Una favola per i bambini della Comunità – Lucia Marchitto
DAL LETAME NASCONO I FIORI
La doccia Putrik l’aveva sotto l’albero di cocco, la temperatura era sempre quella giusta, al posto del sapone usava un ramo di eucalipto. Fare la doccia era la sua passione preferita oltre a quella di mangiare carne marcia. Strofinava a più non posso quel corpo lungo, ossuto e bitorzoluto, ma non per questo rozzo, tozzo e lento! Amava, inoltre, lustrarsi le dita dei piedi, quei tre enormi pollici dalle unghia grosse, lunghe e ricurve, li spazzolava con la spatola di crine e colorava le unghia-uncino di nero corvino.
Con cura puliva il suo naso largo, grosso a forma di patata schiacciata che si slargava sulle gote fragili e diafane nascondendo gli occhi piccoli, due fessure nero-lucenti che, a volte, quando s’infiammavano, diventavano rosso rubino. Putrik amava il rosso-rubino dei suoi occhi!
Mentre si lavava sognava che Gianduja, la più carina dei folletti, con una gonnellina arcobaleno, la bocca sporca di cioccolato, gli sorrideva.
Ma una mattina, alle ore -7 del giorno –77 dell’anno –7777777 mentre si strofinava ben bene ebbe un’amara sorpresa: dal suo naso a forma di patata e pieno di escrescenze puzzolenti incominciò a sgorgare, con uno zampillio continuo e senza intermittenze, un getto verde di sangue putrescente.
Tamponò la grossa patata del suo naso, ci infilò una matassa di cotone, mise l’accappatoio nella lavatrice, pulì il fondo della doccia e allontanò la cupa preoccupazione del getto di sangue sedendosi a mangiare tanta carne marcia.
Il cotone, ormai stracolmo, come un tappo di spumante, fuoriuscì dal naso e il sangue riprese a colare, non c’era tempo da perdere doveva vedere Galter.
Ma Galter non c’era, non sapendo cosa fare, decise di ignorare il problema e di fare un salto nel mondo degli umani.
Il momento richiedeva massima concentrazione, strizzava gli occhi, arrotolava il suo corpo come una lunga spirale, puntava le narici verso l’alto, sollevava i piedi sulle grosse dita, poi, imprimendo forza nelle spalle, si srotolava dandosi una spinta con i grossi arpioni delle unghia contro il terreno e partiva come un razzo.
Aveva fame, una fame gigantesca che si allargava tra le costole e gli faceva girare la testa: sempre così quando faceva un salto dagli umani consumava tanta energia che poi doveva subito ingozzarsi di tanta carne putrescente, quale posto migliore di una discarica?
Eccola lì, si estende a vista d’occhio, esala fumi di puzze azzurrognole che si alzano nel cielo grigio senza nuvole. Putrik si avventò sulla carne e in un battibaleno in quella enorme, gigantesca, incredibile, discarica non rimase nemmeno un pezzetto di carne marcia. Soddisfatto stava per spiccare il salto quando si accorse che vicino ai suoi piedi sgorgava uno strano liquido verdastro che si allargava in piccole bolle gelatinose emanando una puzza infernale. Non era più tempo di scherzi. Bisognava cercare Galter.
Sulla porta trovò affisso un avviso a nome di Jotoz che convocava una riunione urgente a casa sua. Putrik era restio, avrebbe preferito parlare da solo con sua Magnificenza, non amava la confusione di quelle riunioni a casa di Jotoz, ma c’era il sangue dal naso e quella gelatina verde della discarica, non poteva non andare.
Quando tornò a casa si sdraiò sul materasso di spuma alla camomilla, stanchissimo, non ebbe il tempo di spogliarsi che già ronfava.
Si svegliò di soprassalto ….. l’essenziale …una cosa bella … Galter aveva detto qualcosa ma lui non ricordava cosa. Oh! La grande confusione di quella partita di pallone! Per non parlare della riunione! Saltellò sul materasso per rincorrere le parole che si misero tutte in fila e uscirono sul balcone, le seguì come un razzo aggrappandosi alla coda. Non vedeva nient’altro che un tondo grigio e fumoso, si arrampicò sulle prime parole
…. l’essenziale è invisibile agli occhi …(da “Il piccolo principe”)
Dall’alto la vide, incassata in una conca, purulenta come una ferita, la discarica brillava nel buio di un colore verde scuro.
