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25 APRILE: NELL’ANTIFASCISMO IL FONDAMENTO DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA

con 13 commenti

Sono tra quelli incazzati per la mistificazione che continua da anni nel nostro paese. Quella di nascondere le origini della nostra democrazia (da tempo malata, anche per questo).   /   Non è inutile quindi ripetere alcuni concetti elementari su cui si fonda (si dovrebbe fondare, ahimé, ahinoi) la cornice istituzionale e politica di questo nostro paese.    /   Il 25 aprile è la festa della cacciata del regime fascista che governò l’Italia per lunghi anni. E’ la festa della cacciata dell’oppressione straniera nazista, alleata del nostro regime. Un’accoppiata, quella nazi-fascista, che portò noi e il mondo alla sciagura della guerra.

Da quella liberazione nacque la Costituzione del nostro paese, scritta quindi non con la penna ma con la violenza difensiva e nobile di persone libere, chiamate partigiani (una parola che si cerca di non far pronunciare più, nella furia revisionista, nei fatti cripto-fascista, che sta attraversando da anni l’Italia) che iniziarono, soprattutto nel nord e nel centro del paese, una lotta autonoma contro la dittatura coniugandola con intelligenza alla guerra che Stati Uniti-Unione Sovietica-Inghilterra stavano muovendo al blocco nazifascista.

Questi concetti dovrebbero essere pane quotidiano di tutti in Italia. Ma non è così. Ed è perfettamente inutile (questa è la mia opinione) pensare che le “vecchie forze democratiche” (tutte o quasi), il “vecchio mondo” possano invertire questa deriva. Balbettano, accennano a qualcosa, ma con grande timidezza e soprattutto, in molti, con l’introiezione ormai del virus dell’avversario, quel revisionismo che non è la libera ricerca storica ma una vera e propria ideologia dell’annientamento di una memoria e di una storia.

Il principio su cui si fonda la nostra democrazia (l’antifascismo) sarà ripreso e rivitalizzato come occorre soltanto con una mobilitazione di massa, la ribellione di una nuova generazione che finalmente decida di “uccidere” (metaforicamente, si spera) i padri, tutti i padri, sia quelli che vogliono liquidare una memoria nobile che quelli che per viltà e per calcolo politico contingente si accodano alle logiche del vincitore politico del momento.

Una nuova generazione che oggi può ritrovare dentro la vita, il coraggio e la nobiltà d’animo di altri giovani di 60/70 anni fa, la strada per crescere, per diventare uomini e donne mature, per imparare a difendersi e ad attaccare, per ritrovare alcune origini della democrazia autentica (diretta) nel nostro paese, per imparare a costruire politica e istituzioni nuove, un’arte del vivere civile complessivo.    

Michele Fumagallo 

Written by comunitaprovvisoria

25 Aprile 2008 a 11:58 am

Pubblicato in a Autori Comunitari

13 Risposte

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  1. Nel bel libro”Le parole della politica”Viittorio Foa (98 anni di cui 8 passati in prigione per antifascismo) ha scritto:
    “Ancora una volta mi chiedono di ricordare la Resistenza.
    Essa si è svolta in un periodo brevissimo fra il 1943 e il 1945: come mai un periodo così breve è dventato un punto di riferimento obbligato della nostra vita collettiva, della Repubblica italiana?
    I partigiani sono una grande memoria, ma erano una piccola minoranza degli italiani: come mai li ricordiamo come una totalità del nostro passato?
    Questa memoria deriva dal fatto che, con il passare del tempo, abbiamo capito che gli attori della Resistenza non erano solo i partigiani, ma tutti quelli che si trovavano nei campi di prigionia o di deportazione,al lavoro forzato e nei campi di sterminio.
    In quel periodo, milioni di uomini e di donne si prodigarono nella solidarietà, nell’aiuto a chi soffriva, pensando al futuro.
    Già considerando solo la lotta armata, possiamo capire perchè la Resistenza è stato il modo in cui gli italiani hanno scosso la loro sonnolenza e affermato una solidarietà fra combattenti e popolo. La solidarietà non significava che i problemi fossero risolti: nell’aprile del 1945 noi abbiamo preso l’mpegno verso questioni nuove, siamo stati responsabili.
    Quando ricordo la Resistenza, non penso più al mio impegno e alla mia felicità di quegli anni, penso al presente.”

    gianni marino

    25 Aprile 2008 alle 1:39 pm

  2. Caro amici,

    forse è utile riproporre, in questo post, un pezzo della lettera di un giovane “costretto” a fare il partigiano, il critico letterario Giaime Pintor. Lo spartiacque è la crisi, e la fase finale della crisi, quella guerra che costrinse molti a sfondare tutte le barriere dell’incertezza.
    E’ un bellissimo documento, questa lettera al fratello Luigi, poco prima di morire a 24 anni. Andrebbe letta assolutamente per intero, naturalmente. Ma tant’è.

