COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

Post urbano

con 18 commenti

calitri vista dall'ofanto - foto Angelo Verderosa 1994

 

“…non esiste più tanto la differenza tra città e campagna: tutti vivono in modo urbano, dunque in un certo senso abbiamo «città» (o vite cittadine) che si estendono abbracciando anche territori meno densamente popolati, facendo respirare l’insieme. Le megalopoli iperdensamente costruite sono svantaggiate in termini di qualità della vita se si confrontano con territori urbanizzati ma meno densamente popolati. All’estero si pone il problema di de-densificare le megalopoli: noi siamo involontariamente in vantaggio su questo punto. Del resto, le città aperte alla creatività sono quelle che le persone «vogliono» non quelle che le persone «subiscono». Come le città invisibili di Calvino erano quelle che stanno nelle visioni e nei desideri delle persone…”.

Segnalo questo post di Luca De Biase (via Jane Jacobs).

 

Written by giannifiorentino

10 Settembre 2008 a 9:50 am

Pubblicato in a Autori Comunitari

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18 Risposte

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  1. forse il concetto di ‘rete’ sarà sostitutivo dell’idea di città
    … anche in questo abbiamo un vantaggio
    il fatto è che pochi vedono i vantaggi

    verderosa

    10 Settembre 2008 alle 10:52 am

  2. ROMA NOTTURNA

    Bare d’acciaio filano nella grigia carreggiata.
    Questa notte di primavera si dilegua nei verdi recinti della città:
    parchi fantasma e mormorii.
    Docili anime annidate nel grembo di una cupa pensilina.
    Un braccio lunare sfiora la stazione Tiburtina.
    Un treno sibila superbo:
    bus acherontici traghettano gl’ultimi superstiti
    ( avvolti tra le lacrime del buio ).
    Cappi di luce i lampioni.
    L’odio della prole sulla pelle dei palazzi:
    cancrena sociopolitica e imbarazzo.
    Il cielo d’argento: tremante: carri nebulosi e turbamenti.
    In subbuglio le viscere putrefatte della metropolitana.
    Il fischio stridulo delle rotaie sputa fiori incandescenti:
    osservo l’incesto urbano e piango.

    Paolo battista...versi tratti da CANTI URBANI

    10 Settembre 2008 alle 1:36 pm

  3. Credo di averlo già espresso il mio pensiero, forse addirittura negli incontri ‘dal vivo’ della C.P..

    In una società molto complessa come la nostra, in senso lato, (non in senso altezza, nè apotema, nè …) il grande vantaggio di vivere nei piccoli centri può essere così riassunto:
    a) – ci si ‘incazza’ con meno persone;
    b) – ci si ‘incazza’ per meno ragioni.

    Fuor di metafora possiamo credere che “la complessità” delle megalopoli ormai “è imposta”, sostanzialmente ‘immodificabile’, mentre “la complessità” dei piccoli centri è tutta da costruire.
    In questa, forse sottile, distinzione stà “la fortuna”.
    Noi la nostra complessità, se vogliamo (e solo se vogliamo) possiamo costruircela, invece nei grandi centri, per avere “la medesima complessità” bisogna “smatassare” prima quella che c’è e poi costruirsene un’altra.
    E’ operazione difficile e rischiosa se non ci sono “uomini”, senza aggettivi qualificativi!
    Qualcuno dice “poeti” senza aggettivi qualificativi, ma è solo questione di lessico, non di semantica.

