per la letizia e per la lotta
è difficile fare comunità nell’era dell’autismo corale.
è chiaro che ormai l’individualismo piccolo-borghese appartiene alla fisiologia dell’occidente.
qui stiamo costruendo pratiche alternative. è molto faticoso. la sensazione che stiamo per raccoglierci, che stiamo insieme, per la letizia e per la lotta, va e viene, ci raggiunge e si disperde.
è che siamo in pochi a spingere, è che per molti in fondo è più rassicurante il mondo di cui tanto sparliamo.
altura è un tentativo di tracciare un segno di apparteneneza e di impegno più preciso.
non vogliamo forzare nessuno. ognuno si prenda tutto il tempo che vuole per capire o non capire, per esserci o non esserci.
chi vuole aderire puo comunicarlo a me o ad angelo o a nanosecondo.
p.s / per la giornata di sabato propongo una deviazione. dopo il pranzo alla diga chi non vuole proseguire per conza dove siamo già stati può salire a monteverde. insomma, non c’è bisogno di seguire tutta la giornata i nostri amici dell’università. arminio17@gmail.com
Carissimo Franco e Comunitari Provvisori,
come già sapete e ad alcuni di voi ho anche inviato in passato un documento sull’esigenza di costruire una rete di persone che abbandonando il principio della delega riescano a costruire un nuovo modello di comunità basato non sulla competizione ma sulla collaborazione
Inutile, analizzare qui la crisi delle “autorità” e il loro comando, o di molte organizzazioni sociali (es. sindacati, gruppi d’interesse, ecc). Questo è un fenomeno presente anche in larga parte dell’associazionismo di base. A volte malgrado le intenzioni proclamate, spesso anche loro non riescono a cogliere appieno qual è il metodo (se ce ne fosse anche uno) per cambiare.
A parole anche noi rischiamo di essere impegnati verso una trasformazione radicale dei rapporti umani, che antepongano il potere dell’apparato, gli interessi dell’organizzazione, agli interessi della persona.
Ecco la stessa crisi di cui ci parli tu Franco non è estranea a questo contesto e c’è l’esigenza di meglio riflettere di cosa è la Comunità Provvisoria e cosa può essere “ALTURA”
Per me è semplicemente “partecipazione”, alla volontà reale delle persone per evitare che poche individui, i “professionisti”, coloro che sono stati “delegati” (o che sono “cooptati” dall’alto), prendono le decisioni centralmente, per tutti.
Il rischio è che se anche nascosto dalle migliori intenzioni, o se giustificato dalle difficoltà reali, questo approccio rischia di continuare ad alimentare la cultura della delega, della passività, della non-partecipazione.
Così, però, i problemi non si risolvono, perché solo la forza e la partecipazione di tanti possono contrastare efficacemente le ingiustizie.
Questo vecchio metodo rischia di favorire l’instaurazione del potere dell’apparato. Tutto è finalizzato al suo rafforzamento e conservazione. Un meccanismo che impedisce la partecipazione e, al contempo, favorisce il potere di chi dirige e l’insorgere dell’autoritarismo di alcuni.
Non ho inserito all’interno dell’atto costitutivo e dello statuto alcuni concetti “forti” in tal senso sui quali mi piace cogliere questa occasione per inserirli qui e fare una riflessione comune.
Alle sue origini fu il movimento dei lavoratori, grazie alla solidarietà e all’impegno in prima persona di tantissimi individui, riuscì a costruire efficacemente propri organismi e strumenti d’autodifesa: le società di mutuo soccorso, i sindacati di categoria, le lotte e gli scioperi per la conquista dei diritti, ecc..
La stessa politica partecipata dei parti in passato è stata per certi versi costruita sull’apparente partecipazione sempre nella logica della delega all’organizzazione.
Oggi, venuti meno nell’impegno e nei valori tutelati, essendosi affermata nel cuore della società una cultura mercantile egoistica ed individualistica che riduce le persone a cose, a numeri, a prezzi, assistiamo anche ad una degenerazione delle organizzazioni umane.
Nel migliore dei casi, dove non c’è interesse personale, le organizzazioni sono impotenti di fronte all’arroganza dei potenti, incapaci di sollecitare reazioni significative e permanenti.
A maggior capacità economica corrisponde una maggiore “solidarietà”. I termini della solidarietà sono dunque invertiti, oggi chi ottiene maggiore solidarietà sono coloro che assumono come propri i valori dei donanti.
E’ evidente che l’esercizio di questo tipo di solidarietà non “neutra, apolitica, deideologizzata”, non è altro che la pratica interessata, di una classe di potere che per certi versi ha “militarizzato le istituzioni democratiche”.
Un “regime” strisciante al servizio di “pochi eletti” che sta permettendo alle organizzazioni più potenti di determinare azioni ed interventi economici, ideologici. La stessa crisi della sinistra non estranea a questa logica.
