LA SCUOLA DEI DISERTORI

abbazia del goleto / cappella di san luca / portale / particolare della croce _ph a.verderosa 14.9.08 : Festa della Santa Croce
domani comincia la scuola. metto qui un testo che ho scritto su richiesta di un amico scrittore. _armin
**** La scuola è così abbandonata che faccio fatica a scriverne pure che io che scrivo su tutto e nella scuola ci lavoro da quasi trent’anni. Fatte le dovute eccezioni, la scuola è il luogo dei disertori. Gli insegnanti fanno finta di insegnare. Gli alunni fanno finta di apprendere. I dirigenti fanno finta di dirigere. E poi c’è un altro problema. I discorsi sulla scuola non parlano mai della scuola reale, quella che vede comunque ogni mattina milioni di persone dentro le aule. I discorsi sulla scuola riguardano la scuola di carta: piani, riforme e controriforme, aggiornamenti, programmazioni. È la scuola scritta nelle circolari, la scuola dei registri, una vera allucinazione rispetto alla vicenda vera fatta di sedie e banchi e corpi esausti o annoiati.
Poco fa pensavo al fatto che il giorno dell’attentato alle torri gemelle il presidente americano era in visita a una scuola elementare. Pensavo che a me in televisione non mi è mai capitato di vedere un ministro della pubblica istruzione ripreso in una scuola. In una società che estende il suo mormorio su ogni cosa, la scuola rimane una terra muta. È così anche per le recenti polemiche sul ritorno del maestro unico nella scuola elementare. È una misura che parte dagli uffici di ragioneria dello Stato e che non sfiora nemmeno le questioni pedagogiche. E poi è una discussione superata dai fatti: il maestro unico c’è già ed è la televisione, è l’impero delle merci e del consumo a cui dobbiamo anche il capo di uno dei tanti governicchi di questa italietta sempre più inerte e delirante.
Ecco, non mi viene voglia di scrivere altro. Domani mattina entrerò nella mia classe. Quello che farò non sarà visto da nessuno: il dirigente, i colleghi, il ministro stanno tutti altrove. L’aula è un ring dove non hai appigli e devi solo decidere se continuare o gettare la spugna.
Il testo che incollo qui è a tema. L’ho scritto anch’io su commissione. Il maestro oggi va di moda, Repubblica oggi gli ha dedicato la copertina… mah!
La mia maestra si chiamava Franca Norante
La mia maestra si chiamava Franca Norante: era una donna alta, di una certa età – almeno così credevo – con i capelli corti e voluminosi nero corvino. Era di corporatura robusta con un seno generoso sempre leggermente in mostra sotto le magliette scollate, le camicette trasparenti, le giacche attillate. E aveva le caviglie sottili, avvolte in impalpabili calze di seta color carne, che spuntavano sotto a gonne corte a scacchi bianchi e neri.
La mia maestra aveva un viso grande, squadrato, un naso dritto e a punta e la bocca rossa, stretta tra due fossette amorevoli e il mento largo con una piega al centro. Io allora pensavo che fosse già vecchia e col tempo ho creduto fosse morta. Poi qualche tempo fa me la sono ritrovata viva, un miracolo, all’angolo di via Scarlatti, proprio dietro a casa mia; stava prendendo un taxi con le sue gambe ed era identica a come me la ricordavo: anziana uguale con i capelli ancora corti e voluminosi nero corvino e lo stesso seno florido e ingombrante, solo sul viso c’era qualche ruga in più. Evidentemente s’era compiuto anche in me quello strano evento che nei bambini stampa nella memoria gli ambienti più grandi del reale, persone più alte di quello che in realtà sono, o più vecchie, una legge naturale. L’ho fermata e l’ho baciata e nell’avvicinarmi ho sentito quello stesso profumo di trentacinque anni fa, lei però di me si ricordava a stento.
Non avrei dato tanta attenzione a questa cosa, o comunque non ne avrei sicuramente scritto se non fosse stato che questo incontro profetico è avvenuto qualche giorno prima che io stessa cominciassi a fare la maestra anche se non lo sapevo ancora e non ci pensavo nemmeno. Un segno del destino forse, chissà. Fatto sta che dopo qualche giorno o qualche mese, da allora, alcune scuole mi hanno invitata come esperta della lingua italiana a tenere dei corsi nell’ambito di Pon. E col tempo, poco per la verità, ho scoperto di avere una passione e una pazienza infinita coi bambini e un ascendente particolare su di loro che mi facevano passare per una “maestra simpatica”. E’ così ho cominciato. Ho mollato il mio lavoro a Napoli dalla sera alla mattina e con l’immagine di Franca Norante nel cuore sono partita per Torino per fare la maestra elementare.
Il primo giorno è stato tremendo: nei miei occhi si specchiava una intera quinta di preadolescenti curiosi, agitati, innamorati, sbandati che mi analizzavano, mi studiavano e mi chiedevano soprattutto particolari piuttosto intimi della mia vita tipo: sei sposata? No? Perché? E figli ne hai? No? Alla tua età? (Ecco che mi ornava in mente la figura della maestra vecchia ma che in fondo a volte non lo è.) Perché? Da dove vieni? Perché, perché, perché?…
Io un po’ ci sono stata al loro gioco al massacro, poi ho cominciato a fare sul serio, a lanciare delle sfide, a chiedere io a loro; ho parlato di me, delle cose che sapevo fare bene e di quelle per cui chiedevo aiuto a loro. Ci ho messo un po’, ma alla fine mi hanno dato fiducia, un po’ alla volta, e abbiamo cominciato a lavorare. Da allora altri giorni difficili ce ne sono stati, eccome, classi complesse, bambini con problemi comportamentali e caratteriali, disabili più o meno gravi ma ciò che mi ha salvato sempre e che mi ha incoraggiato a continuare è stata la consapevolezza di lavorare in un ambiente pieno di amore. Sì perché poi i bambini sono diventati i miei amici e io la loro confidente. Quando mi incontrano nei corridoi mi salutano, mi abbracciano e mi chiamano, da un lato all’altro della scuola, aspettando un mio sorriso e un saluto della mia mano che non tarda mai ad arrivare.