    “In realtà la guerra, ultima fase del fascismo trionfante, ha agito su di noi più profondamente di quanto risulti a prima vista. La guerra ha distolto materialmente gli uomini dalle loro abitudini, li ha costretti a prendere atto con le mani e con gli occhi dei pericoli che minacciano i presupposti di ogni vita individuale, li ha persuasi che non c’è possibilità di salvezza nella neutralità e nell’isolamento. Nei più deboli questa violenza ha agito come una rottura degli schemi esteriori in cui vivevano: sarà la “generazione perduta” che ha visto infrante le proprie “carriere”; nei più forti ha portato una massa di materiali grezzi, di nuovi dati su cui crescerà la nuova esperienza. Senza la guerra io sarei rimasto un intellettuale con interessi prevalentemente letterari: avrei discusso i problemi dell’ordine politico, ma soprattutto avrei cercato nella storia dell’uomo solo le ragioni di un profondo interesse, e l’incontro con una ragazza o un impulso qualunque alla fantasia avrebbero contato per me più di ogni partito o dottrina. Altri amici, meglio disposti a sentire immediatamente il fatto politico, si erano dedicati da anni alla lotta contro il fascismo. Pur sentendomi sempre più vicino a loro, non so se mi sarei deciso a impegnarmi totalmente su quella strada: c’era in me un fondo troppo forte di gusti individuali, d’indifferenza e di spirito critico per sacrificare tutto questo a una fede collettiva. Soltanto la guerra ha risolto la situazione, travolgendo certi ostacoli, sgombrando il terreno da molti comodi ripari e mettendomi brutalmente a contatto con un mondo inconciliabile… Se non dovessi tornare non mostratevi inconsolabili. Una delle poche certezze acquistate nella mia esperienza è che non ci sono individui insostituibili e perdite irreparabili. Un uomo vivo trova sempre sufficienti ragioni di gioia negli altri uomini vivi, e tu che sei giovane e vitale hai il dovere di lasciare che i morti seppelliscano i loro morti…”.

    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    26 Aprile 2008 alle 12:24 pm

  3. Michele,
    è la terza volta che rileggo il secondo passaggio e. solo ora, apprezzo fino in fondo la testimonianza di Giaime Pintor, costretto a fare i conti con la vita vera e la possibilità di perderla.
    Solo le condizioni e gli accadimenti estremi ci permettono di apprezzare pienamente la vita : quando il confronto con la morte è diretto ed altamente possibile , non solo probabile, solo allora nasce qualcosa che dà senso al tutto ed allarga gli orizzonti dal privato al collettivo ed universale.

    Grazie per questa seconda parte, che rende viivo e vitale il tuo 25 aprile.
    Teresa

    HERA-Klescampania

    27 Aprile 2008 alle 10:03 pm

  4. carissimi,
    io propongo un brano tratto da “La ragazza del secolo scorso” di Rossana Rossanda.

    “Era una liberazione, la liberazione. La fine di un’angoscia, la fine di un’epoca, si sarebbe ricominciato tutto, per qualche giorno fui trasportata anch’io, anche Mimma – quel tanto che potevo nel silenzio di mio padre, anche lui sollevato, ma c’era tra noi quel gelo. In piazzale Loreto guardai i corpi sospesi per i piedi. Erano come sfatti, qualcuno aveva per pietà legato la gonna della Petacci sopra le ginocchia, i volti erano gonfi e anonimi, come se non fossero vissuti mai, cadaveri non ricomposti. Davanti scorreva accalcandosi una folla furente, donne urlanti, uomini sbiancati, gridavano, odio e impotenza che si liberavano. Qualcuno aveva fatto giustizia per loro, c’era qualche scherno, molta rabbia. Venti anni si ribaltavano. Me ne andai, forse era un rituale necessario, era tremendo.
    Oggi qualcuno si indigna che più d’una vendetta fosse tratta a guerra finita, in quei giorni e dopo. Come se una guerra che era stata anche fra la stessa gente si chiudesse a una certa ora. Non si chiude niente finchè il tempo non passa e oblitera, lasciando lungo la strada chi non sa dimenticare. E noi non tornavamo integri a casa come gli inglesi o i russi o gli americani. Noi avevamo un lungo strascico che sprofondava negli anni di complicità o inerzia”

    …tutto questo mentre apprendo che alemanno è il nuovo sindaco di roma…

    maria rosaria

    28 Aprile 2008 alle 7:00 pm

  5. Cari amici,
    aggiungo a questo post sul 25 aprile, la pagina che scrissi su “il manifesto” del 15 dicembre 2005 (un pezzo grande e uno molto breve) sull’esperienza di un confinato, Eusebio Giambone, nella nostra terra.
    Forse può essere utile riflettere sull’esperienza di persone mandate al confino al sud e diventate punto di riferimento democratico per tanti.

