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comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

FUOCO SUI CAMPI ROM

con 7 commenti

Fuoco sui campi rom

Né la pioggia del fine settimana, né i pompieri

sono bastati a spegnere i roghi propagati

dai miei concittadini artificieri

nei campi rom. Fiamme e molotov

sulle donne, sui bambini,

sugli uomini fatti diventare agnelli

delle nostre paure reali

o immaginarie.

Assalti incancellabili,

atti inqualificabili per sempre

sull’altare del male

 

Il mio Paese ha storia fascista

e razzista. Non smette di averla,

pure quando sbandiera democrazia,

rispetto dei diritti umani, cortesia.

Al primo appuntamento con l’ignoto,

la reazione è quella nota e violenta

del caricare i fucili.

 

Secondo  politici di destra e di sinistra

la ciurma imbestialita andrebbe capita

perché esasperata. Invece è soltanto esaltata

dalle loro parole, liberata 

nella peggiore vigliaccheria

dello sport nazionale: italiana, brava gente

pronta a scaricare pallottole

su deboli e inermi.

 

Cari concittadini, non vi riconosco

mentre siete lupi, iene

del mio bosco.

DONATO SALZARULO /  19 maggio 2008

SMETTIAMOLA DI FARE I POETI

Pausa pranzo. Al termine di un piatto di asparagi, piselli e uovo raffermo, cucinato al modo irpino di mia madre, l’occhio strabuzza su queste righe di Repubblica  «Partiamo dalla realtà e smettiamola di fare i poeti. La maggioranza dei rom delinque.» Il dichiarante è tale Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno del PD.

Ce l’ha con me, dico, che cerco rime sugli atti delinquenziali perpetrati da gruppi di miei concittadini contro i rom. Cerco parole ferme, emozionanti. Per rispondere con emozioni buone a cattive emozioni, con pensieri indignati ma civili ad atti di barbarie. Per rispondere col ricordo e la presa di coscienza alla smemoratezza  di chi vorrebbe dimenticare la propria storia e  fare d’ogni erba un fascio.

Non conosco la biografia di Vincenzo De Luca. Non so nulla della sua esistenza. Non so da quale famiglia provenga, quale scuola abbia frequentato, se sia o meno sposato, se abbia figli, quanto guadagni, ecc. ecc. L’unica cosa che so è che non lo vorrei Sindaco della mia città. Chi dichiara che bisogna partire dalla realtà e smetterla di fare i poeti, oltre a non capire nulla della poesia, non può capire nulla pure della realtà. E’ persona da cui bisogna difendersi.

Lungo sarebbe l’elenco di poeti imprigionati o torturati dal potere e da suoi rappresentanti. Perché mai se vivono solo di chimere? Forse la realtà non è solo quella dei rom che delinquono. E’ anche quella  di gruppi di italiani che senza un nemico non riescono a dormire la notte.

