COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

vento forte tra lacedonia e candela

con 21 commenti

sabato cinque luglio esce in tutte le librerie italiane il mio ultimo lavoro paesologico: vento forte tra lacedonia e candela (laterza editore).  metto qui il pezzo introduttivo.

a partire da metà luglio farò un giro di presentazioni, prevalentemente in Irpinia. Chi è interessato a una presentazione nel proprio paese può contattarmi tramite la mail in fondo al libro o a questi numeri:  0827 89259 – 388 7622101 – saluti cari – armin

I paesi della bandiera bianca

Va di moda assegnare le bandiere ai luoghi. C’è chi assegna

la bandiera blu alle migliori località di mare e chi quella arancione

ai paesi più belli. La scuola di paesologia potrebbe assegnare

la bandiera bianca ai paesi più sperduti e affranti, i

paesi della resa, quelli sulla soglia dell’estinzione.

Ce ne sono tanti e sono i meno visitati. Non hanno il museo della civiltà

contadina, non hanno il negozio che vende i prodotti tipici,

non hanno la brochure che illustra le bellezze del posto, non

hanno il medico tutti i giorni e la farmacia è aperta solo per

qualche ora. Sono i paesi in cui si sente l’assenza di chi se n’è

andato e quella di chi non è mai venuto. Non hanno neppure

stranezze particolari: gli abitanti non sono tutti parenti tra

di loro, non fanno processioni coi serpenti, non fanno la festa

degli ammogliati, non hanno dato i natali a una famosa

cantante o a un politico o a un calciatore. Non hanno neppure

particolari arretratezze, hanno l’acqua calda in tutte le

case, hanno le macchine e il televisore, tutti hanno di che

mangiare e un tetto dove dormire.

In questi paesi della bandiera bianca ci sono i lampioni, ci

sono i marciapiedi, c’è sicuramente almeno un bar e un piccolo

negozio di alimentari, c’è un sindaco e una piazza, c’è

 

qualche bambino, ci sono molti anziani, ci sono case nuove e

case un po’ più vecchie.

I paesi della bandiera bianca sono quelli che vengono visitati

solo quando succede qualche disgrazia: il terremoto da

questo punto di vista è la disgrazia ideale. Per il resto dell’anno,

questi paesi che non hanno il mare e non hanno la

montagna, che non hanno le fabbriche e le discoteche, che

non hanno santi né delinquenti, stanno al loro posto, concavi

o convessi, allungati, acciambellati, frammentati, appesi al

paesaggio.

La bandiera bianca sta a significare che sono luoghi arresi,

senza additivi, senza mistificazioni, neppure quelle del silenzio

e della pace. Nei paesi da bandiera bianca non è che si

trova il pane più buono che altrove o l’artigiano che sa fare il

cesto come si faceva una volta o il calzolaio che ti fa le scarpe.

Si trova il mondo com’è adesso, sfinito e senza senso, con

l’unica differenza che questa condizione si mostra senza essere

mascherata da altro.

La bandiera bianca non è la bandiera della desolazione

contrapposta a quella del divertimento. Non è quella della

bruttezza contrapposta a quella della bellezza. Non è quella

dell’abbandono contrapposta a quella dell’

«indaffaramento». La bandiera bianca ci dice attraverso un

luogo qualunque che l’ebbrezza di stare al mondo è svanita e

che lavoriamo ogni giorno per portare in noi l’arca di Noè e

ci ritroviamo con un pugno di mosche.

 

*

 

 

 

Almeno un quarto dei paesi italiani è gravemente malato. Soffre

di desolazione.

Non è una malattia antica, è una malattia nuovissima. Per

secoli questi paesi sono stati molto poveri. La gente faceva fatiche

terribili senza alcuna garanzia. Era una vita disgraziata,

ma si svolgeva in un luogo che aveva una sua vita. Insomma,

ogni persona stava nel suo paese come un pesce dentro al lago.

Adesso le persone pare che stiano in un secchio rotto. Si

vive con poca acqua e con la sensazione che nessuno sa come

mantenere la poca acqua che resta.

Il problema riguarda tutta la penisola. Può essere l’Irpinia,

la Calabria, l’interno del Salento, il Molise, la Sardegna, il Friuli

o il Piemonte alpino, la sensazione non cambia di molto: si

va dal padiglione di geriatria al manicomio all’aria aperta. Chi

ci passa d’estate o la domenica per qualche ora è chiaro che ha

un’altra idea, ha l’idea del paese come villaggio turistico. Il fregio

del silenzio, del buon cibo e dell’aria buona, nasconde lo

sfregio di un’inerzia acida, di un tempo vissuto senza letizia.

