vento forte tra lacedonia e candela
sabato cinque luglio esce in tutte le librerie italiane il mio ultimo lavoro paesologico: vento forte tra lacedonia e candela (laterza editore). metto qui il pezzo introduttivo.
a partire da metà luglio farò un giro di presentazioni, prevalentemente in Irpinia. Chi è interessato a una presentazione nel proprio paese può contattarmi tramite la mail in fondo al libro o a questi numeri: 0827 89259 – 388 7622101 – saluti cari – armin
I paesi della bandiera bianca
Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C’è chi assegna
la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione
ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare
la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i
paesi della resa, quelli sulla soglia dell’estinzione.
Ce ne sono tanti e sono i meno visitati. Non hanno il museo della civiltà
contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici,
non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto, non
hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per
qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l’assenza di chi se n’è
andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure
stranezze particolari: gli abitanti non sono tutti parenti tra
di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa
degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa
cantante o a un politico o a un calciatore. Non hanno neppure
particolari arretratezze, hanno l’acqua calda in tutte le
case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che
mangiare e un tetto dove dormire.
In questi paesi della bandiera bianca ci sono i lampioni, ci
sono i marciapiedi, c’è sicuramente almeno un bar e un piccolo
negozio di alimentari, c’è un sindaco e una piazza, c’è
qualche bambino, ci sono molti anziani, ci sono case nuove e
case un po’ più vecchie.
I paesi della bandiera bianca sono quelli che vengono visitati
solo quando succede qualche disgrazia: il terremoto da
questo punto di vista è la disgrazia ideale. Per il resto dell’anno,
questi paesi che non hanno il mare e non hanno la
montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che
non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi
o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al
paesaggio.
La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi,
senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio
e della pace. Nei paesi da bandiera bianca non è che si
trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il
cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe.
Si trova il mondo com’è adesso, sfinito e senza senso, con
l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere
mascherata da altro.
La bandiera bianca non è la bandiera della desolazione
contrapposta a quella del divertimento. Non è quella della
bruttezza contrapposta a quella della bellezza. Non è quella
dell’abbandono contrapposta a quella dell’
«indaffaramento». La bandiera bianca ci dice attraverso un
luogo qualunque che l’ebbrezza di stare al mondo è svanita e
che lavoriamo ogni giorno per portare in noi l’arca di Noè e
ci ritroviamo con un pugno di mosche.
*
Almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato. Soffre
di desolazione.
Non è una malattia antica, è una malattia nuovissima. Per
secoli questi paesi sono stati molto poveri. La gente faceva fatiche
terribili senza alcuna garanzia. Era una vita disgraziata,
ma si svolgeva in un luogo che aveva una sua vita. Insomma,
ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago.
Adesso le persone pare che stiano in un secchio rotto. Si
vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sa come
mantenere la poca acqua che resta.
Il problema riguarda tutta la penisola. Può essere l’Irpinia,
la Calabria, l’interno del Salento, il Molise, la Sardegna, il Friuli
o il Piemonte alpino, la sensazione non cambia di molto: si
va dal padiglione di geriatria al manicomio all’aria aperta. Chi
ci passa d’estate o la domenica per qualche ora è chiaro che ha
un’altra idea, ha l’idea del paese come villaggio turistico. Il fregio
del silenzio, del buon cibo e dell’aria buona, nasconde lo
sfregio di un’inerzia acida, di un tempo vissuto senza letizia.
Uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno
vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che va a fare
la spesa, un cane disteso al sole, guarda le porte chiuse, guarda
la propria macchina e capisce che lo strumento per la fuga
è a portata di mano, che non è proprio il caso di fermarsi a passare
la notte in un posto del genere. Ci si rimette in moto e per
quanto ci si possa essere allontanati dalle vie comode, dagli
ipermercati e dai capannoni, basta digerire una mezz’oretta di
curve e si torna nel mondo gremito, nel mondo che si muove.
Nel paese restano i malati. Ma non pensate solo al pensionato
ottantenne, alla vedova, al giovane disoccupato, pensate
anche al geometra comunale, al prete, al farmacista, al sindaco.
Non si salva nessuno, tutti malati. Può essere depressione,
può essere inquietudine, può essere la smania velleita-
ria di chi sente di partire dal nulla e di non poter arrivare da
nessuna parte, può essere chissà cosa, il risultato è sempre un
individuo prostrato dalla desolazione del luogo in cui abita.