19 maggio 2008

*

DAL SITO DUEMILA RAGIONI

ROM

Matvejevic

In alcune regioni i Romi formano la maggioranza dei mendicanti. Ma non godono di alcuno di quei privilegi che solitamente vengono concessi alle cosiddette maggioranze. Fanno fatica a dichiararsi Romi per non esporsi ai sospetti, all’avversione dell’ambiente in cui vivono, al disprezzo e perfino alle persecuzioni. La parola Zingaro è diventata offensiva, per cui essi stessi e i loro amici evitano di pronunciarla. Un volta non lo era…
I Romi hanno vissuto la loro scioah. Spesso si dimentica che furono sterminati a decine di migliaia nei campi di sterminio nazisti, insieme agli Ebrei. Il loro modo di vivere non è vietato dalla legge, ma sono sottoposti a stretto controllo. Non si sa con esattezza quanti siano i Romi residenti in ciascuno Stato. Sappiamo però che in alcuni sono numerosi, soprattutto nella Balcania. Ma un numero ancora più consistente di essi è “sempre in cammino”. Chissà da dove vengono o dove vanno. Ignoriamo se partono o tornano.
In Europa ce ne sono più di dieci milioni. Se si mettessero insieme formerebbero una popolazione più numerosa di quella di una mezza dozzina di Stati del nostro continente. Non hanno un proprio territorio ne un proprio governo.Hanno tutti un paese natale, ma non una patria. Sono parte di un popoio in mezzo al quale vivono, ma non una nazione. Non sono nemmeno una minoranza nazionale — sono transnazionali.
Arrivarono dall’Asia, sono discendenti di popolazione dell’India settentrionale. Fin dai remoti tempi dell’esodo, essi si distinguevano per tribù. Attraverso la Persia, l’Armenia, l’Asia Minore, videro ed impararono come si fa il pane. Questo cibo elementare, peraltro, non era sconosciuto ai loro lontani antenati.
Hanno portato con se dall’antica terra natia alcuni nomi propri, fra cui quello di Rom. Altri gli sono stati incollati addosso dagli estranei. Il termine Zingaro deriva del greco Athinganos. Gli Slavi del Sud li indicano con il termine ciganin, tsigan, tsio; in Inghilterra li chiamano gipsy da egytios, anche in Spagna, “per il colore bruno della loro pelle”. Sono detti anche Maneschi, Sinti, Gitani, Boemi. Un poeta croato di Dubrovnik, intitolò Je?upka – vale a dire Egiziana – un suo poema che ha per protagonista una bella Romina.
I maschi si dedicavano spesso alle maestrie di fabbro, lavorando i metalli, costruendo attrezzi agricoli, coltelli e spade, ferrando i cavalli; all’allevamento e al commercio degli equini; ed alla musica suonando chitarre o violini per rallegrare o consolare gli innamorati, gli infelici e gli ubriachi. Le “ belle zingare” cantavano, danzavano e seducevano — ‘in alcune regioni lo fannoancora. E fanno le indovine, senza dimenticare I”arte” antichissima dell’accattonaggio, tirandosi dietro, per mano, attaccati alla gonna, o portati in braccio i loro bambini.
Nella mia terra natale i Romi sembravano essere più numerosi che altrove. Da ragazzo mi univo spesso a loro. I miei genitori mi rimproveravano, temevano che gli “Zingari” mi rapissero portandomi via chissà dove – correvano le voci di rapimenti. Ma nessuna mi ha fatto male; invece ho imparato dai Romi molte cose utili. Essi imparano facilmente le lingue, forse più facilmente degli altri. Ignoro se nella loro vita di erranti riescono a conoscere la felicità, ma certamente sanno come si può essere meno infelici. Essi mi hanno aiutato ad ascoltare ed annotare parte del racconto che qui espongo.
I Romi hanno diversi termini per indicare il pane; il più frequente è marno che diventa poi manro, maro e mabno nelle varianti. La farina è arho, un nome che nella romanichila, la lingua dei Romi, non ha il plurale. E la cosa, forse, non è casuale. Il lievito si dice humer, la fame è bok, essere affamato è bokhalo — queste ultime due parole, si sentono spesso pronunciare. Ch’alo (si pronuncia: ciao) è sazio, panf è l’acqua, jag è il fuoco, lonm è il sale; mangiare si dice hav che è infinito e presente insieme. Conoscendo la povertà, la penuria e la ristrettezza, circondati da tante cose ma privati di quasi tutto, i Romi sanno ben distinguere ciò che è pulito (vujo) e quel che è sporco (mariame) non soltanto nel cibo ma anche negli usi e costumi.
Non si servono di ricette scritte su come si fa il pane o come si prepara qualsiasi altro cibo, ma conservano e si tramandano una lunga tradizione orale che passa da madre in figlia, di generazione in generazione. Il loro modo di vivere non gi permette di servirsi di forni per il pane, ma una focaccia si può cuocere anche sulle ceneri del focolare e la pitha (una specie di pizza) su una piastra di semplice latta. Sapeste come sono saporite le pagnotte e le focacce dei Romi!
Nei loro proverbi relativi al pane c’è molta saggezza. Ne ho notati alcuni nella lingua originale e li riporto perché se ne senta il suono; ne ho poi fatto la traduzione per farli capire.
Kana bi e ciorhe marena marnesa, vov bi lengo vast ciumidela — ‘Se il povero venisse bastonato con il pane, egli bacerebbe la mano di chi lo colpisce.”
O marno sciai so o Deveini kamel thai so a thagar nasc’tisarel — ‘Il pane può fare quello che Iddio non vuole e l’imperatore non riesce.”
Kana bi ovela ne phuo marno savorenghe, ciuce bi ovena vi e khanghira vi e krisa — ‘Se vi fosse pane sufficiente per tutti in questo mondo, le chiese e i tribunali andrebbero deserti.”
Te si marne thei nai biuze, na bi trebela rugipe – “Se ci fosse il pane e non ci fossero i furbi, le preghiere sarebbero inutili.”
O bokhalo dikhel suno e marne, o barvalo dikhel sunope sune — L’affamato sogna il pane, il ricco sogna i propri sogni.”
Una giovane zingara, allattando il suo bambino al seno, mi recito quanto trascrivo di seguito, nella sua lingua: una breve canzone dedicata al pane. Me ne fece anche la traduzione. Il titolo è Marno, semplicemente:
“Pane”.
I voghi e iaggiuvdarel, / i pani o arko bairarel. O humer i dai longiarel / thaipeske ilesa gudgliarel, gudio thai baro te ove1, /pire c’havoren te ciagliarel.
Ed ecco la traduzione, purtroppo senza la fisarmonica e il tamburello:

