La foschia morale della mezza età
Oggi ad Andretta stavo bene, stavo bene parlando con le anziane che ti parlano dei loro dolori, di un figlio morto, di fatiche immense, ti parlano di solitudine, lo fanno con poche parole ma con una faccia che ti commuove. Ce n’era una magra, con due denti in bocca, una figurina dolente, ma con una sua sottile fosforescenza. La purezza dei contadini di ottant’anni. Già è diverso se incontri un ottantenne che ha fatto l’avvocato o il commerciante, già noti nel viso una sottile arroganza, l’idea di essere qualcuno. Quello che è bello in queste vecchine è la loro lontananza da ogni forma di psicologia, sono e si presentano come corpi, creature rinsecchite, creature piantate in un dolore senza trucchi. Il guaio arriva quando parli con quelli che hanno dai settanta anni in giù. Ti arriva una lingua senza luce, una foschia morale, un zig zag tra luoghi comuni e vittimismi, disincanto e cinismo, tutto sempre condito da un sarcasmo senza misura, da una presunzione senza fondamento.
È difficile oggi trovare davanti a un bar di paese dei trentenni o dei quarantenni o dei cinquantenni che ti danno emozione, che ti sembrano avvinti a qualcuno, a qualcosa. Non senti il luccicare di passioni civili e nemmeno di passioni amorose, senti l’odore inerte di una sopravvivenza senza deliri e senza sbilanciamenti, un tirare avanti che è anche un tirare indietro, insomma la voglia di restare dove si è, gente che non ha avventure in corso, che non ha misteri da svelare o verità da proteggere. Io oggi andando verso Andretta ero felice, ero felice nella luce del Formicoso, avevo il cielo tutto per me e tanta terra. Parlavo da solo, stavo nel mio corpo, ero in una gloria immotivata, ma resistente. Sono arrivato felice ai miei soliti incontri con i vecchi, poi è arrivata la riunione contro la discarica, poi sono arrivate le parole che ci arrivano addosso quando gli uomini stanno insieme per mostrarsi intelligenti e sapienti e impegnati in chissà che. Non so che dire di queste riunioni dove la faccia si fa calda, il cuore comincia a battere in disordine. So che torni a casa e hai la sensazione che gli uomini sono creature un po’ consunte, spente, opache. Dopo cena sono uscito per parlare ancora della discarica, ma vedi la piazza e senti che è fatta di una serie di sottomarini, ogni gruppo che si annoia senza farsi toccare dalla noia altrui, un mondo spezzettato, un verme tagliato in più parti. Ora sono qui che scrivo, scrivo e penso che questa sia una cosa che posso mettere solo sul blog della comunità provvisoria, queste sono briciole di pane per piccioni sazi, nessuno stasera ha bisogno di queste parole, nessuno ha bisogno del dolore o della gioia degli altri, ci siamo tutti già congedati da tutto e da tutti. Ci vuole una grande offesa, ci vuole qualcosa di terribile, altrimenti la vita diventa più noiosa della noia, più vuota del vuoto. Forse l’unica forza, l’unica gioia che ci resta è stare dentro il silenzio della terra, stare con le nuvole, con i pali della luce, con le cose appoggiate sul mondo senza che nessuno le guarda. Diciamoci la verità queste cose siamo noi. Siamo una cunetta, siamo la mattonella mancante nel marciapiedi, siamo una gomma da masticare che è divenuta una macchia nera sulle pietre della piazza.
armin
Per quanto possa sforzarmi, per quanto possa tentare di entusiasmarmi per un ricordo amoroso, per quanto possa farmi avvolgere dal senso (che spesso non c’è più) del mio lavoro…ho capito che è proprio vero che vivo dentro e tra persone che si sono congedate dalle passioni, dall’amore, dal credere in ciò che fanno (quando fanno qualcosa).. e , caro Franco, mi sono congedato anch’io .. se riesco ancora a sorridere solo stando vicino al cielo, tra i boschi delle nostre montagne.. siamo piccioni sazi.. svogliati pure a raccogliere le briciole che stanno sui selciati popolati dalle nostre anime .. sempre più metafisifici luoghi come i quadri di De Chirico.
Oggi mi porto una speranza con me.. che a Cairano, domenica, riesca a sorridere almeno un pò.. guardando temerari e coraggiosi uomini.. con il luccichio del sole sulle loro ali artificiali … che si illudono di aver materializzato il più grande sogno dell’uomo .. che è quello di volare !
LUca b.
luca b.
26 Luglio 2008 alle 10:53 am
Approposito di “palle”!
Ieri sera è stata la prima serata “rossa” a Castellarete. Sono caduto con la mia moto e mi sono acciaccato una gamba. Così mi sono fermato anch’io in una piazzetta dove c’erano un sacco di musoni, che si guardavano a vicenda dai pericoscopi dei loro sommergibili. Erano l’anno 2008 a.c. credo …mi sono sconfigurato un pò con il mese. Deve esseree successo quando sono caduto mentre acompagnava una signora di una certa età (non si dice l’eta delle signore) nel 1957 perchè mi ha detto che doveva incontrare il padre.
