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L’imprudenza del teatro

con un commento

di Eugenio Barba

 

Non ho mai creduto che il teatro possa fare a meno di essere politico.

Questo non vuol dire parlare di politica, ma avere una politica, una visione del mondo com’è e di come invece lo vorremmo. Due mondi. E tra loro una grande distanza che immagino come un deserto nel quale fioriscono i teschi e le ossa che la Storia vi ha lasciato.

 

Più grande è la distanza tra i due diversi mondi, più essa rischia di degenerare, per ciascuno di noi, in un senso di impotenza che col tempo si esprime in un’indignazione inerme e finisce col tradire – non i compagni e noi stessi – ma la nostra giovinezza,

Avviene nel momento in cui ci diciamo: ”Erano tutte chimere. Abbiamo diritto di essere stanchi”.

 

Invece si può cavalcare chimere tutta la vita senza mai vincere, ma senza essere sconfitti. La posta in gioco infatti, non è cambiare il mondo, ma vivere in esso degnamente. Quel che decide, più ancora delle circostanze, è se siamo in grado di usare strumenti appropriati.

 

L’antidoto a combattere la tendenza ad accontentarsi ha molti nomi. Userò quello più generico di “poesia”. Può sembrare un termine patetico e abusato. Ma ho in mente alcune frasi di Garcia Lorca quando spiegò con parole semplici che cosa fosse la poesia di Neruda, o meglio, cosa non fosse. Disse che a Pablo Neruda mancavano i due elementi dei quali molti “falsi poeti” si sono nutriti. Nominò l’odio e la derisione.

Poi rappresentò Neruda come uno di quegli artisti che sui palcoscenici o nell’angolo di una piazza ci incantano coi loro prodigi e lo ammantò con un simbolo potente. Disse: “Quando Neruda intende colpire e solleva la spada, si ritrova subito una colomba ferita tra le dita”.

 

Era l’ottobre del 1934, all’Università di Madrid. Non passarono due anni, e Garcia Lorca sarà lui stesso una colomba assassinata.

 

Quando terminò la sua breve presentazione di Pablo Neruda, Garcia Lorca si rivolse direttamente ai propri ascoltatori per dire loro: “Fate attenzione, c’è una luce nascosta tra i poeti. Cercate di percepirla per nutrire quel grano di follia che ognuno porta dentro di sè, e senza il quale è imprudente vivere”.

 

Disse proprio così: imprudente.

Written by Arminio

1 Novembre 2008 a 4:16 pm

Pubblicato in a Autori Comunitari

Una Risposta

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  1. “Fate attenzione, c’è una luce nascosta tra i poeti. Cercate di percepirla per nutrire quel grano di follia che ognuno porta dentro di sè, e senza il quale è imprudente vivere”.
    Questa benedetta ‘follia’ che tutto copre e ,paradossalmente, tutto riempie di senso.E chi più del “cavaliere dalla triste figura” può rappresentare la capacità ‘politica’ del folle conosce il senso profobdo delle azione e dei pensieri dell’uomo moderno? Certo anch’io non credo che “il teatro possa fare a meno di essere politico” ma nel senso tragico del Qujote non in quello comico della commedia italiana.La discriminante politica è nella capacità d’uso dell’ironia.
    Unamuno nel “Sentimento tragico della vita”si raffigura un Don Chisciotte: in un Europa segnata dal tramonto della fede ( “Dio è morto” di Nietzsche) e dominata da “ una nuova Inquisizione : quella della scienza e della cultura”, ad incarnare il suo sofferto ritorno alla dimensione religiosa , nessuno gli sembra più adatto di D., il cavaliere dell’impossibile, che si espone all’irrisione e al ridicolo. Ecco il pazzo, diranno tutti intorno a lui; ma il D moderno deve combattere anche all’interno di se stesso : “Esiste infatti un’altra più tragica inqisizione, quela dell’uomo moderno, colto europeo (..) si porta dentro.Vi è un ridicolo ancor più terribile, ed è il ridicolo che uno prova dinanzi a se stesso e verso se stesso.E’ la mia ragione che si fa beffe della mia fede e la disprezza”Il moderno D di Unamuno è più disperato di quello di Cervantes ,perché cosciente della “propria tragica comicità…oggi si vede dal di fuori e la cultura gli ha insegnato ad oggettivarsi- …e vedendosi dal di fuori ride di se stesso, ma amaramente”
    Ma sia Unamuno che Cervantes, a mio modesto parere, non apprezzano luso dell’ironia.
    Ma attenti! C’è un modo retorico e un modo filosofico di intendere l’ironia
    L’ironia come figura retorica, racchiude in sé un infingimento contrario alla natura dello schietto umorismo. Implica una contraddizione tra ciò che si dice e quel che si vuole sia inteso.La contraddizione dell’umorismo ma non è mai fittizia ma essenziale,tragicamente essenziale.E’ sempre la categoria filosofica del “tragico” a segnare lo spartiacqua discriminate in una opera d’arte anche teatrale specialmente per l’uomo moderno e contemporaneo.
    Uno scrittore ironico non procede ad un’armonizzazione dei contrasti, anzi fa radicare la sua arte proprio sulla dissonanza, sulla scissione.Non è hegeliano per natura e per il suo intimo,specioso,essenziale essere egli scompone ,disordina,discorda .Un particolare processo psicologico sta alla base della scrittura ironica :la contraddizione, la perplessità, la presenza irrisolta di opposizione; l’ironico è un uomo a cui un pensiero non può nascere, che subito dopo non glie ne nasca un altro opposto, contrario “ Due anime in una , si compiace dei contrasti stridenti e dei travestimenti impreveduti. “Para la follia con gli abiti della ragione e la ragione con gli abiti della follia”, piange e ride nello stesso tempo. E purtroppo la cultura italiana poche volte ha raggiunto le vette della tragicità generalmente del comico spesso della farsa.

    http://www.mauroorlando.it

    mercuzio

    3 Novembre 2008 alle 6:23 pm


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