    EnzLu (così, di getto)

    enzlu

    10 Settembre 2008 alle 1:42 pm

  4. Certamente le megalopoli iperdensamente costruite
    sono svantaggiate in termini di qualità della vita,
    ma hanno il privilegio della mercatura,
    cioè si trova più facilmente ogni cosa necessaria
    e comoda al vivere umano.

    antonioluongo

    10 Settembre 2008 alle 5:57 pm

  5. Il concetto di rete mi riporta alla mente immagini non del tutto aprezzabili sia dal punto di vista estetico che funzionale…Direi che è pur sempre la città che mi ispira anche nella sua realtà meno coerente e funzionale…La città piccola o grande comunque mi affasci
    na per le diverse possibilità di rapporto che ti offre…Con la storia, con il territorio e la natura, con il collettivo dei simili e dei diversi che si muove e và…Dove una forza più grande lascia sempre con il fiato sospesi…

    renzo marrucci

    10 Settembre 2008 alle 6:28 pm

  6. Alcune considerazioni sintetiche e per questo potenzialmete in pericolo di semplificazione e fraintendimenti. La comunità è un insieme dinamico di singolarità ,relazionate in “rete”, dove l’individuo assume il ruolo di “nodo” tra le varie reti presenti nella società.
    Lo sviluppo antropologico dell’individuo ha seguito grosso modo il percorso della triade IO-SOCIETA’-COMUNITA’
    La vecchia ed abusata ‘categoria’ di “comunismo” ha assunto per motivi ideologici e storici un ruolo statico e non dinamico essenzialmente perché nelle azioni umane privilegiava il fine e sottovalutava i mezzi.
    Nel ’68 l’accellerazione della liberazione dinamica dell’Io tradizionale e patriarcale è stata proiettata verso la società civile, presunta liberatrice, e non verso un recupero della categoria dell’individualismo dinamico all’interno della “comunità ” .
    La società è per definizione differenziata e divisa per ruoli e finalità ed è esposta alla staticità autoreferenziale e alla sclerotizzazione autoritaria .
    La dinamicità ( non la dialettica hegelo-marxiana che è processo finalistico razionale ma prevedibile e statico) all’interno della comunità dovrebbe funzionare secondo il principio popperiano di “confutabilità” non secondo quello galileiano di “verificabilità”. Un valore è temporaneamente vero e condivisibile fino a che un qualsiasi componente della coppia amorosa, della famiglia o della comunità non lo confuti.
    Le azioni dinamiche all’interno della comunità hanno la caratteristica della “contemporaneità” secondo la concezione heideggeriana di “tempo”, dove il tempo è sempre un presente carico della ricchezza “pesante” del passato e gravido della imprevedibilità “leggera” del futuro. Il passato non è né l’Idea universale di Platone da usare come modello per il presente , né l’ipostasi metafisica (la vita eterna) del cristianesimo o del marxismo (La società buona e giusta).
    Il passato usato in modo reazionario blocca lo sviluppo delle relazioni e le capacità delle individuo . Il futuro , metafisicizzato, metastoricizzato, ipostatizzato e idealizzato sposta tutte le energie individuali non nella realizzazione personale , al meglio, nel presente ma in vista di un “fine” sempre da sperare mai da realizzare.
    http://www.mauroorlando.it

    mauro orlando

    11 Settembre 2008 alle 9:22 am

  7. Individualità collettiva o collettività individuale?

    Agapito Malteni

    11 Settembre 2008 alle 9:37 am

  8. Cari amici,

    non c’è dubbio che la città (oggi è di difficile definizione, d’accordo) rappresenta l’agglomerato urbano più attrattivo non da oggi ma da ormai alcune migliaia di anni.

    Per questioni anche semplici, diciamo di servizi essenziali, che significano anche e soprattutto concentrazione di lavoro, e più ricchi di un piccolo agglomerato o della campagna (anch’essa di difficile definizione oggi).

    Mi piace il pezzo postato da Gianni perchè mette il punto fermo (per modo di dire, non esistono punti fermi qui) su una questione: viviamo in quella che io preferisco chiamare civiltà metropolitana. E’ un fatto. L’autore del post parla di “modo di vivere urbano”. Va bene lo stesso.

    Un modo di vivere, una civiltà che obbliga a confrontarsi su quel terreno.
    Ed è lì che inizia lo scontro tra concezioni diverse di città.

    Non è solo questione urbanistica, è questione civile e politica. Obbliga a organizzare diversamente gli uomini e ridisegnare le istituzioni vecchie.