Avere a che fare con loro è un’esperienza forte e complessa verso la quale in qualche modo devi essere preparato. E questa preparazione in parte viene da quell’istinto naturale che in genere si portano dentro le donne, tant’è vero che maestri maschi sono delle vere mosche bianche ma forse anche a causa del mini-stipendio, e in parte elaborando quelle informazioni e strumenti che i bambini stessi ti offrono a profusione. Poi c’è da mettere in conto una buona dose d’energia; dose che ogni volta però ti viene abbondantemente restituita dall’esperienza e dagli stessi piccoli scolari. E nel mio caso, in particolare, di energia ce ne vuole parecchia visto che insegnando inglese lavoro sempre su otto classi almeno. Ma è bello e forte comunque perché con loro non ci stanchiamo mai di lavorare di scoprirci di raccontarci…
Oggi che il ritorno al maestro unico è quasi una certezza, anche se la battaglia è appena cominciata e nessuno è disposto a capitolare, continua a tornarmi in mente la figura di Franca Norante, la mia maestra. Mi torna perché penso all’amore che all’epoca – parliamo della fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 – ho riversato solo su di lei, una donna amorevole con una passione incontenibile per un mucchietto di bambini affidatigli dalle 8,30 alle 12,30 per sei giorni alla settimana. Oggi però le cose non stanno più così, la maestra si trova a fronteggiare emergenze: individuali per i bambini difficili, collettive per l’alto numero di bambini stranieri nelle classi e per il numero di ore doppio rispetto alla scuola degli anni settanta che si dedicava esclusivamente all’insegnamento della lingua, della matematica, delle scienze, del disegno e di un po’ di storia e di musica (se c’erano le competenze dell’insegnante).
I bambini ora sono invece assetati di conoscenza, molti di loro hanno competenze superiori agli stessi maestri soprattutto in campo elettronico e sportivo, sono vivaci, desiderosi di uscire, guardare, vedere, toccare e bisogna essere in tanti per offrirgli un campionario di saperi completo, senza scarti e preferenze, bisogna essere imparziali e cercare per loro, sempre il meglio. Ma sono in arrivo tempi bui, in lode del risparmio ci tagliano, proprio nell’ordine di scuola che funzionava meglio e senza guardare alla scuola media, il vero buco nero della scuola italiana – ma questa è un’altra storia.
E intanto che ancora posso mi godo questa moltitudine di cuori che mi tengono lì legata ai loro sentimenti e al loro bisogno primario di amare ed essere amati.
Serena Gaudino
Serena Gaudino
15 Settembre 2008 alle 2:19 am
Nelle scuole si continua a defraudare il senso alto della cultura e del sapere, sarà per l’attuale disaffezione al senso di responsabilità verso l’infanzia e l’adolescenza, sarà perché l’incertezza del nostro tempo non prevede impegno e soddisfazione verso l’autenticità dell’esistenza umana.
La scuola è diventata un non luogo come le tante famiglie che vivono la fragilità e non la gioia di trasmettere il senso del futuro alle nuove generazione.
Maria Teresa Iarrobino
15 Settembre 2008 alle 6:15 am
i bambini sono dei gran lavoratori, sono instancabili quando si permette loro di “praticare” attivamente i contenuti di studio, ci arrivano da soli alla teoria e il bello è che ognuno lo fa seguendo la propria natura
il bambino che è stato abituato “ad usare le mani” diventa un adolescente che si fa coinvolgere fisicamente dallo studio, attivo e propositivo, desideroso di esplorare, di “conoscere” ed arricchirsi e passa gran parte del suo tempo ad organizzare…e considera la tv banale e ridicola
il circolo virtuoso si innesca dalla scuola dell’infanzia e primaria
lo stesso il circolo vizioso della passività e della depressione
un maestro illuminato in questo senso non ha tanto bisogno di leggi, riforme e finanziamenti
gli serve solo qualche libro e molti, molti utensili
monica
15 Settembre 2008 alle 8:57 am
non ha tutti i torti, il maestro di paesologia.
la scuola (pubblica) è sempre più smantellata, derubata di tutto, dei valori più preziosi: risorse umane, morali, intellettuali e finanziarie. i fondi economici ci sono, ma vengono sottratti alle scuole statali e dirottati altrove, per sovvenzionare le scuole private.
la scuola è ridotta ad un luogo inerte ed esanime, un ambiente di non-vita e non-cultura, un mondo alienato/alienante in cui il piacere della lettura, la passione per l’arte, l’amore per il sapere, per l’educazione (non formale e non bigotta), per la convivenza e la partecipazione democratica, sono bisogni/diiritti violati.
la scuola è un’istituzione rinnegata e calpestata, in cui si recita una commedia corale (dis)umana, una sorta di teatro permanente in cui si svolge un lungo tirocinio collettivo che prepara le giovani generazioni alla futura commedia sociale della vita piccolo-borghese, di cui parlava Jean Paul Sartre.
ma senza la scuola (pubblica) il destino dei giovani potrebbe essere anche peggiore.
si pensi al sistema (a)sociale statunitense, laddove decenni di neoliberismo selvaggio, di matrice reaganiana, hanno annientato a scardinato ogni più elementare diritto, a partire proprio dal diritto all’istruzione.
quella nordamericana è una società in cui le classi sociali elitarie usufruiscono (a pagamento) di un sistema d’istruzione d’eccellenza, di un sistema sanitario d’eccellenza, e via dicendo, mentre le masse popolari (diseredate) sono costrette a mandare i propri figli nelle scuole (pubbliche) misere e rottamate, a curarsi (anzi, ad ammalarsi e persino a morire) negli ospedali (pubblici) depauperati e devastati (si veda il film-documentario Sicko di Michael Moore sul sistema di assistenza sanitaria negli Usa).
è questo il modello (miserabile e classista) a cui si ispirano e a cui mirano gli attuali governanti italici? è questo che la coppia Tremonti/Gelmini intende fare del sistema di istruzione (già devastato) del nostro paese? una scuola-parcheggio per “bulli” e piccoli “gangster”, dove il binomio competenze/conoscenze viene cancellato e sostituito dalla voce abilità. una scuola dove i docenti sono, nella migliore delle ipotesi, allenatori-preparatori degli studenti per superare i quiz e i test a risposta multipla che vengono sottoposti alle valutazioni internazionali. una scuola sempre più omologante e somigliante ad una sorta di supermercato dell’offerta (non)formativa e sempre meno comunità educante e comunità democratica. una scuola-negazione-della-cultura-e-della-formazione che, in pratica, produce solo saperi-merci “usa & getta”.
per un'altra scuola
15 Settembre 2008 alle 9:44 am
La scuola italiana è vittima della demagogia, in gran parte figlia della pedagogia di sinistra, sin dagli anni Sessanta. L’uguaglianza dei diritti, divenuta costantemente egualitarismo culturale, e poi sciatteria amministrativa, ha prodotto guasti forse irreparabili ma di cui si ha timore a parlare, per la scabrosità degli argomenti. La completa indistinzione negli anni passati, ad esempio, fra scuola formativa e scuola professionale; la legislazione sui portatori di handicap, o diversamente abili, che ha portato scarso aiuto ai ragazzi in difficoltà ma in compenso ha quasi completamente distrutto le scuole elementari e medie. Infatti, una società veramente civile, veramente democratica, veramente di sinistra, avrebbe dovuto compiere uno sforzo immenso per tutelare gli svantaggiati dalla diversità, mentre invece ha demagogicamente esorcizzato il problema, scaricando, in maniera inefficace e ingiusta, l’intero peso della questione sulla scuola. Molti non sanno, probabilmente, che il cosiddetto sostegno ai diversamente abili generalmente vale solo per un massimo di diciotto ore settimanali rispetto alle trenta complessive che i ragazzi passano a scuola. Pochi conoscono il disagio vero e profondo che questa condizioni provoca in moltissime scuole portandole quasi al blocco.