Uno arriva e ferma la macchina in piazza. Guarda qualcuno

vicino al bar o sulle panchine. Guarda una vecchia che va a fare

la spesa, un cane disteso al sole, guarda le porte chiuse, guarda

la propria macchina e capisce che lo strumento per la fuga

è a portata di mano, che non è proprio il caso di fermarsi a passare

la notte in un posto del genere. Ci si rimette in moto e per

quanto ci si possa essere allontanati dalle vie comode, dagli

ipermercati e dai capannoni, basta digerire una mezz’oretta di

curve e si torna nel mondo gremito, nel mondo che si muove.

Nel paese restano i malati. Ma non pensate solo al pensionato

ottantenne, alla vedova, al giovane disoccupato, pensate

anche al geometra comunale, al prete, al farmacista, al sindaco.

Non si salva nessuno, tutti malati. Può essere depressione,

può essere inquietudine, può essere la smania velleita-

 

 

ria di chi sente di partire dal nulla e di non poter arrivare da

nessuna parte, può essere chissà cosa, il risultato è sempre un

individuo prostrato dalla desolazione del luogo in cui abita.

È una malattia che si trasmette per contatto con l’aria, e l’aria

che c’è in un paese non è solo la cosa che si respira, è la

faccia delle persone, sono i manifesti a lutto, sono le case, le

macchine parcheggiate. Il problema è che non c’è un nome

per questa malattia e le cose fino a quando non hanno un nome

è come se non esistessero.

La paesologia è proprio la disciplina che cerca di dare un

nome a questa malattia. Ogni volta che vado in un paese mi

accorgo che la paesologia è una disciplina con molto avvenire,

proprio perché i paesi di avvenire ne hanno poco. Col progredire

della malattia sarà sempre più chiaro quanto sia doloroso

vivere in un paese di cinquecento abitanti. Doloroso intendo

per le persone come sono adesso. Simone (il protagonista del

film di Buñuel) che predicava nel deserto o san Francesco

magari starebbero benissimo. Perché cinquecento umani che

vivono in uno stesso spazio se la passano così male? Azzardo

una risposta semplice: perché non riescono a inventarsi niente.

Si salutano, fanno la spesa, fanno la partita a carte, guardano

la televisione, vanno a votare, si ammalano, muoiono. Ecco,

nessuna di queste attività sembra capace di cambiare il passo

del luogo.

In città la faccenda è diversa perché c’è la giostra del consumare

e produrre. Il problema nelle città si pone quando i

negozi sono chiusi e non è un caso che in quel tempo molti

preferiscono andare fuori. Voglio dire che è malata anche l’umanità

che risiede nella città, ma curiosamente lì il numero

invece di accentuare la malattia la attenua. Un milione di persone

possono darci un’idea falsa della loro vita. Per cinquecento

persone l’impresa è più difficile. Un paese è un luogo

in cui non si può barare. La vita è scaduta ovunque, ma nel

paese la data di scadenza è ben visibile, come se per comporla

bastasse mettere in fila dieci facce. Nella città c’è un brodo di

segnali, c’è un caos che mantiene in vita anche ciò che è scaduto.

Insomma, il tempo dei paesi è un tempo ultimo, quello

delle città è un tempo penultimo. Forse per questo chi ha

qualche venatura necrofila trova una certa soddisfazione nella

vita paesana. E i primi a trovarla sono proprio i paesani. Il

paese è sopportato meglio da chi ha cura di non lasciarlo mai.

Un veleno respirato con costanza, il veleno della desolazione,

alla fine è meno pericoloso di un veleno respirato a fasi alterne.

Per questo i paesani che pensano di cavarsela introducendo

nella loro vita le uscite tipiche dei metropolitani fanno

un errore piuttosto grave: basta tornare dopo due giorni di

assenza, basta dormire una notte fuori ed ecco che il luogo

natio ti appare assai più mesto di come lo percepisci normalmente.

La prigione che è il paese fa sentire il suo peso proprio

nel momento in cui si torna dall’evasione.

In realtà il mondo in cui viviamo è perfettamente simile a

quella cosa un po’ opprimente che è un posto di cinquecento

abitanti. La società globale è la società della ruralità di massa.

Niente piazza, niente vita comunitaria, ognuno è un pastore

che pascola le sue pecore morte. Veramente non c’è

scampo. Poi uno può decidere di non pensarci, può capitare

che ci si diverta passeggiando in riva al mare o facendo l’amore

in una stanza d’albergo, può essere che si stia bene su

una panchina del proprio paese, tutto può essere, ma siamo

nel campo delle deroghe, delle eccezioni. La regola, la legge

che si profila sembra seguire la curva delirante della mia disciplina:

paesologia, tanatologia, teratologia. Detto altrimenti:

il mondo è un paese, il paese è morto, dunque il mondo è

un inferno abitato da mostri.