    Per quanto riguarda il nostro territorio, noi abbiamo la possibilità, se siamo consapevoli anche dei ritardi, di costruire una città diffusa in un territorio ampio (l’Alta Irpinia tutta) dove i vecchi (e nuovi) borghi sono inframmezzati da un vasto territorio verde (una fortuna, non un handicap).

    Una “città ambientalista” ricca di servizi, che si riconosce in un’unica istituzione di base, un “nuovo municipio” e una “nuova identità”, dentro, ovviamente, un gioco politico e istituzionale più vasto.

    Un “paesaggio” che rifonda quindi il concetto stesso di “città” come luogo di progresso autentico, a misura d’uomo, ritorno alle origini dell’attrazione antica dell’urbanesimo, luogo di scambio vero, di crescita collettiva forte e “competitiva”.

    Una città “visibile”, che permette agli uomini di “guardarsi in faccia”, di evitare l’anonimato ormai cretino (oltre che doloroso) delle aggregazioni metropolitane in crisi.

    Una “rivoluzione”, di questo si tratta ed è quel che ci vuole, che esige personale all’altezza del compito, coraggioso, portatore di democrazia avanzata, autonomo, libero e fiero di esserlo.

    Auguri a chi ne è capace.

    Con affetto
    Michele Fumagallo

    michele fumagallo

    11 Settembre 2008 alle 4:16 pm

  9. Agapito Malteni. Collettività come l’insieme di individui che partecipano ad un contes
    to nessuno escluso…La città appunto come un insieme di luoghi relazionanti e individui relazionanti. Se non c’è relazione non c’è luogo e viceversa e l’individuo impoverisce e si isola…Si Ostracizza, si chiude al dialogo e allora non esiste la città come luogo…
    Mauro Orlando. Io vedo le cose con semplicità e cioè la città è ancora la città sebbene resa complessa dalle distorsioni, come l’uomo è sempre un uomo sebbene reso più complesso dalla conoscenza ecc…Il fattore di crescita non è cambiato è diventato più complesso, è cioè diventato più responsabile…non sono solo le energie materiali a dovere essere considerate ma la capacità sociale e spirituale dello scambio. L’uomo smette di crescere quando la tecnologia trascina l’uomo. Lo induce ad una fiducia eccessiva e mette in dubbio se stesso, si accoda smettendo di pensare e creare o diminuendo fortemente questa attività. Vedi il fenomeno delle archistar come …Le loro opere evocano… non si ispirano alla natura, cioè cercano il simbolo ma non la ragione della città e del territorio,finiscono con l’imporre e impongono al cittadino…Copiano o imitano e poi si affidano alla tecnologia per concludere e realizzare ciò che può in qualche modo stupire…Con la complicità della comunicazione L’uomo diviene…singolo e spettatore…perde protagonismo e si isola nella stessa architettura che dovrebbe proteggerlo, aiutarlo a vivre e a stare insieme, a colloquiare a scambiare. Il sistema della comunicazione ci consente di poter attingere acqua più lontano ma non dobbiamo mai dimenticare la natura dell’uomo altrimenti cadi nel gioco cinico della tecnologia che trascina pensando a se stessa…Senza volere il tempo della riflessione umana e per affermare invece il tempo tecnico delle sue sintesi…La collettività è sempre una… nella sua varietà e ricchezza.