È una malattia che si trasmette per contatto con l’aria, e l’aria
che c’è in un paese non è solo la cosa che si respira, è la
faccia delle persone, sono i manifesti a lutto, sono le case, le
macchine parcheggiate. Il problema è che non c’è un nome
per questa malattia e le cose fino a quando non hanno un nome
è come se non esistessero.
La paesologia è proprio la disciplina che cerca di dare un
nome a questa malattia. Ogni volta che vado in un paese mi
accorgo che la paesologia è una disciplina con molto avvenire,
proprio perché i paesi di avvenire ne hanno poco. Col progredire
della malattia sarà sempre più chiaro quanto sia doloroso
vivere in un paese di cinquecento abitanti. Doloroso intendo
per le persone come sono adesso. Simone (il protagonista del
film di Buñuel) che predicava nel deserto o san Francesco
magari starebbero benissimo. Perché cinquecento umani che
vivono in uno stesso spazio se la passano così male? Azzardo
una risposta semplice: perché non riescono a inventarsi niente.
Si salutano, fanno la spesa, fanno la partita a carte, guardano
la televisione, vanno a votare, si ammalano, muoiono. Ecco,
nessuna di queste attività sembra capace di cambiare il passo
del luogo.
In città la faccenda è diversa perché c’è la giostra del consumare
e produrre. Il problema nelle città si pone quando i
negozi sono chiusi e non è un caso che in quel tempo molti
preferiscono andare fuori. Voglio dire che è malata anche l’umanità
che risiede nella città, ma curiosamente lì il numero
invece di accentuare la malattia la attenua. Un milione di persone
possono darci un’idea falsa della loro vita. Per cinquecento
persone l’impresa è più difficile. Un paese è un luogo
in cui non si può barare. La vita è scaduta ovunque, ma nel
paese la data di scadenza è ben visibile, come se per comporla
bastasse mettere in fila dieci facce. Nella città c’è un brodo di
segnali, c’è un caos che mantiene in vita anche ciò che è scaduto.
Insomma, il tempo dei paesi è un tempo ultimo, quello
delle città è un tempo penultimo. Forse per questo chi ha
qualche venatura necrofila trova una certa soddisfazione nella
vita paesana. E i primi a trovarla sono proprio i paesani. Il
paese è sopportato meglio da chi ha cura di non lasciarlo mai.
Un veleno respirato con costanza, il veleno della desolazione,
alla fine è meno pericoloso di un veleno respirato a fasi alterne.
Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo
nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno
un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di
assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo
natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente.
La prigione che è il paese fa sentire il suo peso proprio
nel momento in cui si torna dall’evasione.
In realtà il mondo in cui viviamo è perfettamente simile a
quella cosa un po’ opprimente che è un posto di cinquecento
abitanti. La società globale è la società della ruralità di massa.
Niente piazza, niente vita comunitaria, ognuno è un pastore
che pascola le sue pecore morte. Veramente non c’è
scampo. Poi uno può decidere di non pensarci, può capitare
che ci si diverta passeggiando in riva al mare o facendo l’amore
in una stanza d’albergo, può essere che si stia bene su
una panchina del proprio paese, tutto può essere, ma siamo
nel campo delle deroghe, delle eccezioni. La regola, la legge
che si profila sembra seguire la curva delirante della mia disciplina:
paesologia, tanatologia, teratologia. Detto altrimenti:
il mondo è un paese, il paese è morto, dunque il mondo è
un inferno abitato da mostri.
Caro Franco,
già pregusto il tuo libro. Come sai, io non sono un paesologo; anzi, essendo affascinato dalla civiltà “metropolitana” (non dalle sue gravi degenerazioni, ma se ne parlerà un’altra volta) dovrei sbuffare contro queste “tiritere” (mille di queste “tiritere”, non ti preoccupare!) paesane. Invece non solo non sbuffo ma ne sono contento.
Intanto, per la scrittura, sempre molto forte: sono convinto che questo libro è altrettanto letterariamente (letterariamente significa politicamente) forte come gli altri che lo hanno preceduto. Poi per la capacità, sempre, di produrre “dibattito”: parlo di quello vero, non degli infiniti e inutili chiacchiericci che ci sono in giro.
Buon viaggio, quindi, nei paesi. Dove non c’è la morte ma le persone, che hanno ovunque un identico valore. E dove può aprirsi un futuro nuovo. Direi “ovviamente”, perchè i paesi sono come i poveri. Magari derelitti, depressi, ma gli unici ad avere (o poter avere), dentro di sè, la forza per inventare un “nuovo progresso”.
