Bello il mio post! Vero Elda?
E’ proprio vero!
Il terremoto è stato il mio compagno più fedele ed ostinato!
Perché mai quasi tutti hanno superato (io penso ‘rimosso’) quel vissuto?
E perché invece io, e sicuramente qualcun altro, tra i quali credo tu, Elda, lo continuo a sentire mio costante compagno di viaggio?
Forse perché l’ho ‘superato’?
L’ho a sufficienza ‘rielaborato’?
O invece è il pathos che forse, come dice Michele, mi rende ‘saggio’ in questo contesto, rappresentando ‘il dominio del cuore sul cervello’, me lo fa costantemente rivivere, fornendomi il carburante necessario per questo lungo, bellissimo, sofferto viaggio?
Vedi Elda che quasi tutti questo ‘piccolo evento’ di 28 anni fa della nostra terra d’Irpinia lo hanno già in qualche modo ‘sistemato’ nella storia?
La discussione langue sull’argomento nella Comunità Provvisoria. Figurati fuori da essa!
Anche Stefano, anche Teresa, sembra che siano già giunti a destinazione!
O forse stanno ancora preparando il bagaglio?
Rita invece, non capisco attraverso quale percorso, pare abbia ‘sistemato’, con lucidità ed approfondita analisi sociologica, quasi del tutto condivisibile, l’evento nella storia.
Adelelmo legge nel mio scritto, vedendoci tanti ‘posti’ e sentendoci una ‘fermezza’ (mi aiuta questa sua intuizione visto che io sto facendo molta fatica a tenere i piedi ben saldi a terra).
E gli altri? Quelli che non hanno ancora aderito alla tua proposta di andare insieme da Mephitis in un giorno di vento?
Hanno veramente l’olfatto così delicato?
Eppure io continuo a non sentirne i miasmi: il borbottio invece si; e continua a sembrarmi che voglia diventare parole. Però o non sono ancora sufficientemente comprensibili o sono io a non avere un adeguato udito.
Ecco: stanotte è riemerso nella mia memoria un nitido ricordo!
Era, credo il 24 o il 25 Novembre del 1980; i vigili del fuoco mi avevano calato, trattenendomi con delle corde, sotto le macerie di un palazzo crollato nella piazza di Sant’Angelo dei Lombardi.
Il mio compito era di comunicare con una giovane ragazza sepolta sotto le macerie ed ancora viva, nell’attesa che fosse rimossa , con molta cautela, una trave , per poterla estrarre.
Mentre ero lì sotto una scossa di terremoto, una di quelle di assestamento che seguirono il sisma delle 19,31 del 23 novembre; continuai a parlare con la ragazza stimolandola a resistere ed incoraggiandola: l’avremmo tirata fuori!
In effetti fu estratta in vita, con delle lesioni traumatiche ad una gamba, di cui credo oggi porti ancora i postumi.
Prima di estrarla i pompieri chiesero a me una sorta di ‘autorizzazione’ a sollevare la trave, dato che vi era il rischio che, rimuovendola crollasse tutto. Non vi erano alternative, almeno nei tempi utili a salvarle la vita!
Ovviamente, insieme, decidemmo di agire.
La ragazza fu salva!
Prima di estrarla, però, i vigili del fuoco, credo provenissero da Bologna, senza, però incontrare grosse difficoltà, dovettero ‘rimuovere’ il cadavere di un uomo; aveva la mia età, si chiamava Mimì: era stato mio compagno di classe per cinque anni, alle elementari…………..
Ecco: forse quella scossa di terremoto, mentre ero stato calato tra le macerie, ne aveva ’esorcizzato’ la paura….
Forse ho capito perché il terremoto è diventato il mio più fedele ed ostinato compagno!
Antonio

Ho letto un bel post: breve e veloce, suggestivo ed emozionante, semplice, chiaro ed efficace, come richiede la comunicazione sul web. Complimenti al dottor Imbriano.
Tuttavia, questo ottimo scritto risente di una sorta di “deformazione professionale”: infatti si intuisce facilmente la professione dell’autore.
Senza togliere nulla alla forza emotiva e rievocativa del testo, alle suggestioni, agli stimoli e alle provocazioni suscitate a livello intimistico-esistenziale, mi permetto di muovere un’obiezione. Penso che il percorso da intraprendere non sia di tipo psicologico-introspettivo (un aspetto indubbiamente fondamentale, che va forse indagato e approfondito in altra sede, magari in un colloquio privato all’interno di uno studio specialistico) bensì un’analisi storico-sociologica come quella suggerita da Michele Fumagallo e da Rita, ancorchè in forme, modi e stili differenti.
Occorre investigare e comprendere le cause storiche reali di una sorta di mutilazione delle coscienze e delle esistenze (individuali e collettive) che impedisce ed ostacola un’effettiva ripresa socio-economica, civile e culturale delle nostre comunità.
Ho la sensazione che il processo di ricostruzione si sia realizzato in parte solo dal punto di vista abitativo, ma non sotto il profilo economico-produttivo e socio-culturale.