 

 

 

 

 

Written by comunitaprovvisoria

3 Luglio 2008 a 9:48 am

Pubblicato in a Franco Arminio

21 Risposte

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  1. Caro Franco,

    già pregusto il tuo libro. Come sai, io non sono un paesologo; anzi, essendo affascinato dalla civiltà “metropolitana” (non dalle sue gravi degenerazioni, ma se ne parlerà un’altra volta) dovrei sbuffare contro queste “tiritere” (mille di queste “tiritere”, non ti preoccupare!) paesane. Invece non solo non sbuffo ma ne sono contento.
    Intanto, per la scrittura, sempre molto forte: sono convinto che questo libro è altrettanto letterariamente (letterariamente significa politicamente) forte come gli altri che lo hanno preceduto. Poi per la capacità, sempre, di produrre “dibattito”: parlo di quello vero, non degli infiniti e inutili chiacchiericci che ci sono in giro.

    Buon viaggio, quindi, nei paesi. Dove non c’è la morte ma le persone, che hanno ovunque un identico valore. E dove può aprirsi un futuro nuovo. Direi “ovviamente”, perchè i paesi sono come i poveri. Magari derelitti, depressi, ma gli unici ad avere (o poter avere), dentro di sè, la forza per inventare un “nuovo progresso”.

    Con affetto
    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    3 Luglio 2008 alle 11:10 am

  2. caro michele
    domani parto per il friuli. sarò in un luogo che è molto lontano, ma anche molto vicino al nostro.
    metto qui il programma.
    al mio ritorno vorrei presentare il libro alla comunità prima del tour nei paesi. ci tengo molto al sostegno tuo e degli altri: non sono uno che può fare a meno dell’incoraggiamento altrui.

    Stazione di topolò

    CALENDARIO

    SABATO 5

    verso le cinque della sera
    apertura
    e incontro con gli artisti

    Time 17.58
    Juljova hiša
    aperitivo con l’Ambasciatore d’Olanda Jan van der Ploeg
    Grip n° 242_243_244_245
    inaugurazione wall painting

    prima del tramonto
    Introduzione alla Paesologia
    con Franco Arminio
    a cura dell’Istituto di Topologia di Topolò_Zavod za Topologijo iz Topolovega

    dopo il tramonto
    La Battaglia del Potok
    dagli archivi di Kassel una pagina inedita della Topolò medievale
    di Corrado Della Libera
    con Claudio Moretti, Paolo Mattotti, Paolo Sacco

    a seguire
    concerto d’apertura de
    Les Tambours de Topolò

    DOMENICA 6

    Senjam, festa tradizionale del paese

    nel primo pomeriggio
    musica tradizionale

    nel tardo pomeriggio,
    Juljova hiša

    Dalla Benecia all’Istria attraverso paesaggi di confine
    Viaggio da Topolò ad Abitanti
    Potovanje iz Topolove v Abitante
    di Gianfilippo Pedote e Leonardo Gervasi, Piero Zanini e Renato Rinaldi, Hanna Preuss, Roberto Aita, Alba Zanini

    pod latnjakom
    Riflessioni sulla Paesologia
    di Franco Arminio

    all’imbrunire
    Clandestinità
    Incontro con il regista Jan Cvitkovic

    a seguire
    Mala apokalipsa
    un film di Alvaro Petricig
    la storia e il presente di Cisgne

    LUNEDì 7

    al tramonto,
    Juljova hiša

    Gregoriano e altre linee
    concerto per contrabbasso solo
    di Giovanni Maier

    fino a notte fonda
    Divagazioni sulla Paesologia
    di Franco Arminio

    DA MERCOLEDì A DOMENICA

    Empty houses
    Cantiere di danza contemporanea per bambine_i
    con Barbara Kanc

    MERCOLEDì 9

    all’imbrunire
    Lo zio Sem e il sogno bosniaco
    un documentario di Chiara Brambilla

    dopo
    Lo vedi questo?
    una video promessa di Pif e una testimonianza

    GIOVEDì 10

    al tramonto
    Juljova hiša

    Live cuckoo session+mosquitoes interactions
    improvvisazione acustico visuale
    di Cian e Cosimo

    a seguire, sempre lì
    Da tre posizioni
    fotografie di Roberto Aita, Patrizio Esposito, Martino Nicoletti
    incontro con gli autori

    DA GIOVEDì A SABATO
    L’Ambasciata dei Cancellati
    propone
    Vedere l’occupazione
    fotografie e video amatoriali dal Sahara Occidentale
    a cura di Patrizio Esposito
    e
    Gaza city
    video di Armin Linke

    VENERDì 11

    verso sera
    Musica in cucina
    dalle cucine del paese
    concerto di Fabio Bonelli

    Voci – Glasovi
    incontro con il poeta
    Giacomo Scotti

    _Unplugged
    BK-evolution in concerto
    la nuova musica popolare della Benečija
    per voci e strumenti

    tTime 23.23
    s c u l p t r i c e v. t[opolò]
    una installazione strumento per scolpire lo spazio
    di Sofia von Bustorff