Con affetto
Michele Fumagallo
michele fumagallo
3 Luglio 2008 alle 11:10 am
caro michele
domani parto per il friuli. sarò in un luogo che è molto lontano, ma anche molto vicino al nostro.
metto qui il programma.
al mio ritorno vorrei presentare il libro alla comunità prima del tour nei paesi. ci tengo molto al sostegno tuo e degli altri: non sono uno che può fare a meno dell’incoraggiamento altrui.
Stazione di topolò
CALENDARIO
SABATO 5
verso le cinque della sera
apertura
e incontro con gli artisti
Time 17.58
Juljova hiša
aperitivo con l’Ambasciatore d’Olanda Jan van der Ploeg
Grip n° 242_243_244_245
inaugurazione wall painting
prima del tramonto
Introduzione alla Paesologia
con Franco Arminio
a cura dell’Istituto di Topologia di Topolò_Zavod za Topologijo iz Topolovega
dopo il tramonto
La Battaglia del Potok
dagli archivi di Kassel una pagina inedita della Topolò medievale
di Corrado Della Libera
con Claudio Moretti, Paolo Mattotti, Paolo Sacco
a seguire
concerto d’apertura de
Les Tambours de Topolò
DOMENICA 6
Senjam, festa tradizionale del paese
nel primo pomeriggio
musica tradizionale
nel tardo pomeriggio,
Juljova hiša
Dalla Benecia all’Istria attraverso paesaggi di confine
Viaggio da Topolò ad Abitanti
Potovanje iz Topolove v Abitante
di Gianfilippo Pedote e Leonardo Gervasi, Piero Zanini e Renato Rinaldi, Hanna Preuss, Roberto Aita, Alba Zanini
pod latnjakom
Riflessioni sulla Paesologia
di Franco Arminio
all’imbrunire
Clandestinità
Incontro con il regista Jan Cvitkovic
a seguire
Mala apokalipsa
un film di Alvaro Petricig
la storia e il presente di Cisgne
LUNEDì 7
al tramonto,
Juljova hiša
Gregoriano e altre linee
concerto per contrabbasso solo
di Giovanni Maier
fino a notte fonda
Divagazioni sulla Paesologia
di Franco Arminio
DA MERCOLEDì A DOMENICA
Empty houses
Cantiere di danza contemporanea per bambine_i
con Barbara Kanc
MERCOLEDì 9
all’imbrunire
Lo zio Sem e il sogno bosniaco
un documentario di Chiara Brambilla
dopo
Lo vedi questo?
una video promessa di Pif e una testimonianza
GIOVEDì 10
al tramonto
Juljova hiša
Live cuckoo session+mosquitoes interactions
improvvisazione acustico visuale
di Cian e Cosimo
a seguire, sempre lì
Da tre posizioni
fotografie di Roberto Aita, Patrizio Esposito, Martino Nicoletti
incontro con gli autori
DA GIOVEDì A SABATO
L’Ambasciata dei Cancellati
propone
Vedere l’occupazione
fotografie e video amatoriali dal Sahara Occidentale
a cura di Patrizio Esposito
e
Gaza city
video di Armin Linke
VENERDì 11
verso sera
Musica in cucina
dalle cucine del paese
concerto di Fabio Bonelli
Voci – Glasovi
incontro con il poeta
Giacomo Scotti
_Unplugged
BK-evolution in concerto
la nuova musica popolare della Benečija
per voci e strumenti
tTime 23.23
s c u l p t r i c e v. t[opolò]
una installazione strumento per scolpire lo spazio
di Sofia von Bustorff
DA VENERDì A DOMENICA
Il sogno di una cosa
Operai dall’Italia verso la Jugoslavia di Tito
audiodocumentario di Andrea Giuseppini
a cura de Il Narratore
SABATO E DOMENICA
per gli abitanti e gli ospiti della Stazione
Il dono dello shiatsu
Associazione Arti per la Salute di Trieste
SABATO 12
dal pomeriggio
Voci – Glasovi
Ritratti di penna
Immagini fatte di parole
donate da Luciano Paronetto
verso sera
dalle cucine del paese
Musica in cucina
concerto di Fabio Bonelli
verso le sei della sera
Progetto Koderjana
Appunti dalla Schiavonia
Zapiski iz Schiavonie
un libro scritto a Topolò e presentato
da Drago Jancar
dopo il tramonto
Thierry Toscan presenta
Il vento fa il suo giro – backstage
nella notte
Juljova hiša
Riabitare e risuonare
Ricerca musicale e improvvisazione come modi dell’abitare.
