COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

Armonie al Parco (dopo il Goleto…)

con 12 commenti

Di Enzo Luongo

Ho detto, come suggeriva il poeta Ignazio Buttitta, che se a un popolo “togli la lingua ‘addutata dai padri’ (data in dote dai padri) esso diventa povero e servo e muore.

Ecco bisognerebbe ripartire dalla constatazione che l’architettura dei nostri luoghi è una delle forme della nostra lingua. I paesi così come li vediamo non sono altro che espressioni linguistiche in forma di casa, strada, piazza, veduta, ‘parlate successivamente attraverso i secoli dalla nostra gente che ha saputo adattare l’espressione, cioè gli elementi architettonici, i vuoti e i pieni e gli affacci al succedersi dei tempi, dei desideri, delle necessità e delle generazioni. Tempi di desideri e sogni.

Questa lingua, complessa, ‘organica’, pregna dei desideri di un popolo, lentamente ha subito l’inadeguatezza del lessico proprio, ed incapace di adattarsi secondo le nuove usanze della società del ‘mercato’, si è persa: non è più parlata, non si insegna più alle nuove generazioni.

Dietro questo assunto c’è nascosto l’antico ‘bifrontismo’ italico: ricordate? guelfi e ghibellini, mari e monti, polpa e osso, DC e PCI, laici e cattolici, mazzola e rivera ecc. Anche nelle forme dell’architettura intesa come lingua non si è sfuggiti a tale ‘legge italica’. C’era nell’architettura dei luoghi, in bella mostra, la dualità dell’essere paesi: agglomerati che sono stati e sono ancora densi di due elementi: “case e genti” e non “abitazioni e popoli”. Case indefinite nell’essenza e nell’uso e genti indefinite nell’essere.

Case affiancate, piccole, strette, ‘verticali’ con materiali ‘poveri’ ad accogliere ed accompagnare gli uomini quando le famiglie erano dense di persone (e di valori). E man mano che i secoli passavano esse diventavano sempre più larghe e basse, staccate dai fianchi, sempre più sole come le solitudini progressive che contenevano. Gli uomini in esse contenuti attraversavano il proprio destino assaporando la fatica, che poi divenne lavoro, quindi impiego, alla fine professione. Aumentava il tempo libero ed aumentava conseguentemente lo spazio necessario.

Case e genti subivano la metamorfosi dei secoli e delle necessità. Così si è passati dall’abitare al vivere.

Ecco svelato il bifrontismo: case-persone e il corrispondente abitare-vivere.

I paesi che oggi vediamo, allora, sono la lingua di un popolo eroico, che non c’è più. Potrei chiamarlo ‘il popolo del lavoro’, cresciuto con valori che nel tempo si sono trasformati. Il lessico della lingua-lingua parlata era intriso di valori e questi trovavano corrispondenza nelle forme e negli abbellimenti delle abitazioni. Nel tempo si sono trasformati e si è trasformata l’architettura. Nelle ampiezze, nelle “comodità”, nelle necessità che ora chiamiamo servizi. Chi non ha adattato, mutati, aggiornato i propri valori al mutare dei tempi, ovviamente, si chiede smarrito perchè i paesi si spopolano.

Essi si sviliscono perché per abitare nella case dei vecchi centri bisognerebbe fare vecchi mestieri e vecchie fatiche. Ecco una ragione, forse banale, dello spopolamento.

Chi oggi sarebbe disposto ad abitare case che rappresentano valori sostanzialmente spariti dalle forme culturali e soprattutto case ‘che costringono alla fatica’?

Chi abiterebbe, con naturalezza, una casa nella quale bisogna trasportare la damigiana di vino, la spesa, il carrozzino dei bimbi, il trolley, da lontano? Chi sarebbe disposto a tradire la propria pigrizia, lasciando l’auto a centinaia di metri trascinando ‘roba’ su lastricati acciottolati, con scarpe sottili come ‘pelle d’angelo’? Troppa fatica!

Un tempo ‘la fatica del vivere’ era nota, sopportata, rispettata, ‘cooperativa’, necessariamente solidale.

Oggi sarebbe improponibile. Le generazioni attuali, come dicevo, non parlano più tale linguaggio. Non riconoscono nei luoghi, nei materiali e nelle dimensioni ‘la casa per i loro bisogni’ e pertanto la rifiutano e la odiano. Sono i loro finti bisogni, nati per occupare l’abbondante tempo libero, ad avere necessità di spazio, non loro come individui del resto capricciosamente solitari. Essa rappresenta tutto il male possibile, da rifuggire, nella società ‘dell’apparenza’ che parla lingue con semantiche diverse: essa è “la casa di allora”, per le “persone di allora”, per le “fatiche di allora”. Invece dovrebbe mostrare un minimalismo pregiato nelle dimensioni e nei materiali (altro bifrontismo) e nei significanti. Dovrebbe possedere una semplicità preziosa  della casa (architettonica) per specchiare “la semplicità preziosa dei singoli” (antropologica). Generazioni ‘incomunicanti’ difficilmente riorientabili.

