paesologia
metto qui un articolo uscito stamattina sulla prima pagina del corriere del mezzogiorno. è dello storico giuseppe galasso. prende spunto dal mio libro per svolgere alcune considerazioni sui paesi. il nostro blog è il blog dei paesi, il blog della paesologia e non della paesanologia. speriamo che nei prossimi mesi il tema dei paesi entri nell’agenda di questo disgraziato “paese” _ armin / p.s. _ grazie al comunitario g.fiorentino che mi ha girato il file.
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Da Franco Arminio (Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia, ed. Laterza) si apprende della nuova scienza, denominata da lui «paesologia». Si tratta della disciplina— pensa Arminio — che può e deve dar conto di quel che sono i «paesi». Come si sa, con questo nome indichiamo le località di minore ampiezza e popolazione delle campagne, delle coste e soprattutto delle colline e delle montagne di un territorio. E poiché col termine «paese» si indica anche il territorio degli Stati e dei popoli di ogni dimensione (l’Italia è detta, ad esempio, il «bel paese»), con quel termine si indicano, dunque, il più grande e il più piccolo nella scala delle comunità umane.
Nel Mezzogiorno i paesi sono innumerevoli e hanno formato per secoli e secoli l’habitat dell’umanità meridionale e il teatro delle sue esperienze umane e sociali. Su questo mondo dai trascorsi spesso millenari si è poi abbattuta, specialmente dall’indomani della seconda guerra mondiale, il vento tempestoso della civiltà industriale, fino all’attuale globalizzazione, ed è stato uno sconvolgimento radicale di tutto e per tutti. Arminio ne dice efficacemente gli effetti in un passo emblematico del libro. «Il vecchio alfabeto del paese — scrive — ha perso ogni lettera.
Dalla a di asino alla z di zappa, passando per la p di pecora, per la c di contadino. Il nuovo alfabeto sembra cominciare dalla lettera d, dalla desolazione».
Organicamente questo problema non è mai stato affrontato se non in occasione di qualche circostanza particolare. Così fu in particolare dopo il grande terremoto campano-lucano del 1980. Fiorirono allora varie polemiche sulla linea da seguire nella ricostruzione delle zone terremotate. Ricordo, in particolare, la discussione che ebbi al riguardo con Francesco Compagna. Appassionato e benemerito sostenitore, Compagna riteneva che quella fosse un’occasione storica per dislocare in sedi più convenienti, accessibili e moderne, a valle, i paesi disastrati di montagna e di collina, i «presepi» (come li si definiva) del Sud, appollaiati o rintanati nelle loro sedi di remota genesi e ragione, ai quali era anche questa collocazione territoriale a precludere un più intenso rapporto con la vita moderna. Un nuovo «Mezzogiorno dei paesi », dunque, più ameno, funzionale e moderno. A me, che pure apprezzavo questa idea, pareva, invece, che essa portasse a una rinuncia a un patrimonio storico e culturale che avrebbe privato il Mezzogiorno di molta parte della sua identità morale e civile e, anche, di un patrimonio, sol che fosse adeguatamente valorizzato, prezioso pure da un altro punto di vista. Pensavo al turismo in tutte le sue espressioni, da quelle dell’agriturismo che ha preso tanto impulso a quelle del turismo eno-gastronomico, da quelle del turismo paesistico e naturalistico a quelle del turismo delle tradizioni e del folklore e degli itinerari turistico-culturali.
La discussione non era puramente accademica, né solo di principio. Molte speranze furono accese allora dai criteri stabiliti per la ricostruzione e che contemplavano non solo lo scopo della ricostruzione, ma anche quello dello sviluppo. Perciò il lavoro vero e proprio di ricostruzione andava integrato con quello per infrastrutture, attrezzature, scelte di localizzazioni e investimenti per determinate attività. Era un criterio moderno, non inteso appieno nelle discussioni non tanto politiche quanto politico-culturali di allora. La preoccupazione, che non fu solo di Compagna e mia, per una strategia degli insediamenti cedette, inoltre, il passo ad altre preoccupazioni. Soprattutto, poi, prevalsero le polemiche su molti aspetti discutibili dell’azione di governo post-sismico del territorio e le vicende giudiziarie. Ne è rimasto, perciò, soprattutto il giudizio drasticamente negativo e micidiale per la causa e la credibilità del Mezzogiorno che raffronta tempi, modi, costi e risultati della ricostruzione post-sismica nel Friuli con quelli che registrati qui.