    Michele Fumagallo

    IL MANIFESTO del 15 Dicembre 2005

    MERIDIONE
    L’antifascismo dimenticato
    Ricordi e incontri con la gente nel ritorno al paese d’origine, tra i monti dell’Irpinia, della figlia di Eusebio Giambone, confinato e poi fucilato su ordine di Mussolini
    MICHELE FUMAGALLO,

    Il 5 aprile del 1944, quando dal poligono di tiro del Martinetto a Torino la notizia dell’esecuzione di Eusebio Giambone arrivò a Castel Baronia, tra i monti dell’Irpinia, le campane del paese suonarono a lungo. Era la forma scelta dalla piccola comunità per ricordare il confinato comunista, vissuto con loro, insieme alle due donne della famiglia, dal 1941 al 1943. Un affetto che aveva allora la possibilità di mostrarsi soltanto così ed era un modo, certo, per stare vicini alla moglie Luisetta e alla figlia Gisella, ma anche un’espressione di rabbia per tanta brutalità verso un uomo che avevano imparato a conoscere e ad apprezzare. Moltissimi anni dopo sarà la figlia di Eusebio, Gisella, a raccogliere in modo più forte e tangibile, il calore di tanti. E bisogna dire che ritornare in un luogo dove si sono vissute nuove esperienze e intense emozioni in un periodo tragico della propria vita e di quella della propria nazione, è davvero un tuffo al cuore. Se poi tutto questo serve a spiegare cosa sono stati i confinati antifascisti per il Mezzogiorno d’Italia, cioè il loro ruolo insostituibile di educatori e seminatori di democrazia, è anche una grande lezione di storia e di vita soprattutto per i giovani che, complice la cancellazione e la manipolazione della memoria che sta spopolando da ormai troppi anni, conoscono ben poco di quegli avvenimenti.

    Il ritorno 62 anni dopo

    E’ ritornata dunque dopo 62 anni (tranne una piccola toccata e fuga di alcuni anni fa) a Castel Baronia, piccolo paese cerniera a ridosso dell’Alta Irpinia, Gisella Giambone, figlia di Eusebio Giambone, confinato antifascista, comunista, partigiano, fucilato insieme ad altri partigiani nel 1944 a Torino dove era ritornato dal confino a riprendere la lotta. Fu ucciso, dopo un velocissimo e famoso processo-farsa in cui mise direttamente le mani Benito Mussolini. Gisella è una signora di 74 anni che porta dentro di sé con orgoglio il ricordo del padre, memore della consegna lasciatagli in una delle due lettere che Eusebio scrisse poche ore prima di morire (l’altra è indirizzata alla moglie Luisetta, la francese Louise, sposata da Eusebio nell’esilio lionese).

    «Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza. Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre», scriveva l’amico di Gramsci. Due documenti che fanno ormai parte della storia e della letteratura dell’antifascismo e che sono state tra le testimonianze più toccanti delle lettere della Resistenza. «Cara Gisella, quando leggerai queste righe papà non sarà più» è stato non solo l’inizio della lettera che Giambone scrisse a sua figlia due giorni prima di essere fucilato, ma una delle pagine più lette da intere generazioni.

    Gli incontri di Gisella in alcuni paesi dell’Irpinia, e ovviamente soprattutto quello di Castel Baronia, sono stati pieni di emozione ma anche governati da una determinazione, saggezza e amore della vita che la spinge anche, come il padre, a valutare il passato, ma anche a non farsene trascinare all’indietro. Quindi emozione contenuta. Perciò il pudore non l’ha spinta a leggere la lettera del padre. L’hanno fatto gli altri, gli studenti e i suoi vecchi compagni di scuola in incontri pieni di umanità, cioè di politica, se la politica avesse davvero da spartire con la storia e i sentimenti degli uomini. Nell’assemblea gli studenti hanno pensato bene, insieme agli insegnanti, di teatralizzare l’incontro con la figlia del loro confinato. Quindi i ricordi del tempo, la vita di Eusebio, i suoi scritti, il dialogo con l’ospite si intrecciano creando un’atmosfera di partecipazione collettiva reale, che evita i rischi della cerimonia.

    Si prosegue nella lettura della lettera testamento: «Non piangere, cara Gisellina, asciuga i tuoi occhi, tesoro mio, consola tua mamma da vera donnina che sei. Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale, quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’umanità». E la vita esemplare di Eusebio Giambone è ricordata dagli studenti. Operaio tornitore, militante dell’ordine nuovo gramsciano, figura nota nel romanzo di formazione dell’antifascismo torinese. Partecipa diciassettenne all’occupazione delle fabbriche, arrestato e rilasciato, subisce molte aggressioni fasciste finché è costretto a riparare in Francia a Lione. Qui ritrova il fratello Vitale, che sarà poi ucciso dai franchisti nella guerra di Spagna, e qui sposa Louise Breysse che metterà al mondo due figli: Régis-Vital, che poi morirà di meningite a 11 anni, e Gisèle-Emilie, nata nel 1931. Il locale aperto da Louise e Eusebio tra Lyon e Bron ospita il terzo congresso del Pcd’I con Gramsci, Bordiga e Togliatti, e la casa lionese dei Giambone diventa, dopo la messa al bando del Partito comunista d’Italia il 5 novembre del 1926, sede dell’ufficio politico del partito.