Occorre constatare allora a parer mio che lo  sviluppo sociale dell’ultimo secolo che ha visto affermarsi il primato della tecnica o della politica assistita dalla tecnica, è per l’uomo contemporaneo spiazzante. L’incremento dei poteri tecnici dell’uomo in materia di vita nella biosfera segnala un vuoto di competenza etica che li governi. Risulta quindi un falso mito. Ecco un’altra contraddizione: il potere dell’uomo sulla vita umana e sulla natura (antropocentrismo con tutti gli annessi corollari: mercato, beni ecc) a scapito di un “vitale biocentrismo” (la natura, i luoghi, i volumi ecc) ha perso il controllo di se stesso, perché l’uomo ha asservito la natura a sé (jus utendi, atque abutendi!), e in risposta la natura ha messo l’uomo nella condizione di essere asservito a se stesso.

Dovremmo accettare (magari discuterne) che la politica e le scoperte tecniche del vecchio millennio spiazzano l’uomo: da una parte c’è una natura dominata dalla politica e dalla tecnica (urbanesimo ed industrializzazione) e dall’altra c’è l’uomo incapace di controllarle (la politica e la tecnica). Non sarà più la politica a guidare lo sviluppo negli anni a venire perché già da ora comincia a essere surrogata lentamente dall’antropologia.

Tale contraddizione si estrinseca nelle forme culturali dominanti e nei relativi brutti (?) valori: ha imposto all’uomo un comportamento anomalo rispetto alla sua stessa natura. L’uomo accetta di costruire se stesso e i suoi luoghi secondo che siano “compatibili con la morale” (poca e volubile) invece che compatibili “con la vita”! In tal senso si risolve l’equivoco semantico sul “benessere”. Il benessere non dovrebbe essere, come è, l’insieme dei beni posseduti (con o senza morale), ma l’insieme dei “beni goduti insieme”, quelli che fanno “la vita buona”! Il tema dell’abbandono (in senso lato) della morale, dei luoghi, dell’essere, andrebbe allora cercato nella forma di un esame di coerenza a valori umani di vita e non nell’antica forma dell’esame di coscienza.

Se ora facciamo riferimento alle nostre questioni legate alla discarica (scelte, localizzazioni, ambiente, uomini, natura ecc.) si capisce che viviamo in una specie di vuoto in cui i processi sembrano sopraffarci, e tale vuoto produce spiazzamento, abnorme solitudine, silenzio, perchè la tecnica e la politica non sono in grado di offrirci una soluzione “compatibile con la vita” cioè compatibile con “la questione del benessere”.

Per riabitare i nostri antichi luoghi bisognerebbe insegnare un’antica lingua, quella che ancora oggi spiega come abbandonare la cara “morale individualista”, scegliendo a supporto di sé “una morale cooperativistica o solidale”; ovvero un’etica teleologica orientata a fare il bene, ai beni come obiettivi dell’azione; oppure un’etica delle virtù, orientata alla felicità in quanto fine ultimo assegnato agli uomini e alle loro azioni; oppure un’etica deontologica orientata al dover essere dell’azione. Non più la sola etica utilitaristica che guarda alla quantità di felicità rappresentata dalla quantità di beni.

Questo lo si può fare con un aumento “dell’offerta etica” non solo “dell’invito al riuso”, passando da quell’unica etica preesistente alle altre tre possibili alternative, con un aumento di ‘entropia culturale’, di partecipazione, di democrazia e quindi di ‘benessere’!.

In tempi di veline-ministri sarebbe scelta eroica. Ma qualcuno deve assumerne i rischi ed il governo di tale azione (la C.P.?).

In fondo per noi che “viviamo” in questi luoghi e non solo li “abitiamo”, è cosa semplice da fare, anche se penso che i timori, le domande, le speranze ed i silenzi, sono il terreno su cui si decide la vittoria o la sconfitta della concezione di questa terra morente (l’Irpinia) come metafora della “futura condizione umana” e non conta (sul lungo periodo) questa o quella scelta, questo o quel partito.

Conta invece voler avere coscienza e quindi discutere della nostra terra (l’Irpinia) come memoria del male già fatto all’uomo, per evitarne altro in futuro.

Siate consci di vivere, felici e partecipi, in una terra (l’Irpinia) tanto preziosa la cui morte è il paradigma della futura (o già attuale?) situazione del genere umano.

