CARO LIBRO DI VETTA
metto qui un racconto del poeta claudio damiani. d’ora in poi, visto che la comunità irpina langue, daremo molto più spazio a scritture che arrivano da fuori.
Caro libro di vetta, ti racconto quello che m’ è successo.Stamattina sento Valeria ché eravamo rimaste che ci facevamo un giro in centro per negozi, e quella deficiente dov’ era? Al mare col suo ex. Che ti devo dire, lavoro ce ne avevo ma non mi andava proprio, e poi era sabato, avevo diritto a riposarmi no? I compiti mi guardavano dalla scrivania malamente ammonticchiati, accigliati, come a dire: quand’ è che ci correggi? Perché era chiaro che lunedì dovevo portarli, almeno quelli della prima, ché la seconda magari li avrei potuti portare mercoledì, e dunque li avrei potuti correggere lunedì pomeriggio, e anche martedì.
E’ incredibile quanto tempo ci metto a correggere i temi, mi ci vogliono giorni, i primi anni facevo presto, una classe la facevo tutta in una tirata, ora devo interrompermi continuamente, sgranchirmi le gambe, fare respirazione yoga, mangiare miele cioccolata o altre cose dolcissime che mi ingrassano e mi fanno male, è come se dovessi ricaricarmi, come se dopo ogni tema andassi in crisi di zuccheri. C’ era poi quella cosa nel pomeriggio, con Marco, quella specie di inaugurazione ma non mi andava di aspettare il pomeriggio. Aspettare il pomeriggio voleva dire inevitabilmente correggere i temi. In pochi secondi ero fuori, salita in macchina, acceso il motore, vai. Ma che belli i colori del cielo, come faccio a scrivere con questo cielo così bello, come faccio, me lo dite? E tu libro di vetta sei così docile sotto la mia penna, eri rigido nella tua scatola di ferro quando t’ ho trovato sull’ erba, ma dentro sei morbido, dolce. Ma con un cielo così rosa, con questi colori indescrivibili, come posso stare qui a scrivere! Comunque ti dicevo vado dritta per la mia strada, finché sono presto fuori Roma. Io vado a cinquanta perché non si poteva di più, e un cretino mi stava dietro attaccato a dieci centimetri. Io pensavo alla maleducazione che vedo in tanti ragazzi a scuola, che tu gli dici le cose anche tranquilla, convincente, e loro ti guardano con una faccia come se pensassero che sei una povera deficiente, una che s’ è rintontita sui libri, che fa solo pena. Insomma questo a un certo punto mi supera, e io dico: meno male. Dopo un po’ però lo vedo fermo a un posto di blocco che cerca i documenti. Io lo saluto con la mano e lui mi guarda smarrito. Be’ nella vita si impara sempre anche se nessuno ti insegna. Ho pensato che siamo gettati in una società senza scuola, dove si impara solo con gli schiaffi. E invece sarebbe così semplice volerla, la scuola, mettersi seduti intorno a un tavolo e rifarla da capo. Forse sarebbe tutt’ altra cosa, ma almeno sarebbe qualcosa. E così insomma, caro libro (questa penna non scrive più, vedo se ce n’ è un’ altra nella busta della tua custodia, sì, meno male), ti dicevo me ne vado dritta che c’ avevo in mente di venire qui, me ne aveva parlato un collega che abita da queste parti, o abitava. Una persona tutta composta, con un pizzetto strano. Mi colpiva che in sala professori – lì è come un camerino, chi si rassetta, chi prepara la parte, chi semplicemente prende fiato – lui traduceva l’ Iliade. Comunque dicevo vado dritta quando a un tratto vedo delle pecore. E’ stata una reazione istintiva, mi sono fermata. Perché sempre, ogni volta che le vedevo avevo desiderio di starle a osservare, e rischiavo anche di andare a sbattere perché le volevo vedere, ma non mi ero mai fermata e questa volta no, mi sono fermata. Le pecore brucavano tranquille su un prato dietro un recinto, era un campo curvo che digradava a destra verso una valletta, c’ era una luce forte e l’ erba era verdissima, le pecore bianche, e ce n’ era una nera. Scavalco la recinzione e mi metto seduta a guardarle. Loro brucavano quiete spostandosi lente nel sole, sembravano ferme e invece si muovevano, nell’ insieme ruotavano e si spostavano contemporaneamente in più luoghi, anche pensavo al fuoco che cresce e va dove lo porta il vento. C’ erano anche degli agnellini vicino alle loro mamme, che a volte sgambettavano e facevano piccoli salti. Non pensavo a niente guardavo solo le pecore, sentivo il sole che mi avvolgeva e mi sembrava anche a me di brucare. A un tratto ho sentito dei cani abbaiare, venivano verso di me e abbaiavano, bianchi spelacchiati, piuttosto incavolati. Uno zoppicava un po’ . A un tratto è sbucato non so da dove un ragazzo, s’ è materializzato tra me e i cani, urlando verso di loro delle cose incomprensibili. I cani si sono fermati. “No paura, no problema” mi ha detto lui mentre i cani continuavano a abbaiare e a guardarmi male. Avrà avuto vent’ anni, giacca a vento viola e scarpe da ginnastica, occhi nerissimi e capelli lunghi legati alla nuca. “Tu pastore?” gli ho chiesto. “Sì, pastore”, m’ ha risposto ridendo, mostrando una fila di denti bianchissimi. “Tu piace pecore?”, “Sì – gli ho risposto – mi piace guardarle”. “Piace piccolini?”, “Sì tanto”. “Vuoi uno?”