COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

Il parco archeologico di Conza da “Il Manifesto” del 24 / 9 / 2004

con 10 commenti

In occasione dell’incontro della Comunità Provvisoria di domenica 4 maggio a Conza e Sant’Andrea, vorrei offrire ai lettori del nostro blog e agli amici comunitari, sperando di non annoiare, questa pagina sul parco archeologico di Conza e sui ragazzi che allora vi lavoravano (la situazione è molto cambiata da questo punto di vista, e non in meglio). Lo faccio anche per aprire eventualmente una discussione sul Parco Archelogico e sulla memoria del terremoto.

La pagina uscì su “Il manifesto” del 24 / 9 / 2004 e suscitò, curiosamente, in alcuni amministratori, polemiche per me inspiegabili.

Michele Fumagallo

S T O R I E

24 ANNI DOPO IL TERREMOTO IN IRPINIA. I giovani impegnati nel «Parco archeologico» di Conza, antico paese completamente distrutto dal sisma, raccontano la loro storia e la loro esperienza

Tra le rovine della memoria

di Michele Fumagallo

A 24 anni dal terremoto del 23 novembre 1980 ritorno in uno dei luoghi simbolo di quella tragedia, Conza della Campania, nel cuore dell’Alta Irpinia epicentro del cratere (una parola che non si usa più, grazie a dio). L’invito della  Sovrintendenza ai beni archeologici e di un gruppo di nove giovani che hanno iniziato a lavorare come guide del Parco storico e archeologico della  vecchia Conza, distrutta dal terremoto e abbandonata (oggi gli abitanti vivono nel nuovo paese, a due chilometri di distanza, al di là della strada statale Ofantina che porta verso Melfi e la Puglia) è l’occasione per raccontare la storia e l’esperienza di questi ragazzi. Ma è anche l’occasione per verificare come tanta della memoria del post-terremoto (volontariato politico e sociale di alta qualità, lotte per un lavoro libero, speranze per il futuro) sia andata perduta, sepolta dal tritasassi banale e tragico in cui ogni memoria, nel nostro paese, è stata cancellata negli ultimi anni. Con il rischio ovunque, anche nella piccola Conza,  di non vedere più nessun filo storico, né con il passato remoto – la Compsa  romana, i cui resti affiorano sotto le rovine della Conza recentemente terremotata – né con il passato più vicino. Fa davvero impressione questo vuoto di memoria nei giovani, anche se se ne intuisce la ragione più generale e se qualcuno dei giovani ne dà una spiegazione tutto sommato convincente. E così, quando ci avviciniamo alle rovine della vecchia Conza, dov’è l’ingresso del Parco, e iniziamo una lunga chiacchierata con loro, la prima cosa che mi viene da dire, quasi a mo’ di provocazione, è che in fondo non stanno facendo nulla di nuovo. Ricordo che c’è stato un tempo, negli anni immediatamente dopo il terremoto e fin quasi al 1990, in cui centinaia di  giovani (tra loro molte donne) avevano dato vita a un numero notevole di cooperative nel campo dei servizi e  della produzione. Uno slancio nato da un nuovo attaccamento al territorio,  quasi un desiderio di vendicare la tragedia subita rimboccandosi le maniche per dare una mano alla propria terra. 