EnzoLuongo


Written by enzlu

23 Agosto 2008 a 7:32 pm

Pubblicato in a Autori Comunitari

12 Risposte

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  1. Il tema che sottostà alla domanda che viene posta è molto ampia e complessa sia sociologicamente che politicamente. La politica nel suo senso piu ampio, profondo e più vero. Cioè la capacità tutta umana di costruzione ,di uso e di cura delle cose che ritroviamo in natura e di quelle che ‘costruiamo’ con la nostra intelligenza e manualità. La politica ( non solo quella moderna) non è solo la capacità analitica e razionale di evidenziare o smascherare le contraddizioni e le ambiguità delle azioni umane in rapporto alle loro strutturali valenze economiche o di potere .Il saggio ‘classico’di Engels ‘Sulle abitazioni” ha determinato la costruzione delle categorie mentali e politiche di una intera generazione che ci hanno portato ad una lettura ideologica della vita umana e sociale che spesso ci ha costretti ad una marginalità se pur nobile ed eticamente coerente.Avevamo coltivato l’assillo del cambiamento oltre quello della comprensione. Mi è parso cogliere che lo spirito di questo incontro è radicalmente e profondamente diverso . Uno ’spirito’ sicuramente da parrofondire ,da ricostruire ma necessariamente l’unica strada da imboccare e percorrere. Partire dalla nostra personale percezione e cura delle case che ci sono date in uso nella terra delle nostre radici ,dei nostri affetti , delle nostre storie familiari.Non è il semplice ritorno al privato che è anche politico.Le nostre case che sembrerebbero vuote ed abbadonate in nostra temporale assenza, sono piene delle storie personali ed individuali che si sono costruite e vissute tra le loro mura. Non voglio richiamare la ‘religio’ dei Lari di classica memoria.Ognuno,oggi, ha i suoi ‘Lari’ nella mente ,nel cuore .Ma sono le nostre case segni concreti che ci sono stati lasciati in eredità che vanno recuperati o scoperti e fatti rivivere attraverso la nostra vita solo d’estate nelle ‘vacanze della memoria’ o per tutto l’anno se siamo ancora nel ciclo produttivo del vivere sociale.E’ una occasione conoscitiva e filosofica per affinare le nostre sensibilità e intelligenze a saper leggere queste realtà naturali ed umane con un occhio meno superficiale e materiale.Lo spirito che sento ed ho sentito circolare tra le persone della Comunità provvisoria e non solo che hanno riempito di voce, sentimento e idee “il silenzio” dell Abazia del Goleto, mi sembra suggerire questo nuovo modo di guardare,pensare e vivere i luoghi e le architetture naturali , artificiali ed umani della nostra Irpinia e dell’Italia dei piccoli microcosmi abitatativi .E questo non solo mi incuriosice ma mi mette in una prospettiva di ascolto, di attesa,di fiducia o speranza e di impegno per capire e ,sopratutto , per cambiare o rinnovare le mie vecchie ‘masserizie ideologiche’ e acquisire e attivare le nuove categorie mentali e…politiche.

    http://elisiramore.blogspot.com/2008/08/la-voce-del-silenzioin-una-magica.html

    mauro orlando

    23 Agosto 2008 alle 7:39 pm

  2. caro enzo
    il tuo testo brulica di tanti temi
    e fa onore a te alla comunità provvisoria.
    è tutta materia per i prossimi mesi, per il nostro autunno caldo….
    armin

    comunitaprovvisoria

    24 Agosto 2008 alle 10:04 am

  3. Insomma, è stato tutto spontaneo e bello. Ma se non ci fosse stato Vinicio Capossela nessuno ne avrebbe parlato. Diciamo la verità!
    Gli irpini sono sempre bravi a ricordarsi dei loro tesori nel momento del rischio.

    P.S. Ma non ci stiamo masturbando un po’ troppo con questo Formicoso?!

    Irpino di AV

    Irpino di Avellino

    24 Agosto 2008 alle 11:10 am

  4. Caro Irpino di AV (ma perchè non dire il proprio nome? E’ difficile parlare con un’astrazione),

    sì, il Formicoso può essere una masturbazione invece che una storia d’amore. Adesso i lettori sanno la differenza tra masturbazione e amore di coppia. La prima è un pò triste, la seconda è amore vitale (non sempre, d’accordo, ma insomma…).

    Il Formicoso diventa masturbazione se:

    1) non diventa, qualsiasi cosa accada, un laboratorio di un modo corretto di smaltimento dei rifiuti. Un laboratorio che parla al proprio territorio e insieme all’Italia e all’Europa. La spia che il Formicoso (inteso come questione discarica e oltre) è masturbazione (e neanche “piacevole”), è il rinchiudersi in ambito campano.
    Se vedi che la questione, i discorsi, si soffermano troppo sulla questione campana e napoletana (a parte le sacrosante critiche alle furberie messe in atto a Napoli) e non si inseriscono invece in Italia e in Europa, stai sicuro che hanno preso sopravvento i “segaioli” (linguaggio popolare per dire masturbatori).

    2) non affronta la questione della crisi generale (non parlo adesso dei soli rifiuti), della crisi sociale, della crisi istituzionale. Se non si è capaci di inserirsi dentro la storia del nostro tempo di crisi e di trapasso, la lotta intrapresa sarà alla fine pura e triste masturbazione. E magari un’occasione mancata.

