COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

La scoperta della bellezza

con 12 commenti

prova

abbazia del goleto / cappella di san luca / portale di ingresso / particolare _ ph. a.verderosa 2008

Metto qui un testo che mi ha appena inviato Emilia Bersabea Cirillo. D’ora in poi il blog ospiterà sempre più spesso testi di scrittori, ma questo non vuole dire che ci trasformiamo in un blog letterario.   _armin 

***

Erano andate tutte via. Al battere delle mani di suor Vittoria, comparsa all’improvviso sul terrazzo, seguito da – Bambine è  ora di cena – il gioco della mosca cieca era finito in un lampo. Ubbidienti, qualche risolino trattenuto, i capelli spettinati dalle corse, le gote rosse di sudore, le bambine si erano prese per mano, a due a due, si erano riunite in fila per scendere le scale che dal terrazzo portavano nel giardino di aranci e di là nel refettorio. Angela non vista, dietro un lenzuolo steso ad asciugare, era rimasta col suo fazzoletto sugli occhi. A causa di quella benda, per lei era già buio da un pezzo. Ferma, tenendo stretta un angolo del lenzuolo, avvertendo solo il tiepido respiro del vento, aveva gridato Dove siete? E non ricevutone risposta, si era tirato giù dagli occhi il fazzoletto di cotone. Era rimasta di nuovo sola.

Si era accoccolata a terra, nel punto dove il sole, non ancora tramontato, formava una chiazza di luce rosa, rifratta dal mare. Intorno al terrazzo correva un muro di tufo intonacato a calce, corroso dalla salsedine, sormontato da una serie di archi  a sesto acuto, che formavano una teoria di spazi sfinestrati. Angela, vedendolo quel pomeriggio, aveva pensato alla casa di Aladino, tutta punta e pinnacoli e terrazzi. Così la ricordava nelle illustrazioni del libro che aveva avuto in regalo il Natale passato. Sono in posto di favola, aveva pensato seduta nel suo angolo, e aveva sperato che la dimenticassero a lungo nella penombra, come si lascia una pianta che non può prendere troppa luce e sole.

Era stata una giornata tiepida, per essere dicembre. Lo scirocco aveva flagellato la spiaggia e le onde si erano succedute una alle altre, come le note in un canto. Erano  onde schiumose, che arrivavano a frangere la rena con riccioli d’acqua alti come barche. Tutto il giorno quel rumore nuovo, molesto, aveva tenuto Angela assorta, sulla sediolina di paglia. Era l’unica a sentire quel tonfo ripetuto ogni tre secondi, come una palla lanciata contro il muro, che rimbombava nella cucina dai soffitti di legno e dalle mattonelle di ceramica bianca e blu a piccoli disegni. Ogni volta Angela sobbalzava, come se avesse ricevuto una percossa. 

 Poi era arrivato il permesso di salire a giocare  su quel vasto terrazzo che sembrava, incappellato nella luce delle nuvole, la base per accedere al Paradiso. Era corsa alle balconate e sporgendosi appena, aveva visto il mare. Per la prima volta.

Angela era andata da un capo all’altro del terrazzo: dovunque si affacciasse il mare era sotto di lei, aggrovigliato nel suo grigio cenere schiumoso.

Le bambine l’avevano richiamata. Il gioco stava iniziando. Toccava a lei stare sotto: era l’ultima arrivata. Docile, Angela si era fatta toccare, togliere gli occhiali, bendare e girare su se stessa. Tutte quelle voci erano come la schiuma del mare, lei era la spiaggia di sassi. Chissà, quanto era lontana la sabbia.

 Corri e acchiappa, aveva detto la bambina bionda che aveva conosciuto al mattino, Corri, tendi le braccia, prova a prenderci. Si erano sparpagliate per quello spazio enorme, alto sul mare, incuneato tra le case della costiera, strane case sottili, a colori pastello, con logge coperte da archi e le rocce che le sovrastavano. Angela aveva preso per la manica una bambina piccola, si era tolta la benda per vederla, aveva un moccolo al naso rinsecchito e la bocca senza gli incisivi, il gioco si era interrotto, adesso tocca a lei, aveva detto la bambina bionda, vieni, avevano corso insieme, per un poco,dietro le lenzuola. Angela, senza occhiali, vedeva la sua figura come un’ombra luminosa, come ti chiami, ripetimi il tuo nome, le aveva gridato, ma lei non aveva risposto, irraggiungibile.

Era toccato a lei ritornare sotto, quando erano già troppo stanche e sudate. Quante maniche aveva tirato, quanti capelli accarezzato, se pure di striscio. Si erano divertite, tanto. E ora che era rimasta da sola, fino a quando, perché era sicura che suor Vittoria sarebbe presto venuta a cercarla, aveva voglia di stendersi sul pavimento del terrazzo, chiudere gli occhi, dormire.