Nelle scuole superiori non si è ancora smaltita quella che fu definita la sbornia sociologica degli anni Sessanta, per cui l’istruzione superiore si fonda oggi su un inestricabile guazzabuglio di residui nozionistici, tecnicismi all’americana, pietismi catto-comunisti, complicazioni burocratiche. Solo la buona volontà di molti docenti ha evitato il crollo definitivo della scuola.
Con l’ultima riforma universitaria si è completata la licealizzazione di questa istituzione. La cosiddetta laurea breve, o diploma triennale, probabilmente stravolgerà la funzione dell’Università, trasformandola da luogo di ricerca e studio critico in una sorta di limbo culturale favorendo la permanenza di studenti ormai adulti in uno stadio intellettivo adolescenziale.
Ma questi sono solo alcuni degli esempi, fra i tantissimi altri che si potrebbero fare.
Accanto al demagogismo di sinistra è venuto crescendo, in questi anni, il demagogismo federalista e autonomista, che sta dando il colpo di grazia definitivo a questa vecchia, nobile, istituzione. Dovessero veramente attuarsi le ultime direttive dei governi e dovesse farsi carne il fantasma del federalismo scolastico sul modello Nord-Est, la scuola cadrà in una forma di anarchismo della banalità e del più tragico dilettantismo. Il folklore più vieto e sciocco del Veneto e della Calabria, della Campania e del Piemonte si sostituirà, per fare un solo esempio, alla storia europea ed italiana. Se ciò non accadrà è solo perché l’inerzia burocratica delle nostre strutture amministrative lo impedirà, come una sorta di Provvidenza, non so quanto laica o religiosa.
Il nuovo governo sembrava esser partito col piede giusto: smesse le diatribe ideologiche fra scuola pubblica e scuola privata, accantonate le fregole federaliste, sembrava voler gestire al meglio l’ordinaria amministrazione. Così molti, almeno, avevano sperato, in un paese vittima, fondamentalmente, della smania riformatrice, di destra o di sinistra che sia. Sembrava, e ci auguriamo ancora che sia, che il buon senso stesse diventando la stella polare della signora Moratti. Il che significa affrontare con calma, a ragion veduta, ed anche in tempi non brevi, le questioni sopra elencate, cercando di ricollocare al centro dell’attenzione le vere questioni di fondo: l’insegnamento delle materie fondamentali, di cui ogni giovane ha bisogno; la garanzia di un minimo di ordine pubblico nelle nostre scuole (si dimentica che la violenza è tragicamente entrata come protagonista nel sistema educativo di tutta Europa); il miglioramento delle condizioni psicologiche, prima ancora che economiche, degli insegnanti. Il provvedimenti adottati per garantire un inizio quasi normale dell’anno scolastico andavano proprio in questo senso. Perché, ora, all’improvviso, per risparmiare un po’ di soldi il governo mette in discussione il rapporto fiduciario di base che deve esistere fra insegnanti e classe politica, fra docenti e società civile? Chiedere ai professori un aumento dell’orario lavorativo, in controtendenza, peraltro, con l’organizzazione del lavoro, e chiedere loro di svolgere una funzione umiliante e, certe volte, pericolosa, come quella di sostituire i colleghi di discipline diverse, è, francamente un passo falso. Solleticherà tutti quei commentatori che ritengono i docenti degli sfaticati. Ma finirà col penalizzare quei molti professori che lavorano duro.
Se la Moratti entrasse in una classe e facesse due ore di supplenza comprenderebbe quanto è demagogico affermare, come sempre si fa, che i professori devono lavorare lo stesso numero di ore di altri impiegati dello Stato. Nelle scuole si ha a che fare con esseri viventi, in formazione, alcuni timidi, alcuni francamente e decisamente violenti, pericolosi perfino per i compagni, altri buoni e altri cattivi, come nel vecchio, saggio, libro Cuore. Non si mettono dati nei computer, non si controllano carte d’identità, non si riceve il pubblico, non si risponde al telefono, non si chiacchiera con il collega, né si coltivano pere o melanzane. E’ un altro tipo di lavoro.
Ma siamo fiduciosi che la signora Moratti, girando per le scuole italiane (ma dovrebbe farlo travestita da supplente) si renderà conto di quanto andiamo dicendo.
Ernesto Paolozzi
2001
http://www.ernestopaolozzi.it/vis_dettaglio.php?id_livello=824
ernesto paolozzi
15 Settembre 2008 alle 12:24 pm
Avresti dovuto, maestro,
insegnarmi parole, non silenzi.
Oggi saprei come dirle.
Ma i silenzi, oggi, a chi li dico?
Avresti dovuto, maestro,
insegnarmi valori, non sogni.
Oggi saprei come venderli.
Ma i sogni, oggi, a chi li spaccio?
EnzLu
enzlu
15 Settembre 2008 alle 12:35 pm
Scuola e opinione pubblica
Il silenzio del sud
di Ernesto Galli Della Loggia
«Esiste una questione meridional e nella scuola italiana? Temo proprio di sì (…). L’Europa non boccia l’Italia e i suoi quindicenni (…) ma boccia il Sud e le Isole, assai indietro rispetto alla media europea mente il Centronord la supera nettamente. (…) Le fredde statistiche rivelano un fenomeno inedito: un abbassamento della complessiva qualità scolastica nel Sud. Nel passato, in piena “questione meridionale” generale, un liceo o una scuola elementare di Napoli aveva in genere un livello analogo alle consorelle milanesi. Oggi non è più così». A parlare in questo modo non è il ministro Gelmini, il ministro della «solita destra italiana». No. E’ un esponente di antica data della sinistra come Luigi Berlinguer, tra l’altro un ex ministro dell’Istruzione, in un articolo di rara onestà intellettuale pubblicato sull’Unità del 29 agosto scorso. Articolo che però, abbastanza sorprendentemente, non ha provocato neppure la più blanda protesta da parte di quella legione di politici, professori e intellettuali che invece solo pochi giorni prima si erano stracciati le vesti per le cose più o meno analoghe dette dal responsabile attuale dell’Istruzione, il ministro Gelmini di cui sopra, seppellita sotto una valanga di vituperi per il suo supposto razzismo antimeridionale.