    Prospettiva per il futuro del territorio: il Nuovo Municipio, un’aggregazione vasta di (ex) comuni, geograficamente e storicamente omogenei, per una nuova unica istituzione di base. Una nuova unità d’Italia (quanti linguaggi reazionari e borbonici si sentono in giro anche da noi!) in chiave regionale: l’Italia come la Nuova Regione, potere intermedio forte, che coordini i Nuovi Municipi. E poi sopra tutti il Nuovo Stato Europeo che acquista in modo altrettanto forte la capacità di coordinamento dei vecchi stati nazionali, prendendone quindi i poteri.
    Non inserire la questione Formicoso dentro questa triade Nuovo Municipio-Nuova Regione (Italia)-Nuovo Stato Europeo espone la lotta intrapresa a diventare sempre più masturbazione, e masturbazione molto triste come tutte le cose che non hanno sbocco nel futuro.

    Con affetto
    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    24 Agosto 2008 alle 3:31 pm

  5. Vi raconto una storiella:…….

    Durante il Medioevo, un pellegrino aveva fatto voto di raggiungere un lontano santuario, come si usava a quei tempi.

    Dopo alcuni giorni di cammino, si trovò a passare per una stradina che si inerpicava per il fianco desolato di una collina brulla e bruciata dal sole. Sul sentiero spalancavano la bocca grigia tante cave di pietra. Qua e là degli uomini, seduti per terra, scalpellavano grossi frammenti di roccia per ricavare degli squadrati blocchi di pietra da costruzione.

    Il pellegrino si avvicinò al primo degli uomini. Lo guardò con compassione. Polvere e sudore lo rendevano irriconoscibile, negli occhi feriti dalla polvere di pietra si leggeva una fatica terribile.

    Il suo braccio sembrava una cosa unica con il pesante martello che continuava a sollevare ed abbattere ritmicamente.

    “Che cosa fai?”, chiese il pellegrino.
    “Non lo vedi?” rispose l’uomo, sgarbato, senza neanche sollevare il capo.
    “Mi sto ammazzando di fatica”.

    Il pellegrino non disse nulla e riprese il cammino.

    S’imbattè presto in un secondo spaccapiertre. Era altrettanto stanco, ferito, impolverato.

    “Che cosa fai?”, chiese anche lui, il pellegrino.
    “Non lo vedi?” Lavoro da mattino a sera per mantenere mia moglie e i miei bambini”, rispose l’uomo.

    In silenzio, il pellegrino riprese a camminare.

    Giunse quasi in cima alla collina. Là c’era un terzo spaccapietre. Era mortalmente affaticato, come gli altri. Aveva anche lui una crosta di polvere e sudore sul volto, ma gli occhi feriti dalle schegge di pietra avevano una strana serenità.

    “Cosa fai?”, chiese il pellegrino.
    “Non lo vedi?”, rispose l’uomo, sorridendo con fierezza.
    “Sto costruendo una cattedrale”.

    E con il braccio indicò la valle dove si stava innalzando una grande costruzione, ricca di colonne, di archi e di ardite guglie di pietra grigia, puntate verso il cielo.

    Uacc Uaa
    Nanosecondo

    Nanosecondo

    24 Agosto 2008 alle 4:17 pm

  6. La storiella di prima ci fà comprendere come cambiando il nostro pensiero ed il nostro approccio ad una cosa, esperienza di vita , si possa cambiare non solo la prospettiva di visione della vita ma migliorare iil nostro benessere. La nostra salute. La nostra vita.

    Nel commentare il post di Enzo …. riprendendo un pò anche (qui) il post sullAUTONOMIA o meglio SULLE MOTIVAZIONI DEL MOVIMENTO AUTONOMISTA DELL’IRPINIA proposto e pare accettato nell’invito da alcuni autori della comunità provvisoria e propongo anche qui in questo post questa mia riflessione.

    Abbiamo vissuto la nostra vita sempre più al confine di qualcosa, ed oggi in particolar modo viviamo al confine di un ciclo di transizione tra l’Era dei Pesci e la Nuova Era dell’Acquario.

    Avere fiducia negli altri è l’esercizio più difficile in questo momento ( se lo chiedete a qualche astrologo ve lo spiegherà meglio di me ed oggi ci sono anche valenze scientifiche su queste cose che non appartengono più al solo culto della astrologia e/o magia).

    D’altronde è pur vero che la fine di questo ciclo (arriva ogni 2000 anni circa) ci sta riproponendo, in modo molto veloce e preciso, tutto quello che l’umanità ha compiuto durante i duemila anni dell’era appena trascorsa e molto di ciò che vediamo, non è affatto bello e non ci piace: gli effetti devastanti del denaro e del potere scelti come unico scopo di vita, la superficialità, la violenza, la sopraffazione dei più deboli, lo sfruttamento selvaggio e insensato del pianeta, l’odio e l’indifferenza, sono continuamente davanti ai nostri occhi.