Si era rimessa gli occhiali. Si era distesa. Sentiva la lucida scabrezza della ceramica rinfrescarle il corpo. Si voltò a pancia sotto. I suoi occhi  incontrarono il verde e il rosa del decoro del pavimento. Cos’era, una virgola enorme  o solo un bocciolo, quel sottile rigo scuro. Era un bordo, Angela, carponi, aveva seguito col dito il contorno del disegno, fino a perimetrare una cesta traboccante gigli e limoni, il cui colore, un marrone sfumato, si era dilavato nel tempo.

Il dito di Angela non aveva cessato di seguire la forma delle cose, al giallo dei limoni, ovali, con un picciolo curioso, si era succeduta quella oblunga, verde liso delle foglie,  fino al beige rotondo della cesta, accolta da mani con dita  bianche e sottili da sembrare di cera. L’indice di Angela teneva dietro preciso ai contorni, come un sarto che taglia la stoffa di un vestito, seguendo accuratamente il disegno tracciato dal gesso.

Le luci si erano accese nelle case. In una intravedeva un presepino illuminato, un’altra aveva sul balcone la scritta Buone Feste, che appariva e spariva, intermittente. Quasi non distingueva le montagne azzurre che, a nord, proteggevano la costiera dal gelo dei venti. 

Solo il bagliore della ceramica aveva permesso ancora a Angela,  inginocchiata sul pavimento, di risalire da quelle mani al volto di Santa Gertrude.

Era un viso lungo, dal mento morbido e dal naso sottile, avvolto in un velo bianco che dalla gola arrivava alle gote e poi alla fronte. Il volto di fine bellezza, era stato dipinto di  bianco avorio, pennellato appena di rosso sulle gote, quel tanto che bastava per assicurare che la suora stesse in buona salute. Angela si era piegata a sinistra, voleva vedere gli occhi della donna prima che sul terrazzo calasse il buio della sera. Aveva incontrato, il capo chino, l’azzurro cielo del suo sguardo. Mai Angela aveva visto tanta dolcezza negli occhi di qualcuno.

 Si era stesa a terra. Aveva tentato di far combaciare quelle due piccole sfere di luce con le sue pupille. Più si sforzava a trovare la posizione giusta, più le era sembrato che l’azzurro fuggisse dappertutto. Infine aveva stretto gli occhi fino a non vedere davanti a sé altro che un frammento, sottile e lucente, come una spina di ghiaccio. Era rabbrividita, come se, insieme a quella promessa di bellezza, le fosse entrato nel corpo tutto il freddo del pavimento.

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Written by comunitaprovvisoria

14 Settembre 2008 a 11:00 am

12 Risposte

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  1. Emilia Cirillo,come sempre, esibisce il suo talento letterario e decide di regalare alla comunità peovvisoria,per il tramite di Franco Arminio, il testo che abbiamo appena letto.
    L’onestà intellettuale di Franco Arminio è fuori discussione,molti dei comunitari costituenti tra cui il sottoscritto hanno avuto modo di verificare ed apprezzare questa qualità non comune negli scrittori nei poeti nei paesologi negli uomini di cultura.
    Emilia è scrittrice nota a coloro che amano la letteretura dei romanzi, cioè la fantasia e la creatività delle persone il cui talento si estrinseca nella vena letteraria nella facilità di tradurre in parole scritte le idee originali che la mente partorisce.
    Anche stavolta Emilia ha scritto, dedicato alla c.p. dunque a tutti noi, un testo la cui cifra il il cui spesore confermano la vivacità intellettiva della scrittrice e ci lusingano in quanto dovremmo ritenere che con questo racconto la scrittrica amica Emilia Cirillo intende iscriversi alla comunità rovvisoria non solo per la battaglia sul formicoso ma forse perchè vuole partecipare attivamente alle iniziative piccole e grandi della c p stessa.
    Bravo Franco che stai trascinando nel ventre della comunità provvisoria i migliori talenti della vena letteraria provinciale.Voglio ricordare oltre Franco, Emilia anche Maria Teresa Iarrobino ed altri grandi e piccoli conosciuti e sconosciuti compositori,persone che pensano e che riescono a trascrivere in maniera intrigante accattivante affascinante i pensieri e le idee, le emozioni e le solitudini . Tutto questo in occasione del primo compleanno della comunità provvisoria. E’ un ottimo auspicio a continuare.
    Bravo Franco Brava Emilia Bravissima la comunità provvisoria alla quale da comunitario costituente invio i più cordiali e sinceri AUGURi Rocco Quagliariello

    aruspice roccioso

    14 Settembre 2008 alle 1:59 pm

  2. Che piacere incontrare le parole fatate di Emilia nel web! E’ come riconoscere un vecchio amico per la sua faccia bella e amata. Emilia ci regala una descrizione piena di incanto e insieme precisa, evocativa come una miniatura. Quello che spero è che si tratti di un brano estrapolto da un romanzo, che presto potremo leggere nella sua interezza. Un abbraccio a Emilia e grazie per il regalo.
    Consolata