DOMENICA 13
alle dieci, caffè in piazza, poi
passeggiata verso il confine
lungo il sentiero Neiwiller
nel pomeriggio
Empty houses
esiti del cantiere di danza
con Barbara Kanc e i bambine_i della Postaja
verso le cinque della sera in Chiesa
Liške Deklice
concerto di musica sacra
Coro femminile di Lig – Slovenia
all’imbrunire
Passi nel silenzio
al tramonto del 10 Tammuz 5768 nei pressi dell’antico Cimitero ebraico.
di Davide Casali, Aulo Guagnini, Niccolò Steffanini
al cinema
Il passaggio della linea
un film diretto e presentato da Pietro Marcello
un viaggio notturno sui treni italiani
tTime 23.00
Ana Ligia Mastruzzo
Parole nel vento
opere
di Marta Lambertini, Rainer Bischof e Carla Magnan
per flauto, voce e strumenti
DA MERCOLEDI A SABATO
Meglio un Tambour domani…
Cantiere di percussioni da strada
diretto da Les Tambours de Topolò
MERCOLEDì 16
dal pomeriggio
Un metro quadro di Topolò
fotocatalogazione di ciò che sfugge
un’opera di Rocco Osgnach
all’imbrunire
Farcadice Diari di Viac: Canada
un documentario di Carlo DellaVedova e Luca Peresson
GIOVEDì 17
Unikum ( Universitätskulturzentrum) Klagenfurt
persenta
al tramonto
presentazione della guida
Die letzetn taeler _ Le ultime valli
24 escursioni attraverso paesaggi culturali
di G. Pilgram, W. Berger, W. Koroschitz, A. Pilgram-Ribitsch
a notte
concerto di
Extra3
Karen Asatrian, tastiere
Michael Erian, sax
Stefan Gfrerrer, basso
Emil Krištof, percussioni
trasgressioni musicali dall’Ararat alle Giulie
alla mezzanotte
Live duo
improvvisazione elettroacustica
di Renato Rinaldi e Stefano Pilia
DA GIOVEDì A SABATO
I limiti esistono. Inutile negarlo
un gioco per ridere seriamente
Cantiere per bambini di Giuditta Nelli
VENERDI 18
verso sera
Voci – Glasovi
incontro con i poeti
Stanka Hrastelj, Ivan Crico, Marina Moretti
dopo il tramonto
Postaja Topolove 2007
un documentario di Leonardo Gervasi
a seguire
Mappatura del panorama sonoro
dieci giorni di esplorazioni acustiche del territorio
concerto di Maxim Shentelev
DA VENERDì A DOMENICA
Storia di una donna che guarda al dissolversi del paesaggio
videopoesia di Antonella Bukovaz
musica di Theo Teardo, video Leonardo Gervasi
SABATO 19
dal pomeriggio
EU-foria
Videoconfessionale,
peccati di confine raccolti da
Anja Medved e Nadja Velušček
verso le cinque della sera
Cascata Stamorčak
Šumi, il silenzio del Bosco
per due contrabbassi, clarinetto contrabbasso e strumenti ad acqua.
con Tomaž Grom, Michele Spanghero e Ugo Boscain
dopo il tramonto
The Hospitality of Birds
un progetto di Teho Teardo
con le stelle in cielo
Suite in C
di Terry Riley
Topolovska Minimalna Orkestra
diretta da Antonio Della Marina e Michele Spanghero
DOMENICA 20
al risveglio,
Pochi si svegliano a quell’ora
presso una sorgente
un’opera di Sai Hua Kuan e Wang Ruobing
nel tardo pomeriggio
La vita non fa rumore
riflessioni in parole e musica
di Gian Luca Favetto
a seguire
My Favorite Topolò
concerto-performance
per saxofono, topolò sounds e live electronics
di Massimo Falascone
dopo il tramonto
presentazione in anteprima
della colonna sonora del
film “Il Divo” di Paolo Sorrentino.
Prima esecuzione assoluta
musica di Teho Teardo
Teho Teardo – chitarra, electronics
Martina Bertoni – violoncello
nei 15 giorni di Stazione, trasmissioni da Teletopolò
a cura di Leonardo Gervasi
In caso di maltempo gli eventi si svolgeranno al coperto presso casa Juliova.