. Ho dovuto insistere tanto che non lo volevo, poi abbiamo un po’ parlato di varie cose. M’ ha detto il suo nome, Jefik, è macedone e è venuto in Italia sei mesi fa, ha 22 anni. Parlando mi sono accorta di quanto ero ignorante sulle pecore e di quanto mi sarebbe piaciuto imparare e ascoltare. Lui parlava un po’ a gesti, molte cose non l’ ho capite, ma alcune sì. In quel momento ho pensato a un mio studente di quando insegnavo a Monterotondo che m’ aveva detto che i genitori avevano della terra e allevavano le galline. Così io gli chiesi come si governavano le galline, perché mi interessava davvero, e ricordo che tra me e me pensavo: almeno dimmi come si governano le galline visto che di Storia e Grammatica non sai niente. Bofonchiò, grugnì, ma non riuscì a farmi capire niente, non tanto perché parlava male benché fosse italiano, quanto perché delle galline non aveva capito niente, non perché fosse scemo, ma perché molto probabilmente passava tutto il pomeriggio alla play station e delle galline non si occupava affatto. Invece Jefik mi disse tante cose, sulla tosatura, sulle malattie, era contento perché mi vedeva interessatissima. E poi abbiamo parlato di noi, di tante cose, poi a un certo punto io ho detto che dovevo andar via e l’ ho salutato. In mezz’ ora sono arrivata qui sotto e ho cominciato la salita. Ma questo cielo così rosa, e questi alberi così quieti lungo il fianco del monte, tanti, fitti e tutti in piedi vicini, sono sola su questa terrazza celeste e ho solo pietre vicino e pianticelle basse. Dovunque mi giro cade a strapiombo la vista, che fa paura quasi, il Tevere coi suoi meandri e la piana, i paesi lontani sulle colline e i monti, e là, in fondo lontana in una nuvola fumosa Roma. Nella salita all’ inizio avevo un po’ d’ affanno, poi camminavo liberamente e avrei potuto camminare all’ infinito. Subito m’ è venuta incontro l’ aria, fresca tenera e dolce, e ho salutato gli alberi, lecci e faggi principalmente, che con il loro alito la profumavano. Il sentiero era adorno di pietre molto belle, ognuna anzi mi pareva bellissima e era una meraviglia guardarla. Tra di loro crescevano muschi e altre piante antichissime, quando c’ era solo roccia e non c’ era ancora la terra, piante che lentamente spezzarono la roccia e formarono loro la terra. Cavolo: formarono la terra e formarono l’ aria! Ho riconosciuto almeno tre tipi di asplenii, piante più antiche di questa montagna, più antiche anche della roccia di cui essa è formata. Ne ho colta una e, nella pagina inferiore, era gravida di spore. Le spore erano tutte pronte, quiete e ordinate in un disegno bellissimo. Mentre salivo sentivo sempre più la presenza delle piante, il loro alito e le loro voci. E quando sono arrivata qui in cima, su questa piattaforma sospesa, è stata una meraviglia, me l’ aveva detto il collega che era un luogo magico. Ero come ubriaca e ho dovuto sdraiarmi, sono stata un paio d’ ore sdraiata sulle pietre come inebetita, il panorama mozzafiato quasi non l’ ho guardato. Mi piaceva star lì a bruciare nel sole, a brucare come una pecora su questo prato celeste. Mi piaceva sentire gli attimi che scorrevano e che si consumava il giorno, come le piante mi stavano intorno e lentamente crescevano, respiravano. Come scorrevano gli attimi del mio tempo, così scorrevano gli attimi delle piante, e delle pietre. Libro, quasi non ci si vede più, ma scriverò fino a che è buio completo. Come torno con questo buio? E chi torna? Domani è vacanza e io ho il sacco a pelo. E’ sorta da poco la luna dai monti Tiburtini, è quasi piena e è bellissima. Forse potrò scrivere con la luce della luna, forse mi addormenterò. Il cellulare tre volte ha suonato da quando sono qui, tre volte non ho risposto. Adesso è arrivato un messaggio. Vabbè lo leggo, tanto fra poco dormo: “Visto luna? ciao Paola. Jefik”. – CLAUDIO DAMIANI
un magnifico brano. una splendida pagina di scrittura, e non solo.
grazie a claudio per la sua attenzione alle cose riascoltate quasi a strati
e per strati diversi di coscienza.
forse solo un dettaglio: la cp è anche claudio damiani, è chi si riconosce in una provvisorietà delle cose. del resto la cp non ha nome e non ha stabilità. è comunità sì, ma nel suo stesso nome ha deciso di essere anonima. l’anonimato, ossia la sua indefinibilità la fa essere ciò che è
alfonso
21 Maggio 2008 alle 3:53 pm