    DA VENERDì A DOMENICA

    Il sogno di una cosa
    Operai dall’Italia verso la Jugoslavia di Tito
    audiodocumentario di Andrea Giuseppini
    a cura de Il Narratore

    SABATO E DOMENICA
    per gli abitanti e gli ospiti della Stazione
    Il dono dello shiatsu
    Associazione Arti per la Salute di Trieste

    SABATO 12

    dal pomeriggio
    Voci – Glasovi
    Ritratti di penna
    Immagini fatte di parole
    donate da Luciano Paronetto

    verso sera
    dalle cucine del paese
    Musica in cucina
    concerto di Fabio Bonelli

    verso le sei della sera
    Progetto Koderjana
    Appunti dalla Schiavonia
    Zapiski iz Schiavonie
    un libro scritto a Topolò e presentato
    da Drago Jancar

    dopo il tramonto
    Thierry Toscan presenta
    Il vento fa il suo giro – backstage

    nella notte
    Juljova hiša
    Riabitare e risuonare
    Ricerca musicale e improvvisazione come modi dell’abitare.

    DOMENICA 13

    alle dieci, caffè in piazza, poi
    passeggiata verso il confine
    lungo il sentiero Neiwiller

    nel pomeriggio
    Empty houses
    esiti del cantiere di danza
    con Barbara Kanc e i bambine_i della Postaja

    verso le cinque della sera in Chiesa
    Liške Deklice
    concerto di musica sacra
    Coro femminile di Lig – Slovenia

    all’imbrunire
    Passi nel silenzio
    al tramonto del 10 Tammuz 5768 nei pressi dell’antico Cimitero ebraico.
    di Davide Casali, Aulo Guagnini, Niccolò Steffanini

    al cinema
    Il passaggio della linea
    un film diretto e presentato da Pietro Marcello
    un viaggio notturno sui treni italiani

    tTime 23.00
    Ana Ligia Mastruzzo
    Parole nel vento
    opere
    di Marta Lambertini, Rainer Bischof e Carla Magnan
    per flauto, voce e strumenti

    DA MERCOLEDI A SABATO

    Meglio un Tambour domani…
    Cantiere di percussioni da strada
    diretto da Les Tambours de Topolò

    MERCOLEDì 16

    dal pomeriggio
    Un metro quadro di Topolò
    fotocatalogazione di ciò che sfugge
    un’opera di Rocco Osgnach

    all’imbrunire
    Farcadice Diari di Viac: Canada
    un documentario di Carlo DellaVedova e Luca Peresson

    GIOVEDì 17

    Unikum ( Universitätskulturzentrum) Klagenfurt
    persenta

    al tramonto
    presentazione della guida
    Die letzetn taeler _ Le ultime valli
    24 escursioni attraverso paesaggi culturali
    di G. Pilgram, W. Berger, W. Koroschitz, A. Pilgram-Ribitsch

    a notte
    concerto di
    Extra3
    Karen Asatrian, tastiere
    Michael Erian, sax
    Stefan Gfrerrer, basso
    Emil Krištof, percussioni
    trasgressioni musicali dall’Ararat alle Giulie

    alla mezzanotte
    Live duo
    improvvisazione elettroacustica
    di Renato Rinaldi e Stefano Pilia

    DA GIOVEDì A SABATO

    I limiti esistono. Inutile negarlo
    un gioco per ridere seriamente
    Cantiere per bambini di Giuditta Nelli

    VENERDI 18

    verso sera
    Voci – Glasovi
    incontro con i poeti
    Stanka Hrastelj, Ivan Crico, Marina Moretti

    dopo il tramonto
    Postaja Topolove 2007
    un documentario di Leonardo Gervasi

    a seguire
    Mappatura del panorama sonoro
    dieci giorni di esplorazioni acustiche del territorio
    concerto di Maxim Shentelev

    DA VENERDì A DOMENICA

    Storia di una donna che guarda al dissolversi del paesaggio
    videopoesia di Antonella Bukovaz
    musica di Theo Teardo, video Leonardo Gervasi

    SABATO 19

    dal pomeriggio
    EU-foria
    Videoconfessionale,
    peccati di confine raccolti da
    Anja Medved e Nadja Velušček

    verso le cinque della sera
    Cascata Stamorčak
    Šumi, il silenzio del Bosco
    per due contrabbassi, clarinetto contrabbasso e strumenti ad acqua.
    con Tomaž Grom, Michele Spanghero e Ugo Boscain

    dopo il tramonto
    The Hospitality of Birds
    un progetto di Teho Teardo

    con le stelle in cielo
    Suite in C
    di Terry Riley
    Topolovska Minimalna Orkestra
    diretta da Antonio Della Marina e Michele Spanghero