Senza un quattrino

Esperienze in gran parte fallite (le cooperative non hanno mai avuto il becco di un quattrino e questo ha ovviamente contribuito al loro disfacimento) che hanno lasciato delusione e risentimento alle spalle, che hanno costretto molti dei giovani protagonisti di allora, in gran parte impegnati in un lavoro massacrante, spesso senza guadagnare neanche una lira, ad andar via lasciando, come i padri e  nonni, i propri paesi.  Intanto iniziava l’avventura, in fondo misera rispetto all’enormità dell’investimento, dell’industrializzazione della zona terremotata (una delle venti aree è proprio localizzata a Conza): un’avventura forzata ed escludente, che ha lasciato fermi per anni l’agricoltura, i servizi per il turismo, il risanamento urgente dei centri storici – soprattutto dai guasti di una malintesa ricostruzione e della mancata costruzione di strutture culturali all’altezza del compito. Tutte cose sacrificate sull’altare di un’industrializzazione «staliniana» (per la qualità dei nuovi insediamenti e per il ritardo sui tempi della storia) che ha lasciato poche speranze e molti problemi. La generazione dei giovani conzani impegnati nel Parco è quella che ha introiettato tutte le contraddizioni della ricostruzione – senza per questo essere diversa da quella che si vede in giro per l’Italia di questi tempi. La prima a parlare è Marianna, 22 anni, studentessa universitaria: «C’è  stata una rottura? Probabilmente sì. Il 1980, anche per lo spartiacque storico che ha rappresentato la tragedia vissuta, ha dato inizio a una nuova generazione, che comunque deve cercare e crearsi una sua strada. Sono vissuta, insieme agli altri della mia età, nell’insediamento prefabbricato costruito vicino alla diga. Lì era la nostra casa e come tutti i bambini abbiamo formato lì i nostri ricordi. Conza Nuova, invece, è il paese dove sono nati i bambini alla fine degli anni Ottanta. Cosa voglio dire con questo? Semplicemente che ci sono tre generazioni e tre ricordi diversi: una legata alla vecchia Conza, un’altra legata ai prefabbricati del dopo terremoto e l’ultima legata  all’insediamento della Nuova Conza».

Una storia bloccata

«Dal 1990, sul piano delle speranze occupazionali e non, ci sono dieci anni di vuoto che non hanno dato un granché, come se la storia si fosse bloccata. Davvero per un lungo periodo di tempo non abbiamo visto niente muoversi nel territorio di Conza e dei paesi vicini. Negli ultimi anni, con il Parco e l’Oasi, si intravede un’apertura. C’è uno spiraglio di luce, e forse per questo ci entusiasmiamo, ma non troppo. E’ dura – continua Marianna – unire generazioni che vedono le macerie del Parco in modo del tutto diverso. C’è la generazione più matura che ancora non trova una giusta  elaborazione del lutto (è difficile vivere le macerie del proprio mondo, dove magari si sono perse le persone più care, come una cosa da visitare); un’elaborazione che forse nella generazione più anziana non avverrà mai. E c’è la generazione più giovane desiderosa di capire». Filomena, 29 anni, universitaria a Pisa, è molto ottimista: «Per me l’apertura del Parco, sia pure non terminato, è come un trionfo. Ci vedo una piccola rinascita, come se nel 1980 si fosse chiusa un’epoca e oggi se ne stesse aprendo un’altra». L’altra Filomena, un anno di meno, appena conclusa l’Accademia di Belle Arti e in attesa di trovare una sua  strada, è un po’ più prudente: «Il Parco è stato aperto in via sperimentale,  quindi non mi faccio molte illusioni per il futuro, per adesso lo vivo così. Ma può essere un’occasione. Del resto la vita a Conza è davvero vuota per me, mi limito a frequentare qualche paese vicino quando sono qui». Giulio, 24 anni, studente di giurisprudenza, ha il gusto dell’analisi e la passione per la poesia (ha appena pubblicato in proprio un suo libro di versi): «Ho accettato questo lavoro perché unisco l’utile al dilettevole, passo l’estate, ma sono anche molto  attaccato alla mia terra. Non conoscevo la storia antica di Conza e il corso di formazione è stato in questo senso molto utile. Sono stupefatto del passato del mio paese e quindi mi sento più forte nell’affrontare il futuro. Qui a Conza non ho conosciuto che emigrazione, emigrazione, emigrazione. Al Nord si fanno partecipi le persone delle cose e delle prospettive di lavoro, qui al sud tutto viene nascosto come se fosse cosa propria, c’è quella cultura recondita del ‘non faccio io e tutto può sparire in un attimo, ha ricacciato ancor di più le persone nel privato perché ha stimolato una diffidenza verso la cosa pubblica (molti ci hanno mangiato sopra). Confesso che i miei progetti di vita sono altri, ma al  Parco e a Conza ci tengo e mi piacerebbe investire parte della mia cultura». La mancanza di opinione pubblica e di spirito pubblico, questione atavica al Sud, riaffiora sempre nella discussione e riporta alla tragedia antica della dipendenza e del clientelismo. E’ una preoccupazione dei ragazzi di Conza e il più anziano del gruppo, Michele Lariccia, 40 anni, fino a poco tempo fa operaio della Eurosodernic nell’area industriale di Conza, mette il dito nella piaga: «Sono entrato in fabbrica nel 1984, poi l’azienda è fallita e mi sono trovato  disoccupato. Dopo i 40 anni è davvero dura in un territorio dove vige ancora la pratica della raccomandazione. Qui con la raccomandazione si fa tutto, senza non si fa niente. Due cose tuttavia mi hanno colpito in questo lavoro al Parco: una è il grosso successo di presenze e di visitatori quest’estate, l’altra è il disinteresse che i giovani mostrano verso la storia, vengono qui anche perché conoscono noi ma durante il tragitto sono presi da tutt’altre cose».

