorio (e magari con le istituzioni), che futuro si prospetta.
Insomma un incontro, per adesso soltanto “cinematorgrafico” ma poi possiamo estenderlo ad altri lavori nell’ambito culturale, in cui la Comunità Provvisoria incontra gli operatori del consumo culturale sul territorio
Pensiamoci ancora.
Con affetto
Michele Fumagallo
micheless
19 Marzo 2008 alle 3:29 pm
Un’osservazione da un lettore affascinato dai contenuti di questo blog.
Sarebbe opportuno non demonizzare l’impresa. Possiamo essere d’accordo sugli eccessi neoliberisti che hanno stravinto nella nostra era capitalista. Però se riprendiamo il concetto di impresa come luogo di efficienza tecnica ed economica, secondo Pasquale Saraceno, si può guardare a questo luogo moderno di organizzazione della produzione da un altro punto di vista. Alle Istituzioni è demandato il compito del disegno della cornice di diritti e doveri. Ahimè, su questo si sta sempre più degenerando.
Quello che va demonizzato è l’imperante tema delle Business School di matrice anglossassone che puntano alla mera creazione del valore disgiunto dalla produzione materiale con predominio della finanza e della pubblicità.
L’impresa, e quindi il luogo organizzato della produzione puramente secondo criteri di costi necessari alla produzione e ricavi per remunerare i fattori produttivi – credo che possiamo essere un po’ tutti in qualche misura d’accorsdo – rimane pur sempre uno dei più potenti vettore di cambiamento e di sviluppo che ci ha consegnato la storia.
Mi interesserebbe una risposta
Marino
19 Marzo 2008 alle 4:03 pm
Caro Marino,
in questa recensione al film di Sidney Lumet (in realtà un pretesto per parlare anche d’altro) ho citato sia la famiglia che l’impresa. Fai bene a puntualizzare perchè può darsi che possiamo trovare un punto d’incontro se mi spiego meglio.
Preciso innanzitutto che quando parlo di famiglia e di impresa non mi riferisco alle due cose prese alla lettera ma alla loro “degenerazione”, alla loro ideologia (questo è il punto, e il nome).
L’ideologia dell’impresa e l’ideologia della famiglia sono i due pilastri a guardia di qualsiasi conservazione. Perchè sulla famiglia in quanto tale, intesa come rapporto tra persone e amore tra persone non ho nulla da dire di negativo. Così sull’impresa in quanto tale non c’è nulla da dire di negativo.
Anzi, di più. Per me l’impresa rappresenta l’intelligenza dell’uomo in una delle questioni basilari della sua vita, cioè il lavoro. Penso anche che se mi si chiedesse qual’è la punta più alta del lavoro e della sua organizzazione, risponderei decisamente: il lavoro d’impresa.
Come vedi, siamo d’accordo su molte cose. Ma il discorso, ammetterai, è anche complesso e dovremo riparlarne.
Cordialmente
Michele Fumagallo
micheless
19 Marzo 2008 alle 9:15 pm
mi pare una buona idea, per quelli come me che stanno altrove non dovrebbe essere un problema basta sapere con largo anticipo il film da guardare per poi commentarlo insieme.
Per quanto riguarda il fare cinema è un’ottima idea, se avete bisogno di una scrivana sono a disposizione.
Precedentemente vi ho parlato del mio lavoro sulla strage di Piazza della Loggia da cui è stata ricavata una pièce teatrale che è stata filmata e registrata su un DVD, quando vengo a Calitri si potrebbe organizzare una proiezione. Che ne dite? Non è cinema, è teatro ma potrebbe anche essere un momento di riflessione e di discussione. Ciao Lucia
luciamarchitto
20 Marzo 2008 alle 4:57 pm
Michele,
ti ringrazio per la piccola risposta.
Però se guardiamo all’impresa – ma anche alla famiglia su non mi soffermo – come pilastro della conservazione, la immaginiamo avulsa dal contesto in cui agisce. Questa visione francamente mi sembra esagerata.
C’è un trade-off tra impresa e ambiente intenso in senso lato.
Il punto è che quest’accezione di ambiente – grazie alla composizione e alle pressioni di opinioni liberi – deve spingere al migliorare la cornice entro cui si muove il pilastro della conservazione impresa per orientarla – ed uso un’espressione volutamente topica ma nello stesso tempo eterea – al bene comune.
Con la speranza di riparlene presto,
un saluto
Marino
MArino
20 Marzo 2008 alle 5:52 pm
Cara Lucia,
ottima cosa la proiezione del tuo filmato su Brescia. Potrebbe andare nella giornata che abbiamo deciso da tempo di dedicare a Calitri, magari in primavera.
Con affetto
Michele Fumagallo
micheless
21 Marzo 2008 alle 1:21 am