    DOMENICA 20

    al risveglio,
    Pochi si svegliano a quell’ora
    presso una sorgente
    un’opera di Sai Hua Kuan e Wang Ruobing

    nel tardo pomeriggio
    La vita non fa rumore
    riflessioni in parole e musica
    di Gian Luca Favetto

    a seguire
    My Favorite Topolò
    concerto-performance
    per saxofono, topolò sounds e live electronics
    di Massimo Falascone

    dopo il tramonto
    presentazione in anteprima
    della colonna sonora del
    film “Il Divo” di Paolo Sorrentino.
    Prima esecuzione assoluta
    musica di Teho Teardo
    Teho Teardo – chitarra, electronics
    Martina Bertoni – violoncello

    nei 15 giorni di Stazione, trasmissioni da Teletopolò
    a cura di Leonardo Gervasi

    In caso di maltempo gli eventi si svolgeranno al coperto presso casa Juliova.
    Eventuali variazioni segnalate sul sito
    http://www.stazioneditopolo.it
    coordinamento: Donatella Ruttar, Moreno Miorelli
    Voci-Glasovi, a cura di Michele Obit
    info; 334 9752517; 338 8764776; 0432 731818
    motrenok@alice.it
    stazionetopolo@libero.it

    armin

    3 Luglio 2008 alle 11:35 am

  3. ciao franco, ti pregherei di segnalare via via i luoghi irpini dove presenterai il libro, che io in grossa parte ho già letto dagli inserti domenicali del corriere, e ne ho un ricordo prodigioso

    sergiogioia

    3 Luglio 2008 alle 11:59 am

  4. e il tuo impegno pro formicoso…? hai letto che propone De luca!

    leave a reply

    3 Luglio 2008 alle 12:54 pm

  5. sono rimasto cinque mesi incollato in irpinia per fare la guardia al formicoso.
    non mi paga nessuno, ovviamente.
    sono a conoscenza delle proposte di de luca e di tutto il resto, ma non si può sempre scrivere su questo argomento, si rischia di stancare.
    armin

    armin

    3 Luglio 2008 alle 1:10 pm

  6. caro sergio
    qui troverai tutte le informazioni. non credo che sia un uso personale del blog. e poi un libro non è il pd….

    armin

    3 Luglio 2008 alle 1:11 pm

  7. franco,
    dacci il calendario delle tue presentazioni in Irpinia.
    buon viaggio
    elda

    eldarin

    3 Luglio 2008 alle 9:52 pm

  8. …scappo…. me lo vado a comprare ……appena ci vediamo però voglio la dedica …..uacc uaa nanosecondo

    p.s.
    Spero di poter dare un piccolo contrimbuto per un futuro di gioia e serenità, a questi paesi “bellissimi & tristi”, in Compagnia di tanti Clown Dottori.

    Il 10 luglio c.a. sarò ad Avellino nell’ambientato dell’iniziative di CASTELLARTE.
    L’incontro si terrà nella Sala Convegni della Camera di Commercio di Avellino (ingresso libero da P.zza Duomo) alle ore 18,00 sul tema “Clownterapia. Il sorriso che guarisce”.

    info : http://www.castellarte.org

    Sabato 12 e Domenica 13 luglio (con inizio ore 9,30 del sabato…purtateve a pizza e maccaruna e na butteglie e vin se no ce bievv l’acqua!?)) presso la sede della Protezione Civile di Flumeri (AV), il Comitato Promotore RADUNO NAZIONALE CLOWN DOTTORI di Flumeri costituitosi il 7 a Flumeri…….raduno che si intende organizzare per luglio 2009….ha organizzato un primo incontro per avviare il percorso di preparazione dell’evento stesso…..con questo incontro, sul tema:

    “Nanosecondo Jones e Zi’pippinella O’Conners alla ricerca del (tuo) Clown perduto…”
    info: http://radunonazionaleclowndottori.blogspot.com/

    Vi aspettiamo..
    uacc uaa
    nanosecondo

  9. carissimo franco
    finalmente esce il tuo lavoro. s’era tanto atteso.
    ho letto con interesse l’introduzione proposta sul blog.
    mi piace, ci descrive bene, molto bene.
    il tema della depressione dei paesi e dello svuotamento di fabbricati e persone
    come un presepe che si sta scomponendo passato natale
    lo avvertiamo tutti. adelelmo di recente ha scritto qualcosa su questo blog.
    a te il successo della descrizione, a te il merito d’verci presentati,
    e di esserti presentato, come un prodotto di questa terra, di questa realtà che non solo
    subisce le cose, ma le legge, le interpreta, le propone e vitalizza, anche letterariamente.

    alfonso

    4 Luglio 2008 alle 10:45 am

  10. In un piccolo paese una mattina muoiono tutte le galline.

    Gli abitanti del villaggio si recano tutti dal saggio del paese e gli chiedono “Che pasa?” cosa succede.