«Il Parco funzionerà»  

Antonio, 22 anni, diplomato e unico non conzano del gruppo (viene dalla  vicina Teora) è il più sintetico: «Se si apriranno delle possibilità di lavoro  stabile mi farà molto piacere; intanto ho conosciuto meglio parte del mio  territorio». Lina, 24 anni, studentessa universitaria, è la più ottimista, sia sul futuro del Parco che sugli amministratori del proprio comune: «Quando abbia-  mo iniziato avevamo grande curiosità di fare una cosa per il nostro paese e  alla fine è piacevole avere contatti con la gente. Sono convinta che il Parco  funzionerà: anzitutto perché c’è chi lo vuole e lo sostiene, poi perché penso  che sia davvero una cosa importante. Per quanto mi riguarda, il mio tempo  libero, anche al di là delle possibilità di essere impiegata qui, lo dedicherò al Parco». Anche Nunzia, 22 anni, diplomata, appare entusiasta: «E’ il secondo anno che lavoro al Parco e ho visto la grande differenza dall’anno scorso a  quest’anno. Allora era solo sperimentale, adesso è un progetto più grande.  Questo Parco è davvero tutto per Conza, il resto è cornice». Nadia, 27 anni, universitaria, è quella che conclude: «Il mio vero paese, intendo quello in cui sono cresciuta, è l’agglomerato dei prefabbricati vicino alla diga. Considero la costruzione della Nuova Conza, per come è stata concepita, come l’equivalente di una strage. Da questo punto di vista forse il Parco ci può aiutare a uscire da una situazione, ma solo se viene vissuto nel senso dell’itinerario, del percorso turistico di molti comuni. Non ho ipotecato nulla su questa esperienza, sia chiaro, e forse non è neanche la prospettiva del futuro. Tuttavia è come se imparassi ogni  giorno qualcosa di più, restando qui».

Il parco, la diga e la vecchia ferrovia.

Conza della Campania, nel cuore dell’Alta Irpinia, conta ufficialmente 1480 abitanti, sparsi tra la campagna e il nuovo insediamento di Conza Nuova, nata con la ricostruzione dopo il terremoto del 1980. Sul cocuzzolo, al di là della strada Ofantina, c’è il vecchio insediamento di Conza, quello crollato la sera  del 23 novembre. Si contarono 184 morti. Oggi, il centro vecchio e forzosamente abbandonato da chi vi abitava, è Parco Storico e Archeologico (non ancora terminato, anzi con grossi lavori ancora da fare). Qui si può leggere la storia del paese, dalla romana Compsa alle rovine del terremoto più recente. La città romana, che è stata una piazzaforte importante nella valle  dell’Ofanto, aveva un anfiteatro che ora si sta tentando di riportare alla luce. Il Parco Storico e Archeologico è visitabile fino a domenica e da ottobre soltanto il sabato e la domenica. Vi lavorano, con contratto cococo, 9 giovani del luogo, che rappresentano la nuova generazione post-ricostruzione. L’occupazione si concentra a Conza nell’agricoltura, con tentativi di rilancio ancora  decisamente poco incentivati e nell’area industriale nata dopo il terremoto. Interessante ai fini turistici, ma anche in questo caso purtroppo con gravi ritardi, l’operazione che si sta mettendo in piedi con l’Oasi gestita dal Wwf attorno al lago della diga  sul fiume Ofanto, a pochi chilometri da Melfi, dove c’è ancora parte del-  l’insediamento prefabbricato costruito dopo il terremoto grazie all’intervento della Provincia di Bologna. Vicino alla diga passa una tratta della ferrovia che collegava Avellino con Rocchetta Sant’Antonio – un lascito politico di Francesco De Sanctis – oggi in disuso, ma che dovrebbe essere recuperata grazie all’impegno di alcuni comuni.