Il fatto è che dovremmo prendere atto tutti, una buona volta, di alcuni dati di fatto. Non solo di quelli ormai notissimi delle rilevazioni Ocse-Pisa, ma anche, per esempio, della circostanza, che negli ultimi 7-8 anni i migliori piazzamenti nelle varie olimpiadi di matematica, informatica, fisica o nei certami di latino, ecc. organizzati internazionalmente, li hanno ottenuti quasi sempre studenti dell’Italia settentrionale. Così come dovremmo chiederci perché mai, di fronte a questi risultati, accade però che la maggiore concentrazione dei 100 e lode all’esame di maturità delle scuole italiane si abbia proprio in Calabria e in Puglia, o che le più alte percentuali di punteggi massimi si registrino in una scuola di Crotone (ben 34 «100 e lode »!) di Reggio Calabria (28) e di Cosenza (21), mentre i Licei Mamiani e Tasso di Roma si devono accontentare di appena due, e rispettivamente un solo, 100 e lode. Geni in erba a Crotone e geni incompresi a Friburgo o ad Amsterdam? Andiamo! E forse dovremmo pure chiederci come mai il Friuli, regione che pure fa segnare la percentuale di 100 e lode più bassa fra tutte le regioni d’Italia, veda invece poi i suoi studenti, nell’ultimo quinquennio, fare incetta di premi nelle più varie competizioni.
E’ fin troppo evidente che questo insieme di dati tira pesantemente in ballo non solo la realtà scolastica ma l’intera realtà sociale del Mezzogiorno. Ne parla del resto, senza peli sulla lingua, lo stesso Berlinguer nell’articolo citato: «Gli enti locali nel Centro- nord hanno fatto in questi decenni cose straordinarie per la scuola, egli scrive (…), nel Sud tutto questo o è episodico o non c’è. Nel Centro-nord la scuola è tema che influenza le scelte dell’elettorato locale, che stimola così gli amministratori. Al Sud o è episodico o non c’è». Insomma la società meridionale presta scarsa o nulla attenzione alla sua scuola, alla qualità dell’insegnamento, perché evidentemente non le considera cose molto importanti.
Le famiglie, più che alla sostanza sembrano guardare all’apparenza dei «bei voti» comunque ottenuti. E quando la verità comincia a venir fuori — com’è per l’appunto accaduto con la sacrosanta denuncia del ministro Gelmini — allora la reazione generalizzata è quella del perbenismo indignato, del ridicolissimo «ma come!? noi che abbiamo avuto Croce e Pirandello!»: nella sostanza, cioè, è il fingere di non vedere, di non capire. E’ il silenzio.
Un sostanziale silenzio sulle condizioni del proprio sistema scolastico che appare come un aspetto del più generale silenzio del Mezzogiorno. Un Mezzogiorno che ormai da anni ha cessato di parlare di se stesso e dei suoi mali, che da anni ha messo volontariamente in soffitta la «questione meridionale», che sembra ormai rassegnato a fingere una normalità da cui invece è sempre più lontano. E così la spazzatura copre Napoli, la scuola del Sud è quella che abbiamo visto, intere regioni sono sotto il dominio della delinquenza, in molti centri l’acqua ancor oggi viene erogata poche ore al giorno, i servizi pubblici (a cominciare dai treni) sono in condizioni pietose, il sistema sanitario è quasi sempre allo stremo e di pessima qualità, ma il Sud resta muto, non ha più una voce che dica di lui. Unica e isolata risuona la nota dissonante di un pugno di scrittori e di saggisti coraggiosi come Mario Desiati, Marco Demarco, Gaetano Cappelli, Adolfo Scotto di Luzio di cui sta per uscire il bellissimo «Napoli dai molti tradimenti». Sì, l’opinione pubblica meridionale, specie quella del Mezzogiorno continentale, nel suo complesso latita, è assente. Mai che essa metta sotto esame, e poi se del caso sotto accusa, i suoi gruppi dirigenti locali di destra o di sinistra che siano; mai che crei movimenti, associazioni, giornali, che agitino i temi della propria condizione negativa; mai che da essa vengano analisi sincere, e magari (perché no?) autocritiche, dello stato delle cose e dei motivi perché esse stanno al modo come stanno.
Soprattutto sorprendente e significativo (eppure si trattava della scuola, dell’istruzione, santo iddio!) è apparso nei giorni scorsi il silenzio — o, peggio, l’adesione alla protesta perbenistico-sciovinista — da parte di tanti intellettuali. E’ stata la conferma di un dato da tempo sotto gli occhi di tutti: che proprio la cultura meridionale, ormai, non si sente più tenuta a rappresentare quella coscienza polemicamente e analiticamente esploratrice della propria società, a svolgere quella funzione critica, che pure dall’Unità in avanti avevano costituito un tratto decisivo della sua identità. In questo silenzio e con questo silenzio degli intellettuali la «questione meridionale» mette davvero fine alla sua storia. Abituati a essere portatori di istanze di critica e di cambiamento, abituati cioè a svolgere un ruolo socio-culturale oggettivamente di opposizione, e dunque, almeno in questo dopoguerra, orientati tradizionalmente a sinistra, gli intellettuali meridionali si direbbe che siano rimasti vittime della rivoluzione politica verificatasi nel Mezzogiorno negli ultimi vent’anni. La vittoria della sinistra in tanti comuni e in tante regioni, infatti, se per alcuni di essi ha voluto dire l’arruolamento in questo o quell’organismo pubblico, e dunque l’assorbimento puro e semplice nel potere, per molti di più, per la stragrande maggioranza, ha significato essere privati di una potenzialità alternativa essenziale, di una sponda decisiva per il proprio ragionare e il proprio dire d’opposizione.
Dopo la vittoria della sinistra essere «contro» ha rischiato di significare qualcosa di ben diverso che per il passato: ed è stato un rischio che quasi nessuno si è sentito di correre.
Peccato però che evitare i rischi non significa in alcun modo esorcizzare i pericoli: a cominciare, in questo caso, dal pericolo di un declino inarrestabile di cui sono testimonianza proprio le brillantissime pagelle degli studenti del Mezzogiorno.
14 settembre 2008
http://www.corriere.it/editoriali/08…4f02aabc.shtml
Prima tutti a strumentalizzare le parole della Gelmini; ora arriva questo bellissimo articolo di Galli Della Loggia (e le affermazioni di un importnate esponente della sinistra come Berlinguer) a chiarire la situazione per quella che è.
verderosa
15 Settembre 2008 alle 12:51 pm
Anche io ho parlato di questo argomento sul mio blog.
Il mestiere dell’insegnante oggi è svalutato, non solo economicamente. Il precariato è in ascesa e le motivazioni scarseggiano. Con le prossime riforme (chiamata diretta dei presidi, scuole aziendalizzate ecc) si sottometterà la formazione alla competitività, senza pensare alla testa degli individui ma solo ai tagli.
E’ un ulteriore, preoccupante, segnale di deriva culturale e sociale.
Stefano
http://teoraventura.ilcannocchiale.it
teoraventura
15 Settembre 2008 alle 1:16 pm
sono contento che ci siano tanti commenti. li leggo appena tornato dal mio primo giorno di scuola.
ha ragione monica: i bambini sono lavoratori, i guai cominciano dopo.
comunque come blog dobbiamo tenere d’occhio la scuola:
usata bene rimane un presidio importante contro la barbarie.
armin
comunitaprovvisoria
15 Settembre 2008 alle 1:55 pm
Generosità: non basta comportarsi come se dell’altro ce ne importasse; occorre che ce ne importi davvero.
michele ciasullo
16 Settembre 2008 alle 12:45 am
…ogni bambino ,ogni uomo è un racconto.Ma ormai tutti parlano e nessuno ascolta e così tante storie si perdono…
michele ciasullo
16 Settembre 2008 alle 12:49 am
Lo sapete che la regione campania ha finanziato un progetto (forse unico nel suo genere in Italia) sulla: RICERCA SUI SUICIDI IN IRPINIA?
