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Una tempera compatta

I lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello

Il padre di mio padre morì nel 1935, a cinquantasei anni. Era tornato dalla guerra a fare il muratore. A casa gli obbedivano senza che alzasse mai la voce, a volte senza che parlasse. In quel silenzio pacato e fermo era raccolta la sua forza, lo spirito inviolabile della sua personalità.

Credo che in tutta la sua vita non abbia mai messo la cravatta. Sull’ingrandimento di una foto del marzo del ‘33, fatta per la carta d’identità, gliela dipinse il fotografo con una tempera compatta. Gli fece anche il colletto della camicia con un celeste molto molto chiaro.

Anche se più spesso si usavano camicie r p’stàgna[1] e fazzoletti da collo, avere una cravatta e camicie col colletto non era più raro. Lui di certo una cravatta vera l’aveva, tanto che sua moglie lo riprese, così mi ha detto mia cugina Lisabbètta, il giorno della foto, quando non la mise.

Avevo creduto che una cravatta, per mancanza di soldi, mio nonno non l’avesse nemmeno mai comprata. A casa non erano certo benestanti, però, per quello che ricordo d’aver sentito dalle mie zie, si stava bene essendo abituati, tutti e gli otto figli, a partecipare da piccoli alle necessità della famiglia. Sarà stato per questo che, durante tutto il tempo della seconda guerra, quando le donne rimasero sole in casa, non mancò mai niente. Anzi c’era pure qualcosa in più, tanto che alcuni pensavano vivessero di contrabbando. Invece, con la sua macchina per maglieria, aiutata da zi’ ‘Ndina2, zi’ Annina confezionava giacche e calze di lana. Le altre sorelle, con uncinetti e ferri, vestiti, cuffiette e cappellini. Riparavano ombrelli con stoffe nere e grigie di taffettà, facevano grembiuli e camicette e altri lavori da sarta. Perfino corone da morto con rami veri e fiori di carta.

Anche se non li ho conosciuti, i nonni paterni mi sono rimasti appuntati agli occhi. Come falene infisse con gli spilli, le loro foto appese nel salone sono diventate parti della mia memoria. Furono messe lì per una comunione coi defunti, per tenere i morti vivi in casa.

E con la voce in casa ancora li si chiamava.

Il padre di mio padre chiamò Giuseppe, come suo padre, il suo primo figlio ed una figlia; con due dei tre nomi della madre, Maria Antonia, chiamò due altre figlie e, per onorare la famiglia di sua moglie, ne chiamò un’altra Anna, come sua suocera, e mio padre Leonardo, come il suocero. Proprio come si mescolava il sangue, i nomi sono stati mescolati.

Mio padre fece lo stesso, e diede a me il nome di suo padre. Poi, per custodire la memoria della madre e di sua nonna materna, chiamò Rosanna mia sorella. Vincenzo fu chiamato, invece, mio fratello, per venerare la memoria della madre di mia madre morta a pochi mesi dal suo parto. Vincenzo Nannariello, però, era pure il nome del nonno paterno di suo padre e di un altro suo parente. E, quasi per rassicurare la famiglia di mia madre che non si trattava di un espediente per restare legato al suo antenato, gli aggiunse, dopo una virgola, Antonio, il secondo nome del padre di mia madre. Vincenzo, però, il colorito bruno lo prese dal padre di mio padre.

Pure zi’ P’ppin fece come si faceva. Ai due figli -morti uno ad un anno, l’altro a pochi mesi- mise lo stesso nome che aveva avuto il padre e, alla figlia, quello di sua madre.

Anche se i figli maschi, soprattutto i primi, sono stati, con i loro nomi, dichiarati prosecutori della famiglia, nella nostra la nonna paterna di mio padre una sua impronta l’ha lasciata. Deve essere stata una donna forte se C’rreta, il nostro soprannome, viene da Cerreta, il suo cognome.

Anche se interrotte in punti diversi e quella r zi’ P’ppin è più addolcita, mio padre, suo padre e il padre del padre, nelle loro firme hanno la stessa forma delle lettere e lo stesso orientamento della grafia. Da queste righe d’inchiostro, scure come sangue col colesterolo, ho una volta in più capito che uno è nell’altro e che, di noi, mai nessuno è solo.



[1] P’stàgna, camicia con solo l’orlo del collo, senza colletto. Dallo spagnolo pestaña.

 2 ‘Ndina, dialettizzazione del diminutivo (contratto) di Incoronata, I(ncoro)natina, con caduta della vocale della sillaba iniziale.

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Written by alfonson

6 ottobre 2008 at 10:34 am

9 Risposte

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  1. alfonso,
    questo tuo racconto è davvero bellissimo. mi ha fatto “vedere” ancora di più, e ancora meglio, l’Ipinia, la nostra Irpinia.
    grazie
    e.

    eldarin

    6 ottobre 2008 at 11:50 am

  2. La mia famiglia

    La mia famiglia,
    che il tempo ha reso proletaria,
    ancora riesce a ritrovarsi per le feste:
    i coltelli li usa per tagliare torte arroganti,
    nei cassetti non ci sono pistole
    ma calzini, libri, telecomandi;
    qualcuno crede ancora in dio,
    uno solo nella politica,
    la mia ragazza cinguetta frasi d’amore,
    i miei genitori hanno trovato un accordo conveniente, mio fratello crede nelle complicazioni dell’amicizia
    mentre io spargo inchiostro nero sulla
    pagina bianca della memoria.

    Paolo Battista

    6 ottobre 2008 at 4:52 pm

  3. Come sempre, Alfonso Nannariello si conferma uno scrittore eccelso, sicuramente il poeta più originale e anticonformista dell’Irpinia. Non solo la sua poesia esprime contenuti letterari, ma i suoi testi letteratura assumono a tratti i caratteri della poesia e della musica

    Gerardo Pistillo

    6 ottobre 2008 at 6:23 pm

  4. questi pezzi di alfonso sono molto belli. prose etiche bagnate in un un clima etnografico.
    armin

    comunitaprovvisoria

    6 ottobre 2008 at 6:47 pm

  5. L’ultima frase del testo, in particolare, mi ha fatto “sentire” mio padre

  6. Condivido la tua idea caro armin. Questi pezzi di Alfonso sono prose (po)etiche che risvegliano, attraverso la sinestesia, una simbologia inconscia ancestrale.

  7. ho una volta in più capito che uno è nell’altro e che, di noi, mai nessuno è solo.
    …questa è letteratura…bellissimo!

    michele ciasullo

    6 ottobre 2008 at 9:26 pm

  8. leggendoti ci fai entrare nelle tue case, nelle tue cose; ci accompagni per mano; mi piace ascoltarti

    verderosa

    6 ottobre 2008 at 10:06 pm

  9. mai ognuno è solo!
    per dircelo e vederlo eccoci in una comunità, che sembra provvisoria. che è più forte è un legame spirituale. il formicoso (con la voce di franco, il corpo e lo spirito di tanti) ci ha fatti uno. abbiamo iniziato a sentirci popolo.
    come non vorrei si perdesse questa conquista, questa sensazione

    alfonso

    7 ottobre 2008 at 8:32 am


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