    La lunga attività antifascista di Eusebio Giambone all’estero, ci sono poi anche i due anni di impegno a Parigi, viene interrotta con l’arresto, l’internamento nel campo di Vernet e l’espulsione dalla Francia. Condotto dapprima nel carcere delle Nuove di Torino, viene da lì inviato al confino a Castel Baronia in provincia di Avellino. Dopo i circa due anni di confino Giambone ritorna a Torino dove riprende l’attività politica. Arrestato il 31 marzo del 1944, viene fucilato insieme ad altri compagni, dopo un processo farsa, la mattina del 5 aprile l944. Luisella e Gisella non rividero più Eusebio, le autorità consegnarono loro soltanto il suo soprabito e il cappello.

    Castel Baronia ovviamente è totalmente cambiato da allora. Lo stile di vita povero è un ricordo lontano. La casa dove vissero i Giambone, e dove bisognava uscire all’aperto per i servizi igienici, non c’è più. Ci sono però ancora le persone, gli amici, i compagni di scuola di Gisella. Sono venuti tutti all’incontro.

    La testimonianza più toccante è quella di Natalino, compagno di scuola di Gisella. «Tu non lo sai, ma mi hai insegnato molto. Allora ti ascoltavo, con la tua strana voce (Gisèle-Emilie, che parlava francese, aveva appena imparato in parte l’italiano a Torino dopo l’espulsione dalla Francia, ndr) che si lamentava della mancanza dei servizi igienici per tutti. Tu mi chiedevi: ma perché i bambini non hanno una loro stanza? E le tue parole mi facevano pensare ad altri mondi. Per tantissimi anni io non ho mai dimenticato quelle parole». Prende la parola Michele, amico di Eusebio e della famiglia Giambone: «Grazie per essere qui. Ti ho conosciuta al mio ritorno dalla Libia nel 1942. Tu eri una ragazzina. Dopo la guerra, quando ho continuato a far politica come comunista, la sezione del Partito Comunista di Castel Baronia, questo ormai lo ricordano in pochi, era dedicata ad Eusebio Giambone. Adesso che ti ho rivista, se ti fa piacere, ci possiamo scrivere».

    «Sarò calmo e tranquillo»

    Si leggono ancora passi delle lettere del condannato. «Cara Luisetta – scrive Giambone alla moglie – sono calmo, estremamente calmo. Non avrei mai creduto che si potesse guardare la morte con tanta calma, non indifferenza, che anzi mi dispiace molto morire, ma, ripeto, sono tranquillo. Sono tranquillo perché ho la coscienza pulita. Fra poche ore io certamente non sarò più, ma sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte al plotone di esecuzione come sono attualmente, come lo fui durante quei due giorni di simulacro di processo, come lo fui alla lettura della sentenza, perché sapevo già all’inizio di questo simulacro di processo che la conclusione sarebbe stata la condanna a morte».

    Gisella risponde alle domande di molti giovani, al loro stupore per il modo in cui Eusebio ha affrontato la vita e gli ultimi giorni: «E’ sempre commovente per me rileggere la lettera di mio padre. Bisogna essere però sereni, non lasciarsi travolgere dal dolore. Molti mi hanno detto in questi anni: ma come, la lettera di tuo padre, cioè di un uomo che va a morire ingiustamente, non ha cupezza, è serena. E io ho sempre risposto: ma è proprio questo il suo messaggio, bisogna essere sereni, non lasciarsi travolgere. E, del resto, per quanto mi riguarda, cercai per quel che potevo di essere fedele a quello che mi aveva scritto. Dopo la morte di mio padre ho chiesto immediatamente di entrare nella Resistenza pur essendo una ragazzina di 13 anni. Ho lavorato per circa un anno clandestinamente e devo dire che durante la lotta e la frequentazione dei giovanissimi che si mobilitavano allora, ebbi netta la sensazione che non solo stavamo dalla parte giusta ma che non si poteva non vincere».