    Per questo credo che sia sbagliato pensare che “isolandoci” dal resto mondo ci salvi, cosi come appare forte una contraddizione tra alcune cose dette da Enzo Luogo in qusto post e la sua adesione all’iniziativa di movimento autonomo dell’irpinia.

    Per questo credo che davanti a questo quadro di eventi, (così veloci) dobbiamo avere e ritrovare invece il coraggio delle nostre imperfezioni e delle scelte sbagliate fatte in passato ed essere consapevoli che c’è urgenza di riportare nella nostra vita i valori etici dello spirito, nel mentre la maggioranza degli esseri umani cede invece alla tentazione dello scoraggiamento e della paura e al senso di impotenza che induce ad arrendersi e a prevedere il peggio e quindi a non aver fiducia dell’altro, trincerarsi, “arroccarsi” e chiudersi nel proprio “recinto”: rendersi autonomi, e csoi sperando di salvarsi?

    Da chi da che cosa? Se non da se stessi!

    Enzo fa una giusta analisi della situazione ma finisce con assumere un’iniziativa che è contraria al tentativo a cui egli stesso si vorrebbe affidare.

    Con la richiesta di adesione (che si propone) al “movimento per l’autonomia dell’irpinia” il rischio è proprio quello di dare forza alla grande forma del pensiero negativo con cui abbiamo costruito la nostra cecità e i nostri egoismi e con questa azione essa continuerà a riprodursi e materializzarsi anche sul piano fisico, grazie alla “legge dell’attrazione”.

    Soltanto cessando di comportarci come bambini egocentrici e irresponsabili e accettando le leggi che regolano i rapporti della vita saremo in grado di migliorare la qualità della nostra esistenza, quella di tutti coloro con cui ci rapportiamo nel nostro vivere quotidiano e per legge di “risonanza” con tutte le altre persone.

    Il primo meraviglioso frutto di questa nuova visione di vita è il sorgere, dal profondo del nostro essere, di un sentimento di immensa gratitudine e fiducia: fiducia in noi stessi e se ritenete opportuno nel dio che volete pregare.

    Avere fiducia significa però anche essere consapevoli che non è il nostro dio che ci ricompensa o punisce ma siamo noi che ricompensiamo o puniamo noi stessi a seconda del modo in cui ci poniamo verso la vita.

    Parlo sostanzialmente dell’espressione, nel senso più profondo e più elevato del termine, della legge dell’Amore che non ha confini e steccati se non i nostri pregiudizi verso l’altro.

    Perchè parlo dell’amore come “coscienza universale” perchè l’amore (per qualsiasi cosa essa sia) non da mai punizioni e castighi, ma attendono sempre il ritorno nella giusta legge dell’attrazione o “unigravitazionale” (come la chiama il mio carissimo amico napoletano Prof. Renato Palmieri) fornisce gli strumenti perché tutto si compia.

    Avere fiducia significa essere consapevoli che “l’energia segue il pensiero” e di conseguenza comprendere che tutte le azioni e i comportamenti degli esseri umani hanno origine nel loro pensiero.

    E, dunque lì, nel nostro pensiero, che dobbiamo iniziare il lavoro di trasformazione.

    Dobbiamo innanzitutto diventare innocui, bambini , clown (se volete che è il vostro bambino interiore) eliminando dalla nostra vita quotidiana qualsiasi pensiero separativo di critica e di giudizio, assumendoci la responsabilità della trasparenza e della coerenza mettendo costantemente in pratica i valori in cui crediamo veramente.

    Se vogliamo che i giusti e retti rapporti, la comprensione amorevole e la pace trasformino la terra in un pianeta di gioia e di armonia, dobbiamo “aspirare” a questi valori, tenere fermamente salda nella nostra mente e nei nostri pensieri la loro visione, desiderarne la realizzazione e praticarli in prima persona nella nostra vita quotidiana.

    Solo così potremo dare il nostro contributo all’evoluzione, alla trasformazione della coscienza collettiva e alla realizzazione del “bene comune”.

    Fiducia è imparare a fluire con gli eventi senza opporre resistenza nella convinzione profonda che tutto è amore, che ogni cosa è sempre al posto giusto e accade al momento giusto perché questo ci aiuta a cambiare.

    “Conversione” significa superare l’attrazione finora esercitata dalla materia sulla nostra personalità e iniziare la risalita verso i valori dello spirito, che significa semplicemente pregare ognuno il proprio dio (se credete) o avere un rapporto con la natura diverso e più rispettoso.

    Anche se per lunghissimo tempo ci siamo identificati con la nostra personalità, non abbiamo ancora compreso come noi siamo “Anima”.

    L’anima è amore e innocuità, coscienza di gruppo e servizio libero e spontaneo verso tutti i bisogni non solo dei nostri fratelli immediatamente vicini ma di tutta l’umanità e di tutte le vite del pianeta. Quindi non si può pensare a isolarci da questo mondo perché il solo pensare ciò produrrà nuovi egoismi e nuove guerre.