Eventuali variazioni segnalate sul sito
http://www.stazioneditopolo.it
coordinamento: Donatella Ruttar, Moreno Miorelli
Voci-Glasovi, a cura di Michele Obit
info; 334 9752517; 338 8764776; 0432 731818
motrenok@alice.it
stazionetopolo@libero.it
armin
3 Luglio 2008 alle 11:35 am
ciao franco, ti pregherei di segnalare via via i luoghi irpini dove presenterai il libro, che io in grossa parte ho già letto dagli inserti domenicali del corriere, e ne ho un ricordo prodigioso
sergiogioia
3 Luglio 2008 alle 11:59 am
e il tuo impegno pro formicoso…? hai letto che propone De luca!
leave a reply
3 Luglio 2008 alle 12:54 pm
sono rimasto cinque mesi incollato in irpinia per fare la guardia al formicoso.
non mi paga nessuno, ovviamente.
sono a conoscenza delle proposte di de luca e di tutto il resto, ma non si può sempre scrivere su questo argomento, si rischia di stancare.
armin
armin
3 Luglio 2008 alle 1:10 pm
caro sergio
qui troverai tutte le informazioni. non credo che sia un uso personale del blog. e poi un libro non è il pd….
armin
3 Luglio 2008 alle 1:11 pm
franco,
dacci il calendario delle tue presentazioni in Irpinia.
buon viaggio
elda
eldarin
3 Luglio 2008 alle 9:52 pm
…scappo…. me lo vado a comprare ……appena ci vediamo però voglio la dedica …..uacc uaa nanosecondo
p.s.
Spero di poter dare un piccolo contrimbuto per un futuro di gioia e serenità, a questi paesi “bellissimi & tristi”, in Compagnia di tanti Clown Dottori.
Il 10 luglio c.a. sarò ad Avellino nell’ambientato dell’iniziative di CASTELLARTE.
L’incontro si terrà nella Sala Convegni della Camera di Commercio di Avellino (ingresso libero da P.zza Duomo) alle ore 18,00 sul tema “Clownterapia. Il sorriso che guarisce”.
info : http://www.castellarte.org
Sabato 12 e Domenica 13 luglio (con inizio ore 9,30 del sabato…purtateve a pizza e maccaruna e na butteglie e vin se no ce bievv l’acqua!?)) presso la sede della Protezione Civile di Flumeri (AV), il Comitato Promotore RADUNO NAZIONALE CLOWN DOTTORI di Flumeri costituitosi il 7 a Flumeri…….raduno che si intende organizzare per luglio 2009….ha organizzato un primo incontro per avviare il percorso di preparazione dell’evento stesso…..con questo incontro, sul tema:
“Nanosecondo Jones e Zi’pippinella O’Conners alla ricerca del (tuo) Clown perduto…”
info: http://radunonazionaleclowndottori.blogspot.com/
Vi aspettiamo..
uacc uaa
nanosecondo
Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni
4 Luglio 2008 alle 10:22 am
carissimo franco
finalmente esce il tuo lavoro. s’era tanto atteso.
ho letto con interesse l’introduzione proposta sul blog.
mi piace, ci descrive bene, molto bene.
il tema della depressione dei paesi e dello svuotamento di fabbricati e persone
come un presepe che si sta scomponendo passato natale
lo avvertiamo tutti. adelelmo di recente ha scritto qualcosa su questo blog.
a te il successo della descrizione, a te il merito d’verci presentati,
e di esserti presentato, come un prodotto di questa terra, di questa realtà che non solo
subisce le cose, ma le legge, le interpreta, le propone e vitalizza, anche letterariamente.
alfonso
4 Luglio 2008 alle 10:45 am
In un piccolo paese una mattina muoiono tutte le galline.
Gli abitanti del villaggio si recano tutti dal saggio del paese e gli chiedono “Che pasa?” cosa succede.
Il saggio risponde “non lo so, ma e’ bueno”
Il giorno dopo trovano tutti i cani paralizzati e di nuovo si rivolgono al saggio che da’ la stessa risposta: “Non lo so che succede, ma e’ bueno”
Il terzo giorno scompare il fuoco da tutti i camini.
Gli abitanti, disperati, vanno tutti nuovamente dal saggio e quando sentono la stessa risposta lo considerano pazzo e fanno per andarsene.
In quel momento si sente un grande scalpiccio di zoccoli di cavalli proveniente dalla collina, gli abitanti si nascondono e vedono arrivare i banditi.
Il capo dei banditi guarda il villaggio e dice:
“Non ci sono galline ne’ cani razzolare nell’aia, non esce fumo dai comignoli, non c’e’ nessuno, questo villaggio e’ disabitato Vamos, andiamocene via…….”
E’ bueno…………
di Alejandro Jodoroswky, artista cileno, direttore artistico, appassionato di tarocchi e psicomagia.
Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni
4 Luglio 2008 alle 11:30 am
PEPPE RE PE PE PE!!!!!
…E Per guarire da tutte le tristezze è iniziato un viaggio tra i paesi dell’Irpinia ai confini con la realtà……..alla ricerca delle coccole perdute!
Un viaggio immaginifico di Nanosecondo e di Zi’pippinella dove si sa sà quando si parte ma non si sa se si arriva………….anche sè è partito in “buona compagnia”.
Il 7 luglio dell’anno 2008 alla 16ora 30minuti e 45secondi a Flumeri (AV) nella sala della Protezione Civile intervenuta in forza per l’occasione della partenza dei due Clownstrani si è costituito il Comitato Promotore del:
1° RADUNO NAZIONALE CLOWN DOTTORE
a Flumeri (AV) per luglio 2009
info: http://radunonazionaleclowndottori.blogspot.com/
Nel frattempo il 12 e 13 luglio 2008, con partenza alle 9,30 di sabato 12 si pensa di tornare e finire il viaggio la domenica 13 alle 18,30 il Comitato RNCD si terra Semi-Laboratorio nella sede della locale associazione della Protezione Civile, dal titolo e sottotitolo:
“I Clown Nanosecondo “Jones” e Zi’pippinella “O’Connors” alla ricerca del (Tuo) Clown perduto….(sottotitolo)….prima che si perdono loro”
L’iniziativa è aperta a tutti gli indigeni del luogo ed extra comunitari umani da 6 anni a 95 anche di razza non pefettamente autoctona. Sono ammessi anche i cani di piccola e grande taglia purchè con i loro padroni a guinzaglio.
Ingresso Libero…non si paga all’uscita!
Per ulteriori info e dettagli organizzativi consultare la maginificissima presidentessa del Comitato promotore Naiza al secolo 8già comunitaria provvisoria) Angela 3493726463 o consultate il blog nel quale troverete anche l’indirizzo di posta elettronica, per vostri suggeriemnti e proposte di inziative future con l’obiettivo dell’organizzazione del raduno.
Uacc Uaa
Nanosecondo
Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni
4 Luglio 2008 alle 1:14 pm
[...] Di cosa si tratta? Di desolazione…”. E’ uscito il nuovo libro di Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza). Domani Franco sarà a Topolò insieme ad altri “viaggiatori” per parlare di [...]
Via col vento (forte) « Reinventing Irpinia
4 Luglio 2008 alle 1:18 pm
Cari comunitari,
Vi segnalo L’UNITA’ di oggi venerdì 4 luglio. A pagina 23 un brano del nuovo romanzo di Franco e un articolo/recensione di Andrea Di Consoli.
Fraterni saluti.
gianni marino
gianni marino
4 Luglio 2008 alle 5:17 pm
un grosso in bocca al lupo per il tuo libro che dimostra quanto tu ami queste terre
@alfonso
ho finito di leggere dal fondo dei ritratti
capoccia
4 Luglio 2008 alle 7:52 pm
Area di SERVZIO CALAGGIO: lunedì 24 novembre 1980 ore 17,30 ca; ultima sosta di un lungo viaggio in auto cominciato il mattino presto da Monza; certo che rispetto alle areee di servizio della pianura padana vi è una bella differenza: praticamente deserta, un addetto al distributore di benzina che, forse gestisce anche il piccolo bar!
Saccheggiato di tutto, non però come da tifosi ultras, il conto viene pagato!
I bagagliai delle due auto riescono, credo a contenere, quasi tutto ciò che nel bar è a disposizione: acqua minerale, biscotti, latte…..
Dobbiamo arrivare in fretta a Sant’Angelo dei Lombardi, arrivando da Foggia, poi Ascoli Satriano, poi Candela, usciremo dall’autostrada a Grottaminarda, il casello di Lacedonia l’abbiamo già passatol
Forse lì qualcuno ha sete, ha fame, ha bisogno del nostro arrivo……
aimbriano
5 Luglio 2008 alle 7:40 am
@ F.Arminio
Quando sei vivo e morto insieme,
completamente morto per te stesso,
quanto diventa magnifico
il più piccolo piacere!
da Bunan( 1602/76)
Un augurio per il tuo viaggio di vita, al di là delle parole.
Senza alcuna amicizia.
Teresa
HERA-Klescampania
5 Luglio 2008 alle 1:01 pm
Senza parole…
Complimenti e grazie per il suo impegno!
