vito solazzo
IL BOOM
Appendice ai CANI E L’OSSO
Laddove le schiene sono rimaste sempre basse, laddove le ginocchia, da sempre, sono state compresse dal caldo e dal freddo, laddove con un occhio, con una mano e con la mente si contavano i granelli della terra e con l’altro occhio, l’altra mano ed il cuore si guardava speranzosi il cielo, le uniche armi conosciute erano le zappe e le falci, le accette ed i coltelli.
Sconosciute le armi da fuoco!!
Eppure, anche lì, la storia ha presentato qualche novità.
Qualcuno è arrivato ed ha sparato tre colpi: liberté – fraternité – égalité!
L’altro ha risposto con due: viva il Re – viva la Madonna!
Qualche brigante ne ha sparato uno solo: la disperazione!
L’ultimo ha puntato il cannone e “Bum” è saltata la parte alta della torre!
Tutti fuochi di paglia, passeggeri ed insignificanti.
Puntuali riprendevano vita le armi della sopravvivenza, puntuali luccicavano le zappe dalle basse schiene e le falci brillavano dalle compresse ginocchia. Tutto ciò fino agli anni ‘60, fino al BOOM economico.
In quegli anni, cani napoletani, salernitani, foggiani, avellinesi, persino qualche romano, per fine Agosto e tutto Settembre scorazzavano all’impazzata su quell’Alto OSSO, istintivamente prescelto dal passaggio delle quaglie che, proprio lì, per la purezza dell’aria, la quiete del luogo, la prateria alta, la coltura a grano o a granturco, nidificavano da secoli, moltiplicandosi secondo natura.
Per le sue ottime carni, annusate, guaite, abbaiate, cacciate, mirate ed uccise, cadevano impotenti all’avanzare dell’esercito che, in quel tempo di BOOM economico, sempre più numeroso, aveva deciso l’occupazione del territorio e l’eliminazione della specie.
Non c’era scampo!!
Le stoppie gialle del grano, da poco mietuto, riflettevano le sagome lunghe, scure, minacciose e micidiali dei cani da penna, degli assetati cacciatori e dei moderni fucili che con i loro bum bum fragorosi riempivano l’aria e solo raramente sbagliavano la mira.
E volavano allora via le quaglie tra i filari dell’alto granturco, tra le intricate piante di ceci e cecerchie, tra fagioli e zucche, tra l’aglio, cipolle e pomodori, lì sarebbero state al sicuro.
Ma anche lì brillavano le armi!
Povere quaglie e poveri contadini!
Come per tutti gli eserciti non c’era pietà né per il granturco né per le quaglie!
Impallinate ed ancora calde, insertate come cipolle, venivano discretamente esposte alla cintura del cacciatore, comunque in bella vista, quale mirabile trofeo dell’abilità del cane e dell’infallibile mira del cacciatore.
In piazza, tra saluti, lodi, commenti, racconti avventurosi si pavoneggiavano i cani impettiti, nella breve passeggiata prima di cena: sembrava una festa!
La festa vera, però, si consumava da Zi Nicolina e al Grillo d’oro.
Era lì che i cani ricevevano il meritato osso, la dolce ninna nanna e la delicata carezza di Zi Luigi.
Dopo alcuni giorni, calavano i latrati dei cani ed il tratturo “interdetto” accoglieva i tanti epiteti, qualche dolorosa bestemmia e l’infinita pazienza per le immancabili piccole razzia e gli inevitabili calpestii di quei cani forestieri.
Altri forestieri, giovani stranieri, comunque a schiena bassa a far brillare le armi della sopravvivenza in quel tempo di BOOM, erano sottoterra in Belgio, nei vigneti in Francia, nell’edilizia in Germania, sulle strade e sulle ferrovie in Svizzera.
Oggi, la loro vecchia voce, silenziosa, si confonde con il vorticare delle pale eoliche, è portata via dai prossimi nembi puzzolenti o è liquefatta dai rifiuti inquinanti e penetranti, proprio lì su quell’Alto OSSO, dove la quaglia è sparita insieme al grillo che cantava la ninna nanna.
IN BALIA DEI VENTI
ovvero
BENTORNATA TRAMONTANA
“Madonna mia, è ridotto pelle ed ossa, mi sembra San Gerardo!!!”.
Magrissimo, smunto, occhi incavati, naso appuntito, colore gialliccio, fa impressione a guardarlo mentre avanza, con andatura lenta e dinoccolata, lì, sul lastricato della piazza antistante la Chiesa.
La mente impegnata nei ricordi dell’infanzia, meticolosi e puntuali, dove segni, colori e perfino odori si presentano nitidi e precisissimi.