    Il saggio risponde “non lo so, ma e’ bueno”

    Il giorno dopo trovano tutti i cani paralizzati e di nuovo si rivolgono al saggio che da’ la stessa risposta: “Non lo so che succede, ma e’ bueno”

    Il terzo giorno scompare il fuoco da tutti i camini.

    Gli abitanti, disperati, vanno tutti nuovamente dal saggio e quando sentono la stessa risposta lo considerano pazzo e fanno per andarsene.

    In quel momento si sente un grande scalpiccio di zoccoli di cavalli proveniente dalla collina, gli abitanti si nascondono e vedono arrivare i banditi.

    Il capo dei banditi guarda il villaggio e dice:
    “Non ci sono galline ne’ cani razzolare nell’aia, non esce fumo dai comignoli, non c’e’ nessuno, questo villaggio e’ disabitato Vamos, andiamocene via…….”

    E’ bueno…………

    di Alejandro Jodoroswky, artista cileno, direttore artistico, appassionato di tarocchi e psicomagia.

  11. PEPPE RE PE PE PE!!!!!

    …E Per guarire da tutte le tristezze è iniziato un viaggio tra i paesi dell’Irpinia ai confini con la realtà……..alla ricerca delle coccole perdute!

    Un viaggio immaginifico di Nanosecondo e di Zi’pippinella dove si sa sà quando si parte ma non si sa se si arriva………….anche sè è partito in “buona compagnia”.

    Il 7 luglio dell’anno 2008 alla 16ora 30minuti e 45secondi a Flumeri (AV) nella sala della Protezione Civile intervenuta in forza per l’occasione della partenza dei due Clownstrani si è costituito il Comitato Promotore del:

    1° RADUNO NAZIONALE CLOWN DOTTORE
    a Flumeri (AV) per luglio 2009
    info: http://radunonazionaleclowndottori.blogspot.com/

    Nel frattempo il 12 e 13 luglio 2008, con partenza alle 9,30 di sabato 12 si pensa di tornare e finire il viaggio la domenica 13 alle 18,30 il Comitato RNCD si terra Semi-Laboratorio nella sede della locale associazione della Protezione Civile, dal titolo e sottotitolo:

    “I Clown Nanosecondo “Jones” e Zi’pippinella “O’Connors” alla ricerca del (Tuo) Clown perduto….(sottotitolo)….prima che si perdono loro”

    L’iniziativa è aperta a tutti gli indigeni del luogo ed extra comunitari umani da 6 anni a 95 anche di razza non pefettamente autoctona. Sono ammessi anche i cani di piccola e grande taglia purchè con i loro padroni a guinzaglio.

    Ingresso Libero…non si paga all’uscita!

    Per ulteriori info e dettagli organizzativi consultare la maginificissima presidentessa del Comitato promotore Naiza al secolo 8già comunitaria provvisoria) Angela 3493726463 o consultate il blog nel quale troverete anche l’indirizzo di posta elettronica, per vostri suggeriemnti e proposte di inziative future con l’obiettivo dell’organizzazione del raduno.

    Uacc Uaa
    Nanosecondo

  12. [...] Di cosa si tratta? Di desolazione…”. E’ uscito il nuovo libro di Franco Arminio, Vento forte tra Lacedonia e Candela (Laterza). Domani Franco sarà a Topolò insieme ad altri “viaggiatori” per parlare di [...]

  13. Cari comunitari,
    Vi segnalo L’UNITA’ di oggi venerdì 4 luglio. A pagina 23 un brano del nuovo romanzo di Franco e un articolo/recensione di Andrea Di Consoli.
    Fraterni saluti.
    gianni marino

    gianni marino

    4 Luglio 2008 alle 5:17 pm

  14. un grosso in bocca al lupo per il tuo libro che dimostra quanto tu ami queste terre

    @alfonso

    ho finito di leggere dal fondo dei ritratti

    capoccia

    4 Luglio 2008 alle 7:52 pm

  15. Area di SERVZIO CALAGGIO: lunedì 24 novembre 1980 ore 17,30 ca; ultima sosta di un lungo viaggio in auto cominciato il mattino presto da Monza; certo che rispetto alle areee di servizio della pianura padana vi è una bella differenza: praticamente deserta, un addetto al distributore di benzina che, forse gestisce anche il piccolo bar!
    Saccheggiato di tutto, non però come da tifosi ultras, il conto viene pagato!
    I bagagliai delle due auto riescono, credo a contenere, quasi tutto ciò che nel bar è a disposizione: acqua minerale, biscotti, latte…..
    Dobbiamo arrivare in fretta a Sant’Angelo dei Lombardi, arrivando da Foggia, poi Ascoli Satriano, poi Candela, usciremo dall’autostrada a Grottaminarda, il casello di Lacedonia l’abbiamo già passatol
    Forse lì qualcuno ha sete, ha fame, ha bisogno del nostro arrivo……

    aimbriano

    5 Luglio 2008 alle 7:40 am

  16. @ F.Arminio

    Quando sei vivo e morto insieme,
    completamente morto per te stesso,
    quanto diventa magnifico
    il più piccolo piacere!

