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come ai tempi delle catacombe

con 2 commenti

 di DIEGO MOTTA 

Un ritorno a tempi bui della sto­ria, quando la discriminazione nei confronti del «diverso» era dichiarata. « I fondamentalisti indù hanno detto: per ognuno dei nostri che viene ucciso, ne vogliamo ucci­dere tre dei vostri». La voce di Alex Dias, vescovo indiano di Port Blair, arriva al telefono chiara e inequivo­cabile, come il messaggio che deve trasmettere. « La Chiesa in India è tor­nata ai tempi delle catacombe: ci so­no oltre 10mila cristiani nascosti nel­la giungla, decine di migliaia di per­sone ammassate nei campi profughi e anche in comunità come queste delle isole Andamane e Nicobare, do­ve la situazione è relativamente tran­quilla, ormai si percepisce un clima di intimidazione » . Venerdì scorso, la Conferenza episcopale indiana è in­tervenuta per chiedere giustizia, in­vocando «azioni forti contro i gruppi indù autori delle violenze » .
Monsignor Dias, come spiega l’atteg­giamento di indifferenza, quando non di ostilità, del governo del Paese nei confronti della minoranza cristiana?

Purtroppo il governo centrale non fa quello che dovrebbe fare e il nostro i­solamento rispetto al re­sto della comunità si ag­grava di giorno in giorno.
La preoccupazione mag­giore è proprio per i cam­pi profughi, gestiti dalle forze di polizia inviate da New Delhi. Il rischio che tra chi controlla queste a­ree ci siano infiltrati fon­damentalisti è concreto e a nulla sono servite le no­stre proteste affinché la sicurezza dei cristiani venisse garanti­ta. Ci sono ragioni di consenso dietro alle scelte del governo indiano: una presa di posizione a favore dei cristiani rischierebbe di fare perdere voti a chi è al potere. Schierarsi dalla parte dei cri­stiani in questo momento non è van­taggioso, soprattutto in vista delle ele­zioni politiche della prossima prima­vera.
Cosa risponde a chi accusa la Chiesa indiana di proselitismo?

Si tratta di un pretesto del tutto infon­dato per fomentare l’odio nei nostri confronti. Molti nostri missionari han­no aiutato milioni di poveri, lavorando sull’educazione dei più piccoli e sui bi­sogni concreti delle famiglie. La gente si converte perché trova nella Chiesa una presenza vicina e solidale. Ci sono villaggi in cui gli abitanti dormono in convento per proteggere le suore ri­maste sole. Il problema è che di fronte alla propaganda dei giornali, che dico­no tante bugie sul nostro conto, non possiamo fare nulla.
Qual era, prima che scoppiassero i moti di rivolta, lo stato di salute delle relazioni con i rappresentanti induisti e islamici?

Nelle isole Andamane e Nico­bare, abbiamo sempre pro­grammato con regolarità gli in­contri con i leader delle altre re­ligioni. In realtà, incontriamo con più facilità gli esponenti musulmani rispetto agli indui­sti, anche se il dialogo si ferma a riunioni informali e non ap­proda mai a occasioni di con­fronto pubblico. Ma anche sulle dinamiche interreligiose incidono i ve­leni messi in circolazione dalla classe politica.
A livello sociale, c’è il rischio che la te­stimonianza cristiana in India venga ridotta al silenzio?

Mi chiedo spesso in queste settimane: perché stanno facendo tutto questo contro di noi? Perché l’odio? Non è fa­cile trovare delle risposte e spiegarle alla nostra gente. Davvero siamo chia­mati a vivere il messaggio di perdono di Gesù e a ricordarci di quanto disse nel Discorso della montagna. Lo face­va anche il Mahatma Gandhi: leggeva il Vangelo delle Beatitudini e cercava di metterlo in pratica.
Cosa vi aspettate a questo punto dalla comunità internazionale?

Il mondo deve sapere cosa sta succe­dendo in India e giornate di mobilita­zione come quelle promosse dalla Chiesa italiana a inizio settembre sono importanti. Chi chiude gli occhi da­vanti a quanto sta succedendo com­mette un errore imperdonabile: è in atto un vero e proprio pogrom, con ve­scovi minacciati e intimiditi, chiese messe a ferro e fuoco e migliaia di pro­fughi che vivono senza alcuna garan­zia di sicurezza. Quel che cerchiamo di fare anche nei confronti delle istituzio­ni è solo una goccia nell’oceano. Ma per fermare la violenza prima che sia troppo tardi, serve l’aiuto di tutti.
Monsignor Alex Dias, vescovo di Port Blair: l’esecutivo non fa quello che dovrebbe, il nostro isolamento rispetto al resto della comunità si aggrava quotidianamente

 

 

Written by alfonson

13 Ottobre 2008 a 11:00 am

2 Risposte

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  1. noi ci interessiamo delle cose: discarica, ospedale, democrazia, politica, economia, ecologia, sociale…
    perchè ci interessiamo alle persone o alle cose?
    sembrerebbe alle cose, forse per sentirsi impegnati in qualcosa. forse è perchè ci sentiamo troppo in vacanza e non sappiamo cosa fare che ci inventiamo un’occupazione, un impegno.
    forse dubitando della nostra esistenza in vita vogliamo una prova che ci siamo e ci dibattiamo.

    quando sono le persone ad essere perseguitate silenzio tombale. ovviamente la pietra tombale la mettiamo noi con il nostro silenzio, completando così l’opera degli assassini.
    ma funzioniamo così quando qualcuno dice qualcosa che potrebbe risultare minimamente offesiva della nostra persona?

    alfonso

    14 Ottobre 2008 alle 9:03 am

  2. gli umani si interessano ai problemi quando ne ricavano un minimo divertimento, quando il martirio dei cristiani potrà fornire loro una qualche occasione di trastullo se ne occuperanno, sono fatti così

    sergiogioia

    14 Ottobre 2008 alle 5:47 pm


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