Michele Fumagallo

Written by micheless

2 Maggio 2008 a 11:03 pm

Pubblicato in a Autori Comunitari

10 Risposte

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  1. E’ dificile vivere in una terra che ha subito notevoli “deportazioni”. Prima la si è “svuotata” di persone ed oggi la si vuole riempire di munnezza. Quello che mi fà riflettere questo articolo è: sul “passato”. Credo però che qui si sta tentando di costruire il futuro e quindi abbiamo bisogno di altri modelli che non possono essere più quelli del passato. Certo mi direte l’esperienza conta. Ma, è proprio su questa esperienza negativa che dovremmo riflettere con un’altra ottica. Un’altro punto di vista.

    Sappiamo tutti che ogni parco può essere un’occasione di sviluppo o una semplice conservazione “contemplativa” dello “status quo”.

    Oggi la stessa esigenza di realizzare un parco si lega ad una esigenza in particolare di base: “conservare” ed evitare un nuovo schempio del territorio.

    Prima domanda che mi porrei e se possiamo costruire il nuovo sulle macerie del passato. Personalmente credo di no.

    Il parco deve essere occasione di un “uso” non solo contemplativo del territorio e quindi puramente “conservativo” ma come occasione di un “nuovo modello di sviluppo”.

    Le stesse caratterristiche rurali possono e diventare una ricchezza, i paesi vuoti farli diventare paesi alberghi per un nuovo turismo delle “tradizioni”.

    Lo sviluppo rurale della zona dovrebbe servire a qualificare le caratteristiche e le qualità delle coltivazioni e degli allevamenti, privileggiando la qualità e non quantità. Facendo anche una precisa “scelta di mercato”. Il parco non và solo conservato e quindi contemplato ma va “usato” attraverso un’intelligenza creativa.

    La “rivoluzione” sta proprio qua. Non più un Parco piovuto dall’alto o peggio ragionato sull’emergenza di un momento post-terremoto e/o post-discarica, ma “partecipato e condiviso da una comunità come scelta di “nuovo modello di sviluppo”.

    Per partecipare e condividerne “l’uso-creativo” e quindi renderlo fruibile a tutti per un’occasione di incontro e di stabilità per evitare le migrazioni dei giovani vanno andrebbe creato un percorso “un sentiero” dove ognuno possa praticare un sogno. Coinvolgendo le persone una per una chiedendole tu che vorresti fare in questo parco. Oggi internet ci mette in contatto con il mondo e le potenzialità di questo sistema di emrcato goblale ci fanno riflettere anche che molti lavori si possono fare anche da casa.

    La stessa promozione dei prodotti tipici. La realizzazione di percorsi della salute. La realizzazione di spazi di incontro ecc. già queste semplici cose potrebbero realizzare un indotto “produttivo” del territorio.

    Per questo c’è bisogno di definire un PIANO DI PROGRAMMAZIONE DEL PARCO (uscendo fuori dalle emergenze storiche) sulla base certo delle esperienze ma che guardino al nuovo all’utopia al sogno.

    Andrebbe promossa una partecipazione dal basso per raccogliere più informazioni possibili sulla base di questo schema:

    Progetto di Partecipazione per la redazione
    del Piano programmatico del Parco Dell’Irpinia d’Oriente:

    Il Parco in… gita:
    Camminando s’impara… i sentieri della mia infanzia
    le ricorrenze e le gite con la famiglia

    Il parco gli Insetti, animali & company:
    “Caccia” alla traccia del ………
    pastorizia e allevamenti
    specie autoctone (recupero)

    Il Parco e l’acqua:
    L’acqua, che forza!
    La Collina la Valle …il fiume e…..

    Il Parco è… storia:
    Archeologia
    L’uomo-albero
    Le incisioni (sentieri e camminnamenti) del Parco
    Leggende e Fiabe
    Vita ………sociale, culturale e tradizioni

    Il Parco è… bosco:
    La Valle del bosco Grande
    L’albero del pane
    la Flora e fauna

    Il parco……?:
    e……la nuova industria locale

    Il Parco insegna:
    scuola e formazione

    Il Parco gioca:
    possibilità di realizzare parchi di divertimenti
    zoo;

    Il parco coltiva:
    ?