Sara
Sara
10 Luglio 2008 alle 10:05 pm
Mi era stato segnalato un sito “la poesia e lo spirito”, dove ho lasciato alcuni commenti. Sul lato sinistro del sito tra le opere proposte mi è saltata agli occhi “Vento forte tra Lacedonia e Candela” il titolo mi diceva tutto e ho letto tutto quello che c’era da leggere lasciando anche un commento. Una mia amica che conosce bene il legame che ho con le mie origini mi ha inviato l’indirizzo del sito comunità provvisoria; si, perché sono una conterranaea a qualche chilometro di distanza (Cologno Monzese-MI-). A testimonianza dell’amore che nutro per la mia terra, invio un mio scritto, che avevo realizzato per un giornalino scolastico. Ringrazio Franco Arminio e quanti hanno creato questo sito per avermi fatta sentire orgogliosa di appartenere a questi luoghi …
La vecchia scuola di montagna.
C’era una volta, non molto tempo fa, in un paesino di montagna una vecchia scuola. Per la verità non era una scuola vera e propria, quanto, piuttosto, un distaccamento della scuola più grande che si trovava nella piazza del paese. Questa specie di succursale era situata ad un dislivello di circa 150 metri dalla scuola principale. Dalla piazza, che era anche il punto più alto del paese, si accedeva ad essa tramite una vecchia scalinata di pietre ed una serie di discese minori. Questa si trovava nel rione Serra delle Nespole della contrada Pagliarelle, ubicata sul ballatoio di un grosso vano terreno, adibito dal proprietario, l’unico a possedere un torchio nella contrada, a cantina per torchiare l’uva in autunno. Le classi, due in tutto, erano miste: 1ª, 2ª e 3ª in una 4ª e 5ª nell’altra frequentate da una sessantina di bambini circa. E c’ero io, una bambina d’altri tempi: grembiulino nero e fiocco rosso, i capelli sempre corti ed una cartella con il manico con dentro il sussidiario, la matita, il quaderno a righe e quello a quadretti. Nella mia scuola i banchi erano costituiti da panche di legno lunghe,disposte in fila, come quelle delle chiese, solo senza schienale, legate ad un unico leggio,sempre di legno, dove noi assolvevamo i nostri compiti. Durante il primo biennio la mia presenza a scuola era una specie di presenza-assenza. In questa confusione di classi, ogni tanto venivo chiamata a leggere qualche consonante o parola scritta alla lavagna. Ricordo ancora la voce del maestro: – ”Leggi tu!” – “Chi, io?” – “Si, come si legge questa consonante?” – “B” – “ P non B. “P” come pecora. Ripeti, pecora.” – Ed io ripetevo:”Becora.” Non insisteva e passava oltre. Il resto del tempo lo trascorrevo indisturbata a trascrivere sul mio quaderno e ad ascoltare. Alla nostra piccola scuola, si erano affacciati diversi tipi di insegnanti: il primo di cui mi ricordi, un maestro fresco di studi, non era molto severo ed era riuscito subito ad accattivarsi le simpatie dei bambini. Seguì una maestra di città, una signora sempre elegante e raffinata, che mal sopportava quello sperduto rione di montagna: ricordo ancora quando una mattina recandosi a scuola ebbe a rifugiarsi correndo a casa di una sua alunna, mia vicina, perché uno dei montoni del gregge di un vecchio pastore del rione, aveva deciso di attaccarla; o quando, durante il freddo inverno arrivava a scuola in ritardo e spesso con la gonna fradicia perché la neve, che cadeva copiosa, se fresca, scivolava via, sotto il peso delle scarpe, sulle lisce pietre della vecchia scalinata e se ghiacciata, sfidava i ragazzini più arditi che gareggiavano con le loro slitte. In quelle mattine, era costretta ad asciugarsi, in sottoveste, al tenue calore del braciere, che il proprietario, nelle giornate d’inverno più rigide, metteva al centro della classe. Allora, qualche maschietto non ricordava più come tenere la penna in mano, che, inevitabilmente, finiva a terra sotto il banco, dove, purtroppo, doveva abbassarsi per riprenderla. Durante l’intervallo, che si svolgeva sul ballatoio antistante alle classi, noi consumavamo la nostra merenda a base di pane e companatico, il mio preferito era il formaggio. Dopo la merenda giocavamo alla “settimana” oppure a “regina reginella”. Prima di rientrare in classe, chi aveva necessità, poteva andare in “bagno”. La nostra scuola, almeno fino alla terza elementare, non aveva un bagno vero e proprio. In effetti, potevamo usufruire di un campo dietro