    Consolata

    14 Settembre 2008 alle 7:32 pm

  3. un racconto che incanta come soltanto alcuni ricordi di infanzia sanno fare ; ed è vera per tutti la sfida insita nella “scoperta della bellezza” perchè a volte essa si nasconde o ci passa accanto inosservata

    il linguaggio di Emilia è come al solito elegante e preciso nei dettagli dei luoghi e dei gesti; e poi all’improvviso quelle ultime quattro righe, la descrizione di una esperienza quasi mistica, che rapiscono il lettore e lo trasportano in un luogo “altro”

    grazie Emilia per la bellezza della tua scrittura !

    bruno

    bruno

    14 Settembre 2008 alle 11:20 pm

  4. Il dolore è mutevole nel pensiero e persiste nell’anima.
    La vita scorrevole invade e non scalfisce i segni del tempo.
    La scrittura di Emilia è evocativa, traccia gli oggetti negli eventi.

    M.Teresa Iarrobino

    15 Settembre 2008 alle 5:05 am

  5. Grazie a Emilia Cirillo checi ha regalato una pagina esemplare che con una scrittura nitida rende la scoperta della Bellezza nell’innocenza dell’infanzia, con il carico di lancinante meraviglia e dolore che comporta. Perchè la Bellezza fa male e – inevitabilmente ma irrinunciabilmente -corrompe all’epifania dei Sensi.

    Antonella del Giudice

    15 Settembre 2008 alle 9:47 am

  6. carissima, mi fa piacere rilleggrti. specie in una pagina così intensa e tesa come quella qui proposta.
    c’è tutta una verità delle cose. tutta una storia da comprendere.

    alfonso

    15 Settembre 2008 alle 10:51 am

  7. Una terrazza, dei bambini, la malinconia di un mondo lontano. Emilia Cirillo entra con la sua scrittura limpida e poetica in una età eterna: quella della fanciullezza. Gi odori, i colori, le figure che si muovono fanno parte di un quadro, di un attimo fuggente colto in tutta la sua intensità, in tutto l’incantesimo. E sullo sfondo s’immagina un panorama, forse dei monti… Pagine belle che la scrittura felice di Emilia ci restituisce.

    delia morea

    16 Settembre 2008 alle 10:12 pm

  8. Cara Emilia,
    è molto bello, il racconto. Ancora di più, una confema della bravura della Cirillo scrittrice di racconti: gli editori imortanti dovrebbero ormai accorgersene. Il racconto è degno di una Ortese in buona vena. Questi occhiali mi ricordano un suo racconto, ma mi danno anche la misura di tutta la diversità nella Cirillo: della donna e della scrittrice irpina.

    Bacioni
    Mimmo

    mimmo

    18 Settembre 2008 alle 8:44 am

  9. bellissimo,riesci ad emozionare anche con poche righe.marina

    marina

    18 Settembre 2008 alle 8:46 am

  10. Anche lei si chiamava Angela . Ne sono certo.
    E leggerti me lo ha ricordato.
    È la prima volta. Dopo tanti anni, un ricordo sepolto, tra immagini, cantieri, progetti, lotte, innammoramenti, ma non ancora consumato.
    Sono passati 2008 -1980. 28 anni, Cristo.

    Ma cerco di andare con ordine e di essere breve.
    Il 21 novembre, ero riuscito a comporre una colonna per portare i soccorsi.
    10 operai, ruspa, scavatore e quindici giovani della FGCI e del movimento giovanile della DC.
    Dalla CGIL fummo indirizzati nella zona di Senerchia e di Torella del Lombardi. Luoghi a me sconosciuti fino allora.
    Con Franco della federazione del PCI, sempre attento ed efficiente, che quella volta mi sembrò addirittura un poco emozionato (quando mai era successo?), concordammo i particolari.
    Io decisi di andare a Senerchia.
    Goffredo e Roberto si resero disponibili ad intervenire a Torella.
    Alla fine dopo 8 giorni di lavoro, che pretesi non fosse documentato con alcun tipo di riprese – era o no volontariato? – avevamo sgombrato le strade di accesso al C.S. di Senerchia, e raccolte le ultime salme ( 64).
    I VV.d.F. alla fine giunti, non intervenivano perché avevano bisogno per operare, di attrezzature di che non avevano: cavi tiranti ed altro per necessari per la sicurezza degli addetti.
    Perciò su richiesta di un parente dell’introvabile Signora dispersa intervenimmo noi.

