pubblica 1 - MERIDIONE / michele fumagallo
IL MANIFESTO del 15 Dicembre 2005
MERIDIONE / L’antifascismo dimenticato
Ricordi e incontri con la gente nel ritorno al paese d’origine, tra i monti dell’Irpinia, della figlia di Eusebio Giambone, confinato e poi fucilato su ordine di Mussolini
MICHELE FUMAGALLO / Il 5 aprile del 1944, quando dal poligono di tiro del Martinetto a Torino la notizia dell’esecuzione di Eusebio Giambone arrivò a Castel Baronia, tra i monti dell’Irpinia, le campane del paese suonarono a lungo. Era la forma scelta dalla piccola comunità per ricordare il confinato comunista, vissuto con loro, insieme alle due donne della famiglia, dal 1941 al 1943. Un affetto che aveva allora la possibilità di mostrarsi soltanto così ed era un modo, certo, per stare vicini alla moglie Luisetta e alla figlia Gisella, ma anche un’espressione di rabbia per tanta brutalità verso un uomo che avevano imparato a conoscere e ad apprezzare. Moltissimi anni dopo sarà la figlia di Eusebio, Gisella, a raccogliere in modo più forte e tangibile, il calore di tanti. E bisogna dire che ritornare in un luogo dove si sono vissute nuove esperienze e intense emozioni in un periodo tragico della propria vita e di quella della propria nazione, è davvero un tuffo al cuore. Se poi tutto questo serve a spiegare cosa sono stati i confinati antifascisti per il Mezzogiorno d’Italia, cioè il loro ruolo insostituibile di educatori e seminatori di democrazia, è anche una grande lezione di storia e di vita soprattutto per i giovani che, complice la cancellazione e la manipolazione della memoria che sta spopolando da ormai troppi anni, conoscono ben poco di quegli avvenimenti.
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Il ritorno 62 anni dopo
E’ ritornata dunque dopo 62 anni (tranne una piccola toccata e fuga di alcuni anni fa) a Castel Baronia, piccolo paese cerniera a ridosso dell’Alta Irpinia, Gisella Giambone, figlia di Eusebio Giambone, confinato antifascista, comunista, partigiano, fucilato insieme ad altri partigiani nel 1944 a Torino dove era ritornato dal confino a riprendere la lotta. Fu ucciso, dopo un velocissimo e famoso processo-farsa in cui mise direttamente le mani Benito Mussolini. Gisella è una signora di 74 anni che porta dentro di sé con orgoglio il ricordo del padre, memore della consegna lasciatagli in una delle due lettere che Eusebio scrisse poche ore prima di morire (l’altra è indirizzata alla moglie Luisetta, la francese Louise, sposata da Eusebio nell’esilio lionese). «Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza. Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre», scriveva l’amico di Gramsci. Due documenti che fanno ormai parte della storia e della letteratura dell’antifascismo e che sono state tra le testimonianze più toccanti delle lettere della Resistenza. «Cara Gisella, quando leggerai queste righe papà non sarà più» è stato non solo l’inizio della lettera che Giambone scrisse a sua figlia due giorni prima di essere fucilato, ma una delle pagine più lette da intere generazioni. Gli incontri di Gisella in alcuni paesi dell’Irpinia, e ovviamente soprattutto quello di Castel Baronia, sono stati pieni di emozione ma anche governati da una determinazione, saggezza e amore della vita che la spinge anche, come il padre, a valutare il passato, ma anche a non farsene trascinare all’indietro. Quindi emozione contenuta. Perciò il pudore non l’ha spinta a leggere la lettera del padre. L’hanno fatto gli altri, gli studenti e i suoi vecchi compagni di scuola in incontri pieni di umanità, cioè di politica, se la politica avesse davvero da spartire con la storia e i sentimenti degli uomini. Nell’assemblea gli studenti hanno pensato bene, insieme agli insegnanti, di teatralizzare l’incontro con la figlia del loro confinato. Quindi i ricordi del tempo, la vita di Eusebio, i suoi scritti, il dialogo con l’ospite si intrecciano creando un’atmosfera di partecipazione collettiva reale, che evita i rischi della cerimonia. Si prosegue nella lettura della lettera testamento: «Non piangere, cara Gisellina, asciuga i tuoi occhi, tesoro mio, consola tua mamma da vera donnina che sei. Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale, quando si vive onestamente, quando si ha l’ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l’umanità». E la vita esemplare di Eusebio Giambone è ricordata dagli studenti. Operaio tornitore, militante dell’ordine nuovo gramsciano, figura nota nel romanzo di formazione dell’antifascismo torinese. Partecipa diciassettenne all’occupazione delle fabbriche, arrestato e rilasciato, subisce molte aggressioni fasciste finché è costretto a riparare in Francia a Lione. Qui ritrova il fratello Vitale, che sarà poi ucciso dai franchisti nella guerra di Spagna, e qui sposa Louise Breysse che metterà al mondo due figli: Régis-Vital, che poi morirà di meningite a 11 anni, e Gisèle-Emilie, nata nel 1931. Il locale aperto da Louise e Eusebio tra Lyon e Bron ospita il terzo congresso del Pcd’I con Gramsci, Bordiga e Togliatti, e la casa lionese dei Giambone diventa, dopo la messa al bando del Partito comunista d’Italia il 5 novembre del 1926, sede dell’ufficio politico del partito. La lunga attività antifascista di Eusebio Giambone all’estero, ci sono poi anche i due anni di impegno a Parigi, viene interrotta con l’arresto, l’internamento nel campo di Vernet e l’espulsione dalla Francia. Condotto dapprima nel carcere delle Nuove di Torino, viene da lì inviato al confino a Castel Baronia in provincia di Avellino. Dopo i circa due anni di confino Giambone ritorna a Torino dove riprende l’attività politica. Arrestato il 31 marzo del 1944, viene fucilato insieme ad altri compagni, dopo un processo farsa, la mattina del 5 aprile l944. Luisella e Gisella non rividero più Eusebio, le autorità consegnarono loro soltanto il suo soprabito e il cappello. Castel Baronia ovviamente è totalmente cambiato da allora. Lo stile di vita povero è un ricordo lontano. La casa dove vissero i Giambone, e dove bisognava uscire all’aperto per i servizi igienici, non c’è più. Ci sono però ancora le persone, gli amici, i compagni di scuola di Gisella. Sono venuti tutti all’incontro. La testimonianza più toccante è quella di Natalino, compagno di scuola di Gisella. «Tu non lo sai, ma mi hai insegnato molto. Allora ti ascoltavo, con la tua strana voce (Gisèle-Emilie, che parlava francese, aveva appena imparato in parte l’italiano a Torino dopo l’espulsione dalla Francia, ndr) che si lamentava della mancanza dei servizi igienici per tutti. Tu mi chiedevi: ma perché i bambini non hanno una loro stanza? E le tue parole mi facevano pensare ad altri mondi. Per tantissimi anni io non ho mai dimenticato quelle parole». Prende la parola Michele, amico di Eusebio e della famiglia Giambone: «Grazie per essere qui. Ti ho conosciuta al mio ritorno dalla Libia nel 1942. Tu eri una ragazzina. Dopo la guerra, quando ho continuato a far politica come comunista, la sezione del Partito Comunista di Castel Baronia, questo ormai lo ricordano in pochi, era dedicata ad Eusebio Giambone. Adesso che ti ho rivista, se ti fa piacere, ci possiamo scrivere». «Sarò calmo e tranquillo» Si leggono ancora passi delle lettere del condannato. «Cara Luisetta - scrive Giambone alla moglie - sono calmo, estremamente calmo. Non avrei mai creduto che si potesse guardare la morte con tanta calma, non indifferenza, che anzi mi dispiace molto morire, ma, ripeto, sono tranquillo. Sono tranquillo perché ho la coscienza pulita. Fra poche ore io certamente non sarò più, ma sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte al plotone di esecuzione come sono attualmente, come lo fui durante quei due giorni di simulacro di processo, come lo fui alla lettura della sentenza, perché sapevo già all’inizio di questo simulacro di processo che la conclusione sarebbe stata la condanna a morte». Gisella risponde alle domande di molti giovani, al loro stupore per il modo in cui Eusebio ha affrontato la vita e gli ultimi giorni: «E’ sempre commovente per me rileggere la lettera di mio padre. Bisogna essere però sereni, non lasciarsi travolgere dal dolore. Molti mi hanno detto in questi anni: ma come, la lettera di tuo padre, cioè di un uomo che va a morire ingiustamente, non ha cupezza, è serena. E io ho sempre risposto: ma è proprio questo il suo messaggio, bisogna essere sereni, non lasciarsi travolgere. E, del resto, per quanto mi riguarda, cercai per quel che potevo di essere fedele a quello che mi aveva scritto. Dopo la morte di mio padre ho chiesto immediatamente di entrare nella Resistenza pur essendo una ragazzina di 13 anni. Ho lavorato per circa un anno clandestinamente e devo dire che durante la lotta e la frequentazione dei giovanissimi che si mobilitavano allora, ebbi netta la sensazione che non solo stavamo dalla parte giusta ma che non si poteva non vincere». Gisella racconta il suo periodo a Castel Baronia prima di salutarsi per nuovi appuntamenti stavolta più ravvicinati nel tempo: «Vi fu per me la scoperta di un mondo del tutto diverso, e il contatto con la popolazione creò una curiosità reciproca. Oltre che comunisti, noi non eravamo credenti e la propaganda ci dipingeva come persone cattive mandate per questo al confino. Ma ci volle poco perché tutto questo fosse messo in discussione. Gli abitanti del paese capirono che eravamo delle persone normali e quindi le cose che il fascismo raccontava di noi non erano vere. I conti non tornavano. Al sud ho imparato quanto è importante la conoscenza e la frequentazione reciproca. Tutto ciò mi è poi servito dopo per il mio impegno politico. Per esempio a capire meglio i problemi durante la grande emigrazione dei meridionali a Torino».