Comunque alla fine mi sono ritrovato in uno spazio tempoo diverso dall’evento di Castellarte con questi che mi guardavano è credo che pensavano: “ma da dove arriva questo?”.
Non sapendo che fare gli ho proposto loro di giocare con le palle.
E, loro (giustamente) mi hanno detto: “ma tu le palle non c’è l’hai?.
Ed io : “ma che dite io ciò le palle magiche. Se ci mettiamo tutti in cerchio fi faccio vedere come anche voi siete bravissimi a farle girare”.
All’inizio erano un pò tidubanti poi una di loro la più giovane ha detto agli altri: “da proviamo tando che ci perdiamo?”
Sono usciti tutti dai loro sommergibbili e cosi si sono messi in cerchio insieme a me.
Ho iniaziato cosi a far girare la mia prima palla gialle verso sinistra e gli altri se la passavano mano a mano….fino a quando ho inserito la seconda palla ….stavolta facendola girare verso destra ……..e poi man mano inserivo altre di colore diverso ………figuratevi siamo arrivati dopo un’ora di gioco a farci girare le palle a contare dieci palle che giravano in un verso e nell’altro.
Certo all’inzio è stata tosta. C’èra un ragazzo che si perdeva le sue palle e faceva incazzare la ragazza che le stava vicino: “MA STAI ATTENTO?” le gridava ogni volta. E, lui neinte manco per la capa … chi sà pensava di vache pure lui.
Comunque è stato bellissimo a parte il dolore alla gamba destra per la caduta che mi sono fatto devo dire che alla fine mi sono divertito un mondo a farci girare le palle insieme a tutti questi amici.
Se volete possiamo provare domani a Sand’Andrea di Conza se vi và.
I ragazzi di ieri sera mi hanno detto che è meglio farle girare le palle che rompersele.
Be mi sembra la giusta “morale” di questa avventura immaginifica.
Uacc Uaa Nanosecondo
Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni
26 Luglio 2008 alle 12:20 pm
p.s. Nella caduta mi ero perso la signora ma, poi l’ho ritrovata (state tranquilli) e recuperata. Poi dopo mi ha confidato dii aver visto suo padre ch estava insieme a sua madre. Lei li ha riconosciuti e da lontano li ha spiati. Poi con le lacrime agli occhi mi ha detto grazie. Suo padre non la aveva conosciuto perchè quando lei è nata (nel 58 cazz vi ho detto forse l’età della signora?) il padre era già morto.
Nanosecondo al secolo Enzo Maddaloni
26 Luglio 2008 alle 12:31 pm
Caro Franco,
tu sai che io ho il vizio della politica, perciò uso parole politiche per definire ciò che tu hai descritto così bene in questo post (ma è un racconto, un bel racconto!).
Quando si vivono periodi di trapasso (questa è la mia opinione sugli anni che viviamo), di passaggio da una “situazione” ad un’altra, avviene sempre quello che tu descrivi e che io chiamo con linguaggio magari più rozzo “ingolfamento della storia”.
I passaggi obbligano gli uomini a interrogarsi, a cambiare, a “passare” appunto. Cambiare è doloroso, per questo molti, anche i migliori, si “perdono” in questi periodi.
Che fare? O almeno: che dire?
Questo, per quanto mi riguarda: riprendere a raccontare il mondo che ci circonda (mi riferisco al pianeta, ma mi accontenterei della nostra vecchia Europa) senza paura della verità. Senza la paura di dire che il vecchio progresso va messo sotto tiro, sul passato vanno puntati i fucili. E bisogna sparare bene, non nel mucchio. Colpire tutto ciò che non va, prendere invece la parte che va e portarla con sé nel futuro. Non è facile, ne convengo. Ma questo è il compito delle persone che vogliono avere un “futuro dentro di sé”.
E anche nella nostra Alta Irpinia, luogo dell’Italia e dell’Europa, cioé Nuovo Municipio dentro una “vera” Regione (l’Italia) e uno Stato Nuovo (l’Europa), dobbiamo riprendere a raccontare le cose all’altezza della crisi che viviamo. Ogni “argomento” (vale anche per la discarica) è dentro questa crisi e questa ambizione. Al di fuori di questo gioco, si resterebbe prigionieri di un localismo perdente in partenza perchè legato al passato.
