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Pasolini e Roma, crocevia irrisolto

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di Valerio Magrelli

La straordinaria sensibilità di Pier Paolo Pasolini per i paesaggi geografici e antropologici trova nella Capitale il punto mediano fra i due estremi della sua parabola espressiva. La borgata è uno spazio incerto e mutante, sul punto di trasformarsi in realtà leggendaria e remota. E un gruppo di baracche sull’ Aniene, diventa «la piccola Shangai». Roma, crocevia irrisolto tra il presente e il sogno.
È lui che trasforma la borgata in una leggenda, le baracche sull’ Aniene nella «piccola Shangai» Sono davanti a una dozzina di libri su Pasolini, nel tentativo di illustrare il senso del suo rapporto con Roma. Vorrei cioè provare a chiarire il profondo legame che unì lo scrittore del Nord (nato a Bologna e vissuto in Friuli) alla capitale (dove si trasferì verso il 1950). Dopo varie letture, tuttavia, devo prendere atto di un risultato inatteso, ossia l’ emergere di una prospettiva ben diversa da quella che andavo cercando.

La trovo esplicitata nel saggio di Enzo Golino «Il sogno di una cosa», uscito da Bompiani diverso tempo fa. Pur occupandosi a lungo dei romanzi e delle poesie ambientati nella nostra città, Golino impernia infatti il suo studio su due capitoli, rispettivamente intitolati «L’ usignolo di Casarsa» e «Terzo Mondo, grand tour». Eccoci al punto: il poeta di Monteverde, il regista di «Mamma Roma», il memorabile insegnante di Ciampino, è in realtà lo stesso autore che seppe aderire come pochi altri sia alla struggente bellezza dell’ Italia triveneta, sia al fascino di un Altrove intercontinentale. Per quanto riguarda la prima affermazione, si tratta di una storia ormai notissima. Quando apparvero nel 14 luglio del 1942 (anniversario della presa della Bastiglia), le Poesie a Casarsa rappresentarono in effetti un autentico assalto: l’ assalto che un povero dialetto come il friulano, del tutto privo di tradizione illustre, portava contro la sontuosa fortezza della lingua italiana. Irrequieto e coltissimo, appena ventenne, lo scrittore lavorava a un ambizioso progetto culturale, per elevare quella scarna parlata al rango di lingua d’ arte. Lo vide bene un filologo come Gianfranco Contini, che recensì il fascicoletto con parole di elogio, scorgendovi «la prima accensione della letteratura dialettale all’ aura della poesia».
Siamo insomma di fronte al paradosso di un’ opera in cui la più raffinata erudizione produce un’ appassionante adesione alla lingua del popolo, dato che per Pasolini il rovello stilistico aveva come immediata controparte una precisa e decisa scelta ideolgica: ridare voce agli oppressi, ai senza parola, agli esclusi, nel segno di un idioma dell’ origine. Casarsa e la sua provincia, dunque, fanno tutt’ uno con la prima fase della sua produzione. Eppure, caso davvero raro nella letteratura italiana, proprio il cantore della piccola patria friulana seppe aprirsi come pochi al richiamo di altre culture. Basti pensare all’ Inghilterra dei «Racconti di Canterbury», o alla Tanzania, al Kenya, all’ Uganda di «Appunti per un’ Orestiade africana», luoghi a cui corrisponde, sul piano della saggistica, un testo illuminante quale «L’ odore dell’ India». Come ha notato Golino (e più recentemente Giulio Sapelli in un saggio di appena uscito da Bruno Mondadori col titolo «Modernizzazione senza sviluppo»), alla base di queste scoperte stavano da un lato l’ inquietudine per «l’ universo orrendo» del neocapitalismo italiano, dall’ altro l’ ansia di visitare paesi che accogliessero, ancora incontaminati, natura, arcaismo, povertà, eros. Ebbene, l’ amore di Pasolini per Roma dev’ essere appunto insertito all’ interno di questa fortissima polarità fra localismo e cosmopolitismo, ripiegamento contadino e curiosità etnografica. La straordinaria sensibilità di questo autore per i paesaggi geografici e antropologici trova così nella capitale il punto mediano fra i due estremi della sua parabola espressiva.
La borgata, cioè, si configura come uno spazio incerto e mutante, sempre sul punto di trasformarsi in realta leggendaria e remota. Non per niente, nel romanzo «Una vita violenta», il desolato gruppo di baracche da cui proviene il protagonista, fra l’ Aniene e il quartiere Tiburtino, è soprannominato «la piccola Shangai». Non per niente, prima di tuffarsi nel Tevere, l’ eroe del film «Accattone» viene paragonato a un faraone egizio. Perché Roma, all’ incrocio fra classicità e modernità, arcaismo e capitalismo, rappresenta al contempo lo snodo fra la rusticità dell’ Italia agreste e l’ esotismo di un passato struggente, tradito, perduto, o forse soltanto sognato.
L’ obiettivo: ridare voce agli oppressi, ai senza parola, agli esclusi.

Written by Arminio

1 Novembre 2008 a 10:43 pm

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