Cara Delfina (6° lettera integrale)
di Maurizio Pallante
Cara Delfina, non ti svelo un segreto se ti dico che i torinesi si sentono molto superiori a voi che abitate in provincia di Cuneo e non perdono l’occasione di sottolinearlo raccontando una serie di storielle sulla vostra presunta lentezza nel capire le cose. Lo fanno da sempre gli abitanti delle città nei confronti dei contadini che vivono nelle campagne circostanti, a cui peraltro devono la loro sopravvivenza. O almeno dovevano, prima che la globalizzazione, i bassi costi dei combustibili fossili e l’indifferenza per le nefaste conseguenze del loro uso non consentissero di far arrivare sulle loro tavole prodotti alimentari provenienti dall’altra parte del mondo. I romani, con la finezza che li contraddistingue, chiamano burini i ciociari; i veneziani consideravano con la stessa alterigia i bergamaschi, mentre noi napoletani quando incrociamo qualcuno che non si veste e non si comporta come un pollo d’allevamento diciamo che è arrivato o treno e Foggia.
Su quali presupposti i cittadini abbiano fondato la loro convinzione di essere superiori a voi che vivete in campagna, mi sfugge. Forse è stato un modo di esorcizzare il senso d’inferiorità che provavano nei vostri confronti, perché mentre voi potete benissimo fare a meno di loro, loro non possono fare a meno di voi. I cittadini sono incapaci di tutto. Non sanno fare altro che vendere e comprare. Vendono la propria capacità di svolgere lavori di cui in gran parte si potrebbe fare a meno senza che se ne accorga nessuno oltre a chi li perderebbe se non si facessero più. In cambio ricevono il denaro che serve per comprare tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere e ciò di cui sono stati convinti di aver bisogno, anche se palesemente inutile. E non ce ne vuole molto a convincerli! Basta andare da novembre a gennaio in qualsiasi città per vedere schiere di pupazzi babbi natali in atto di scavalcare le ringhiere dei balconi. Se tu pensi che per avere i soldi necessari a comprare oggetti del genere s’incolonnano ogni mattina a respirare gas di scarico in serpentoni interminabili di automobili per andarsi a rinchiudere tutto il giorno in uffici, negozi e capannoni industriali a fare gli stessi gesti e ripetere le stesse parole per tutta la vita, puoi capire che c’è una correlazione diretta tra l’incidenza percentuale di quei pupazzi sul numero dei balconi di ogni palazzo e il quoziente medio d’intelligenza di chi abita nelle sue stanzette.
In realtà, a livello inconscio, i cittadini conoscono i loro limiti. Sanno che la loro sopravvivenza non dipende dai lavori che svolgono, ma dal denaro che ricevono in cambio. Che se per una qualsiasi ragione i supermercati non potessero essere riforniti con regolarità, morirebbero di fame perché non sanno fare nulla di ciò che serve per procurarsi il cibo. Che se i loro impianti di riscaldamento non potessero essere riforniti di combustibile, morirebbero di freddo. Che se venisse a mancare il carburante per le loro automobili non sarebbero più capaci di raggiungere a piedi i luoghi dove devono andare. Che se venisse razionata l’energia elettrica andrebbero in panico non solo perché diventerebbero inutili i phon e i frigoriferi, ma perché il buio è ormai per loro come il sole di mezzogiorno per gli uccelli notturni. Un ambiente in cui non sono capaci a vivere. Sono bastati due giorni di sciopero dei camionisti che riforniscono i supermercati e qualche vuoto negli scaffali per scatenare la loro angoscia e una corsa affannosa all’accaparramento dello zucchero. Dello zucchero! Chissà perché.