    Gisella racconta il suo periodo a Castel Baronia prima di salutarsi per nuovi appuntamenti stavolta più ravvicinati nel tempo: «Vi fu per me la scoperta di un mondo del tutto diverso, e il contatto con la popolazione creò una curiosità reciproca. Oltre che comunisti, noi non eravamo credenti e la propaganda ci dipingeva come persone cattive mandate per questo al confino. Ma ci volle poco perché tutto questo fosse messo in discussione. Gli abitanti del paese capirono che eravamo delle persone normali e quindi le cose che il fascismo raccontava di noi non erano vere. I conti non tornavano. Al sud ho imparato quanto è importante la conoscenza e la frequentazione reciproca. Tutto ciò mi è poi servito dopo per il mio impegno politico. Per esempio a capire meglio i problemi durante la grande emigrazione dei meridionali a Torino».

    IL MANIFESTO del 15 Dicembre 2005

    «Fucilateli, ma prima fate un processo»

    Gli incontri di Gisella Giambone a Castel Baronia e in altri paesi dell’Irpinia sono stati organizzati dalla Fisac-Cgil di Avellino. Le manifestazioni sono state accompagnate da un bel libriccino curato da Giovanni Marino e Paolo Speranza, «I confinati antifascisti in Irpinia. Ricordo di Eusebio Giambone», che contiene anche le due lettere scritte da Eusebio alla moglie e alla figlia prima di essere fucilato. Documenti già apparsi nel classico sulle lettere della Resistenza di Einaudi, ma che è bene rileggere in un contesto storico come l’attuale, del tutto manipolatorio. Agli incontri è stato rievocato anche il processo-imbroglio che si tenne a Torino 2 giorni prima della fucilazione di Giambone e di altri partigiani di varie tendenze politiche. Giorgio Bocca, nel suo classico sulla storia dell’Italia partigiana pubblicato da Laterza, racconta dell’arresto, dell’assenso di Mussolini alla fucilazione («Va bene, ma prima convocate il tribunale» dice il Duce al prefetto di Torino, Zerbio che lo aveva chiamato al telefono per comunicargli «Li abbiamo presi, questa notte li faccio fucilare»), del processo farsa, e della fucilazione di Eusebio e degli altri. Bocca racconta poi questo episodio relativo all’attesa della sentenza: «Li conducono nella sala d’attesa. Giambone conversa con Fusi il democristiano, con affetto paterno. `Sai, Giambone’, mormora il giovane Fusi, `che cosa dirò domani a San Pietro quando arriveremo in paradiso? Ecco, dirò: ti ho portato un comunista». (mi. fu.)

    michele fumagallo

    28 Aprile 2008 alle 9:58 pm

  6. Caro Michele,
    Ti ringrazio per la segnalazione del “bel libriccino” curato insieme a Paolo Speranza. Vorrei a proposito segnalare che, avendone ancora qualche copia a disposizione, posso farne omaggio a quanti fossero interessati a leggerlo.
    Inoltre,dato che, in occasione della seconda visita di Gisella a Castel Baronia per intitolare una strada del paese a suo padre e ricevere la cittadinanza onoraria, ci siamo preoccupati di stampare un’altra piccola pubblicazione, come per la prima, anche questa è a disposizione di tutti i comunitari.
    gianni marino

    gianni marino

    29 Aprile 2008 alle 6:06 pm

  7. Caro Gianni,

    bene. Puoi portarlo (il libro), se vuoi, anche ad uno dei nostri incontri. E anzi, visto che ci sei (ci siamo), puoi organizzare insieme a Franco un incontro della comunità, magari proprio a Castel Baronia, sul rapporto fascismo, confinati politici, memoria. Invitando ancora Gisella Giambone a un dibattito in questa chiave, e con interlocutori diversi.

    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    30 Aprile 2008 alle 12:07 am

  8. Caro Michele,
    Quella dell’incontro a Castel Baronia mi sembra veramente una buona idea.
    A Castel Baronia potremmo incontrarci in occasione dell’uscita del libro sui confinati in provincia di Avellino, curato insieme a Paolo Speranza e Stefano Ventura e di prossima uscita presso Mephite.

    gianni marino

    30 Aprile 2008 alle 3:20 pm

  9. Cari amici,

    Gianfranco Fini, neo eletto presidente della Camera dei deputati, ha svolto il suo discorso di insediamento citando varie cose. Tra queste anche la festa del 25 aprile. Tuttavia senza mai pronunciare la parola “antifascismo” da cui quella festa, e tutto il resto a partire dalla Costituzione, è nata.

    A chi glie l’ha fatto notare, ha risposto: ma è ovvio, non ne ho parlato perchè il fascismo non c’è più, non essendoci il fascismo non ha ragione di esistere l’antifascismo.
    Ahi, ahi, ahi, caro Fini. Questo argomentare, in gergo popolare, si chiama paraculismo.
    L’antifascismo è fondante della nostra democrazia. Ed è fondante per tutto il popolo italiano, d’accordo. A condizione che tutti lo riconoscano e ne siano orgogliosi (anche quelli che in un passato recente hanno pensato il contrario). Altrimenti il gioco sa di opportunismo: perchè vergognarsi di una parola così nobile?