    Ecco perchè spero che la nostra sia una “comunità provvisoria” aperta e non chiusa per paura all’altro perchè solo pensare farà fallire la nostra missione.

    Uacc Uaa
    Nanosecondo

  7. Certe volte mi prende una rabbia…
    Ma insomma ci fate o ci siete?
    Io nel post ho scritto SOLO quello che in due minuti (forse anche più di tre) ero stato costretto a dire durante il convegno. E basta. In modo che chi non era potuto venire poteva farsi un’opinione delle cose dette, come mi sembrava richiesto da qualcuno. (il tempo di lettura del post è di circa tre minuto, quello di riflessione di alcune ore). Benissimo, punto.

    Poi un “irpino di avellino” spara delle cose che non c’entrano alcunché (uncasso) con le cose che ho scritto. E qualche altro (michele fumagallo) lo “segue” o “insegue” su un tema che non c’entra alcunché (uncasso) con le cose che ho scritto. Non ho mai citato sia nell’intervento, sia nel post né il Formicoso, né il “nuovo municipio”: basterebbe leggere. Poi interviene “nanosecondo” e scrive cose che non c’entrano alcunché (uncasso) né con le cose scritte da me né con le cose scritte dagli altri due.

    Non commento per educazione. Ma Voi le leggete le cose scritte nei post o tenete pronti degli interventi buoni per tutto pur di apparire? Vi rendete conto che quello che dite non ha attinenza con i contenuti dei post, oppure pur rendendovene conto la cosa non Vi riguarda? I commenti inseriti avrebbero lontana attinenza con altri post pubblicati: allora spostateli.

    E mi devo sorbire pure delle ramanzine su cose che non ho detto e non ho fatto. Per cortesia dobbiamo avere tutti rispetto di chi scrive e di chi legge. Questo modo di fare non solo non aggiunge contenuti alle discussioni ma è fuorviante per chi tenta di “appartenere” al blog leggendo post e commenti.

    Qualcuno più incazzato di me l’ha già detto in altre occasioni: dovreste attenervi ai contenuti dei post, commentare anche duramente specifici contenuti, evitando se possibile pseudonimi.

    Quanto alla mia denunciata adesione al “Movimento Autonomista….”: non so neanche di che si sta parlando. Non so che è, non ho aderito a ciò che non so che è, non partecipo a ciò che non so che è. Mi è stato chiesto durante una telefonata se ero disposto a partecipare domenica sera dopo le 21,30 ad un “motoraduno di guzzisti”. Io ho risposto che se tornavo per tempo da un altro motoraduno forse avrei partecipato. Essendo un dirigente internazionale del Moto Guzzi World Club (uno dei cinque) mi è sembrato educato rispondere così. Se questo poi non è vero o deve scatenare una polemica per altro separata da questo post, allora avevo molta ragione tempo fa a dire che me ne volevo distaccare dalla Comunità Provvisoria.
    P.S. io non ho mai parlato, scritto, aderito, partecipato a nome della C.P. ad alcunché. Vorrei che lo annotaste.

    EnzoLuongo (stufato)

    enzlu

    24 Agosto 2008 alle 6:14 pm

  8. Caro Enzo,

    il mio commento era rivolto all’irpino di Avellino non al tuo scritto che considero di grande interesse.

    Tu hai ragione che bisogna commentare i post, ma insomma a volte si “insegue” un commento per dire comunque delle cose (e non personali ma di interesse collettivo, si spera almeno).

    Comunque vale il tuo giudizio sul post e sui commenti che dovrebbero seguire a un post. Ma questo fa parte anche di un divenire, un “imparare” col tempo, soprattutto poi in un organismo come la comunità provvisoria dove magari mentre impari qualcosa
    c’è sempre qualcuno che strattona da un’altra parte.

    Con affetto
    Michele Fumagallo
    p.s.: sull’incontro di Sant’Angelo hai ragione e ne ho scritto sul post adatto (quello appunto che invitava all’incontro sull’autonomia, eccetera). Anche a me è successa la stessa cosa che a te. Vengo invitato da Antonio e immediatamente appari su di un post o un volantino quasi come uno che “aderisce”. Anche qui però è sempre la maledetta “manipolazione” (senza offesa per nessuno, è una mancanza di democrazia alla fine). Che fare? Quello che stiamo facendo: denunciarla anche su questo blog. Fin quando uno non si annoia, sia chiaro.

    michele fumagallo

    24 Agosto 2008 alle 6:49 pm

  9. Una sola tempa

    Credo che ogni estetica discenda da una ricerca della forma presentita dell’Ignoto, che proceda con lo scavo nella cava delle sensazioni.