Quando non si sa fare nulla di ciò che serve per vivere e si affida la propria sopravvivenza alla possibilità di acquistare tutto, si è talmente meschini che non si può non invidiare chi è autonomo, chi sa autoprodursi l’essenziale e si limita a vendere le eccedenze per comprare solo ciò che non è in grado di fare da sé. E, come spesso accade, gli inferiori, invece di reagire positivamente al confronto con chi è superiore e proporsi di salire al suo livello conquistando una maggiore autonomia, fanno di tutto per trascinare al loro livello chi sta più in alto. Ma come si può convincere chi sta più in alto a scendere più in basso se non rovesciando i valori e facendo credere che scendere sia salire e salire sia scendere?
Ancora mi commuovo al ricordo della polenta con il coniglio che faceva tua madre le domeniche che venivo a pranzo da voi. Una polenta così buona non l’ho più mangiata. Tuo padre diceva che dipendeva dal mais otto file che aveva conservato ostinatamente quando tutti gli altri contadini del paese, nel dopoguerra, l’avevano sostituito col mais americano perché rendeva di più: quarantacinque, cinquanta quintali per ettaro invece di quindici. Vabbè che bisognava dargli dei concimi chimici, che bisognava fargli tanti trattamenti di sostanze velenose, che occorrevano macchine agricole più potenti, che bisognava comprare i semi ogni anno perché erano sterili. E che semi!, incapsulati in un cerume di veleno rosso, tra trattare coi guanti. Tutti costi in più, ma anche tanto guadagno in più. Tuo padre raccontava di aver fatto la prova con le galline. Di averne messo un mucchietto dell’otto file e un mucchietto dell’americano davanti al pollaio e che l’otto file se l’erano mangiato in un amen, mentre l’altro era rimasto lì per giorni finché l’aveva buttato via e non ne aveva più voluto sapere. Lui lavorava per procurarsi il cibo, ci diceva, e lo voleva sano e buono, non per guadagnare soldi con cui comprare cibo cattivo e avvelenato. Proprio un contadino testardo, ancorato al passato, indifferente al progresso e alla modernità. Se i torinesi vi prendono in giro, qualche ragione ce l’hanno.
Un abbraccio dal tuo
Totò
Grazie a Lorenza Zambon della Casa degli Alfieri e al suo monologo teatrale Corso per giardinieri rivoluzionari, da cui ho tratto lo spunto sul mais otto file.
armin,
appena rientri batti un post !
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antonio sei rientrato dal pesco ?
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adelelmo ci vediamo il 9 al goleto . GRANDE EVENTO
verderosa
12 Luglio 2008 alle 10:02 pm
pallante, fai solo del povero razzismo nei riguardi di chi abita in città, non hai un un briciolo di solidarietà verso l’interezza del genere umano, secondo me ti dovresti solo vergognare, e come te tutti quelli che in questo blog fanno dello stupido snobismo alla rovescia
sergiogioia
13 Luglio 2008 alle 2:04 pm
Che fan di necessario le grandi città?
Fanno il grano del pane che mangiano?
Fanno la lana del panno che vestono?
Fanno il latte?
Fanno l’uovo?
Fanno il frutto?
Fanno si la scatola.
Fanno l’etichetta.
Fanno i prezzi.
Fanno lapolitica.
Fanno i manifesti.
Fanno rumore.
Ci hanno tolto l’oro dell’evidenza e lo hanno perduto.
Giuseppe Giovanni Lanza Del Vasto.
Queste parole scritte cinquant’anni fa sono più esplicative di qualsiasi discorso in merito.
Gianfranco.
Gianfranco Frascione
14 Luglio 2008 alle 9:38 am
Dov’è il razzismo o lo snobismo alla rovescia???
Steve
14 Luglio 2008 alle 10:59 pm
nell’asserire che i paesi e i paesani siano ipso facto superiori alle città e ai cittadini, partendo dal complesso di inferiorità che nasce dal credere che le città e i cittadini si sentano superiori ai paesi e ai paesani, quando le città e i cittadini non si sono mai pronunciati sull’argomento. non so se è chiaro
sergiogioia
15 Luglio 2008 alle 5:50 am