È una ricostruzione storica per quel che riguarda la politica, l’economia, il costume di quel periodo mitico che sono gli anni Cinquanta in Italia. Anni lontanissimi che pochi ricordano, presi come siamo dalla rievocazione o mitizzazione degli anni Sessanta o Settanta. Amo molto gli anni Cinquanta forse perché nel 1950 è nata mia madre, forse perché 1950 di Amedeo Minghi è una delle canzoni che mi piacciono di più, o forse perché negli anni Cinquanta i miei nonni avevano più o meno l’età che io ho oggi. E dato che mi sento idealmente più vicino alla generazione dei miei nonni piuttosto che a quella dei miei genitori, ecco spiegati il mio amore e la mia ammirazione per questo libro.
Gli anni Cinquanta sono per i trentenni di allora gli anni della ricostruzione, della speranza, del lavoro, della prospettiva di vita. Subito ci si rende conto che queste espressioni sono un po’ retoriche o discorsive, essendo quegli anni anche gli anni della repressione poliziesca ad opera di Mario Scelba di ogni antagonismo politico ad opera della neonata Polizia Celere.
Sono gli anni in cui alle difficoltà politiche di realizzare una democrazia compiuta si risponde con la violenza poliziesca, con l’emarginazione sociale, con l’emarginazione politica.
Nel 1951 cosi come a Genova nel 2001, in Irpinia nel 2008 la repressione armata è la dimostrazione che la rappresentatività delle istanze di classi di lavoratori, professionisti, liberi cittadini è limitata dall’esercizio arbitrario della violenza di Stato. Quanto tempo ancora dovrà passare in Italia perché ci sia un effettivo amore per la democrazia e le sue libere ma responsabili istituzioni?
Sono gli anni dell’industrializzazione forzata e dell’urbanizzazione selvaggia che hanno per sempre segnato il destino delle nostre metropoli ed il volto delle nostre campagne, ponendo le basi per quella contrapposizione fra Centro e Periferia che ancora oggi caratterizza l’Italia tutta dal Nord al Sud. Sia che si parli di Digital Divide che di strade, di reti ferroviarie che di gestione dei rifiuti.
L’Italia contadina non ha più amato le sue campagne che sono diventate o buen retiri per artisti di fama mondiale o oggetto di rabbie e nostalgie da parte dei migranti di oggi come di ieri.
Gli anni Cinquanta sono gli anni in cui si pensa di addomesticare le masse attraverso i consumi di massa piuttosto che attraverso la cultura, l’emancipazione, la mobilità sociale, l’affrancamento.
Quando non riesce la Televisione a plasmare il paese secondo un modello di sviluppo culturale non sempre condivisibile ci deve per forza riuscire il manganello.
Un’epoca in cui si sono poste le basi per la distruzione del paesaggio e la creazione di enormi ricchezze non facilmente condivisibili da un punto di vista morale, per il conformismo culturale e politico, per la scarse possibilità di uno sviluppo armonico, equilibrato, pacifico. Sono infine gli anni delle esasperate pressioni della Diplomazia Americana sulla Politica Italiana, e gli anni in cui la Politica Italiana ha incominciato a dare una pessima prova di sé per quel che riguarda la capacità di cogliere le occasioni di crescita e sviluppo stabili che avrebbero potuto portarla ad essere il grande paese che oggi tutti noi vorremmo che fosse l’Italia.
Gli anni dove si sono poste le basi non per una completa ricostruzione materiale e morale ma per arricchimenti e creazione di centri di potere.
Ho notato grossi paralleli fra i 50 e i primi anni del XXI secolo, gli stessi tratti caratteristici di un popolo che stenta a metabolizzare la modernità e a farla elemento di distinzione e propulsione sulla scena culturale.
Chissà quanti anni ancora ci vorranno per far si che le legittime aspirazione di una nazione gloriosa come la nostra possano trovare realizzazione. Complimenti vivissimi all’autrice per la freschezza della prosa, per l’umorismo che spesso pervade le pagine, per i continui riferimenti a personaggi ed atmosfere certo lontane ma che sicuramente possono far meglio intendere alcuni aspetti che caratterizzano l’Italia di oggi. Spero che prima o poi l’editore di decida a ristampare l’opera e che il mondo culturale italiano cerchi finalmente di inquadrare quel periodo storico nella giusta cornice, superando inutili e sterili contrapposizioni ideologiche, cercando di trarne le giuste risposte a molte domande ancora oggi attuali.
Antonio Romano
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Ho finito da poco di leggere un libro molto prezioso, uno di quelli saggi che vanno subito fuori catalogo e che uno trova o in una libreria Remainder o in un angolo di qualche preziosa libreria. Capita sempre più spesso che quell’angolo di paradiso e di silenzio che è la Libreria Guida di Corso Europa ad Ariano del grande Dino Ciccone abbia fra gli scaffali qualche perla. E questa perla si chiama “ Poveri ma belli” di Marta Boneschi edito da Mondatori nel 1995 e che oggi non trovate manco su Internet. Come dice il grande Dino, la saggistica si compra subito, altrimenti non si trova più.
uno degli anni ‘50 del secolo scorso fu l’anno in cui nacqui.
era tutto in bianco e nero, come nelle fotografie che rivedo di allora.
i miei anni ‘50 del Novecento sono gli anni del mito, del mito che racconto nelle mie cose, nelle cose che scrivo. ovviamente c’è anche tutto il resto, anni ‘60 inclusi :)
allora, come tu ci hai appena finito di ricordare ed illustrare, carissimo antonio,
erano gli anni in cui si ridisegnava il profilo alle cose, proprio come ora noi facciamo con altre culture, con altri Paesi del mondo.
ci affatichiamo a sedare tentazioni di rivolta per un benessere diverso, meno legato alle cose del mercato, ai consumi e all’avere, offrendo distrazioni, souvenir dell’attualità della modernità, ciondoli e giocattoli inutili. bolle d’acqua con la neve per incantare gli occhi.
non siamo un po’ troppo distanti da una contestazione sul modello di quella per la guerra in vietnam in questo tempo in cui ben più di quello che era in gioco allora è oggi.
non sembriamo un po’ troppo assopiti e assuefatti alle cose, tanto da non partecipare come societas alla manipolazione delle culture come si fa oggi nei paesi arabi, iraq in primo luogo?
non dovremmo aver imparatao dai nostri mitici anni ‘50, che i modelli di sviluppo occidentali narcotizzano?
ma noi, lo dichiara sfacciatamente la nostra immondizia, siamo ormai antiestetici, anestetici. anestetizzati.
lo è anche questo scritto
alfonso
26 Marzo 2008 alle 6:53 pm
Quanti ricordi scorrono nella mente di chi è nato
o ha vissuto gli anni di ”poveri ma belli”,
è un viaggio pieno di emozioni e di riflessioni,
palpiti dell’infanzia, ardori di giovinezza …..
aahh….. alfonso che ricordi eehh…?
ma di questo si può dire di tutti i periodi passati,
ed oggi siamo tutti presi dalla preoccupazione di vivere
e in questa corsa con il tempo
spesso dimentichiamo il piacere di vivere.
ieri, oggi e domani.
ant
antonio luongo
26 Marzo 2008 alle 11:19 pm