Per quersto caro Michè urge raccogliere tutte le storie ….forse ci vuole un Clown Dottore che le raccoglie…..perchè esse possono trasformarsi in fiabe…bellissime. E poi già te l’ho detto ….c’è sempre tempo per vivere un’infanzia felice.”
La storia che cura. La fantasia per praticare l’utopia.
“La fiaba della nostra vita” è un progetto che stiamo cercando di presentare con alcuni amici di Flumeri nelle scuole di questo “ridente paesino” è un’esperimento che si propone di sviluppare un evento più ampio (la terra del sorriso vedi il post) e che ha come primo appuntamento (annuale) l’organizzazione di un Raduno Nazionale di Clown Dottori (sempre da realizzare a Fluemri).
Nella sostanza è un idea/progetto che si propone di costruire un nuovo approccio alla vita ripartendo da “cinque” (non da “tre”) ….
“Cinque” sono i sensi finora attivati e, per la nuova era, abbiamo bisogno del sesto, coscienza/consapevolezza di noi stessi ed azioni coerenti (congrue) per soddisfare i nostri bisogni senza più sperare nell’opera pia di chi non può e non vuole e non può darne perchè nemmeno riesce ad immaginare cosa serve….(sono per uccidire il meridionalismo, l’autnomismo ed il federalsimo, di destra e di sinistra..).
E, invece far vivere la fiaba (perchè esclude ogni morale, qualsiasi essa sia) e che sviluppa la fantasia la sola che può eliminare ogni “fondamendalismo ideologico” e che insegna che la “competizione” non serve e che semmai c’è più bisogno di “collaborazione”, che ci mette alla prova, ma che ci da pure la capacità (con la fantasia) di superarle.
La tristezza dei sacrifici umani che diventano solo gli idoli della paura e del potere.
E, così il sorriso e la gioia piena diventa amore e libertà.
Questa è la scuola che immaggino per il XXI secolo un luogo dove tutti sono maestri di vita.
Uacc Uaa
Nanosecondo
Altro che eliminare il sogno ci vorrebbero almeno due ore di lezione al giorno per insegnare a come si fà per sognare. Eliminare le antologie affinche ognuno reciti la sua poesia e scrivi il suo romanzo o costruisca la sua moto del tempo.
Insegnare a cosa mangiare e come coltivare. Insegnare ad innaffiare i fiori ed i carciofi. A come fare a ritornare a pensare di vacche e far volare gli aquiloni.
Nanosecondo
16 Settembre 2008 alle 2:44 pm
siamo curiosi di conoscere il parere di Michele Fumagallo sul tema della scuola
altra scuola
16 Settembre 2008 alle 5:26 pm
ops…dimenticavo ….la giocheleria………serve serve per destreggiarsi ed imparare a fare le capriole; a far girar le palle; a prepararci a tutte le acrobazie …della vita.
Michè dimmi se hai cambiato idea ………. e che scuola ci vuoi fare. Lo so in questi ultimi giorni il Prof. Angelo ti ha sgridato più volte …… ma dai non avvilirti dagli una bella lezione anche tu e finalmente raccontaci anche tu una bellissima la fiaba.
Non una qualunque però la fiaba della tua vita……con la scuola che immaggini e che non ti hanno fatto costruire…….(ti raccomando non dimenticarti il lieto fine e ricordati lo schema delle Carte di Propp )…dai schiattali tutti questi professorini…..e poi lo sai com’è una storia (fiaba) al giorno toglie il medico di torno…e schiatti purè u’mierec michè comunitario e (molto) provvisorio.
Dai michèlino provaci!
C’era una volta……….
Nanosecondo
16 Settembre 2008 alle 6:25 pm
Vi do alcuni elementi di riflessione della differenza tra sorridere (sorriso) e ridere (riso)?
Se consultiamo i vocabolari ci diranno che sorridere è un’espressione che caratterizza il genere umano, anche se poi ci sono anche animali che ridono.
Ultimamente alcuni scienziati sono riusciti a far parlare una piccola balena oltre al fatto che già da molto tempo si è visto che le scimmie ridono (in questo caso dei guai degli altri…che saremmo noi).
In verità, nel caso degli animali in generale, non si è capito bene ancora di chi ridono: se di se o degli altri animali o dell’uomo che non impara mai.
Sappiamo che il riso può avere diversi significati: più o meno sincero e spontaneo.
Non sempre sottintende un atteggiamento di apertura verso l’altro, quanto piuttosto l’espressione di un personale stato d’animo.
Per questo un po’ ha ragione Michè, un mio amico provvisorio che non riesce ancora ridere di se, quando dice di essere un pò scettico sulla finalità della Terra del Sorriso (vedi post) dove si possono nascondere forme manipolatorie. E, così mi fa l’esempio del leone che ride prima di agguantare una preda.
Lo tranquillizzo ed anche se questo è vero che può capitare tra gli uomini con risultati simili a quelli di prima, nel caso del Clown sorride per far ridere perché il Clown non uccide l’altro, ma se stesso perchè cosi lui rinasce ed è qui che avvengono le piccole magie gentili.
Il Clown quindi sorride “sopra”: sor-ride (ridere-sopra, se stessi).
Ma che succede quando noi ridiamo?
Nel ridere attiviamo una nostra risposta emotiva ad esempio proprio nel caso che ci troviamo di fronte all’esperienza di un Clown, o a sensazioni intense di allegria, piacere, benessere, ottimismo.
La risata ha un ruolo di “sfogo di emozioni” di segno opposto alla tristezza, il caso drammatico dell’epidemia del VirusArminicusTristis V.A.T. in inglese, che rischia ogni tanto di scopppiare nella comunità provvisoria è evidente, con tutti i tentatvi di sacrifici umani, ed in questi casi cosi drammatici si può ridere anche di rabbia.
In tal caso, nel linguaggio comune, si parla di risata nervosa o isterica, ed è proprio questa “risata nervosa” che scatena una serie di meccanismi bio-chimici che però possono modificare la chimica del nostro corpo ed aiutarci a guarire da tutte le nostre tristezze. Questo è uno dei motivi che non mi preoccupa tanto dal punto di vista medico scientifico la stituazione evidenziata a parte il rischio di emulazioni. Nella sostanza spero sempre che prima o poi si possa “sorride” comprendendo che ciò fà bene alla propria salute.
A sostegno di questa tesi potrei riporatre qui pagine e pagine di ricerca scientifica, ma mi limito a citarvene solo alcune a mia opinione più importanti affinchè ognuno di voi possa “studiare” e “consapevolizzare” per diventare più “stupito” e quindi “stupito”.