    Il Parco Informa:
    ?

    “Il parco e l’isola che non c’è …
    costruire nuove possibilita di socializzazione del territorio

    ecc…..

    Figure necessarie:
    Un Contadino;
    Un muratore;
    Un allevatore;
    Un geologo;
    Un sociologo;
    Un archeologo;
    Un giovane che non conosce niente diu tutto questo ma che pensa
    Un vecchio saggio
    Un architetto urbanista;
    Un veterinario
    Un medico
    ecc

    Ci vediamo , domani
    Nanosecondo

    ed alla fine invece di fare il referendum per la seccessione chiderei alla regione di pagare un salario sociale a tutti i giovani che restano li e non vanno via.

  2. ops ..mi ero dimenticato della ferrovia…….questa si che potrebbe essere una bella storia. Il treno dei desideri!

    Uacc Uaa

  3. “IL TRENO DEI DESIDERI VA’”

    Carissimo Michele,
    Giulio, 24 anni, studente di giurisprudenza, ha posto una questione centrale “aiutati che Dio ti aiuta” e nella sostanza mi piace questo suo ispirarsi al sogno anche attraverso la sua passione per la poesia. E, qui ci chiediamo che cosa è la realtà.

    Caro Michele, anche tu dici che la realtà è rappresentata da un fenomeno “antico” del nostro sud : “…..Al Nord si fanno partecipi le persone delle cose e delle prospettive di lavoro, qui al sud tutto viene nascosto come se fosse cosa propria (e da qui la logica della raccomandazione e dell’uso “politico” delle cose), c’è quella cultura recondita del – non faccio io e tutto può sparire in un attimo -, ha ricacciato ancor di più le persone nel privato perché ha stimolato una diffidenza verso la cosa pubblica (molti ci hanno mangiato sopra) – oggi ho fatto una mia piccola ricerca sul mio trenino dei desideri ed addirittura mi risulta che la stazione di Taurasi fù occultata – ……(continua Giulio)….”…Confesso che i miei progetti di vita sono altri, ma al Parco e a Conza ci tengo e mi piacerebbe investire parte della mia cultura».

    Ogni discussione rischia di riportarci quindi alla tragedia antica della dipendenza e del clientelismo.

    Ma andiamo avanti…

    “Michele Lariccia, 40 anni, fino a poco tempo fa operaio della Eurosodernic nell’area industriale di Conza, mette il dito nella piaga: “………..Due cose tuttavia mi hanno colpito in questo lavoro al Parco: una è il grosso successo di presenze e di visitatori quest’estate, l’altra è il disinteresse che i giovani mostrano verso la storia, vengono qui anche perché conoscono noi ma durante il tragitto sono presi da tutt’altre cose».

    E poi…

    “Lina, 24 anni, studentessa universitaria, è la più ottimista, (per fortuna) sia sul futuro del Parco che sugli amministratori del proprio comune:”……..Da questo punto di vista forse il Parco ci può aiutare a uscire da una situazione, ma solo se viene vissuto nel senso dell’itinerario, del percorso turistico di molti comuni.”

    Ecco qui unirei le due riflessioni: “durante il tragitto sono presi da tutt’altre cose…” e su quello che dice Lina di “…far vivere il parco…. “nel senso dell’itinerario , del “percorso turistico di molti comuni”…..del viaggio di De Santis?

    Ora la diga, il lago il parco……i comuni , De Santis , questi ragazzi che hai incontrato tu… potrebbe rappresentare il crocevia di questo “nuovo percorso” (turistico? anche e non solo) e lo stesso vecchio tracciato ferroviario potrebbe essere “strumento di questo nuovo sviluppo” dove quei ragazzi durante il tragitto non rischierebbero più di perdersi …..qui potrebbero “ritrovare i binari giusti”.

    Ho fatto una ricerca su internet ed ho trovato cose incredibili. Non solo quella che dicevo prima che la stazione di Taurasi “è stata nascosta”, ma come l’incuria di un patrimonio incredibile la “ferrovia” possa essere distrutto così.