    L’architettura della parte storica di Calitri è «architettura organica», così mi ha detto l’architetto Piumelli. La definizione, però, forse non va intesa nel senso dato da Frank Lloyd Wright.
    Credo che «architettura organica», nel nostro caso, significhi che gli uomini che l’hanno realizzata scavando s’aprissero spazi di conoscenza, e componendo dai materiali estratti l’immagine dell’ignoto, ammirassero se stessi.
    Scavare la terra, arare campi, costruire case significava lavorare su di sé. Significava crearsi, definire gli spazi e le forme degli interni e quelli del fuori, significava darsi un’identità. Significava tenersi tra le mani, essere padroni di se stessi.
    Non sembra strano allora che quella gente sentisse centro del mondo la collina su cui l’Ignoto e il proprio volto s’erano rivelati, che la sentisse come un ventre pieno di segreti, e sempre gravido di loro.
    Non sembra strano allora che quegli uomini sentissero quel tempo inciso dagli acidi del mito e sé, tirati all’acquaforte, gli unici conoscitori del mistero della vita e della morte.

    Tra gli angoli dell’alba

    Da noi si iniziò a costruire di fronte al sorgere del sole e della luna. Si costruì sulla porzione di collina tracciata dal loro andare, assecondando la forma e i rilievi dell’altura. Tra gli angoli dell’alba e del tramonto.
    Si costruì di fronte a dove spiccano il loro balzo giorno e notte per strofinarne i sensi e attingerne il segreto.

    Fu questo il nostro approccio organico alla terra. Quell’uomo sentiva, nella proiezione di quel cielo su quella collina posta tra tre torrenti e un fiume, la sostanza di se stesso, la sua forma innata.
    Fu per scoprire la sua immagine che quell’uomo adottò quella terra ancora incolta come suo Eden, come sua madre, come sua materia. Dopo luoghi infidi e cose adultere quell’uomo trovò un punto fermo dove edificare. Dopo essersi spostato di terra in terra scavò le sue case nel tufo eruttato dal Vulture, e con le pietre rotolate dall’Ofanto le chiuse ai lati e fece le facciate.
    Fu per vedere le sue proprie sembianze che quell’uomo poi costruì fornaci di mattoni, rossocupi come la sua pelle sotto il sole, e di cementi nuvolosi e grigi.
    Casa dopo casa, d’estate e d’inverno, col sole e con la pioggia, venne su un presepe di paese. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il paese stabilì e impose la sua immagine.
    Terremoto dopo terremoto, franamento dopo franamento, quell’uomo la rifece, sempre somigliante.
    Volumetrie e forme dilatavano, sui righi delle curve di livello, in forme percepibili gli spazi interiori. Sopra quei rilievi, dentro quelle pagine, erano scrittura, voce del silenzio, ritratto di quell’uomo, parola messa fuori.

    Condizionate dall’andamento della collina, e col muro del giorno chiuso a settentrione, volumetrie e forme tenevano conto della luce e delle necessità degli spazi interni.
    Per lo più ci si accontentava di spazi ridotti, di una sola stanza. Il resto era un ventricolo scavato nella terra, a volte era un’aorta, che non si poteva non fermare a una vertebra lombare.
    La stanza era il cuore della casa protetto da una massiccia muratura e, in orizzontale, dal legno della travatura. Non c’erano finestre. Per far uscire il fumo e farla respirare bastava un diaframma, aperto sulla porta.
    Sopra, in elevazione, era costruita un’altra abitazione.
    Di locali accessori esterni e di finestre si sentì l’esigenza dopo. Fu solo allora che si fecero fusioni catastali. Tra un piano e l’altro, le scale fecero di due corpi organi di uno solo.
    Quelle architetture a saliscendi, irregolari, con percorsi che da un qualsiasi punto tornavano da altri allo stesso centro, erano luoghi densi e consistenti, proprio come lo spirito che ci percorre dentro.

    Così anche casa. Scavata in alcuni punti nella terra, da una porta in alto esce in vicolo san Pietro, da due in basso, tre prima che fosse divisa, in via Concezione.
    Casa deve essere stata una di quelle abitazioni fortificate costruite sulla cinta muraria nel ‘500. Me lo ha riferito l’architetto della soprintendenza archeologica di Salerno, il mio compagno di prima elementare, Vito De Nicola, autore di uno studio non ancora pubblicato sulla struttura muraria di Calitri nei secoli. Secondo lui l’entrata da una parte, l’uscita dall’altra, erano per sfuggire a possibili pericoli.
    Da qui ancora vedo quello che videro gli uomini di allora. D’estate l’alba tuttora si rigira tra la porpora dell’aria e il dorso del Calvario sul quale ogni giorno il giorno s’incammina. D’inverno, quando la centuria delle temperature basse le strappa le vesti, ha invece una spina di luce che porta nel giorno un astio e un’ingiuria.

    alfonso

    25 Agosto 2008 alle 8:26 am

  10. Sarà anche senza senso ma …con un colore rosso (correzioni)
    la dedico con affetto a Enzo Luongo…..

    “Il lonfo non vaterca né gluisce
    e molto raramente barigatta
    ma quando soffia il bego a bisce bisce
    sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.”

    Poesie “metasemantiche” di Fosco Maraini
    (Scrittore e Orientalista – Irpinico? Boh!)