    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    30 Aprile 2008 alle 11:56 pm

  10. Fini, ha molto da vergognarsi… non riesce a far abbassare le braccia tese .. a mò di saluto romano… (mica a mò di gesto liberatorio cantato da Lucio Battisti)…dai suoi elettori. Anzi in questi giorni, davvero storici per gli ex-fascisti italiani (sindaco di Roma, presidente della camera), molti di loro sparano fuochi d’artificio e brillano loro gli occhi…. e blaterano anche nei bar (quelli di paese per esempio) … siamo tornati… finalmente.. la storia è di nuovo dalla nostra parte !
    La lotta contro tutti i fascismi è certamente un valore… il valore politico!
    Ma caro Michele… chi lo capisce più ? .. I ragazzi .. sanno cos’è la lotta ad ogni fascismo ??
    Viva il 25 aprile !

    Luca b.

    1 Maggio 2008 alle 12:11 am

  11. caro gianni e caro michele
    l’incontro antifascista si può fare quando volete.
    per me il parco è importante come l’antifascismo, come la discarica, come il libro di livio borriello.
    insomma, bisogna guardare a tante cose e sentirmi i fili che le tengono insieme.
    armin

    comunitaprovvisoria

    1 Maggio 2008 alle 6:10 am

  12. “25 aprile”, “liberazione”, “fondamento della democrazia”: non sono convinto e non mi convincerò fino a quando non mi sarà spiegato il concetto di “antifascismo”. E quindi si risponda alle seguenti domande: 1) Un partigiano comunista poteva affermare di non combattere il “fascismo” nel nome del “marxismo”, ma di combatterlo nel nome della “democrazia”? 2) In Ungheria e in Cecoslovacchia, in Corea e in Indocina v’era una volta “democrazia” o “guerra”? V’era “democrazia” o “tirannia”? E a Cuba? 3) E in Russia cosa ha portato la “rivoluzione sovietica”? Ha portato “democrazia” o “dittatura”? 4) E’ vero o no che l’Occidente “democratico” forniva ai “rivoluzionari comunisti” le armi per avanzare e schiacciare popoli a destra e a manca? 5) Cosa vuol dire la parola “infoibato”? 6) Cosa vuol dire la parola “gulag”? 7) Un comunista è un “liberatore” o un “oppressore”? 8) Il 25 aprile si celebra la liberazione dal nazifascismo: bastano le rimanenti 364 date per celebrare le “liberazioni” dal “comunismo antifascista”? 9) E’ ammissibile che un comunista possa celebrare una “liberazione”? E’ razionale o logico che “un partigiano comunista” sia “fondamento” di “democrazia”? 10) Chi era Moranino? 11) Da chi, perché e soprattutto “come” fu assassinato Giovanni Gentile? 12) Questo grande filosofo del Novecento era un “tiranno” o un mite intellettuale fascista? 13) Il 25 aprile si celebra anche la liberazione dall’ignoranza fascista? Era ignorante Gabriele d’Annunzio? 14) Era un ignorante o il “fondamento” di tutta la poesia del Novecento? 15) Quando finirà la cantilena che tutto è “comunista” e “di sinistra”: liberazione, benessere, fondamento di democrazia, cultura e chi sa che altro? 16) E’ vero o no che persino Dante, Manzoni, Leopardi, Michelangelo, Caravaggio, Heidegger, Verdi, Rossini, Wagner, Heidegger e chi sa chi altro uomo geniale voterebbe “falce e martello”? 17) Un tempo visse un brillante oratore di nome Giorgio e di cognome Almirante il quale disse che IL COMUNISMO E’ LA PIU’ GRANDE MENZOGNA DELLA STORIA: aveva ragione o no? 18) Un artista della parola come Lui la sinistra se lo sogna: è vero o no? 19) Disse anche che Togliatti era untuoso: è vero o no? 20) Anche l’untuoso Togliattone (al secolo Peppone) è festeggiato il 25 aprile: anche Peppone e gli alleati democristiani don Camilli sono fondamento della “democrazia”? Posso gridare: viva il PCI, viva la DC, viva gli alleati liberatori?