    da Bunan( 1602/76)

    Un augurio per il tuo viaggio di vita, al di là delle parole.
    Senza alcuna amicizia.
    Teresa

    HERA-Klescampania

    5 Luglio 2008 alle 1:01 pm

  17. Senza parole…
    Complimenti e grazie per il suo impegno!
    Sara

    Sara

    10 Luglio 2008 alle 10:05 pm

  18. Mi era stato segnalato un sito “la poesia e lo spirito”, dove ho lasciato alcuni commenti. Sul lato sinistro del sito tra le opere proposte mi è saltata agli occhi “Vento forte tra Lacedonia e Candela” il titolo mi diceva tutto e ho letto tutto quello che c’era da leggere lasciando anche un commento. Una mia amica che conosce bene il legame che ho con le mie origini mi ha inviato l’indirizzo del sito comunità provvisoria; si, perché sono una conterranaea a qualche chilometro di distanza (Cologno Monzese-MI-). A testimonianza dell’amore che nutro per la mia terra, invio un mio scritto, che avevo realizzato per un giornalino scolastico. Ringrazio Franco Arminio e quanti hanno creato questo sito per avermi fatta sentire orgogliosa di appartenere a questi luoghi …

    La vecchia scuola di montagna.
    C’era una volta, non molto tempo fa, in un paesino di montagna una vecchia scuola. Per la verità non era una scuola vera e propria, quanto, piuttosto, un distaccamento della scuola più grande che si trovava nella piazza del paese. Questa specie di succursale era situata ad un dislivello di circa 150 metri dalla scuola principale. Dalla piazza, che era anche il punto più alto del paese, si accedeva ad essa tramite una vecchia scalinata di pietre ed una serie di discese minori. Questa si trovava nel rione Serra delle Nespole della contrada Pagliarelle, ubicata sul ballatoio di un grosso vano terreno, adibito dal proprietario, l’unico a possedere un torchio nella contrada, a cantina per torchiare l’uva in autunno. Le classi, due in tutto, erano miste: 1ª, 2ª e 3ª in una 4ª e 5ª nell’altra frequentate da una sessantina di bambini circa. E c’ero io, una bambina d’altri tempi: grembiulino nero e fiocco rosso, i capelli sempre corti ed una cartella con il manico con dentro il sussidiario, la matita, il quaderno a righe e quello a quadretti. Nella mia scuola i banchi erano costituiti da panche di legno lunghe,disposte in fila, come quelle delle chiese, solo senza schienale, legate ad un unico leggio,sempre di legno, dove noi assolvevamo i nostri compiti. Durante il primo biennio la mia presenza a scuola era una specie di presenza-assenza. In questa confusione di classi, ogni tanto venivo chiamata a leggere qualche consonante o parola scritta alla lavagna. Ricordo ancora la voce del maestro: – ”Leggi tu!” – “Chi, io?” – “Si, come si legge questa consonante?” – “B” – “ P non B. “P” come pecora. Ripeti, pecora.” – Ed io ripetevo:”Becora.” Non insisteva e passava oltre. Il resto del tempo lo trascorrevo indisturbata a trascrivere sul mio quaderno e ad ascoltare. Alla nostra piccola scuola, si erano affacciati diversi tipi di insegnanti: il primo di cui mi ricordi, un maestro fresco di studi, non era molto severo ed era riuscito subito ad accattivarsi le simpatie dei bambini. Seguì una maestra di città, una signora sempre elegante e raffinata, che mal sopportava quello sperduto rione di montagna: ricordo ancora quando una mattina recandosi a scuola ebbe a rifugiarsi correndo a casa di una sua alunna, mia vicina, perché uno dei montoni del gregge di un vecchio pastore del rione, aveva deciso di attaccarla; o quando, durante il freddo inverno arrivava a scuola in ritardo e spesso con la gonna fradicia perché la neve, che cadeva copiosa, se fresca, scivolava via, sotto il peso delle scarpe, sulle lisce pietre della vecchia scalinata e se ghiacciata, sfidava i ragazzini più arditi che gareggiavano con le loro slitte. In quelle mattine, era costretta ad asciugarsi, in sottoveste, al tenue calore del braciere, che il proprietario, nelle giornate d’inverno più rigide, metteva al centro della classe. Allora, qualche maschietto non ricordava più come tenere la penna in mano, che, inevitabilmente, finiva a terra sotto il banco, dove, purtroppo, doveva abbassarsi per riprenderla. Durante l’intervallo, che si svolgeva sul ballatoio antistante alle classi, noi consumavamo la nostra merenda a base di pane e companatico, il mio preferito era il formaggio. Dopo la merenda giocavamo alla “settimana” oppure a “regina reginella”. Prima di rientrare in classe, chi aveva necessità, poteva andare in “bagno”. La nostra scuola, almeno fino alla terza elementare, non aveva un bagno vero e proprio. In effetti, potevamo usufruire di un campo dietro le classi, dove un enorme pagliaio divideva l’angolo delle femmine da quello dei maschi. E, quando in terza hanno costruito un gabinetto esterno sul ballatoio era comunque necessario, a turno, andare a riempire il secchio con l’acqua al vicino fontanile pubblico. In terza elementare l’elegante signora di città aveva lasciato il posto ad un insegnante molto apprezzato dai genitori per il suo “rigore”. Tra questi, qualcuno più ossequioso di altri si era premurato di procurargli un sottile ramo di salice lisciato, che aveva una doppia funzione: serviva per indicare alla lavagna e all’occorrenza come strumento per verificare la conoscenza, da parte degli allievi, di verbi e tabelline. Io, nel frattempo ero diventata più visibile. Un medico, molto apprezzato, di un paese vicino, da cui mia nonna mi aveva portato con la corriera per la mia eccessiva magrezza, le aveva consigliato di fare attenzione alla mia postura: avevo un’incipiente scoliosi. Ed eccomi in prima fila, di fronte alla lavagna e vicino a Teresa. “Vediamo un po’ se oggi questa bacchetta riesce ad assaggiare le tue mani.” Mi ritrovai di fronte il maestro e con le mani protese appena superai indenne la verifica. Teresa, la mia vicina, conosceva bene la bacchetta del maestro. Lei era una “pratica”, la sua passione erano le faccende domestiche, si vantava spesso di aiutare la nonna nella cucina e nel fare il bucato. Quel giorno, stranamente, senza mostrare timore alcuno, aveva subito proteso le mani in avanti. Tuttavia, restava muta di fronte alle insistenti richieste del maestro. Nel momento in cui la bacchetta stava per abbassarsi sulle sue mani, queste furono più veloci e, cogliendolo di sorpresa, gliela strapparono di mano piegandola in due. Non ricordo di preciso se per sua spontanea volontà o se trascinata dall’insegnante, certo è che all’istante Teresa si ritrovò in ginocchio dietro la lavagna. Come aveva potuto “osare”! Da quel giorno Teresa non si era più permessa, anche perché credo che il maestro avesse avuto un colloquio privato con il nonno di costei, che ,sicuramente a modo suo, aveva subito chiarito alla nipote quali erano i suoi confini. Pelullo Donato, l’unico maestro di cui ricordi il nome, ha accompagnato il mio passaggio in quarta e in quinta. “Questa bambina ha delle buone capacità” aveva detto verso la fine della quinta a mio nonno “anche se ci sono ancora delle inflessioni dialettali nei suoi temi scritti”. L’italiano era la nostra seconda lingua, la nostra lingua madre era il dialetto, con esso comunicavamo tra di noi sia a casa che a scuola. “E’ un vero peccato” aveva aggiunto “ che debba trasferirsi in un paese straniero di cui non conosce neanche la lingua”. E come me, anno dopo anno, parecchi bambini lasciarono, per trasferirsi altrove, quell’ingrato paese di montagna. Di tanti che abitavano il rione solo qualche anziano, e qualcuno caparbiamente attaccato alle proprie radici, è rimasto a dar lustro a quelle antiche mura. Può capitare, nei periodi estivi e nelle festività, quando la contrada sembra tornare a nuova vita, che qualche vecchio bambino di una volta si trovi a passare davanti alla vecchia scuola. Pare allora udire riecheggiare sul ballatoio il suono dei passi, le risate e le voci dei bambini durante l’intervallo:” Regina, reginella quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?…”.

    Rocchina Spellecchia

    18 Luglio 2008 alle 4:09 pm

  19. [...] al suo porto e vedere dal basso il grande bastimento, tutto dipinto da sgargianti colori, con la bandiera bianca che garrisce al vento. La scaletta e ripida e stretta, qualche volta addirittura si muove sotto i [...]

  20. [...] vorrei segnalare il brano “I paesi della bandiera bianca ” (cliccare qui), un pezzo di grande impatto sociale, lirico, politico sulla sorte di tanti paesi: in alcuni passi [...]

  21. [...] cioè, di lasciare la grande vita, grandi città per andare a vivere in paesi piccoli come Cairano (quelli della bandiera bianca), oppure coloro che con ostinazione e tenacia difendono e continuano a abitare i centri minori, [...]


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