    Nanosecondo

    25 Agosto 2008 alle 9:07 am

  11. (I linguaggi dei network o dei blog (?))

    C’era una volta,
    tanto tempo fa, in un agalaccita lontana, un piccolo blog sperduto sulle montagne dell’arminico pianeta, che si chiamava “sprovvistadimente comune” tanto che un angelo di nome Michéarcangelo e di cognome Fumaligallimichélemà parlava di costruzionare una nuova comunità multifunzionale non più comunista ma idealmente multietinica e non zarista comunitariamenteparlando “multicomunista”.

    Lui insisteva tanto che ad ogni scassione si è messo a dire tante parole aVvanvera, e così intervenne e poi parlò L’Ingegnènzolungo nelle gole del to.

    L’Ingegnènzoluongo ne diceva così tante e le faceva così bene, le parole una sopressata all’altra ed alle altre che è cresciuto, diventando grande tanto che la madre gli comprò una moto. E, così ha fatto tante strade. Poi con la sua moto un galletto di guzzi che parlava da solo con la sua marmitta tanto che era brava anche lei a fare sorpassati, si iscrisse alla federazione delle moto spaziali guzzi. La federazione costruiva anche ascenssori da bagno, molto bellissimi.

    E, così iniziò motarsi la testata della moto e ad organizzare raduni però non ha mai invitato Nanosecondo che aveva un moto perpetuo galletto anche lui di marco guzzi che era un cesso di moto d’epoca, tanto d’epoca che poteva viaggiare nell’epoca che voleva tanto non pagava ne l’assicurazione ne il bollo però era una grande marcatempo, avvolte ci stava sopra ore intere perché era anche un po’ stitico.

    E, fu così l’Ingegnenzoluongo ha cominciato a volere e rivendicare i suoi spaziassiderali ed a reclamare la sua indipendenza motoriale, e allora è arrivato l’architetto Verde&Rosa (studio accozzato con un’altro angelointergalattico dei lombardi, satellite del pianete Lione) e gli ha fatto una cameretta tutta per lui in Altura pianeta della costellazione del Formicosolo dove si mettono solo lucciole nei barattoli.

    E, ciò per evitare che anche lui (l’Ingegnenzoluongo) diventasse come Fumaligallimichélemà che non assecondandosi da lui (l’Ingegnenzoluongo) avvolte elettricamente attaccava la spina senza rosa&verde mettendo in moto anhe lui però un registratore di marca aVVanvera, (nome di marca registratore scelto apposta tanto per identificare contenente e contenuto, forma e sostanza, pane e focaccia, capra e cavoli, moglie piena e botte ubriaca, grano e zizzania, ecc.).

    Certo che lui, ingolfato come il carburatore della sua moto guzzi, è sconfortato anche da una ricerca scientifica che però lui non conosce e che negli ultimi anni è stata fatta grazie anche all’uso delle nuove tecniche neuroimmaginifiche della macchina PET (tomografia ad emissione di positroni – non negatoni) che ha rovesciato la prospettiva architettonica delle linguaccie umane chiarendo con la varrichina che le parole possono essere mattoni per costruire muri o per mandarle in fronte a qualcuno per farlo male, chiarendo anche con il vetril come le stesse linguacce umane dipendono dall’evoluzione delle nostre capacità mentali e come le stesse linguacce umane appoggino i loro travi ad altre facoltà (non universitarie) come l’intelligenza sociale ed ecologica.

    Questi studi hanno confermato ciò che i linguisti ipotizzavano da tempo, ossia che la componente morfologica, quella semantica e quella sintattica del linguaggio sono dotate di una loro individualità, anche spaziale e l’approccio tradizionale: fonetici e fonemi dei primitivi, innati e arbitrari, dipendono solo dai loro vincoli bio-meccanici con le loro moto evitando di porsi la domanda “da dove deriviamo?”.

    Per questo avvolte a qualcuno sembra che si possa utilizzare parole inventate e prive di senso (definite pseudoparole), ma che da sole si muovono nello spazio continuando a rispettare almeno solo le regole grammaticali e non quelle della logica corrente.
    Durante questi esperimenti è stata rilevata l’attivazione di una componente profonda e selettiva dell’ area di Broca e della regione frontale inferiore dell’emisfero destro. E’ stato inoltre osservato che, all’interno di questo sistema, il nucleo caudato e l’insula dell’emisfero sinistro si attivano selettivamente soltanto durante il processo di analisi sintattica.

    Da qui il ricongiungimento ionosferico del lato sinistro e destro del cervello (il maschile ed il femminile) che unificato ci rende capaci di sorvolare il fomicosolo con le nostre moto del tempo e dove si possono prendere le lucciole per metterle nei barattoli.

    E, tutti visssero felice e conversanti.

    Uacc Uaa
    Nanosecondo

    P.S. Michè fatti la moto pure tu! Che ci facciamo anche noi un raduno di comunitari!

    Nanosecondo

    25 Agosto 2008 alle 11:31 am


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