Altre discussioni generali non si sono poi avute, e, per la verità, non si erano avute nemmeno prima. Intanto, il problema dei «paesi » non ha fatto che aggravarsi. Ai miei occhi esso richiama molto il problema delle periferie urbane, la cui desolazione e la cui problematicità non sono state oggetto, negli ultimi decennii, di interventi davvero, se non risolutivi, almeno organici e consistenti.
Per i paesi il problema è enorme, e le loro capacità di vita minimamente autonoma sono ormai ridottissime. Ne è investita l’intera dorsale appenninica del Sud da Civitella del Tronto a Villa San Giovanni, con una serie numerosa di situazioni analoghe anche fuori delle fasce collinari e montane. Vi vive tra un terzo e un quarto della popolazione meridionale. Le risorse necessarie sono di un ordine imponente, e i problemi di valorizzazione sono di una difficoltà corrispondente. Abbiamo, però, il grande vantaggio costituito dal fatto che per la tecnologia e le attività economiche e sociali i problemi pregiudiziali della dislocazione geografica e delle condizioni oro-topografiche incidono, oggi, molto meno di un tempo ai fini delle politiche di sviluppo o, almeno, di crescita. Che non sono, sia detto per inciso, quelle delle sagre, dei festival, delle feste e delle celebrazioni, di cui ormai si compone tutto, o quasi, ciò in cui nei paesi si ripone qualche speranza.
Vogliamo sperare che anche il bel libro di Arminio inviti a riprendere finalmente in forma organica un problema così rilevante. Si tenga solo presente che, se, per dirla con lui, nella lingua dei «paesi» l’alfabeto comincia con la lettera «d» di desolazione, in un domani per nulla lontano potremo constatare che desolazione è anche l’unica parola di questa lingua.
Giuseppe Galasso
Molto interessante questo articolo; il fatto che venga riconosciuta, oggi come fu dopo ill 1980, la dignità di esistere e di immaginarsi un futuro per i paesi dell’entroterra meridionale è un punto di partenza importante. Se avessimo davvero un refolo di ardore civico, dovremmo lottare per far capire che i nostri paesi, così come il nostro territorio, la montagna, sono le sentinelle che guardano le spalle alla pianura, dove lo sviluppo e la crescita accelera i suoi ritmi. e che questo è un ruolo grandemente dignitoso.
STefano
teoraventura
20 Luglio 2008 alle 11:52 pm
caro stefano,
oggi era domenica ed è luglio, quindi forse non è il momento giusto per parlare di certe cose.
comunque se non ne parliamo qui non possiamo sperare che lo facciano altrove.
Arminio
20 Luglio 2008 alle 11:58 pm
@arminio
mi sono permesso di pubblicare questo tuo post sul blog di Sant’Angelo dei Lombardi.
Mi è sembrato molto interessante è pertinente.
Se hai qualcosa in contrario fammelo sapere!
Avevo, ancor prima di leggerlo, scritto da qualche parte che non avrei commentato il tuo libro sul blog. Solo perchè per me è importante, prima. dirti il mio parere, ma soprattutto la mia reazione emozionale, di persona. Spero di incontrarti prossimamente.
antonio
aimbriano
21 Luglio 2008 alle 10:27 am
caro franco, che questo libro che, come tutte le tue riflessioni sui paesi si muove a confine tra letteratura e riflessione civile, diventi lo spunto di una considerazione storica, anche autorevole, mi sembra un grande risultato. una motivazione significativa anche per l’esistenza di questa comunità. in fondo il destino dei paesi è forse solo una metafora di avanguardia del destino dell’esistenza collettiva, privata di luoghi di aggregazione reale e rimessa al destino della “solitudine del cittadino globale”. i paesi muoiono per ripiegamento su se stessi proprio come gli individui si estinguono (anche e soprattutto nelle grandi città) per la mancanza di una dimensione relazionale costruttiva.
auguri. al tuo libro e alla nostra comunità
roberta
21 Luglio 2008 alle 12:29 pm
Caro Franco,
Ci vediamo a Nusco l’11 agosto – in occasione della 1 Festa del Partito Democratico prosieguo della 33 Festa de L’Unità – per discutere del tuo libro e riflettere insieme
su quanto scrive oggi il Prof Galasso, storico assertore – molti anni fa – di un’ “Altra Europa”.
gianni marino
22 Luglio 2008 alle 9:50 pm