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Written by comunitaprovvisoria

11 Agosto 2008 a 11:19 am

Pubblicato in a Autori Comunitari

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Una Risposta

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  1. Il cuoco di Salò (Amore nel pomeriggio, 2001)
    di Francesco De Gregori

    Alla sera vedo donne bellissime
    da Venezia arrivare fin qua
    e salire le scale e frusciare
    come mazzi di rose
    Il profumo rimane nell’aria
    quando la porta si chiude
    ed allora le immagino nude a aspettare
    sono attrici scappate da Roma
    o cantanti non ancora famose
    che si fermano per una notte
    o per una stagione
    al mattino non hanno pudore
    quando scendono per colazione
    puoi sentirle cantare.

    Se quest’acqua di lago fosse acqua di mare
    quanti pesci potrei cucinare stasera
    anche un cuoco può essere utile in una bufera,
    anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare.

    Che qui si fa l’Italia e si muore
    dalla parte sbagliata
    in una grande giornata si muore
    in una bella giornata di sole
    dalla parte sbagliata si muore.

    E alla sera da dietro a quei monti
    si sentono colpi non troppo lontani
    c’è chi dice che sono banditi
    e chi dice americani
    io mi chiedo che faccia faranno
    a trovarmi in cucina
    e se vorranno qualcosa per cena.

    Se quest’acqua di lago potesse ascoltare
    quante storie potrei raccontare stasera
    quindicenni sbranati dalla primavera,
    scarpe rotte che pure li tocca di andare.

    Che qui si fa l’Italia e si muore
    dalla parte sbagliata
    in una grande giornata si muore
    in una bella giornata di sole
    dalla parte sbagliata si muore
    in una grande giornata si muore
    dalla parte sbagliata
    in una bella giornata di sole
    qui si fa l’Italia e si muore.

    P.S. Nella canzone in esame il trucco di lasciar descrivere gli ultimi giorni del fascismo da un personaggio ignaro, a digiuno di politiche e intrighi, ingenuo quel che basta, permette a De Gregori una descrizione non solo imparziale, quasi naturalistica (i fatti son desunti da rumori, voci, pettegolezzi) ma perfino più disincantata, lontana e nel contempo paradossalmente più vera e tragica. Il cuoco pensa a sé, alla sua vita, al suo lavoro: è lui nella sua piccola dimensione il centro: tutto il resto che è la storia fa da sfondo e risulta ai suoi occhi come occasionale incidente, ininfluente. Il cuoco vede soltanto i riflessi esterni del grande dramma che si sta compiendo, e in questo fiume in piena, in questo mondo che si sconvolge e cambia, continua quasi imperturbato a pensare come il giorno prima, come sempre, alla sua professione, al suo quotidiano. Ma, e qui sta la trovata, quando si spinge a giudicare oltre il suo orto non ha, non conosce pensieri di parte, torti o ragioni, e accomuna nel delirio di una sola morte tutti, anche quelli che stanno dalla parte sbagliata. (commento di Roberto Vecchione)

    Sull’uso “dell’impersonale” che non significa (sia per me che per de gregori) l’annnietamento della persona, c’è in ogni caso un rischio: che in nome di una “razza” si schiacci l’uomo. In questo caso la forma impersonale dovrebbe essere considerata in rapporto all’esigenza di “rompere” (non i coglioni di Franco) ma della rottura di una “macchina dualista” che ha caratterizzato l’intera cultura del fare l’italia o si muore, senmza pensare a fare gli italiani figuriamoci adesso se si potrà riusciere a fare solo gli irpinici.

    Quindi non credo che sia giusto morire ancora così.

    Nanos

    Nanosecondo

    11 Agosto 2008 alle 2:35 pm


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