Si rese conto che con gli occhi chiusi riusciva a vedere meglio e oltretutto sentiva come un lamento, un lungo rantolo che gli fece drizzare i peli su tutto il corpo. Osservando più attentamente vide degli esseri infinitesimamente piccoli, a milioni, simili a vermi che si contorcevano travolti da spasmi. Sono gli abitanti della discarica, si cibano di tutto quel marciume e lo trasformano fino a farlo diventare ancora vivo e utile e riutilizzabile e ora stavano morendo.
Come era possibile? Cosa mai stava succedendo?
Lo sguardo sotto le palpebre chiuse si accese e virò intorno e sopra e sotto e in parte alla discarica e allora lo vide quel liquido che usciva dai bidoni e penetrava con gocce di veleno prima sui rifiuti e poi su quei piccoli quasi invisibili vermi.
Doveva fare qualcosa, doveva assolutamente fare qualcosa, allora si arrampicò sulle altre parole:
“Cerca una cosa bella, e la troverai, non sara’ mai lontana” (S.Teasdale)
Ci mise meno di un secondo a decidere che la cosa bella non poteva che trovarsi a casa di Gjanduia.
Cantava Gjanduia nel giardino in fiore, le api le facevano da corona. Tirava fuori dalle arnie il dolce miele. Avvicinandosi disse “Ho bisogno di un po’ di cera per tappare qualche buco” “Non è che ti serve anche della resina che ne ho in abbondanza?” Rispose Gjanduia sorridendo. Un velo color rosso rubino colorò la faccia e il naso e tutto il corpo, Putrik, ormai trasformato in palla di fuoco, maldestramente afferrò il contenitore e un po’ di resina gli cadde sopra i calzoni, fece un salto e crac un pezzo di stoffa liberò il suo didietro tondo e sodo e depilato e andò a sbattere sulle api, chiuse gli occhi dalla vergogna e disperato si aggrappò di nuovo al sogno pieno ancora di parole, s’involò insieme ad esse e piombò sulla discarica come un pesce lesso. Cera – resina – e cera ancora e in quattro e quattro otto i bidoni vennero completamente ricoperti e lui, con fare precisino, buttò resina persino sulle gocce che stavan per posarsi tra la roccia. Vide i vermi respirare, si riagrappò alle parole e ritornò sul balcone, buttò via le balle di cotone e dormì come un mattone.
“Putrikkkkk! Putrikkkk!” Rimbalzò sul materasso, sgranò tanto d’occhi, girò a destra e poi a manca, allargò naso e narici “Putrikkk! Ehi! Putrik cosa credi di aver risolto? Di bidoni ce ne saran mille e poi duemila … non si risolve il tutto con un tappino!!!” La voce, donde veniva quella voce? Guardò in alto e poi in basso fin sotto al materasso ma non c’era nessuno e allora capì che quella era la sua voce: “E’ la fame che mi fa brutti scherzi!” pensò e aprì il bidone della carne marcia. Addentò il primo pezzo ma non smise di pensare: aveva solo messo una pezza, il problema era sempre lo stesso. Sconsolato uscì a fare sette passi.
Quando sentì la puzza di cacca si accorse di essere vicino a Gjanduja. Stranamente non cantava, le gote belle rosse e la mente assorta, camminava veloce. Decise di seguirla. Il salto lo colse alla sprovvista ma si catapultò aggrovigliandosi come una molla e atterrò in un cortile pieno zeppo di bambini. Eran in due a far dispetti a quei finti angioletti, con grande urla delle maestre che, per castigo, li misero tutti in fila e come tante lumachine si sedettero nel banco a capo chino.
Putrik si mise all’ultimo banco, tirò fuori dal taschino un pennino, un calamaio e un foglio bianco, emozionato ma con estrema sicurezza vergò queste parole:
Cari bambini, non sto qui a raccontarvi le storielle e nemmeno gli stornelli, non vi farò neppure i dispetti sebbene son folletto, aprirò soltanto una finestra, scosterò la tendina e vi farò vedere il mondo da vicino.