“Il soffio ravviva il fuoco,
con l’acqua si gonfia la farina.
La mamma versa il sale nella pasta, la insapora con l’anima sua
perché il pane sia dolce ed abbondante e nutrisca i suoi bambini.”

L’uomo non nasce mendicante, ma lo diventa. E non 1o diventa soltanto di propria volontà. L’accattonaggio è l’ammonimento agli uomini veri e alle fedi sincere: a quelli chiamati a dare a ciascuno il pane, a coloro che non dovrebbero dimenticare la carità. Le armi e le guerre costano molto di più del pane. Gli antichi profeti consigliarono, invano, di sostituire la lancia con il vomere. I Romi non possiedono terre da arare. Ed oggi è per loro più facile mendicare, e talvolta, anche un po’ rubare. Domani, forse, non sarà più così. «Non dovrebbero essere così» dice il vecchio zingo, come una volta lo chiamavano nei Balcani, usando termini vezzeggiativi.

 

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19/05/2008

Rina Gagliardi, La storia dei rom. I ladri di bambini siamo noi

da LIBERAZIONE, 18 maggio 2008 /   Rina Gagliardi
La storia dei rom: i ladri di bambini siamo noiNapoli, 14 maggio. Famiglie rom costrette a lasciare il campo dove vivevano dopo il rogo procurato …
Vedete come la cronaca recente più dissennata, il pogrom di Ponticelli, ha radici piantate nel passato, in leggende secolari, in pregiudizi che nessun progresso sembra poter scalfire? Sono almeno sei-sette secoli che si dice che i Rom – gli zingari – sono ladri.
Ladri di cose ma soprattutto di bambini. Rapitori di neonati. Nei registri di polizia o negli atti giudiziari non esiste alcuna sostanziosa documentazione che, quantomeno, incoraggi questa opinione. Ma essa si trasmette nel tempo e nello spazio con la vischiosità del senso comune e con il valore di una superstizione che, in quanto tale, non abbisogna né di prove né di fatti. Quando ero bambina, e gli zingari arrivavano ad ogni stagione, e le donne portavano a loro, da riparare, le pentole e le padelle in rame sconocchiate, ci si sussurrava di stare attenti, di non andare troppo vicino a giocare all’accampamento sull’Arno, «perché gli zingari portano via i bimbi». Non fu mai registrato, a mia memoria, alcun caso di rapimento. Non ci furono neppure episodi di vera intolleranza – in quegli anni il popolo “normale” e il popolo degli zingari convivevano, alla fine, senza veri conflitti, soltanto con una sotterranea e certo reciproca diffidenza. C’era sì la diversità – la lingua incomprensibile, i vestiti lunghi, consunti e sgargianti, l’odore forte, i fazzoletti in testa – che inquietava, incuriosiva, allarmava. Ma non si andava oltre. Oggi, invece, è di nuovo il tempo della ferocia. Dell’intolleranza. Della persecuzione.