    Link: http://www.liberamenteonline.com/ferrovia.htm

    Su questo forum ho trovato:

    http://www.ilmondodeitreni.it/mioforum/topic.asp?TOPIC_ID=833&whichpage=4

    E poi De Sanctis si rivolterebbe nella tomba anche vedendo che il Parco letterario che avevano creato a suo nome e che nel 2000, se non ricordo male, organizzò anche un treno straordinario ( http://www.parcoletterariodesanctis.it/album.htm ) si è poi miseramente spento ed oggi non so neanche se ancora esiste visto che sul sito le iniziative si fermano al 2004.
    A maggio la mia associazione va in visita a Conza: mi sarebbe piaciuto fare arrivare le persone in treno ma la domenica il treno non funziona e Trenitalia mi ha chiesto per una 668 da Avellino (neanche da Napoli)mi hanno chiesto 3000 euro + IVA andata e ritorno e quindi 3600 euro che divisi per 70 persone fanno circa 50 euro a persona, davvero troppi considerando che devo anche procurare un bus dalla stazione agli scavi di Conza. Risultato: tutti verranno in auto!

    E poi ho trovato questo studio del Prof. Antonio Panzone, Presidente Associazione Culturale Taurasia – Via Municipio, 24 – 83030 Taurasi (AV) – tel. 0827 74007 che sinceramente

    http://www.lestradeferrate.it/comitato1.htm

    Tra l’altro parla dell’alta Irpinia e di un “Progetto Bioitaly – di Regione, Ministero e Commissione Europea ha individuato sei zone di grande importanza ambientale (Siti di Interesse Comunitario)……..”

    Vicino alla diga passa una tratta della ferrovia che collegava (che collega ancora?) Avellino con Rocchetta Sant’Antonio – un lascito politico di Francesco De Sanctis – oggi in disuso, ma che dovrebbe essere recuperata grazie all’impegno di alcuni comuni. Questo è il trenino del parco?

    C’è stata a febbraio di quest’anno una interrogazione parlamentare del senatore Tecce Raffaele di Rifondazione Comunista….perchè non insistiamo?

    http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_15/showXhtml.Asp?idAtto=21055&stile=6&highLight=1&paroleContenute=‘INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+SCRITTA’

    Ecco quando parlavo del Trenino dei Desideri parlavo di questo e chi ben inizia come noi è alla metà dell’opera. Il trenino potrebbe rappresentare per il Parco la vera “colla” degli intinerari della tradizione ……, esperienze di questo tipo ne sono state fatte in germania ed in svizzera come anche nel trentino ….collegare la vostra zona al resto del mondo in un viaggio della storia e della cultura dell’Irpinia d’Oriente.

    Stasera ho telefonato il professore Antonio Panzone di Taurasi l’ho invitato per domenica 4 maggio a Conza.

    Viaggiamo nella bellezza…Ciuff Ciuff
    Nanosecondo

  4. Caro Enzo,

    non posso dilungarmi ora. Scrivo soltanto per ricordare che quel treno è un po’ la metafora della nostra vita e della nostra miseria culturale e politica.
    Riprenderne il funzionamento, a partire proprio da quello che dici tu, è quasi un obbligo per noi.

    Spesso nella vita le cose apparentemente “accantonate” possono rappresentare una via d’uscita proprio per quel che contengono di metaforico dentro di sè.

    La ferrovia Avellino-Rocchetta è una delle nostre metafore.

    Dobbiamo riparlarne.

    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    3 Maggio 2008 alle 10:04 pm

  5. Carissimo Michele,
    sarò un caso o altro ma questa “metafora del: Il treno dei Desideri” sta pert già prendendo corpo e si chiama Prof. Antonio Panzoni di Taurasi. Ha scritto un libro sulla storia di questo pezzo di mondo che era la tratta “Ferrovia Avellino – Rocchetta S.A.- Con De Sanctis una rete del Sud”. Il suo impegno è rivolto al rilancio della Ferrovia da inserire in una rete più ampia del Sud al fine di favorirne lo sviluppo.

    Ieri sera appena tornato a casa (rano le 22,30 circa) all’incontro di domenica 4 maggio a Sant’Andrea di Conza della nostra Comunità Provvisoria mi ha telefonato Antonio (e si…mi ha detto subito diamoci del Tu).