Di fronte alla storia globale i casi di discriminazioni non si contano più. Gli stessi casi personali a volte anche disperati sembrano essere insignificanti se non valutati in questo contesto. La stessa solidarietà che è arrivata a trasformarsi in una pratica di interventi e di ingerenze, è convertita essa stessa in uno strumento di oppressione sulla quale rischia di pesare anche un ricatto morale enorme.
Nella sostanza il rischio che stiamo correndo, è quello di non far nascere più nuove domande di libertà, le cosiddette libertà positive, ed in particolare il diritto allo sviluppo della propria personalità, il diritto al lavoro, il diritto della solidarietà giusta imponendoci a tutti solo il “tacere”. In questo ci inserisco la mia vicenda “personale” che per certi versi è emblematica. Una volta venivi colpito penalmente. Lo stato interveniva a sua tutela, a tutela di valori e di principi. Oggi si inserisce e si dà più valore alla “tutela della provacy” agli aspetti “privati” ew per questo la tua condannare è “pagare economicamente”.
Il mondo, le nostre società, vedono diffondersi e crescere ingiustizie profonde. Allo stesso tempo assistiamo ad un degrado culturale, dei valori collettivi e della persona, che ci chiamano ad un rinnovato impegno.
Ecco vorrei dire a tutti che dovremmo essere consapevoli della necessità di “ritornare alla creazione”, di un uomo che non si confronti attraverso la competitività ma attraverso la collaborazione, come soggetto responsabile del proprio destino e del destino del mondo, ponendoci come soggetti individualmente impegnati per il cambio del paradigma.
Per questo la stessa nostra associazione e l’esperienza della comunità provvisoria ci insegna credo deve essere un’associazione di “non delega” dove i singoli soci sono impegnati, attraverso l’individuale testimonianza – coerente e congrua – a praticare, in prima persona, l’altruismo per sostituire l’egoismo, la dignità all’arbitrio, il valore dell’essere umano sul profitto affinché si affermi la propria, ed attraverso questo nuovo modo d’essere individuale costruire una nuova identità sociale.
I soci in prima persona devono essere impegnati ad attuare pratiche e metodi consapevoli per instaurare relazioni umane diverse, fraterne, leali, pacifiche e di mutuo soccorso.
Il nuovo impegno sociale e culturale che dobbiamo richiediamo si fonda, oggi, sul paziente lavoro di ricostruzione di una libera socialità, vissuta all’insegna della cooperazione, della fraternità, del mutuo soccorso.
Una libera socialità per permettere di comunicare, scambiare, cooperare ad una moltitudine di persone attive e consapevoli della propria e altrui dignità, fino ad oggi non comunicanti. Qui mi riferisco all’autismo. Alle cose non dette e rimurginate senza chiarezza. Ad una comunicazione per la negativa e non per la positiva che solo la logica dell’incontro nel cerchio , che pure staimo adottando come comunità provvisoria a volte fa emergere.
Queste molteplici identità Esistono e Resistono ma sono permanentemente minacciate di omologazione e di riassorbimento, anche quando siamo consapevoli tutti che il fattore umano deve essere al centro dell’agire sociale.
L’invito che dobbiamo fare per costruire la nostra comunità e associazione è, dunque, quello di rivedere profondamente le logiche organizzative a cui siamo da sempre abituati.
Logiche che rischiano di trasformare anche le associazioni di base e di volontariato in nuovi apparati burocratici e di potere.
Quindi sulla base dell’impegno individuale dei soci la nostra comunità la nostra associazione deve proporsi di ricercare e praticare una metodologia basata su criteri antiburocratici e antiautoritari: solidarietà e cooperazione in luogo di egoismo e competizione sociale; partecipazione e democrazia diretta in luogo di delega e gerarchie; volontariato in luogo di professionismo; decisionalità espressa secondo criteri di condivisione/consensualità in luogo di imposizione a colpi di regole; pluralità di idee in luogo di centralismo; valorizzazione delle differenze in luogo di omologazione; orizzontalità organizzativa e decentramento in luogo di verticalità e accentramento.
Ecco, caro Franco, in questo hai ragione se non si comprende, come persone e futuri soci, di cosa intendiamo costruire anche con l’associazione “ALTURA” rischiamo tutti di non riuscire a mettere le premesse per la realizzazione di un nuovo “modo di essere” prima come persone e poi come anche come associazione.
L’intenzione che dobbiamo dichiarare meglio credo è che qui non vogliamo costituire un’associazione qualunque ma una comunità delle persone. Partendo dalla singola testimonianza, dalla singola esperienza e modo d’essere di ognuno di noi costruire uno “strumento” per facilitare la trasformazione e l’auto-trasformazione sociale oltre che individuale avendo coscienza che per modificare lo stato di cose esistenti si deve ripartire dall’individuo e quindi dal proprio modo d’essere.
Ecco rispondo qui ad un’email di una “ragazza” che mi ha scritto un’email da Roma e mi chiedeva ma cosa posso fare io?