le classi, dove un enorme pagliaio divideva l’angolo delle femmine da quello dei maschi. E, quando in terza hanno costruito un gabinetto esterno sul ballatoio era comunque necessario, a turno, andare a riempire il secchio con l’acqua al vicino fontanile pubblico. In terza elementare l’elegante signora di città aveva lasciato il posto ad un insegnante molto apprezzato dai genitori per il suo “rigore”. Tra questi, qualcuno più ossequioso di altri si era premurato di procurargli un sottile ramo di salice lisciato, che aveva una doppia funzione: serviva per indicare alla lavagna e all’occorrenza come strumento per verificare la conoscenza, da parte degli allievi, di verbi e tabelline. Io, nel frattempo ero diventata più visibile. Un medico, molto apprezzato, di un paese vicino, da cui mia nonna mi aveva portato con la corriera per la mia eccessiva magrezza, le aveva consigliato di fare attenzione alla mia postura: avevo un’incipiente scoliosi. Ed eccomi in prima fila, di fronte alla lavagna e vicino a Teresa. “Vediamo un po’ se oggi questa bacchetta riesce ad assaggiare le tue mani.” Mi ritrovai di fronte il maestro e con le mani protese appena superai indenne la verifica. Teresa, la mia vicina, conosceva bene la bacchetta del maestro. Lei era una “pratica”, la sua passione erano le faccende domestiche, si vantava spesso di aiutare la nonna nella cucina e nel fare il bucato. Quel giorno, stranamente, senza mostrare timore alcuno, aveva subito proteso le mani in avanti. Tuttavia, restava muta di fronte alle insistenti richieste del maestro. Nel momento in cui la bacchetta stava per abbassarsi sulle sue mani, queste furono più veloci e, cogliendolo di sorpresa, gliela strapparono di mano piegandola in due. Non ricordo di preciso se per sua spontanea volontà o se trascinata dall’insegnante, certo è che all’istante Teresa si ritrovò in ginocchio dietro la lavagna. Come aveva potuto “osare”! Da quel giorno Teresa non si era più permessa, anche perché credo che il maestro avesse avuto un colloquio privato con il nonno di costei, che ,sicuramente a modo suo, aveva subito chiarito alla nipote quali erano i suoi confini. Pelullo Donato, l’unico maestro di cui ricordi il nome, ha accompagnato il mio passaggio in quarta e in quinta. “Questa bambina ha delle buone capacità” aveva detto verso la fine della quinta a mio nonno “anche se ci sono ancora delle inflessioni dialettali nei suoi temi scritti”. L’italiano era la nostra seconda lingua, la nostra lingua madre era il dialetto, con esso comunicavamo tra di noi sia a casa che a scuola. “E’ un vero peccato” aveva aggiunto “ che debba trasferirsi in un paese straniero di cui non conosce neanche la lingua”. E come me, anno dopo anno, parecchi bambini lasciarono, per trasferirsi altrove, quell’ingrato paese di montagna. Di tanti che abitavano il rione solo qualche anziano, e qualcuno caparbiamente attaccato alle proprie radici, è rimasto a dar lustro a quelle antiche mura. Può capitare, nei periodi estivi e nelle festività, quando la contrada sembra tornare a nuova vita, che qualche vecchio bambino di una volta si trovi a passare davanti alla vecchia scuola. Pare allora udire riecheggiare sul ballatoio il suono dei passi, le risate e le voci dei bambini durante l’intervallo:” Regina, reginella quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?…”.
Rocchina Spellecchia
18 Luglio 2008 alle 4:09 pm
[...] al suo porto e vedere dal basso il grande bastimento, tutto dipinto da sgargianti colori, con la bandiera bianca che garrisce al vento. La scaletta e ripida e stretta, qualche volta addirittura si muove sotto i [...]
UN VIAGGIO IN MARE A CAIRANO « CAIRANO NEL CUORE - “un paese ci vuole”
13 Settembre 2008 alle 8:09 pm
[...] vorrei segnalare il brano “I paesi della bandiera bianca ” (cliccare qui), un pezzo di grande impatto sociale, lirico, politico sulla sorte di tanti paesi: in alcuni passi [...]
Una pagina sulla sorte dei paesi « Casalvecchio Siculo e dintorni
16 Settembre 2008 alle 12:55 pm
[...] cioè, di lasciare la grande vita, grandi città per andare a vivere in paesi piccoli come Cairano (quelli della bandiera bianca), oppure coloro che con ostinazione e tenacia difendono e continuano a abitare i centri minori, [...]
EROI « CAIRANO NEL CUORE - “un paese ci vuole”
3 Novembre 2008 alle 6:27 am