Vi aspetto nel cortile della scuola. Putrik
I bambini chini sui quaderni, videro la pagina bianca improvvisamente riempirsi di parole, sbalorditi si guardarono l’un l’altro. “Putrik!?! Chi è?” dicevano i loro occhi. Come la campanella suonò si precipitarono nel cortile e videro un essere, uno strano essere ossuto, bitorzoluto con un grosso naso a patata, magro come un chiodo e puzzolente come un brodo, che si muoveva a mo di elastico saltando su due piedi.
Additandolo risero in coro tutti quanti poi si levò la domanda “Chi sei? Cosa vuoi da noi?” “L’ho già detto, sono Putrik un folletto” “I folletti stanno nei boschi non nel cortile della nostra scuola!” Disse Luca e poi tutti in coro: “Che ci fai qui?”
“Non stanno nei boschi ma su un foglio bianco, ognuno lo colora come ne ha voglia…” Putrik pensò al suo foglio bianco e quello apparve, strano, aveva ancora la macchia nera, ma Jotoz non aveva piantato dei semi? Non era scomparsa? Pareva proprio di no, anzi, sembrava ancora più grossa. Si grattò la testa, sentì un rivolo colargli lungo il naso, lo tappò subito con una balla di cotone e si dimenticò dei bambini.
Qualcuno gli urlava nelle orecchie, saltò come una molla tra gli zaini colorati, la puzza li colpì come una mazzata e i bambini urlarono a perdifiato.
Rimase immobile per 7 secondi.
“Tenetevi per mano mentre apro la finestra”, i bambini videro un’enorme finestra aprirsi su un foglio bianco con una macchia nera proprio al centro. “Ma non c’è niente da vedere se non quella brutta macchia nera!”
Putrik infilò più a fondo la balla di cotone, avanzò di sette passi e sette ancora per sette volte oltre le ante della finestra, i bambini lo seguirono allontanandosi dal cortile e si ritrovarono su una spiaggia. Davanti a loro il mare si gonfiava in onde nere e puzzolenti “Qui è nato Mah! E’ nato proprio mentre una petroliera si spezzava in due come un ramoscello. Mah! È il più piccolo dei folletti”
“Poverino! Proprio come la gabbianella della “Gabbianella e il gatto”” Disse Mara infilando un dito nella sabbia.
“Quella nave era vecchia, troppo vecchia e arrugginita non dovevano riempirla con tutto quel petrolio!” rispose Luca arrabbiato.
“Però a scuola tu non vieni mai in bicicletta ma sempre in macchina e la macchina, caro mio, consuma benzina! E non dire che abiti lontano!” rispose Mara tirando il dito dalla sabbia nero, viscido e puzzolente.
Putrik camminava veloce dentro la finestra e in men che non si dica tutti si ritrovarono tra scansie scaffali e carrelli di un grande supermercato “Pignarul poveretto, nato solo soletto tra speck affumicato e salame a fette di un piccolo negozietto, si è ritrovato poi in un grande supermercato e ha incominciato a starnutire e riempirsi di brufoletti”
“Anch’io ho l’allergia, devo sempre stare attenta quando soffia il vento”
“Sei allergica al vento” rise Marco a crepapelle
“Stupido! Ai pollini che il vento trascina. Cosa ha fatto Pignarul?” rispose Sofia.
“Sconsolato è tornato tra i folletti”
Infilandosi sopra e sotto e intorno agli scaffali, tirando qualche busta, nascondendosi nella frutta, Putrik si avviò verso il reparto del fai da te. Scatole, scatoline, pennelli e pennini, vernici giallo, verde, arancio e blu in bella mostra riempivano tutto il posto.
“Mobledor puzza di vernice”
“Un altro folletto? E cosa fa?”
“Colora tutto quello che trova e bacia tutti quelli che passano ma usa solo colori fatti con la frutta e le uova di Gjanduja. Mette tutto in un barattolo che le ha regalato Corbis si apre al contrario perché lui fa sempre tutto contromano ed è stato lui a contare gli anni perciò ci troviamo nel -7777777”
Putrik, saltando a più non posso, finì dentro ad un cestone e gli si spaccarono le ossa su tutti quei libroni buttati alla rinfusa “A Valdurbecco gli verrebbe un colpo, poveretto, vedere i libri trattati come frutta secca.” E gli parve di sentire un tonfo dentro al cuore come un pianto al sapor di gorgonzola.