Carissima (scusami ma non ricordo il tuo nome) lo stai già facendo: ti sei chiesta cosa puoi fare.
A noi serve solo la vostra intelligenza costruttiva!
Stai nella bellezza
Nanosecondo
Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni
20 Maggio 2008 alle 11:51 am
carissimo franco
siamo così come siamo. questo è
il nostro modo di essere e rappresentarci
in questa nostra epoca.
come siamo siamo sintesi di ciò che ci ha attraversato
(e attraversa) lo sguardo, come sogno come meta, come riferimento.
siamo autistici e automatici contemporaneamente.
del resto una tua poesia del “cimelo dei profili” già indicava
questo nostro funzionamento.
ora magari ci siamo aggravati ed adagiati. siamo più emotivamente disposti
piuttosto che indignati e rivoluzionari. forse noi che siamo noi (noi della cp)
non abbiamo bisogno di altro, che di sognare, di dare indicazioni sul cosa vorremmo,
forse aspettiamo che altri ci costruiscano il nido che vogliamo.
forse funzioniamo così perché l’uccello domestico, e non solo, che più vediamo da queste parti sono i piccioni, che il nido lo trovano bello e fatto.
forse si può lavorare anche in 10. per saperlo bisogna incontrarsi, soppesare il da fare
valutare la distribuzione dei pesi e le forze che dovrebbero reggerli
e poi decidere.
non ce la prendiamo.
RESISTERE RESISTERE RESISTERE
alfonso
20 Maggio 2008 alle 3:25 pm
Caro Franco, ritengo difficile fare comunità, non solo per l’autismo degli irpini, ma anche per lo strumento che proponete. Più che la partecipazione mi sembra ricerchiate adesione. Adesione a progetti, anche affascinanti, ma che coinvolgono solo coloro che si sentono coinvolti ipotizzando obiettivi che possono convincere maggiormente se stessi. Sarà che sento l’Irpinia d’Oriente solo l’ulteriore enclave di cui decantare bellezze che sono tali solo se contrapposte all’Irpinia del niente, sarà che di salvare il Formicoso dalla discarica non mi importa niente se questo significa spostare il problema in altri luoghi, sarà che auspico la discarica di Difesa Grande quale unico ostacolo allo scempio del territorio promosso dai terroristi dell’ambientalismo, dai sindacalisti in cerca di lottizzazioni e dagli arianesi, sarà che sento Altura come contrapposizione di Pianura, ma io non mi sento coinvolto nella ricerca di cose contro cui andare, ma di luoghi in cui costruire. Io non voglio stare nella bellezza, la voglio costruire anche dove non esiste. Forse di più.
Autistico è anche un blog comunitario in cui la comunità deve intervenire a soggetto.
P.S.
Invece di andare per l’ennesima volta alla diga di Conza perche non visitate la fontana di Pietro Cascella a Fontanarosa? Se volete, questa volta la storia ve la racconto io. Sarà contemporanea, aromantica e brutta, ma vera anche questa.
mariopagliaro
20 Maggio 2008 alle 4:51 pm
fratelli dispersi provvisori,
Il blog non è la comunità, i commenti non sono la comunità, i progetti non sono la comunità, le posizioni, i colori, le scelte ed i livelli di partecipazione non sono la comunità perchè tutto questo è il contrario della provvisorietà.
Questa è materia complessa, le parole non fanno la Comuità, ma la rallentano la immettono nel luogo dell’interpretazione del senso da negoziare.
L’essere provvisori in una comunità fà della comunità una straordinaria indecifrabile creatura che non può e non deve essere spiegata e monitorata.
Siamo provvisori comunitari che hanno una sola grande gioia da sperimentare, quando si realizza, quella di stare insieme, guardarsi e anche parlarsi.
Senza fretta e nel ritmo lento della carezza.
Ci siamo incontrati ultimamente a Capriglia nella chiesa di San Felice, per stare insieme ascoltando il canto di Caterina e le poesie di Franco ed è in questi momenti nell’ascolto che si svela la magia, portiamoci nei luoghi amati e abbandonati per liberare la gioia di stare insieme.
Dario
Dario
21 Maggio 2008 alle 6:44 pm
Grazie Dario,
per avermi chiesto di accompagnarti a San Felice di Capriglia. Mi sono nutrita di bellezza, di poesia e di gioia dello stare insieme nella condivisione di quel momento.
Il canto gentile di Caterina, i segni urgenti di Spiniello e l’intimità della poesia di Franco (che ho potuto respirare per la prima volta) sono dentro di me e continuano a germogliare.
Mi sono sentita nella provvisorietà della comunità per il solo fatto di essere presente lì, in quel momento unico ed irripetibile. Invitatemi ancora.
Ma mi sono sentita anche dentro la comunità di San Felice, nella festa di quella parrocchia che è diventata anche la mia…
Monica
Monica
21 Maggio 2008 alle 9:21 pm