Biochimica delle Emozioni di Candace Pert; Il Cervello di Joe Dispensa; La Biologia delle Credenze di Bruce Lipton; PiscoNeuroEndocrino Immunologia di Francesco Bottaccioli; Un Modo D’Essere di Rogers, Ritorno alla Creazione di Manitonquant, ecc (solo per citarne alcuni).
Se consultiamo alcuni libri scientifici si capisce anche come cause fisiche possono stimolare la risata a prescindere da qualunque contesto emotivo (il clown dottore in questo caso): per esempio il solletico o l’inalazione di ossido di azoto (immaginate però cosa succederebbe se somministrassimo questo gas esilarante al posto dell’ossigeno negli ospedali….).
Si incomincia a delineare un po’ qual’è la differenza tra ridere e sorridere. Sorridere è come ho già detto ridere sopra: riidere sopra se stessi.
Certo tutte e due hanno a che fare con emozioni, ma per certi versi opposti ed in questo ha (solo un pò di ragione Michèlino).
Questa differenza può sembrare sottile ma è la “chiave” del Clown Dottore.
In questo contesto “poetico” il sorriso del Clown è un sor-riso “sorridere sopra” i propri difetti, per far ridere l’altro.
“Essere scemo” (per sintesi), diventa causa del fenomeno della risata che si manifesta nella persona a cui il Clown dona i suoi sorrisi: le sue poesie interiori.
Tornando un attimo alla piscobiologia e chimica dle nostro corpo: in questa azione si registra una modificazione del ritmo respiratorio, sospensione dell’aspirazione, scosse che si ripercuotono nella gola, contrazioni concatenata di molti muscoli (in particolare facciali e addominali), scopertura dei denti, e talvolta lacrimazione, ma forse la cosa più importante è che si mette in moto quella chimica interiore che produce una sostanza.
Le beta-endorfina (oppioide endogeno….figurat…che sballo) che però non fa male come le pere…..o altra sostanza stupefacente non endogena.
Anzi le endorfine o beta endorfine è provato ormai che fanno aumentare le capacità del nostro sistema immunitario anche se il nostro destino non nelle mani dei nostri geni ma delle proteine che come le parole possono riscrivere le nostre false credenze.
Le beta endorfina rafforzando addirittura i “natural killer”, l’armamentario endogeno , la nostra tecnologia interiore (o farmacia aperta 24su24) e ha effetto anche antidolorifico.
Questa cosa la potete provare anche voi, superando la soglia delle vostre certezze, quando avete un mal di testa o altro dolore qualsisasi, al posto di prendervi una pillola (l’aspirina ormai si sa che fà più male che bene) “sparatevi” (letteralmente parlando) un film comico di quelli potenti.
In proposito se andate sul sito della nostra associazione http://www.compagniasorrisocampania.it potete scaricarvi un libro bellissimo che non stampano più “La Voglia di Guarire” di Norman Cousins. E’ terapeutico!
Ora per tranquillizzare Michè…il Clown Dottore non ride mai degli altri, ma di sé e per questo sorride. Per questo il Clown è poesia fatta persona.
Ecco, perchè bisognerebbe insegnare, in questa scuola che immaggino, a sorridere di più di se.
Questa, è anche un’azione di buona salute.
Uacc Uaa
Clown Dottore
Nanosecondo
Nanosecondo
17 Settembre 2008 alle 9:27 am
Cari amici,
chiedere a me un parere sulla scuola è pericoloso. Non me ne occupo da tanto tempo. C’è stato davvero un periodo in cui (colpevolmente) avevo persino dimenticato la sua esistenza, dopo aver passato (troppi) anni della mia vita di militante politico a parlarne in continuazione e spesso a vanvera.
La scuola non è al di fuori della storia. Mi colpisce sempre la discussione sulla scuola che prescinde dal tempo, da ciò che una nazione vuole fare in ambito politico-sociale.
C’è sempre il vizio di parlarne come se fosse un mondo a sé.
La scuola non può evitare la crisi di un periodo storico, non può evitare di dire quali cittadini e quali lavoratori vuol “produrre” nei prossimi anni.
Non mi convince una scuola ripiegata essenzialmente sulla “cultura”, sull’ “educazione”, anche se siamo in un periodo in cui cultura ed educazione scarseggiano, e anche se la funzione di una scuola non può prescindere da cultura e educazione. Non mi convince una scuola ossessionata soltanto dal lavoro, anche se il lavoro è una delle funzioni e finalità principali di una scuola.
Concentrarsi sulle due cose, ma dividerle nel tempo che una persona passa a scuola, è un po’ il segreto di una scuola produttiva di cittadinanza da una parte (nella prima fase obbligatoria) e di formazione lavorativa (nella seconda fase).
Probabilmente bisogna ripensare alla scuola come a un mondo di formazione (educazione, cultura, lavoro) complessiva, ma avere il coraggio di chiudere con parte del passato dell’ ”educazione italiana”, e nello stesso tempo aprirsi a un futuro di “educazione europea”..
Quale scuola serve a un cittadino e a un lavoratore dell’Unione Europea? Questa è la domanda di oggi. E a nulla serve soffermarsi sulle “piccolezze” di questi giorni, mesi e anni. Esami x oppure y, crediti e debiti oppure ritorno alle vecchie valutazioni, grembiulini oppure no, eccetera. Si lasci tutto questo a “ministri” di turno (virgolette, sono semplicemente ministri di un’epoca piccina), a “sindacalisti” di turno (virgolette, sono sindacalisti di un’epoca piccina), a “cittadini” (virgolette, sono cittadini finti, in realtà ripiegati su se stesi e la propria casa) che hanno voglia di perdere il loro tempo in pettegolezzi
Pensare alla scuola come formazione del cittadino prima, e del lavoratore dopo: questa mi sembra la linea generale da seguire. Una scuola dell’obbligo (magari divisa in due, scuola primaria nella prima parte e scuola di studio, lavoro e ricerca di “vocazione” per ogni alunno nella seconda parte) fino a 16 o 18 anni (meglio sedici per quanto mi riguarda, non capisco questo desiderio di allontanare il tempo della maturità e delle scelte “lavorative” per un giovane), e una scuola “universitaria” che non solo, come è ovvio, chiuda decisamente con la formazione della cittadinanza fatta di regole e conoscenze “semplici” condivise da tutti, ma si concentri esclusivamente sulla formazione del lavoratore (qualsiasi lavoro e qualsiasi mestiere, dall’artigiano al docente di latino).
Ecco, una scuola obbligatoria formativa del cittadino, egualitaria, con conoscenze simili magari spostate di molto sul versante linguistico (non si costruisce una Nuova Europa senza conoscenze linguistiche adeguate al continente multilinguistico in cui viviamo) e comunicativo (a partire dalle nuove frontiere della comunicazione on line); una scuola che gradatamente, nella seconda parte dell’obbligo, cerca le “vocazioni” di ciascun alunno, la sua possibile scelta di vita.