La risata si spense sulla faccia dei bambini nel vedere quella lacrima dall’odore di gorgonzola e per fargli tornare il sorriso misero i libri ben allineati su di uno scaffale.
Rendendosi conto che i bambini erano stanchi, con sette salti e sette giravolte li portò in mezzo ad un prato, lo spazzolò per bene e in men che non si dica tutti quanti si sdraiarono alla rinfusa addormentandosi come sassi.
Con molta pazienza Putrik legò lacci e laccetti, treccine e treccette, emise un rantolo grottesco e i bambini si svegliarono urlando:
“Non è giusto!” disse Sara “Avevi promesso di non fare i dispetti!”
Ridendo a crepapelle, rimbalzando su se stesso, contorcendosi come un fuso gridò: “Non è certo questa l’ora di dormire! Su svelti tutti in piedi!”
Era talmente buffo che i bambini cominciarono a ridere e più ridevano e più camminavano veloci. Giunsero in una conca poco lontano dalla città, si alzava un fumo azzurrognolo e una puzza insopportabile, incominciarono a vomitare e a piangere che se ne volevano tornare, ma Camilla incuriosita disse:
“Ma sono i nostri rifiuti! La maestra ci ha detto che vengono riciclati e che quelli organici si trasformano in concime” Marco allacciandosi le scarpe:
“E il mio papà canta sempre una canzone che dice “Dal letame nascono i fiori!”… ma questa non è puzza di letame! E non vedo neanche un fiorellino!” Putrik saltellava come una molla senza intervenire. Si diresse verso la città. Passando davanti a un cassonetto, lo aprì, i bambini si avvicinarono, Giulia spalancò gli enormi occhi nocciola: “Ma qualcuno ha buttato la plastica e la carta e le lattine e le bucce di banana! Queste ultime devono star nell’altro cassonetto!”
“A volte quando ha fretta anche la mia mamma butta tutto alla rinfusa, per una volta non fa niente” rispose quella col cappuccio rosso
“Anche la mia mamma” disse Piero grattandosi la testa
“E la mia non ha spazio, la nostra cucina è tanto piccina non ci stanno tutti quei bidoncini!” urlò Samantha. Putrik si rimise in cammino, passarono davanti a una fabbrica, un fumo azzurrognolo si rovesciava nel cielo. Qualcuno disse:
“Le fabbriche dovrebbero stare lontano dalla città!” qualcun altro rispose:
“Ma che dici! Il mio papà ci lavora in una fabbrica, non può fare chilometri e chilometri ogni mattina!” un altro ancora fece sentire la sua voce:
“Ma che produce questa fabbrica?”
“Pentole” rispose una vocina
“Bè dobbiamo pur mangiare!” rispose la vicina. Intanto seguivano Putrik. Giunsero così presso un lungo casermone pieno zeppo di galline che continuavano a fare uova.
“Le uova fanno bene alla salute – disse Manuele guardando stupito – Io ne mangio tante” poi ne videro qualcuna morire stremata. Incominciarono a parlare tutti insieme uno domandava e l’altro rispondeva:
“Una volta le galline razzolavano nell’aia”
“Anche le mucche stavano nei prati”
“Il latte è essenziale per noi bambini, ha tanto calcio”
“Però c’è pure la mucca pazza”
“Perché non pascolano più nei prati”
“Si fa più fatica e meno latte”
“Anche i contadini dice la mia nonna che sono cambiati, usano tante macchine e tutti quei prodotti, niente è più come una volta!”
“Si cambia sempre, mio padre, parla sempre del cambiamento” Luca assorto guardava la gallina morta:
“Dove la seppelliranno?”
“In un fosso”
“In una discarica per galline morte?”
“C’è una discarica per ogni cosa”
“Ci sarà una discarica per tutto!”
“Per tutto?!? Ma allora tra non molto questo mondo sarà una SOLA GRANDE ENORME DISCARICA! E chi per fretta e chi per spazio e chi perché il mondo comunque cambia non dividerà più un bel niente!” Si guardarono i bambini, gli occhi negli occhi sconsolati. Si sedettero per terra in cerchio, pensierosi, ad Annina che guardava la gallina gli vennero gli occhietti rossi e al naso la goccia, prese dalla tasca un fazzoletto che era chiuso dentro un sacchetto, soffiò a più non posso e si ritrovò col naso tutto rosso.