IL MANIFESTO del 15 Dicembre 2005
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Grazie per aver pubblicato questo bellissimo pezzo. Proprio in questi giorni ho “incontrato” Giambone nella biografia di Giovanni Pesce, “Senza tregua”.. e proprio ieri parlavamo di Giambone con un compaesano di Michele che lo ha già studiato e valorizzato con una pubblicazione, oltre ad essere un comunitario “timido”.
Si parlava anche del fatto che sia necessario uscire dalla ritualità delle commemorazioni, come il 25 aprile, e creare percorsi di memoria legati anche alla storia territorio; i confinati e gli internati sono un possibile terreno di lavoro, ma ce ne sarebbero infiniti.
Grazie ancora!
Stefano
teoraventura
7 Mag 08 at 7:55 pm
Caro Stefano,
Grazie per la segnalazione.
Non credo di essere un comunitario “timido”, ma semplicemente un CNC
(un comunitario non comunitario) che vive un quarto del suo tempo a contare i soldi degli altri, il secondo quarto come sindacalista della cgil, mentre il terzo se lo fa portar via dalla passione per l’attività politica e solo nell’ultimo quarto si diverto da anni con la storia locale.
Ti posso assicurare che i quattro quarti disegnano in un cerchio in cui dieci gioie e dieci dolori mi affaccendano, anche se ho sempre pensato - come dice il poeta - che “quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d’averne che basti, quanto più se ne gitta, tanto più par che ne avanzi”.
Fraterni saluti.
gianni marino
gianni marino
7 Mag 08 at 8:42 pm
Caro Stefano,
Grazie per la segnalazione.
Non credo di essere un comunitario “timido”, ma semplicemente un CNC, cioè un comunitario non comunitario che vive un quarto del suo tempo a contare i soldi degli altri, il secondo quarto come sindacalista della cgil, mentre il terzo se lo fa portar via dalla passione per l’attività politica e solo nell’ultimo quarto si diverte da anni con la storia locale.
Ti posso assicurare che i quattro quarti disegnano un cerchio in cui “dieci gioie e dieci dolori ” mi affaccendano, anche se ho sempre pensato - come dice il poeta - che “quanto più del tempo si tiene a conto, tanto più si dispera d’averne che basti, quanto più se ne gitta, tanto più par che ne avanzi”.
Fraterni saluti.
gianni marino
gianni marino
7 Mag 08 at 8:45 pm
Grazie per questa bellissima testimonianza! Anch’io penso che il racconto di ciò che è stato sia la forma migliore per parlare di resistenza. Ciao Lucia
luciamarchitto
7 Mag 08 at 9:04 pm
carissimo, è la terza volta che provo a commentare il tuo post. poi qualcosa nell’invio me lo uccide. speriamo non succeda più.
forse ho esaurito il dire, sempre diverso, nei commenti precedenti.
comunque ci riprovo.
intanto ti ringrazio per questa tua pagina tesa e intensa, piena di verità, anche nelle immagini che subito si scattano nella mente.
grazie per questa intensità e per la tua passione. il tuo scritto mi ha così preso, che pure io, forse per mimesi, mi sono sentito confinato e fucilato in questo poligono di tiro. mi sono sentito messo al muro e sparato alle spalle, come prescrive il nostro attuale codice militare di guerra per i traditori.
chissà perché io che un po’ mi sento tradito, mi sia visto nel traditore, sarà perché mi riecheggia «L’ideologia del traditore» di ABO?, sarà perché a volte mi sento latitante da un impegno militante? non lo so.
so che sono qui, in questa specie di confino, nei confini di una regione dell’italia ritenuta marginale, a fare quel che so e come so. so che sono qui, e non da solo, ma con te e con altri, con la cp per fare il bocca a bocca a questa terra che ci stava perdendo e che stavamo perdendo.
ti abbraccio
alfonso
8 Mag 08 at 9:58 am
caro alfonso bello il finale del tuo commento.
quanto alle cose di michele
si dimostra quanto sia utile un blog.
a suo tempo queste cose non le ha lette nessuno di noi.
armin
comunitaprovvisoria
8 Mag 08 at 6:07 pm