Intendo dire che dopo quasi 30 anni gli ingenti sforzi finanziari hanno consentito e sostenuto una lenta ricostruzione del tessuto urbanistico, in molti casi con scelte architettoniche quanto meno infelici, ma non ha favorito un autentico rilancio sul piano civile, morale e spirituale delle aree terremotate. La rinascita non si è ancora verificata.
Probabilmente, ognuno di noi ha cercato di assorbire e rielaborare il lutto, individuale e collettivo, causato dal sisma del 1980. Un evento tragico e traumatico che ha lacerato profondamente l’esistenza di intere generazioni, producendo una ferita sociale che ancora non si è rimarginata completamente, determinando una rottura col passato, una frattura storica che a fatica è stata superata. Tant’è vero che le popolazioni locali di cui parlava Rita in un suo commento, quelle piccole comunità a misura d’uomo rase totalmente al suolo e cancellate dalle mappe geografiche, si sono risollevate a stento solo dopo lunghi decenni, e ancora non sono risorte, anzi sembrano avviate ad una lenta, inesorabile estinzione di ordine demografico, sociale e culturale.
E’ infatti innegabile che nelle nostre zone sia in atto un vasto fenomeno di emorragia di risorse e di energie vitali, umane e morali, causato da un nuovo flusso di emigrazione giovanile e intellettuale, una fuga massiccia di corpi e di cervelli che sta letteralmente dissanguando i paesini irpini e lucani, già duramente provati dall’esperienza sismica e da un’infelice e disastrosa gestione politica della lunga fase post-sismica della ricostruzione, che in pratica è rimasta incompiuta. Centinaia di giovani altamente scolarizzati (in gran parte laureati), brillanti e intelligenti, sono costretti ad emigrare per trovare una propria realizzazione in campo professionale, esistenziale e sociale.
Questa situazione costituisce una vera e propria dissoluzione di ricchezze, molto più grave e drammatica della chiusura e del fallimento di intere aree industriali.
Insomma, il discorso parrebbe assai lungo e complesso, ma credo che questa sia la strada da percorrere per comprendere in quale stato di crisi versano le nostre comunità, se vogliamo immaginare e progettare di recuperarle in avvenire.
zapatista
1 Luglio 2008 alle 11:46 am
Ciao a tutti, mi permetto di segnalare un post che ho appena scritto su Catanzaro, un’altra citta’ fortemente colpita nella sua storia dai terremoti.
http://janejacobs.wordpress.com/2008/07/01/linarrestabile-declino-di-catanzaro/
janejacobs
1 Luglio 2008 alle 1:00 pm
sarà un mio limite, anzi, sicuramente lo è, ma non riesco, quando si parla di certi argomenti, a scindere tra l’elaborazione personale di un evento e la visione, concreta, fattiva, pratica, delle conseguenze che quell’evento ha avuto.
mi trovo in sintonia con quasi tutti i commenti che leggo, perché, in ognuno di essi, ci vedo un pezzo, un frammento del nostro, personale e, poi, forse, collettivo, modo di aver elaborato, se elaborazione c’è davvero stata, il terremoto dell’80.
in definitiva mi chiedo, e chiedo a voi: siamo davvero sicuri che le conseguenze, i disastri, gli scempi, le emorragie non siano stati l’effetto di ciò che,dentro, abbiamo vissuto?
ho visto, come tutti voi, decine di inutili commemorazioni del 23 novembre,non ne posso più di questo genere di conservazione della memoria.
ben vengano, almeno per come la vedo io, TUTTI i dibattiti e tutti i punti di vista, convergenti, opposti, disincantati, evocativi.
però, per favore, che se ne parli, che se ne inizi a parlare davvero, senza paletti, senza corsie obbligate.
sono d’accordo con teresa quando dice che bisogna “fare” il terremoto.
sono più che d’accordo con michele, con zapatista, con rita, nelle loro letture “in avanti”, sul da farsi, su “quellochec’èdafare”
ma concediamoci anche il tempo del “noi”, riconosciamoci, senza piangerci addosso e, se vi va’, continuiamo a parlare.
e questo era anche il senso del mio invito per Mephitis.
elda
@janejacobs
grazie per la segnalazione, mi fiondo sul tuo post.
eldarin
1 Luglio 2008 alle 1:20 pm
FARE Il TERREMOTO il 1/07/08
Fare il terremoto
con parole alate di silenzio,
bocca cucita a trattenere
miasmi e sangue.
Urla rauche dalla terra,
ossessioni di pensieri rigurgitanti,
lave franate del troppo dire.
Fare il terremoto.
E fermarsi.
E accorgersi dell’ effetto.
Teresa C.
HERA-Klescampania
1 Luglio 2008 alle 10:58 pm
@ zapatista
grazie per i complimenti!
A mio modo di intendere, però, la tua valutazione mi sembra un pò riduttiva e semplificata circa la ‘deviazione professionale’
@ elda
prima o poi ci andremo da Mephitis!
@ teresa
grazie per il tuo ’scritto’….
a.
aimbriano
2 Luglio 2008 alle 8:29 am