“Usa questo è di cotone! e si può anche lavare, non è mica usa e getta!”
“E’ comodo usa e getta per le mamme che han sempre fretta!”
“Ma è di carta, poveri alberi! Ed è chiuso nella plastica!”
“E la plastica non si trasforma mai”
Giulia sgranò tanto d’occhi, proprio lì davanti a lei, sopra una specie di collinetta a ridosso del muro di una cascina, c’erano fiori di ogni colore, soprattutto tanti ma tanti papaveri rossi. Indicandoli col dito:
“Guardate!” Scattarono tutti in piedi e si lanciarono di corsa atterrando sul letame, appiccicosi, sporchi e puzzolenti, stringevano tra le mani fiori d’ogni colore.
“Ma, che schifo! E’ letame! Come faceva la canzone di tuo padre eh, Marco?”
“Non ricordo bene, da qualcosa (boh!) non nasce niente e dal letame nascono i fiori”
“Dalla discarica non nasce niente!” Urlò Sara aggiungendo “Anche se non fa la rima!” E cominciarono a ridere come matti.
Rosa si alzò di scatto:
“Ho visto una cosa bella, guardate in alto, quasi sotto al tetto, c’è un nido fatto tutto di pietruzze”
“Una rondine!”
“E’ primavera!”
Putrik stava mangiando un pezzo di carne marcia, aveva troppa fame, si rese conto però che dal naso non colava più neanche una goccia. Si ricordò della finestra, la richiuse in tutta fretta e …. patapumfete!! si ritrovarono nel cortile della scuola.
Si puntò sui tre pollici, si arrotolò come un fuso e sparì.
Col naso per aria i bambini gridarono:
“Putrikkkkkk! Putrikkkkkkk! Ritornaaaaa!”
Ma Putrik non tornò.
Sara si soffiò il naso, Sophia si mise il dito in bocca, Luca restò con la bocca aperta, tutti gli altri la tennero chiusa, Marco avanzò di sette passi e Mara di altri sette e Luca disse sette parole “Ci deve essere una spiegazione del resto”
“Sicuramente Putrik voleva farci pensare”
“Riflettere, Sara, riflettere!”
“Ho capito!” urlò Samantha che di fantasia ne aveva tanta!
“Il mare nero, i colori artificiali, la mucca pazza, le galline che muoiono continuando a fare uova, le allergie, le discariche…”
“Ma certo, ma è ovvio, bisogna cominciare a cambiare! Qualcosa ancora si può fare. Io a scuola andrò in bicicletta”
“Io userò fazzoletti di cotone”
“Io …..”
Putrik arrotolato sul materasso alla spuma di camomilla dormiva, i ronfi squarciavano il soffitto che si allargava e si stringeva a mo’ di fisarmonica. Si svegliò canticchiando, affacciandosi sul foglio bianco non trovò più la macchia, si illuminarono gli occhi di un colore rosso rubino e contento fece uno spuntino nel chiarore del mattino.
cara lucia
da queste parti pare che di questi tempi
non vadano troppo bene
le favole per bambini.
forse siamo presi. forse recitiamo una parte, forse siamo seriosi.
forse non sappiamo giocare, forse abbiamo perso la nostra innocenza e, nonostante tutto, vogliamo conservare, quasi una contraddizione, il nostro paradiso terrestre, quello che dovrebbe diventare discarica e che, perciò, non vogliamo perdere.
ma che futuro possono avere questi luoghi con gente che non sa ascoltare le favole, perchè forse ritenute banali, cose troppo leggere per gente di avere grandi cose da dire e tanta profondità.
che futuro ci aspetta se non sappiamo giocare e alleggerirci proprio con le favole che contengono verità assolute raccontate in modo leggero, perciò tanto più apprezzabili per il lavoro di alleggerimento fatto da chi ce le ha trasmesse.
che futuro ci aspetta.
temo quello del DIRETTORIO.
alfonso
30 Maggio 2008 alle 6:04 pm
dimenticavo:
credo che la tua bellissima favola non sia nemmeno stata letta.
è bastato leggere FAVOLA nel titolo per far storcere il naso.
sembra che ci sia gente con la puzza sotto il naso, anche senza avere la discarica :)
alfonso
30 Maggio 2008 alle 6:06 pm