    Enzo Saldutti

    27 Aprile 2009 alle 3:33 am

  13. 1) Si, lo poteva affermare e lo ha praticato con Il CLN composto da tutte le componenti, anche quelle monarchiche. 2) Né l’una né l’altra. Ma l’orrida “guerra fredda” che i due vincitori del 2^ conflitto mondiale, USA e URSS, si combattevano per interposto…paese. Quell’orrore, che Togliatti aveva ben compreso e, rientrato in Italia dall’URSS nel 1944, a Salerno, dà vita al “Partito Nuovo”, che ha emarginato la corrente filosovietica di Secchia e ha dato vita alla politica 1944-1948, che ha come cardine la lotta unitaria di liberazione contro il nazifascismo (Comitato Liberazione Nazionale), la politica di Unità Nazionale, l’ Assemblea Costituente, la scrittura della Costituzione e i governi di Unità Nazionale. La mancata epurazione dei quadri fascisti dall’apparato dello Stato (primo gravissimo errore, tra cui i 38 intellettuali firmatari del manifesto razzista che diede il via alle leggi razziali e allo stretto servaggio alla Germania hitleriana culminato con la Repubblica di Salò), processo interrottosi, purtroppo alle fine del 1947 col famoso viaggio di De Gasperi in America e con l’avvio ufficiale della sciagurata “guerra fredda”, di cui hanno pagato il fio, nell’ordine: la Cecoslovacchia, la Polonia, tutti i paesi dell’Est, inglobati nella “sfera d’influenza sovietica”,e le democrazie imperfette o bloccate dell’ovest europeo, a seguito degli accordi di Yalta, una sorta di Santa Alleanza Guerreggiata a due USA- URSS, dove il resto del mondo ha dovuto subire per un cinquantennio le opposte verità ideologiche, a detrimento delle identità nazionali e diversità di pensiero. Ma questo possiamo dirlo adesso, con la dissoluzione di quell’equilibrio . ALLORA le forze che combattevano CONTRO quelle scelte (come il PCI) DOVEVANO muoversi in quella logica. Questo E’ STATO CHIARISSIMO AGLI ITALIANI, che hanno premiato il PCI come uno DEI CARDINI FONDAMENTALI della GIOVANE DEMOCRAZIA ITALIANA, almeno fino al 1976. Discorsi lunghi e complessi; ad ogni modo non ho problemi a dire che nei paesi che citi v’era Tirannia, tirannia da dittatura del proletariato, aberrazione lenino-stalinista. 3 ) In Russia ha portato una idea di “democrazia popolare” che non ha retto alla prova del tempo e degli elementari diritti sanciti dalla democrazia liberale che, come insegna Marx stesso, sono UNIVERSALI, ma non svincolati dal processo di emancipazione sociale ed economica. 4) Questa è VOLGARE PROPAGANDA NAZI – FASCISTA. “l’Occidente” forniva armi e supporto a TUTTI GLI STATI (COMPRESA L’URSS) che facevano parte dell’alleanza tattica contro il nazi fascismo hitleriano (MALE ASSOLUTO). 5) lo sai bene cosa vuol dire. La feroce /atroce controreazione nazionalista sloveno /croata contro venti anni di oppressione nazionalista- fascista; con l’aggravante di mascherarsi sotto l’ideologia titino/comunista. Ma sempre di VOLGARE NAZIONALISMO si trattava. Quel nazionalismo violento e antidemocratico che si nasconde sotto tutte le ideologie totalitarie, in primis il nazi fascismo e lo stalinismo “comunista”. 6) Tutti sanno cosa vuol dire gulag. 7) Dipende. Può diventare anche un OPPRESSORE (Come nella Russia stalino-brezneviana e nell’Europa dell’Est post guerra). Il Nazi Fascista E’ SEMPRE- per intima ideologia e per programma politico UN OPPRESSORE E UN ANTIDEMOCRATICO. 8) I COMUNISTI ITALIANI non hanno nulla da nascondere o di che vergognarsi sul piano democratico. Gli altri 364 giorni dell’anno dovrebbero essere impiegati a denunciare il sequestro della libera informazione ad opera del CARTARO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, che sta attuando alla perfezione il Piano di Rinascita Piduista, uno dei cardini dei quali è proprio il controllo “democratico” dell’informazione , dove “finisce sempre zero a zero” , con un solo Direttore d’Orchestra che detta la linea e guai a chi “stecca” fuori dal coro. 9) La storia della nostra Repubblica DIMOSTRA che è stato possibile e che grazie al sacrificio dei partigiani comunisti in primo luogo (ma non grazie SOLO a essi, ma anche a quelli delle altre formazioni), si è potuto cacciare e sconfiggere la bestia nazista e in qualche modo emendarsi del servaggio fascista alla germania hitleriana. 10) Francesco Moranino, Partigiano comunista dell’ANPI, medaglia d’oro al valor militare; grande antifascista. 