L’orecchio pronto a cogliere qualche voce amica ed il naso sottile all’insù per catturare quanta più aria nativa possibile.
È lì proprio per l’aria!!
Si ferma. Pause più o meno lunghe come il suo respiro; gli fa bene l’aria ma che fatica!!Con il respiro corto dello smog della città, non è più abituato all’aria pura!!!
Sarà così per due o tre giorni, poi, di mattina presto al Monte o alla Toppa e lì: aria fine e salutare! La pertosse si curava!
E intanto: la loggetta, la torre, lo scalino,…ricordi, pensieri, riflessioni, suggestioni e “beata gioventù”?!?!
Ma adesso……”Ah! Che bell’aria!…………Aria…, aria bella!”
E…………!?………?!?!
Si sta alzando il vento fastidioso, diventa sempre più forte, lo riconosce bene è quello del Sud, viene da Andretta, spesso tempestoso, un po’ caldiccio, qualche tegola caduta, ma…., ma……questa puzza?!?!……….Aumenta sempre di più, è penetrante.
Colpite, le narici si dilatano, si stringono, si allungano, si ritirano, si torcono, si riallungano e si contorcono!!!
No, no, non è possibile! Il vento si fa sempre più fetido, nauseabondo, disgustoso, ripugnante, stomachevole!!
E l’aria nativa???
Anche le orecchie si attivano, colgono un fruscio lontano; ecco si avvicina. È un sibilo, è vicinissimo. Un vortice fende l’aria, gira rapidissimo, ondeggia, si queta, riprende furioso, rumoreggia pauroso e roteante. L’occhio vede allora una, due, cento, mille pale ululanti che rimestano vertiginosamente l’aria mefitica della discarica puzzolente.
Le gambe ed i piedi si allungano, corrono, scappano per sottrarsi a quel vento malefico, veloci verso la Valle. Lì, ci si riparava dal vento forte, forse lì la puzza sarà meno invasiva.
Corre veloce, più veloce del vento veloce!
Ma……la Valle che fine ha fatto??
È quasi sparita!!
“Al Convento, al Convento” lo esortano i suoi sensi.
Egli corre, corre veloce, più veloce, rapido, rapidissimo, si sente leggero, leggerissimo, quasi senza peso e…ma…aiuto…aiuto…che succede?!
È avvolto, avviluppato ed alzato, impaurito, portato via dal vento fetido, arrotolato su se stesso con la testa all’ingiù e poi, come un turbine a spirale, sospeso e rimesso con la testa all’insù e vola…vola ancora più in alto sui vecchi e diroccati tetti.
È catturato dalla corrente calda, fastidiosa ed intollerabile che sale, sale in alto, ancora più in alto, molto più in alto!
Il paese, visto da lì, sembra un piatto slabbrato, sbeccato in più punti, rotto sugli orli, ferito e lacerato. Ma lui è in alto, ancora più in alto!!!
Ed il paese gli sembra ora un tappeto sfilacciato, disgregato e logoro, dal quale pendono fili rovinati; tessuto grigio circondato e costellato da pale rotanti e da nembi mefitici.
Ma…aiuto…aiuto…fatemi scendere!!
L’aria calda si esaurisce, comincia la discesa…”Aiuto sto precipitando! No, mi reggo, si calma un po’, no no, ecco il tiglio del Convento, eccolo là: potente e possente fino a qualche anno fa, ora…il ramo del tronco più alto però è ancora forte, forse con uno sforzo, un po’ di fortuna…ecco, un po’ più vicino…e meno male, atterraggio!!!!!”
Le mani hanno colto il momento opportuno, hanno ormai afferrato il ramo più alto, lo stringono con tutta la forza. Soffia fortissimo il vento, come se volesse nuovamente portarselo via per l’aria; ma lui, anche se è quasi senza peso, non molla la presa; è teso come una bandiera tesa, sferzato, ondeggia, garrisce o asseconda il vento fresco che punzecchia il suo corpo.
È un tutt’uno con l’albero secolare, ormai ne fa parte, è l’ultimo ramo di una radice antica.
È sempre teso a bandiera e come la bandierina o il galletto dell’anemometro sensibilissimo è esposto al vento, ma non più in sua balia. Anzi, “Che succede? Ho cambiato direzione, girato di 180° e il vento fresco mi colpisce il viso”.
Qualche voce riprende la sua strada, il cigolio delle finestre spalancate e il suo naso ritorna all’insù, cattura adesso un’aria quasi piacevole, frizzante, un po’ pungente e viva.
È TRAMONTANA. Bentornata.
P.s. Sicuramente lui sarà sceso dal tiglio salvatore mentre io gironzolo ancora un po’ vicino la cappa del camino.