 

In verità, se i criteri del “dare” e dell’”avere” regolassero davvero i rapporti (e i bilanci storici) tra i popoli, è l’occidente ad aver contratto un debito terribile nei confronti degli zingari. Da quando – attorno al 1100 – questo popolo di origine indiana, poi sconfinato in Persia, si è affacciato in Europa, per loro è cominciata, quasi soltanto, una lunga storia di persecuzione, sofferenze, stermini. In Romania furono subito resi schiavi: divisi in tre “categorie” (zingari del principe”, “zingari dei boiari”, “zingari dei monasteri”), divennero merce di scambio, o di “dono”, e questa condizione si protrasse fino alla metà dell’Ottocento. Dalla fine del quindicesimo secolo in poi, quasi tutti gli stati europei (ad eccezione dell’Impero ottomano) emanarono decreti di espulsione di tutte le etnie rom, gitane, “gipsy” (Spagna, decreto delle Cortes del 1492, Francia, decreto di Francesco I nel 1523, Napoli nel 1555, Stato pontificio nel 1566): volevano dire, queste leggi o bandi, che chiunque fosse stato scoperto a girovagare per le strade e riconosciuto come zingaro, poteva essere sull’istante ridotto in schiavitù, o buttato per sempre in una prigione. Tra le mille crudeltà che si potrebbero raccontare, spicca una grida milanese del 1693. Essa recita testualmente: «Ogni cittadino è libero di ammazzare tutti gli zingari impune e di levar loro ogni sorta di robba, di bestiame o di denari che trovasse».Perché non solo di persecuzione e sterminio nei confronti di un popolo “asociale”si tratta. Man mano che ci si inoltra nell’era della modernità, il pregiudizio, la diffidenza, o la paura nei confronti degli zingari, diventa persecuzione razziale. Gli zingari come razza non solo inferiore, “subumana” ma dannosa, e come tale da cancellare, stroncare. Gli zingari come «razza delinquenziale», predisposta geneticamente al crimine e alla destabilizzazione sociale, secondo la definizione (1841) del (socialista) Cesare Lombroso. Le pratiche di sterilizzazione forzata cominciarono agli inizi del ‘900, non appena la scienza mise a disposizione gli strumenti adeguati e l’eugenetica cominciava a trionfare – ed ebbero nei Paesi scandinavi, dalla Svezia alla Danimarca, a partire dal 1934, il loro apogeo. Ma un secolo prima aveva cominciato la grande imperatrice d’Austria Maria Teresa – proprio lei, l’illuminata, la riformatrice – ad avviare una politica di vero e proprio sterminio etnico-culturale: la proibizione dei matrimoni tra Rom, la sistematica sottrazione dei piccoli ai loro genitori, l’assimilazione forzata per chi ce la faceva, la scomparsa nel nulla, o la morte, per tutti gli altri.

Vedete chi sono davvero i ladri di bambini? Noi, il civile occidente. Non sapremo mai quanti piccoli rom sono stati rapiti, sequestrati, rubati, nel corso dei secoli. Riusciamo a conoscere soltanto qualche episodio, quando qualche pagina buia della storia viene improvvisamente rischiarata da lunghe, tenaci pazienti ricerche. Come l’incredibile vicenda di un altro civilissimo e ordinatissimo Paese: la Svizzera. Tra le due guerre mondiali del XX secolo, il governo elvetico promosse, ed attuò con successo, il programma di cancellazione degli jenisches – comunità nomade, fatta in prevalenza di artigiani, che allora assommava a circa trentamila persone. Fu il dottor Alfred Siegfried, scienziato stimatissimo, un po’ come molti medici tedeschi che collaborarono poi ai mostruosi esperimenti scientifici del nazismo, a dirigere l’operazione, diretta dal centro nazionale “Pro Juventute” e denominata “Enfants de la grande route”: sulla base della convinzione che gli zingari, come sosteneva il dottor Siegfried, sono «inferiori, psicopatici e mentalmente ritardati», insomma non sono esseri umani, migliaia di bambini furono sequestrati d’autorità, staccati per sempre dalle loro famiglie, avviati al lavoro (divennero cioè forzalavoro, apprendisti, domestiche, a bassissimo costo). Oggi in Svizzera la comunità jenische è ridotta a 5mila unità. C’è voluta una lunga battaglia per squarciare il velo della vergogna. Un velo che è durato – pensate un po’ – fino agli anni ‘90 del ‘900!