So di scandalizzare ma io non capirò mai, soprattutto adesso, a cosa possano servire anni che allungano, come una sorta di limbo, la frequentazione di una scuola che non è né carne né pesce. Mi riferisco ai tre anni finali di scuola superiore.
Ecco, io passerei dalla scuola dell’obbligo direttamente all’università, un luogo in cui cessa la preparazione obbligatoria alla cittadinanza (con tutto ciò che significa obbligo, a partire dalla responsabilità primaria se non assoluta degli adulti, insegnanti e company), e inizia la preparazione al “mestiere” (si chiama così la laurea a qualsiasi specializzazione, dall’imbianchino al medico, ovviamente con anni di studio rapportati alle conoscenze specifiche richieste) e al lavoro. Con tutto ciò che cambia in termini di responsabilità reciproca tra docenti e studenti, un rapporto squisitamente tra adulti.
Ecco, queste sono per ora, per sommi capi, e senza soffermarmi sui possibili, minuziosi programmi e sulle svariate offerte di una scuola dell’obbligo necessariamente agganciata alla modernità e una università altrettanto moderna e ricca di offerte in ogni campo.
Spero, se continua il dibattito, di essere più preciso in un argomento che affronto per la prima volta da molti anni.
Con affetto
Michele Fumagallo
michele fumagallo
19 Settembre 2008 alle 4:13 pm
a Michè mi aspetto anche la tua fiaba …….Ma, una volta non c’era educazione civica? …..Ma , hanno tolto la religione poi o solo il cristo con la croce dalle scuole? Ma, io insisto con la giocheleria….., il piccolo circo…. per insegnare a mantenersi in equilibrio …..a fare le capriole……e a volare in alto sul trapezio. La fantasia , la fantasia…..questa va insegnata a scuola.
Nanos
Nanosecondo
19 Settembre 2008 alle 5:30 pm
Caro Enzo,
ti prometto che, appena mi sento in vena, ti racconterò una bella favola. E, altra promessa (per amore dell’arte “fine a se stessa”), una favola senza nessuna morale. Così, per puro gioco, per puro divertimento.
Con affetto
Michele Fumagallo
p.s.: voglio sperare che in qualsiasi programma scolastico decente (minimamente decente) non manchino le favole, straordinario genere artistico inventato dall’essere umano per “passare il tempo” innanzitutto, ma anche come mirabile forma artistica di approccio alle cose del mondo.
michele fumagallo
19 Settembre 2008 alle 6:11 pm
@ michele
quanto si dice e scrive sulla formazione e quanto poco, anzi nulla di concreto si fa…
Innanzitutto andrebbe demolita la convinzione che la formazione abbia soggetti e oggetti: niente di più fuorviante…
Poi che la formazione sia un ‘fatto’ mentre invece è un ‘processo’, che essa ‘accade’ e invece essa ‘dura’, che consente di ‘acquisire’ e invece ‘trasforma’, che ha i suoi ‘oggetti’ e invece ha i suoi ‘problemi’…
la formazione è lavorare con i problemi, non simulati e teorici, ma con quelli reali: riconoscerli come esplosione di tensioni, come disagio, come urgenza…Non insegnare le ‘cose’ ma il senso delle cose…
La formazione reale consiste nel lavorare con l’emotività ed i contenuti, in un processo osmotico in cui lo scambio è continuo…
Questo e molto altro ancora.
Con affetto.
maria rosaria
19 Settembre 2008 alle 9:23 pm
è va be all’ora la racconto io un fiaba:
Titolo: Il liguaggio bloggadico pro del visorio
C’era una volta,
tanto tempo fa, in una agalaccita lontana, un piccolo blog sperduto sulle montagne dell’Arminico Pianeta, la dove il vento spira forte tra le candele e le spegne sempre.
Questo blog di montagna che non era ancora un paese ma un paesologo della terra d’irpinica e del grande oriente (non non era un massone del galassia della bilancia) si chiamava “sprovvistadimente comune”
Fu così che un giorno arrivò un Angelo di nome Lombardi di Verderosa che incomincio a dare ordini a tutti.
Un’altro angelo che era si MichèArcangelo che faceva di gnomo, era piccolo piccolo e teneva pochi capelli, per non andare alla guerra del Formicossovo, Fumaligallimichélemà parlava di costruzionare una nuova comunità multifunzionale e multitettine, non più comunista ma plurastilaista gnostica ma idealmente multietinica e non zarista comunitariamente e provvisoriamente parlando “multicomunista”.
Lui insisteva tanto che ad ogni scassione della sua parola da parte dell’Angelo di Lombard verde e rosa che si è pure lui addire tante parole aVvanvera, che riuscirono talmente a farglele girare, che L’Ingegnènzolungo si impenno talmente con la sua moto che si bloggo talmente che arrivo nelle gole del to in un batter di grano.
L’Ingegnènzoluongo ne diceva così tante e le faceva così bene, le parole una sopressata all’altra ed alle altre che è cresciuto, diventando grande tanto che la madre gli comprò una moto.
E, così ha fatto tante strade, anche per via aerea e si la sua moto quando si incazzava di brutto gli volavano i pistoni e le catene che tutti quelli che gli stavano intorno si beccavan tutto il grasso delle ruote.
La sua moto, un Galletto di Guzzi, di quelli che non fanno br br ma brontolo brontolo e spack spack, riusciva a parlare con la marmitta.
La marmitta, tanto che era brava anche lei che faceva un sacco di in grano e di sorpassamenti tanto che la mamma di lui lo iscrisse alla sfederazione delle moto spaziali guzzi che brontolano brontalono. La sfederazione stava bene sulla starda ed era talemente isttuita e costruttiva che faceva anche ascensori da bagno, molto bellissimi.
E, così iniziò motarsi la testata della moto con gli arredi da bagno ideal standars e ad organizzare radunate oceaniche nella sala della comune andratta che però non poteva accogliere più di 5 umani e centocinquanta moto.
Anche Nanosecondo aveva un moto perpetuo galletto di marco Guzzi. Era proprio un cesso di moto d’epoca, tanto d’epoca che poteva viaggiare nell’epoca che voleva, tanto non pagava ne l’assicurazione, ne il bollo. Però era una grande marcatempo, avvolte ci stava sopra ore intere anzi ci trovava gusto a marcarsi in giro perché era un po’ stitico, nonostante i cambi d’olio che si era incoiato per non inguinale il formicoso.
E, fu così l’Ingegnenzoluongo ha cominciato a volere e rivendicare i suoi spaziassiderali e tecniciinetrgalattici ed a reclamare la sua indipendenza motoriale, e allora è arrivato l’Arcangelo di Lombardi verde e rosa (studio accozzato con un’altro angelointergalattico dei lombardi, satellite del pianete Lione) e gli ha fatto una cameretta tutta per lui in Altura. Altura è un’altro pianeta della costellazione del Formicosolo dove gli umani che ci abitano mettono solo lucciole nei barattoli.