11) Giovanni Gentile è stato assassinato in modo indegno e inutile. Ma paga il fio di un clima di feroce contrapposizione che rimonta agli anni del 1922, PROSEGUITO LUNGO TUTTO il regime fascista , con un tragico apice nel biennio 1943-1945 e proseguito fino al 1948-49, in alcune aree geografiche. Controdomanda. Chi erano i Fratelli Cervi? Chi erano Nello e Carlo Rosselli ? Chi era Piero Gobetti ? Chi era Giovanni Amendola? chi erano gli inermi cittadini delle Fosse Ardeatine ? Chi erano le migliaia e migliaia di innocenti trucidati dai fascisti assieme ai nazisti nei tanti, troppi paesini italiani nel biennio 1943- 45 ? Non li voglio nemmeno elencare, perché la lista sarebbe interminabile. Con questo voglio ricordarti che LE GUERRE CIVILI non sono una festa di ballo e che l’ODIO GENERA ODIO. Soprattutto l’ODIO IDEOLOGICO FONDATO SU TESI RAZZISTE E/o TOTALIZZANTI . Che a loro volta ingenerano un contro odio di reazione altrettanto INFAME . 12) Ho pena e pietà per Giovanni Gentile, come per tutti quelli che, il più delle volte in buona fede, pagano ben al di là delle proprie responsabilità. E questo grazie alla ferocia, all’opportunismo e alla viltà dei veri responsabili. Ho le mie ben fondate riserve sulla sua grandezza in quanto filosofo. Di sicuro era un intellettuale di prim’ordine. Di qui a dire che era grande ce ne corre. Lo dico serenamente, con cognizione di causa e senza farmi influenzare dalle sue opinioni politiche. 13) Nessuno ci salva né ci può salvare dalla retorica trombona. Nemmeno le celebrazioni del 25 Aprile. (Vedi l’ultimo arrivato, il Berlusca Cartaro, patetico col fazzoletto partigiano al collo. Chi ha detto “quando sento parlare di cultura metto mano alla pistola?” Soprattutto quando la cultura è fatta di pensiero complesso e articolato e non di assiomatiche semplificazioni tipiche della cultura di estrema destra. D’Annunzio non era un ignorante. Ma un trombone come poeta e come scrittore , che campava d’accatto sulle idee di D.H. Lawrence ( allora sì grande e misconosciuto, anche perché inglese e morto sul finire degli anni venti). A leggerlo oggi D’Annunzio suona tronfio e fasullo. Detto serenamente e da specialista. Vuoi un grande della letteratura di “destra”? Luis Ferdinand Celine. 15) Questa “cantilena” o panzana i soli ancora a cantarsela sono Il Cartaro Presidente (che sfrutta abilmente la paura anticomunista sedimentata nell’inconscio collettivo conformista) e gli ossessionati dal Comunismo come te. 16) Ma da dove le prendi ‘ste panzane, dal libro nero del Comunismo del Berlusca, il quale chiese a Bertinotti , in una trasmissione tv, di fargli conoscere il “papà Cervi” “Volentieri, caro Presidente…purtroppo Papà Cervi è morto da più di vent’anni”! rispose il Chiacchiarella. 17) Aveva torto. Non perché il comunismo come idea che ha mobilitato milioni di persone sia stata una menzogna, ma perché – come insegna il materialismo dialettico – anche la “prassi comunista” è soggetta alle leggi della Storia. La Rivoluzione Borghese del 1789 è passata attraverso fasi di violenza e “terrore(1791-1794)”, è proseguita nella dittatura bonapartista e poi nella reazione monarchica della Santa Alleanza; ha prodotto L’IMPERIALISMO(1890-1914) e l’apice delle grandi dittature degli anni trenta (Nazi fascismo). Eppure non tutto è da buttare nel wc. Ma ha anche prodotto il grande pensiero illuminista, liberale e democratico. 18) Che dirti. Contento tu. Non voglio infierire. Personalmente, gli rendo onore per il bel gesto che fece alla morte di Berlinguer. 19) Togliatti ha avuto grandi doti politiche e grandi difetti e responsabilità. Quando è morto avevo dieci anni. Dunque non so dire nulla di impressioni personali sul suo “carattere”. Ma ricordo bene la “doppiezza” Almirantiana. 20) Non confondere i personaggio di Guareschi con i personaggi “reali” della politica. Se confrontiamo Togliatti, De Gasperi e – perché no- anche Almirante ai nani di adesso, essi sembrano dei giganti. Che tu lo gridi o meno, a me non fa nessun effetto. Personalmente, non ho nessuna nostalgia della Dc e del Pci (forse di questo partito rimpiango la straordinaria scuola di vita a livello di militanza di base: una scuola di formazione umana ed etica come poche, al di là delle sue lentezze politiche e dei suoi paludamenti.) Al di là della tua provocazione , semplicemente e serenamente dico : onore e pietà per i caduti, vinti e vincitori. Ma non sono tutti sullo stesso piano. Gli sconfitti lottavano a rimorchio dei nazisti, nati da una forzatura violenta dello stato liberale, instauratori di un regime autoritario imbarcatosi nelle leggi razziali e in una guerra feroce e distruttiva; i vincitori lottavano per il riscatto democratico. Per quella democrazia che ci consente di confrontarci liberamente, non ostante si tenti di stravolgere il senso della storia.

    Salvatore D'Angelo

    27 Aprile 2009 alle 2:08 pm


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