***

Così come ci sono voluti trent’anni per rompere il lungo silenzio che per quasi tutto il dopoguerra aveva rimosso lo sterminio dei rom, nei lager nazisti. Cinquecentomila, secondo molti accreditati studiosi, sono gli zingari uccisi nei campi di Auschwitz (le 32 baracche apposite dette Zigeneurlager), Ravensbruck, Dachau, Birkenau, Treblinka – e tanti altri. Ma se anche fossero trecentomila, o duecentomila, che differenza farebbe? E che senso ha la discussione su quanto è lecito paragonare questo specifico tentativo di genocidio alla shoah degli ebrei? Nella sua ultima fase, quando la guerra era perduta, in tutta evidenza, e gli schiavi dei campi di lavoro non erano più “utilizzabili” a fini produttivi, i nazisti adottarono per tutti i loro prigionieri la soluzione “finale”, lo sterminio di massa: questo è la sola verità storica che interessa. Questa è la follia di cui furono gli ebrei le grandi vittime sacrificali, perché l’hitlerismo era nato e cresciuto sulla base di un programma privilegiato, l’eliminazione del “pericolo ebraico”. Ma per questa follia scattarono tanti altri eccidi di massa : gli omosessuali, i comunisti, gli slavi, i disabili – tutti i diversi, tutti i variamente “asociali”, tutti coloro che erano considerati incompatibili con l’ordine costituito. Come i rom. Contro i quali, già nel 1938, Himmler aveva lanciato l’offensiva finale («lotta per cancellare la piaga degli zingari», 8 dicembre). Come le donne rom, a Ravensbruck, ridotte a cavie dagli esprimenti sulla cancrena del dottor Gebhardt, morte tra atroci dolori e lunghe agonie. Come i ragazzini rom, caduti nelle mani del famigerato dottor Mengele per le sue indagini sullo sconosciuto morbo “Noma”.

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Sì, bisognerà scriverla, al più presto, una storia dell’infinita crudeltà che l’occidente cristiano ha riservato a questo popolo, “arianissimo” e per lo più cristiano. Una crudeltà reiterata nei secoli, ma mai davvero affiorata alla coscienza, e quindi mai affrontata, elaborata, discussa, in qualche modo e per qualche via superata. In compenso, però, il popolo zingaro ha alimentato la nostra letteratura e la nostra musica, spesso come protagonista indiscusso: il melodramma, di cui dicevamo, che ha decine e decine di opere a centralità gitana, come la Carmen , la donna seduttrice così libera che preferisce farsi ammazzare piuttosto che tornare con un uomo che non ama più; la letteratura, che ci offre, nell’Hemingway di Per chi suona la campana , la splendida figura di Pilar e, nel grandissimo Victor Hugo, l’epopea di Esmeralda ( Notre Dame de Paris ), morta per amore, per fedeltà, tra le torture, Che cos’è questa mitizzazione degli zingari e delle zingare, questa scoperta letteraria della loro umanità e del loro fascino, questo tributo reso alla loro fierezza, al loro senso indomito di libertà? Forse, una riduzione folkloristica, tutta e solo di comodo, tutta e solo per alimentare comunque stereotipi e vaghe mitologie libertarie ( «Questo è il canto di chi non conosce frontiera/ è l’ardente preghiera del gitano che va» cantava Dalida nei primi anni ‘60). Forse, un tentativo di risarcimento, di riscatto dal senso di colpa. Forse, chissà, la manifestazione di un rapporto che è sempre stato intimamente contradditorio. Come se il popolo zingaro, nella irriducibilità della sua esistenza, nella sua alterità, nella sua supposta “inadattabilità”, rappresentasse l’inquietante limite alla superiorità altrimenti indiscutibile della nostra civiltà e dei nostri modelli di vita. Come se ci rinviasse, dunque, l’immagine plastica di un’altra chance umana.