Con affetto
Michele Fumagallo
michele fumagallo
26 Luglio 2008 alle 1:21 pm
caro michele
non so se posso fare più di quel che faccio.
provo a raccontare quello che mi spunta davanti agli occhi o le cose che vado a cercare coi miei occhi.
il mio e il tuo lavoro e quello degli altri vanno messi insieme
è questo il senso della cp
Arminio
26 Luglio 2008 alle 1:36 pm
bello questo pezzo… il problema è che molti condividono le cose di franco, ma poi chi se ne fa davvero “modificare”? tutti dicono: ah, c’è la foschia morale! ma poi vedi se qualcuno fa uno sforzo per sgombrarla, che so, per ridurre le vanità, per superare il bigottismo provinciale, per costruire nuove ma pure forme di vita sociale (io rimpiango eternamente il ‘77, quando a castelporziano stavamo in 10.000 nudi sulla spiaggia ad ascoltare ginsberg e gli altri poeti, a bere dalla stessa bottiglia d’acqua senza chiedere il permesso, a “crederci” davvero…), a superare la possessività e la gelosia in amore ( e l’eros è la manifestazione più potente della vitalità… come sottovalutarlo?)… che scriviamo a fare, per fare la competizioncella a chi è più destro?
livio borriello
26 Luglio 2008 alle 4:04 pm
nei prossimi giorni metto qui il pezzo che ho scritto sul libro di livio.
è vero, molti leggono a salve, leggono col giubotto antiproiettile
Arminio
26 Luglio 2008 alle 4:12 pm
@ Livio
Il modificarci comporta un coraggio immenso… significa .. anche abbandonare, o lascarsi alle spalle per esempio. un mucchio di persone che intanto hanno camminato con te , per un lungo periodo della tua vita…. e poi cosa accadrà… dove sono quei diecimila .. Livio ?
C’è un problema , forse, ed è quello che la manifestazione più potente della vitalità… l’eros.. a sua volta spaventa ..
Luca b.
luca b.
26 Luglio 2008 alle 8:53 pm
Caro Luca,
mi intrometto tra te e Livio per ricordare che il cambiamento non avviene mai senza la solitudine. Nei periodi di crisi della storia la palla ritorna all’individuo, al singolo.
E’ un passaggio doloroso ma indispensabile, quello che prepara la nuova socialità.
Probabilmente è questo prezzo che fa paura e che scoraggia molti di noi.
Ma qual’è l’alternativa, se non un ritorno indietro o un penoso lavorìo a “ricomporre” pezzi che non possono più essere ricomposti?
Con affetto
Michele Fumagallo
michele fumagallo
26 Luglio 2008 alle 9:23 pm
metto qui alcune righe di andrea di consoli a cui ho mandato il post.
mi pare contenga alcuni elementi di riflessione piuttosto importanti.
il pezzo è molto bello. è una poesia. cioè, dire che è bello significa poco. ci sono invece dentroa alcune cose dirompenti: l’idea della sapienza come arroganza; le parole che anziché unirci ci separano; la gloria del corpo quando è solo corpo, e non strumento sociale. Ci pensi a questa cosa? la differenza tra una folla e una comunità è proprio questa: che la folla sta insieme ma ognuno si guarda inotnro, cerca di far sentire il proprio peso; la comunità, invece, è sentirsi al sicuro con gli altri, sapere che si può morire davanti alle altre persone senza provare vergogna.
E’ un pezzo molto bello; e credo che su questa cosa che gli altri non hanno mai bisogno di niente, tu prima o poi riuscirai a trovare qualcosa per scuotere il mondo che ti circonda, così trattenuto e così stitico.il pezzo è molto bello. è una poesia. cioè, dire che è bello significa poco. ci sono invece dentroa alcune cose dirompenti: l’idea della sapienza come arroganza; le parole che anziché unirci ci separano; la gloria del corpo quando è solo corpo, e non strumento sociale. Ci pensi a questa cosa? la differenza tra una folla e una comunità è proprio questa: che la folla sta insieme ma ognuno si guarda inotnro, cerca di far sentire il proprio peso; la comunità, invece, è sentirsi al sicuro con gli altri, sapere che si può morire davanti alle altre persone senza provare vergogna.
E’ un pezzo molto bello; e credo che su questa cosa che gli altri non hanno mai bisogno di niente, tu prima o poi riuscirai a trovare qualcosa per scuotere il mondo che ti circonda, così trattenuto e così stitico.
Arminio
26 Luglio 2008 alle 9:23 pm
la domanda di luca, dove sono i 10.000, è cruciale ma imbarazzante. il fatto è che non si sa dove sono finiti. ovvero, sono sempre loro, ma non ci credono più. io credo anche per colpa degli eccessi e degli errori che ha fatto la sinistra (del cosiddetto cretinismo di sx). così si è buttao il bambino con l’acqua sporca. bisogna ricominciare lentamente e, sono d’accordo con michele, partendo dal singolo (col che io intendo dall’interiorità). altrimenti la comunità sarà sempre folla, anche se folla che si atteggia a comunità
livio borriello
27 Luglio 2008 alle 9:22 am
Ciao Livio, ne abbiamo parlato non poco, e un poco – almeno un poco – si è convenuto che fu così.
Tutto quello fu quello che fu, è assolutamente vero, ma poi “divenne” “strumentale” a ben altro.
Com’è che accadde? Su tutto ciò penso che Foucault abbia detto parole esemplari, e proprio in quegli anni lì di cui si sta dicendo.
Adelelmo
ar
27 Luglio 2008 alle 2:01 pm