E, ciò per evitare che anche lui, l’Ingegnenzoluongo, diventasse come Fumaligallimichélemà che non assecondandosi da lui (l’Ingegnenzoluongo) avvolte elettricamente attaccava la spina senza rosa e verde dalla rabbia intorno, mettendo in moto un registratore di marca aVVanvera, (nome di marca registratore scelto apposta tanto per identificare contenente e contenuto, forma e sostanza, pane e focaccia, capra e cavoli, moglie piena e botte ubriaca, grano e zizzania, multieuropeacomunitari e comuni sempre comunisti, ecc.).
Certo che lui, – ma chi mo mi so perso come al solito – ingolfato come il carburatore della sua moto guzzi, che non è un cesso come quella di Nanosecondo ma poco ci mancherà che la prendono per un bidè, è sconfortato ultimamente proprio da bidea di una ricerca scientifica (che non conosce bene) che negli ultimi anni è stata fatta, grazie anche all’uso delle nuove tecniche neuroimmaginifiche della macchina PET (tomografia ad emissione di positroni – non negatoni) che ha rovesciato la prospettiva architettonica delle linguaccie umane chiarendo con la varrichina, che le parole possono essere mattoni per costruire muri o per mandarle in fronte a qualcuno per farlo male, chiarendo anche con il vetril come le stesse linguacce umane dipendono dall’evoluzione delle nostre capacità mentali e come le stesse linguacce umane appoggino i loro travianti ad altre facoltà (non universitarie) come l’intelligenza sociale ed ecologica. Nella sostanza si era rotto i nuroni a specchio.
Questi studi hanno (s)confermato ciò che i linguisti ipotizzavano da tempo, ossia che la componente morfologica, quella semantica e quella sintattica del linguaggio sono dotate di una loro individualità, anche spaziale e l’approccio tradizionale: fonetici e fonemi dei primitivi, innati e arbitrari, dipendono solo dai loro vincoli bio-meccanici con le loro moto evitando di porsi la domanda “da dove deriviamo?”. O meglio da dove discendiamo? Dalla moto chiaramente e non dalle sciemmie alla faccia di D’Arminico.
Per questo avvolte a qualcuno sembra che si possano utilizzare parole inventate e prive di senso (definite pseudoparole), ma che da sole si muovono nello spazio continuando a rispettare almeno solo le regole grammaticali (non sempre ci riesco!! Uacc Uaa) e non quelle della logica corrente delle acqua che innaffia le spine senza rosa. E, che palle sti rosa con il verde, coloriamole gialle.
Durante questi esperimenti è stata rilevata l’attivazione di una componente profonda e selettiva dell’area di “brocca” e della regione frontale inferiore dell’emisfero destro. E’ stato inoltre osservato che, all’interno di questo sistema, il nucleo caudato e l’insula dell’emisfero sinistro si attivano selettivamente soltanto durante il processo di analisi sintattica.
Da qui il ricongiungimento ionosferico del lato sinistro e destro del cervello (il maschile ed il femminile…la convergenza delle ruote della moto ….) che unificato ci rende capaci di sorvolare il fomicosolo con le nostre moto del tempo dove così si possono prendere le lucciole per metterle nei barattoli. Tutto qui,quo,qua.
E, tutti visssero felice e contenti perchè avevano capito che superate tutte rotture di ruote finalmente potevano morire conversanti insieme alle lucciole nei barattali.
Uacc Uaa
Nanosecondo
P.S. Michè fatti la moto pure tu! Che ci facciamo anche noi un raduno di comunitari aVVanvera!…..aspetto la tua fiaba……..adesso considera che stiamo a scuola della fantasia dove non ci possono essere DISERTORI della penna perchè se non diventi un pennuto!
Nanosecondo
19 Settembre 2008 alle 10:08 pm
ops…Michè….ti suggerisco una cosa che nella scuola dei DISERTORI non ti insegnano. Per questo non puoi scrivere mai di queste fiabe….ogni parola che scrivi il cervello (ormai) legge solo la prima e l’ultima lettera…in quelle di mezzo ci puoi mettere di tutto, tanto leggerei sempre quello che ti piace leggere.
Nanosecondo
19 Settembre 2008 alle 10:20 pm
Cara Maria Rosaria,
condivido in pieno quello che hai scritto sulla formazione. Avrei voluto dirlo io a conclusione del mio breve (e superficiale) intervento.
Ora è più chiaro che la scuola è il centro dell’attività di una nazione, della sua vitalità oltre che della sua professionalità.
Scusami questa piccola divagazione. Io non dimentico mai cos’è stata la scuola per il popolo, per le donne, i lavoratori, i contadini, gli artigiani: un grande elemento di emancipazione. Una cosa centrale nella loro vita.
Ricordo che tutto, cioè qualsiasi sacrificio, ruotava attrorno alla scuola da “costruire” per i propri figli.
Le cose sono cambiate, ma non sarebbe male studiare questo aspetto della nostra vita politica e sociale. Così, tanto per far capire a classi dirigenti (si fa per dire) distratte e cialtrone, che la scuola di qualità (e di vitalità) la costruisce il popolo.
E magari per far capire ai figli del popolo, che gironzolano scoraggiati nelle nostre università, che è giunta l’ora di riappropriarsi di una cosa loro, di ridargli vitalità e futuro.
Con affetto
Michele Fumagallo
michele fumagallo
20 Settembre 2008 alle 12:13 pm
Oltre 30 anni fa Pier Paolo Pasolini scriveva che “Il popolo italiano è il più analfabeta d’Europa. La borghesia italiana è la più ignorante d’Europa”.
Nel frattempo, in questi 30 anni è apparso un elemento decisivo nella (dis)educazione nazional-popolare: le televisioni berlusconiane, il Grande Fratello televisivo-commerciale.
Dunque è lecito chiedersi se, dopo 30 anni, le cose siano cambiate. Se la situazione intellettuale del paese è migliorata o peggiorata. Il popolo italiano è ancora il più analfabeta d’Europa? E la borghesia italiota resta sempre la più ignorante (rozza e cialtrona, aggiungerei) in Europa? Ma le responsabilità sono tutte da scaricare sulla scuola? Oppure l’omologazione e l’appiattimento culturale di massa sono fenomeni ascrivibili anche ad altri fattori causali, come i network televisivi privati made in Fininvest?
altra scuola
20 Settembre 2008 alle 2:31 pm
Esimi colleghi,
credo che sia più ignoranti di prima anzi. Il problema è comprendere quale deve essere il modello di intelligenza.
Faccio un esempio il problema è che uno dei modelli che maggiormente si è sviluppato negli ultimi anni è stato quello dell’addizione.
In verità però nessuno ha compreso ancora (ad esempio) che uno + uno non fà due ma, uno + .
Infatti se ci fossi affidati a questo modello matematico non avremmo tante televisioni in italia generaliste ma + specialiste.
nanos
Nanosecondo
24 Settembre 2008 alle 2:24 pm