    Siamo stati a telefono fino alle 00,30 e mi ha raccontato il suo sogno …….

    http://iriformisticoraggiosi.wordpress.com/2008/02/14/tratta-avellino-rocchetta-s-antonio-sa-proposta-istituzione-parco-naturale/

    Un’osservazione che gli ho fatto è stata ma comne è possibile che con tutta questa “storia” a me sembra che non ci sia stato nessun punto di “incontro” tra le persone se non solo delega per la soluzione dei problemi. Ognuno ho avuto l’impressione ha vissuto all’interno del proprio paese pensando di farlo fortezza , tanto da “nascondere” addirittura la stazione di Taurasi (AV). Quasi come se non si volesse contatto con il mondo.

    Gli ho anche detto di una ragazza che ieri sera parlava di “referendum per una nuova regione dell’irpinia” e poi gli ho chiesto di dove sei e Lei mi ha detto sono Irpinica ma ho vissuto molti anni in svizzera…..i Cantoni.

    Ora credo che la metafora più significativa potrebbe essere per il nostro parco proprio la ferrovia perchè in questo caso non dobbiamo costruire nuovi “ponti” ma serve solo “riparare” quelli che già esistono.

    http://www.lestradeferrate.it/foto/fotof4.htm

    http://www.lestradeferrate.it/foto/fotof5.htm

    http://www.ilmondodeitreni.it/avellino_rocchetta.htm

    http://www.lestradeferrate.it/avrokkmaggi.htm

    Concludo dicendo solo che il Prof. Antonio Panzoni per il lavoro che stiamo facendo che non è solo la realizzazione del parco ma anche di una “nuova cultura” del fare che non può che passare attraverso la consapevolezza di ogni cittadino (prima) e di ogni politico (dopo) proprio la proposta di realizzare PARCHI URBANI COMUNALI con le proprie identità culturali, antropologiche (immaggino Montemarano con il suo storico Carnevale, ecc) , archeologicgo, enologico, ecc affinchè ogni “stazione” diventi museo di un pezzo della storia e della vita dell’irpinia.

    La vera premessa per questa azione è la non individuazione di un solo parco dell’Irpinia d’Oriente ma di tanti Parchi Urbani e Comunali a tema che nel loro insieme “riparino” la linea Avellino – Rocchetta.

    Qui rispondo anche alla ragazza “svizzera” l’unità e l’identità di un popolo non è realizzata dai suoi confini fisici ma dall’apertura all’altro.

    Viaggiamo nella bellezza con il Treno dei desideri …nei parchi dell’Irpinia.
    Nanosecondo

    P.S. Antonio mi ha detto che telefonerà Franco ed Angelo in questi giorni per concordare meglio un incontro a tema sulla ferrovia Avellino – Rocchetta.

  6. ops…dimeticavo…..giusto per stare in tema d’oriente c’è un vecchio proverbio arabo che dice:

    “SE VIVI SU UN’ISOLA FATTI AMICO IL MARE”.

    L’isola che non c’è …..pian piano si stà costruendo.

    Nanosecondo

  7. @ Micheless e Nanosecondo,

    Questo post e i suoi commenti sembra un dialogo fra due SORDI..
    ed io sarei la cieca-pardon! -non vedente che non s’accorge di quello che sta succedendo !
    Recupero della storia passata ed utopie conservative .
    Ferrovia antica per gettare “ponti “nuovi fra le genti …e
    profusioni di saperi linkati con citazioni di esperti a riempire il vuoto del contatto.

    Vi ho letto con pazienza e interesse, pur nella cecità della comprensione.

    Vi ho letto immaginando una concreta tenzone fra l’ ORSO BRUNO HIRPINUS HISTORICUS e l’ ORSO RIDENS GAUDENTIS.

    Vi dò uno pari, per ora.
    Non prometto lettura alla cieca per il seguito.
    ciao Teresa C.

    HERA-Klescampania

    5 Maggio 2008 alle 10:40 pm

  8. Cara Teresa,

    il problema, in questo caso, è la confusione del nostro blog, o almeno la confusione con cui utilizziamo il blog.

    In questo post c’è un mio vecchio articolo sul Parco archeologico e storico di Conza. L’ho messo perchè c’era l’incontro, ma anche con la speranza che si svolgesse un dibattito sul Parco (di Conza). L’argomento quindi è questo. La ferrovia ci è entrata di traverso. E io, come vedi, ho rimandato una risposta a Enzo-nanosecondo, proprio perchè la Rocchetta-Avellino merita un post e un dibattito a parte.