Ma forse anche queste sono riflessioni tutte interne ad un immaginario – il nostro – che, buoni o cattivi che siamo, resta l’immaginario dei colonizzatori. E, oggi, dei colonizzatori impauriti, intolleranti di ogni diversità, bisognosi di scaricare addosso al Nemico di turno tutte le loro frustrazioni e le loro angosce per un futuro che non si vede più.

Questo è il pericolo gravissimo che oggi incombe sull’Occidente declinante: la vendetta, i pogrom, la voluttà della cancellazione dell’altro. I rom, oggi, sono un Nemico perfetto – anche perché lo sono sempre stati e sempre ci siamo rifiutati di conoscerli. E’ tempo di fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Prima che la crisi di civiltà diventi irreversibile.

Lorenzo Renzi

 

 

Rom, nella lingua indoeuropea degli zingari, vuol dire “uomo”. Ricordate le parole di Primo Levi? “Se questo è un uomo”?
Lorenzo Renzi
Professore di Filologia romanza e lingue neolatine all’Università di Padova, già presidente dell’Associazione Italia-RomaniaNon sappiamo ancora quale forma prenderà il progetto del governo di cacciare gli zingari, i rom, romeni dall’Italia. E siccome i rom nuovi arrivati, dei cui crimini si è tanto parlato negli ultimi mesi in Italia, vengono dalla Romania, il progetto prevede anche di limitare la presenza dei Romeni in Italia, di filtrarli alle frontiere, tanto più che anche i romeni non rom hanno commesso numerosi crimini e reati. Si infrangerebbe però così una norma europea, perché la Romania è entrata nell’Unione Europea il 1.o gennaio 2007. Questo ingresso ha fatto dei Romeni dei cittadini europei, e anche i rom sono diventati cittadini europei visto che in Romania erano cittadini romeni. Mentre, sia detto tra parentesi, da noi in Italia, paese civile, gli zingari sono in gran parte apolidi, ai quali noi neghiamo la cittadinanza italiana e non riconosciamo i nostri stessi diritti.

Zingari, abbiamo detto. Cioè rom. Giornali e politici si sono imposti da tempo un tabu linguistico che vieta di chiamare gli zingari con questo nome. I giornali non scrivono mai zingari, ma nomadi, rom, perfino slavi. Lo stesso fanno i programmi televisivi. Adesso si dice e si scrive soprattutto romeni, intendendo anche i rom. Non sarà inutile precisare che rom e romeni non sono la stessa cosa. I rom stanno ai romeni come i nostri zingari (rom anche loro, o shinti) stanno agli Italiani.

Gli zingari, i rom e gli altri gruppi che portano altri nomi, sono arrivati in Europa dall’India nel Medioevo. In Italia erano già presenti nel XV secolo. Erano calderai ambulanti, più tardi sono diventati commercianti di cavalli. Nell’Europa orientale sono musicisti. Suonano nei matrimoni e nelle altre feste. Alcuni sono diventati grandi interpreti. Ma la gran parte di loro non si è mai assimilata, e nemmeno integrata, né in Italia, né negli altri paesi europei né negli altri continenti dove il loro nomadismo li ha portati: Nord Africa, America. Una parte degli zingari si sono sedentarizzati, ma la gran parte è rimasta nomade. A primavera le loro roulottes riprendono il loro cammino, secondo itinerari noti. Una volta erano carovane tirate da cavalli, ma i percorsi erano gli stessi. Cervantes (nella sua splendida Gitanilla) e García Lorca in Spagna, Victor Hugo in Francia, Ion Budai-Deleanu in Romania hanno cantato la libertà del popolo zingaro, come Tolstoj quella di Ceceni.