    renzo marrucci

    11 Settembre 2008 alle 4:51 pm

  10. Una cosa mi è sempre piaciuta della vita di paese, che va, purtroppo, scomparendo, le relazioni sociali che si instauravano tra gli abitanti. Spesso le strade del paese erano una famiglia allargata, il vicino di casa si chiamava “zio” o “compare” anche se non c’erano legami di sangue. I legami sociali, spesso, erano più forti delle parentele. Le porte delle abitazioni erano sempre aperte, la strada era sempre partecipe negli eventi che accadevano ad un membro della comunità sia se si trattasse di un fatto positivo, sia di un evento negativo. Un matrimonio era una festa per tutta la “famiglia allargata” come un funerale veniva vissuto con dolore e partecipazione da tutto il vicinato.
    Ricordo ancora come alcune strade, alcune zone erano identificate non in base alla toponomastica ma bensì col nome di una persona che ci viveva. Ogni individuo veniva inglobato in una dimensione collettiva.
    In città, credo, questo sia molto più difficile da realizzare, se si esclude qualche raro caso. Gli spazi di aggregazione, seppur presenti in misura maggiore rispetto al paese, rappresentano contesti ben precisi e delimitati nello spazio e nel tempo, ad esempio il luogo di lavoro, il circolo, le associazioni e quant’altro. Ogni individuo è a se stante e la dimensione collettiva se la deve cercare o creare.

    Agapito Malteni

    12 Settembre 2008 alle 10:03 am

  11. Ho inserito questp post di segnalazione qualche giorno fa per sollecitare una riflessione tra gli amici della cp, che mi pare ci sia stata. Leggo e condivido molte delle cose che sono state scritte nei commenti, non ultimo quanto scrive in maniera efficace Agapito Malteni. Credo, è questa la mia modesta idea, che i paesi veri siano le (stiano nelle) relazioni tra le persone, nella rete di rapporti che si stabiliscono nel tempo e nello spazio. Queste relazioni muovono e muoveranno le pietre, le strade, la terra, i sogni e le speranze delle persone. Abbiamo bisogno di buone relazioni per buoni paesi, per paesi nuovi.

    Angelo Verderosa, a mio avviso, dice una cosa vera, ma in parte: la rete non sostituisce le città, semmai può aiutare a crescere (bene) i paesi. E’ un punto di osservazione diverso, Angelo, ma “convergente” (come direbbero i politici!).

    Paolo Battista, nei suoi bei versi, mi ricorda i miei anni romani: il “braccio lunare” sulla stazione tiburtina è un’immagine poderosa che ho visto e sentito tante volte mentre, sopravvissuto ai gironi universitari di san lorenzo, mi lasciavo traghettare dai bus acherontici verso il prenestino. Complimenti davvero.

    La consueta genuinità di Enzo Luongo mi trova concorde sul fatto che noi possiamo “matassare” e “smatassare” la complessità (che non deve però essere letta necessariamente come una cosa brutta).

    Antonio Luongo sottolinea un aspetto centrale, il “privilegio della mercatura”. E non è poca cosa, almeno per come la penso io. In qualche modo mi porta alla mente alcune cose lette nell’ultimo saggio di Jacques Attali, Breve storia del futuro (a proposito dell’”ordine mercantile”).

    Renzo Marrucci tra le varie cose interessanti che ha scritto, afferma “se non c’è relazione non c’è luogo”: non ho niente da aggiungere, a me pare fondamentale e imprescindibile questo angolo di visuale.

    Il passato usato in modo reazionario blocca lo sviluppo delle relazioni e le capacità delle individuo, dice Mauro Orlando. Non si può che convenire. Personalmente temo una politica e una amministrazione che non si pongano come obiettivo quello di scrutare il mondo (e anche il passato) senza paura e pregiudizi.

    Dell’intervento del caro municipalista Michele Fumagallo, tra le varie cose che condivido mi piace segnalare che l’utilizzo, in questo caso, dell’espressione “gioco istituzionale e politico” è quantomai pertinente. Credo infatti che occorre sempre trovare la forza creativa e l’intelligenza necessaria di reinventare l’amministrazione per adeguarla ai tempi nuovi. Michele, da questo punto di vista, è addirittura un avanguardista.

    Come dicevo sopra, di Agapito Malteni condivido una sorta di malinconia che si stempera però nella possibilità per ogni individuo di cercare o creare la propria dimensione collettiva, con tutti i mezzi e i luoghi a disposizione. Ma non è, aggiungo, necessariamente la stessa dimensione collettiva di un tempo.