    Non mi dimenticherò mai della testa, delle braccia e delle gambe della Levatrice, mi sembra, tirata su dall’escavatore, ormai a una settimana dal sisma, dall’alto del tetto crollato sul primo piano, a sua volta crollato sul piano terra, richiusosi sul cantinato, proprio come un castello di carte da gioco.
    Sembrava un pupazzo pieno di segatura pendente tra i denti di acciaio del cucchiaio, in una notte stellata, senza nubi, fredda e fumante dei nostri respiri affannosi.

    Ma non avevo piu’ pensato a quando due giorni dopo, avendo finito il lavoro a Senerchia, raggiunsi Goffredo a Torella.
    Anche lì era stato fatto un buon lavoro.
    Avevamo, di fatto, completata la fase della rimozione delle pareti in immediato pericolo di crollo sulle strade.
    C’erano ormai soltanto soccorritori che peraltro sembravano tutti in competizione tra loro.
    Venivano da ogni parte d’Italia, accampati nel Campo sportivo.
    Noi non eravamo più utili.
    Restava però un problema irrisolto.

    Erano circa le 20 e piovigginava. Mi portarono in uno slargo. La luce della fotoelettrica lasciava intravedere in un cumulo di macerie alcuni volumi tondeggianti.
    Non erano pietre. Era la testa di una bimba , forse dai capelli sciolti.
    Angela appunto, mi dissero.
    Tutta bianca, come preparata per carnevale. Non era la farina a sbiancarle il viso. Ma la polvere.
    Era lì composta ed emergeva, come pensosa. Non triste ma come riflessiva, sembrava guardare le travi di acciaio che le pesavano addosso.
    Non c’era nessuno che la piangesse (i suoi, dissero, erano tutti morti), era restata lì, sola, in silenzio.
    Spettrale era probabilmente per gli altri la scena.
    Io la trovai assolutamente bella ed ebbi quasi un sussulto quando mi svegliarono e mi dissero: c’è bisogno di un mezzo più grande per tirarla via di lì.
    Il nostro escavatore intervenne.
    C’era su un operaio del nord con accento veneto, sposato con una beneventana. No non ne ricordo il nome.
    Ma ricordo la delicatezza e la cura con cui raccolse, quasi ad una ad una, le pietre che coprivano le gambe di Angela.
    E l’attenzione con cui rimosse le travi di acciaio che le tenevano imprigionate le gambe ed il bacino e che cadendo l’avevano uccisa.
    Mi sembrava che, Angela e l’escavatore, stessero giocando a quel gioco con i bastoncini, quello giapponese che adesso non mi viene: Angela e l’escavatore di acciaio giocavano a..ecco.. shangai .
    Alla fine Angela fu raccolta in una piccola bara bianca, da braccia di estranei.

    L’escavatore posò a terra il pesante inutile cucchiaio di acciaio.
    Restò muto e silenzioso.
    E spense triste le sue luci.

    Non so perché leggere il tuo scritto mi ha ricordato, per la prima volta dopo tanti anni di questa storia.
    Non credo solo per una questione di fonema.
    Forse perché…. . va be’ è troppo lungo ne parleremo un’altra volta.
    Un abbraccio. Vittorio.

    v.m.b.

    18 Settembre 2008 alle 9:31 am

  11. Una scrittura piena di atmosfera, dove le parole sono utilizzate come i colori sulla tavolozza di un pittore, ricche di toni, contorni, sfumature che fanno emergere i
    personaggi ed i loro stati d’animo in maniera assolutamente nitida.
    Ogni particolare serve a riportarci allo sguardo di una bambina miope e sola, e ci
    trasmette le sue emozioni attraverso una descrizione che non è un mero elenco di dati
    o di immagini ma un concerto di sensazioni che trovano immediata risonanza nel lettore.
    Più che la scoperta, la rivelazione della bellezza.

    Rosanna

    18 Settembre 2008 alle 10:21 am

  12. Il racconto di Emilia, e un momento di passaggio delicatissimo, e al tempo stesso determinante, in cui si verifica attraverso la scrittura un esperienza affettiva importante in cui ci si ritrova coinvolte..e un piccolo mondo dell’infanzia preso di petto, visto senza maschere..purezza nelle sensazioni e nello stato d animo..una scrittura che dona particolari che si vedono davvero…

    DANIELA CATANZARO

    19 Settembre 2008 alle 9:12 am


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