Gli zingari sono ladri, sono pericolosi? Qualche volta sì. Ma come ha scritto recentemente Guido Ceronetti nel Sole Ventiquattr’Ore (domenicale, 11 maggio 2008) “il pugno della legge” non può essere disgiunto per loro “dalla comprensione di un mistero spirituale che da sempre accompagna tutte le races maudites di questo strano pianeta”, e, aggiungerei prosaicamente, dal rispetto per i diritti fondamentali dell’uomo. Anche se Ion Mailat, zingaro romeno, ha ucciso a Roma una donna il 31 ottobre 2007 a Tor di Quinto, non per questo possiamo dire che tutti gli zingari sono assassini. Sappiamo che Mailat ha agito da solo, senza complici, e che il suo atto criminale è stato segnalato alla polizia da un’altra zingara dello stesso campo. Ma questo delitto è diventato nell’immaginario di molti, un immaginario che molti politici condividono o temono, il delitto emblematico della presenza dei rom e dei romeni in Italia. Una colpa da punire non sull’individuo, ma sull’intera nazione.
La Comunità di sant’Egidio, in un suo documento dedicato allo stato dei rom romeni in Italia, ricorda che negli anni Cinquanta i giudici minorili svizzeri avevano aperto un dibattito sull’alto numero di reati compiuti da minori italiani “Ci si chiese allora, si legge nel documento, se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana al furto. Una idea avvalorata da molta letteratura europea.” Il dibattito si spense appena la popolazione italiana acquisì un migliore status sociale, aprendo negozi e ristoranti e i reati diminuirono, ma gli stessi sospetti si appuntarono subito sui nuovi venuti, portoghesi, poi jugoslavi, infine turchi.
Non sappiamo se i Romeni, rom e non, arriveranno a migliorare il loro status sociale in Italia, che oggi è spesso marginale, o se, come si ventila, saranno cacciati prima. In quest’ultima ipotesi, non ci resta da chiederci chi saranno i loro successori.
Possiamo anche chiederci cos’aveva fatto l’Italia davanti all’arrivo, previsto, di migliaia di zingari romeni dopo il 1 gennaio 2007. Come si è saputo dopo i colloqui italo-romeni seguito all’omicidio Mailat, l’Italia non aveva nemmeno chiesto all’Europa le sovvenzioni che questa mette a disposizione degli stati nazionali per l’assistenza agli zingari. Sei mesi dopo, da quanto si apprende, il Comune di Genova pensa ancora di provvedere ad alloggiare i rom romeni del territorio con i fondi europei assegnati … alla Romania. È toccato alla sottosegretaria romena Dana Varga, di etnia rom lei stessa, ricordare alle autorità della Liguria che esistono fondi europei a disposizione dell’Italia per questo scopo.
Per equità dobbiamo anche ricordare che, prima che arrivi il decreto anti-rom, i diritti elementari degli zingari romeni sono già stati violati più volte in Italia. Tra il 2007 e il 2008, a Roma e a Milano e, temo, anche in altre civilissime città italiane, sono state messe in azione le ruspe per distruggere i campi dei rom. A Milano gli zingari, dopo lo sgombero del campo della Bovisasca, sono stati inseguiti e dispersi, e così temo in altre città. Se non fosse stato per la protesta dell’Arcivescovo di Milano, il Cardinal Tettamanzi, la notizia non sarebbe uscita dalle pagine locali dei giornali.
Saremo dunque noi, italiani europei del XXI secolo, i primi a perseguitare un popolo che vive tra di noi da almeno da sei secoli? Certo, i primi del nuovo secolo, non i primi in assoluto, visto che la Germania nazista, nel 1933, li ha privati di tutti i diritti, poi li ha avviati ai forni crematori, dove ne sono scomparsi, pare, cinquecentomila.