    Non è quindi un dibattito tra sordi la ferrovia ma semplicemente “rimandato” ad altro post.

    Qui, invece, c’è qualcosa da dire sul Parco di Conza. Lo possono fare tutti quelli che sono venuti all’incontro oppure anche quelli che conoscono il luogo. Io cercherò magari di aggiungere qualcosa al mio articolo, qualcosa di più personale sia sul funzionamento che su come è stato concepito il parco.

    Con affetto
    Michele Fumagallo

    Michele Fumagallo

    6 Maggio 2008 alle 1:52 am

  9. Michele ciao,
    non ho molto da aggiungere sul Parco di Conza, visitato una sola volta nell’ estate del 2004, insieme ad un amico lucchese, ingegnere e ambientalista, che era venuto in Irpinia nell’ 80, con le squadre di soccorso della regione Toscanae voleva rivedere i luoghi.
    E questa è la nota personale ed affettiva nell’ andar per siti.

    Incontrai il gruppo dei giovani universitari cooperanti e cooperativi, cui tu accenni
    Contenta , per un brandello di storia che prendeva forma: sito archeologico e nuove occasioni di lavoro, sito della memoria e lavoro,giovani e cultura universitaria, entusiasmo .

    Non so altro del Parco di Conza…ma conosco a fondo le difficoltà di praticare per me stessa la cultura dell’ entusiasmo sul lavoro e le difficoltà di trasmetterla agli altri..a tutti quei giovani che non vogliono faticà, perchè c’ hanno daffà altre cose.
    Ma , qui potrei aprire un’ altro post : Impresa sociale , dal sogno alla realizzazione.
    ti saluto caramente e ti sollecito aleggere i miei interventi di oggi sugli ultimi post.
    Teresa C.

    HERA-Klescampania

    6 Maggio 2008 alle 11:22 pm

  10. Cari amici,

    quel Parco di Conza non sta in cielo ma è inserito dentro la storia e la geografia di quel paese. Quindi occorrerebbe fare un’analisi più dettagliata su Conza, sulla sua ricostruzione al di là della strada ofantina, sul mancato recupero del pezzo di centro storico attaccato a Conza vecchia (Ronza), eccetera. Ma è un discorso troppo lungo, l’unica cosa che dico adesso è che è stato un grave errore sia la ricostruzione di Conza al di là della strada sia il mancato recupero di Ronza. Un errore di cui abbiamo discusso in tanti, anni fa (ne ho scritto su “Il Manifesto” negli anni 80 e 90 e sarebbe adesso noioso riprodurre tutti i vecchi articoli).

    Sul Parco di Conza invece posso solo dire, purtroppo in sintesi, che a me non ha mai convinto la sua impostazione principale, cioè quella del recupero e della “lettura” della storia complessiva di quel paese, magari con un occhio di riguardo ai reperti antichi (romani, eccetera). Non che questo non andasse fatto, anzi. Ma andava fatto come lettura “subalterna” a quella principale che è (era?) essenzialmente, almeno per me, la lettura della memoria del terremoto del 23 novembre 1980. Il progetto, che è sempre progetto politico non architettonico o archeologico, io l’avrei concepito così: la memoria delle cose e delle persone, finita e fermata quella sera del 23 novembre. Le case, le strade, i negozi, il bar, la sarta, gli uffici, eccetera, “letti” nella loro semplicità e umanità (nella storia non c’è estetica che tenga, quindi un calcinaccio della peggiore edilizia anni 60 è assolutamente equivalente a un pregevole reperto antico). Una sorta di Spoon River del sisma, un luogo dove gli abitanti di Conza (ma di tutta l’area terremotata, perchè non c’è parco equivalente) potevano ricercare la linfa vitale della storia minuziosa delle persone e quindi della nostalgia.

    Dobbiamo riparlarne, e, a questo proposito, mi permetto di suggerire agli amici comunitari che facciamo male a fare incontri che non si soffermano per l’intera giornata su di un singolo paese, come del resto accadeva all’inizio.

    Con affetto
    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    7 Maggio 2008 alle 4:22 pm


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