    Gianni Fiorentino

    gianni fiorentino

    12 Settembre 2008 alle 11:49 am

  12. ad agapito, questi spazi a napoli, per fare un esempio, sono nei rioni popolari del centro storico e della periferia. gli abitanti di queste aree hanno il doppio vantaggio di stare in un “paese”, dove appunto si vive un pò alla maniera antica dei paesi dell’irpinia, e di avere a cinquanta metri le opportunità della città moderna. i luoghi anonimi e alienanti sono quelli risultanti dagli sbancamenti urbani degli ultimi cento centocinquant’anni. nelle altre città italiane ed europee questa caratteristica che ha napoli di essere una rete di villaggi-paese oltre che un luogo di libera fruizione è davvero difficile da riscontrare

    sergiogioia

    12 Settembre 2008 alle 2:38 pm

  13. Napoli, sotto questo punto di vista, è una città unica ed era proprio la rara eccezione cui mi riferivo. Essa, infatti, presenta una distribuzione socio-economica di tipo verticale, dove nello stesso palazzo convive il povero nel “basso” ed il “ricco” all’ultimo piano. Nelle altre città, invece, questa distribuzione è di tipo orizzontale avendo un centro “ricco” ed una periferia “povera”

    Agapito Malteni

    12 Settembre 2008 alle 4:54 pm

  14. Nella piccola comunità si svilupa il cerchio che si ritrova e richiude in se stesso…E si apprende il bene della vicinanza…che spesso collude con l’insod
    disfazione di una crescita bloccata. La città dove sei nato, piccola o grande che sia, ha l’odore dell’utero materno…odore che dura tutta la vita dentro di te e ti sostiene e ti lega…Ti da la forza e la certezza di essere un senso forte del collettivo,
    un anello che anima la speranza di conoscere e di es
    sere…appunto di liberare una vicinanza più estesa.

    renzo marrucci

    26 Settembre 2008 alle 7:17 pm

  15. stamattina, in una riunione dove c’erano i ragazzi delle scuole medie, ho sentito: ‘non si sporca il seno di una madre che allatta un figlio. il formicoso, per noi di questa terra, è proprio il seno della madre …’.
    un saluto a renzo.

    verderosa

    26 Settembre 2008 alle 7:24 pm

  16. Il concetto di rete ci serve, ci occorre sostanzial
    mente per riflettere, per cercare di capire il caos o se volete anche per valutarlo e catalogarlo, carpir
    lo dalla bellezza della vita e farlo ridiventare come quell’ ex bellissimo animale che era. Forse sarò un pò esagerato ma è per me solo un passaggio verso qualche cosa di di più…In questo senso può essere utile… Ma per me bisogna capire come si forma la vita senza sezionarla e catalogarla…,
    capire come si forma l’idea di relazione che è matrice di ogni organismo capace di organizzare la forma e la sua attività…

    Renzo marrucci

    10 Ottobre 2008 alle 10:05 pm

  17. Per esempio studia la forma di Calitri, capisci perchè è così e capisci tutto di quella terra e di quell’uomo che ha fatto seguendo il suo senso della vita…
    Studiala la forma che non è solo forma è solida struttura e forte senso della relazione umana nel dialogo naturale tra uomo e natura, uomo e volontà di vita, uomo e necessità di sposare la terra…
    Non guardare solo la foto che ti rivela la sintesi di un processo profondo… Forse difficile, forse lontano perchè è troppo vicino…

    Renzo Marrucci

    12 Gennaio 2009 alle 11:48 am

  18. Io consegno al bianco fondo di questo schermo le mie parole sperando che tu possa leggerle amore mio infi
    nito. Rosa Rosa mia dove sei ora? Sei in cielo accan
    to alla tua mamma e al tuo babbo e noi quaggiù a sof
    frire la tua mancanza, a ricucire uno strappo senza rimedio… la cui ferita profonda segnerà il resto che rimane della mia memoria. Stordito penso a come sarà il domani e guardo la nostra Lorenza operosa e seria preparare il suo esame come volevi tu e…prendo forza !

    Renzo Marrucci

    4 Febbraio 2009 alle 9:47 pm


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