Rom, nella lingua indoeuropea degli zingari, vuol dire “uomo”. Ricordate le parole di Primo Levi? “Se questo è un uomo…”

 


Written by comunitaprovvisoria

20 Maggio 2008 a 5:00 pm

7 Risposte

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  1. HO MESSO CON PIACERE QUESTO CONTRIBUTO DEL MIO FRATELLO DONATO.
    SPERO CHE LO LEGGANO IN TANTI.
    ARMIN

    comunitaprovvisoria

    20 Maggio 2008 alle 5:04 pm

  2. bellissima poesia…to the point!!

    dai giornali di oggi 20 maggio 2008:
    STRASBURGO (reuters 20 maggio 2008) – L’europarlamentare italiano della Fiamma Tricolore Luca Romagnoli ha proposto oggi di analizzare il dna dei bambini rom che mendicano per le strade e di creare uno stato rom nell’Europa orientale.

    In un intervento all’Europarlamento di Strasburgo, nel corso di un dibattito a volte acceso sui recenti attacchi contro campi nomadi in Italia, Romagnoli ha chiesto di “controllare il dna dei bambini” che chiedono l’elemosina nelle strade per tutelarli e “anche per verificare il legame parentale”, indicando che lo stesso si è fatto “per i figli dei desaparecidos argentini”.
    Il leader della Fiamma Tricolore, che alle ultime elezioni politiche italiane era candidato nella lista de “La Destra”, ha anche proposto “la creazione di uno Stato rom magari in un’area dell’Europa orientale” perché, ha detto Romagnoli, da quella zona proviene la maggior parte della popolazione di origine rom.
    [Tom: vi ricordo le parola di Dijana Pavlovic: "I zingari non si sognano una Patria"]

    (Bertold Brecht- con questi versi descriveva la nascita del nazismo).
    Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
    Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi e non c’era rimasto nessuno a protestare”

    Tom Welschen

    20 Maggio 2008 alle 9:11 pm

  3. nuntio vobis che:

    1) sono assai felice di quello che è successo ai campi rom di ponticelli, una volta tanto gente con gli attributi ha fatto quello che lo Stato, inquinato sempre di più dalla massoneria laicista di bruxelles e strasburgo, non è riuscito a fare

    2) la camorra non rapina i bambini, alla gente dà fastidio il rom che gli ruba in casa, a ponticelli la camorra non ruba in casa, semmai se si ruba in casa meno di come lascerebbe fare il buonismo cattivo di cui sopra è proprio grazie alla camorra

    conclusione: gente, svegliatevi, il vostro intellettualismo marcio è solo e sempre piccola borghesia

    sergio gioia

    20 Maggio 2008 alle 11:06 pm

  4. questa volta non concordo con Gioia, specie perché chi ha lanciato le molotov è un capobanda della camorra, che (tra l’altro) ha saccheggiato anche le “case” devastate dalle fiamme.
    la camorra manipola tutto, noi non ce ne accorgiamo subito. se la camorra è come un cancro, si attacca alle cellule sane e le sovverte.

    alfonso

    21 Maggio 2008 alle 8:25 am

  5. complimenti a DONATO SALZARULO, mio cugino in seconda :)

    alfonso

    21 Maggio 2008 alle 8:26 am

  6. Lo avevo già detto già nel post di franco su ” …se toglieri i commenti” . Sono sempre stato contro ogni tipo di censure ma attenti alle “restaurazioni” con le dichiarazioni di sergio gioia … ma solo di cognome?

    uacc Uaa
    Nanosecondo

  7. Continua la sottoscrizione al Comunicato Stampa “il volto di ogni uomo è immagine di Dio“ diffuso il 21 maggio.

    Per manifestare il vostro interesse, potete firmate questo testo, inviando una e-mail a chiccodisenape@gmail.com con il vostro nome e cognome e città o lasciando un commento al post.

    Vi invitiamo a diffondere il documento tra gli amici e i colleghi.

    http://www.chiccodisenape.wordpress.com

    Chicco di senape

    30 Maggio 2008 alle 8:36 pm


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