GLI INSEGNAMENTI DEL BOSCO
Metto qui un pezzo di Eliana Petrizzi, scrittrice e artista di Montoro, straordinaria creatura dell’Irpinia d’occidente. _armin
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Dopo venti giorni di clima mite, è arrivato il freddo.
Seduta sul ceppo reciso di un castagno, mi presento al bosco che ho dinanzi: incerta della mia lingua difronte a queste creature che sono nello stesso tempo a me attente e indifferenti.
Gli uccelli si ritrovano in un canto che mi ferma; è come se si stessero accordando per pronunciare una decisione fondamentale che ha a che fare con una sacra immanenza del Mondo, con la presenza di numeri, cose e persone che credevamo perdute.
Ogni cosa al suo posto: il grigio limpido delle nuvole, le voci degli animali e la velocità dei pesci, imprevedibili germogli e friabili rive. Il maschio e la femmina debitamente riuniti nel mio petto.
I muscoli del corpo si spengono lentamente come i motori di una macchina a lungo accesa senza scopo. Più che respirare, divento respiro: mi raccolgo e mi estendo, assorbo e restituisco.
Recupero l’enormità della mia piccolezza. Mi svuoto di tutto ciò che in me è ancora bordo e appartenenza, in uno smembramento leggero in cui mi comparo ad ogni cosa.
Tutto ciò che in me è superfluo evapora come un fumo snello che sale e si perde.
Per ricevere lo spirito della vita occorre rendere limpido il nostro cuore. Come faremmo per ricevere un ospite a lungo atteso, dobbiamo preparare uno spazio ordinato e luminoso in cui la vita possa riconoscersi, trovarsi a suo agio e restare.
Una volta fatta pulizia, non esiste che l’essere di nuovo parte della naturale mutevolezza delle cose.
Resto come un fiore aperto alle trasmigrazioni degli insetti.
Tra gli alberi mi integro, mi compio e comprendo. Imparo un’ignoranza selvatica che mi insegna il desiderio senza scopo.
Non esiste nessun luogo in cui possa dire con altrettanta certezza di esserci già stata.
Capisco quello che posso comprendere e quello che non mi è dato chiedere.
Mi accorgo di come ogni cosa che accade nel momento presente abbia una risonanza profonda in ogni punto dell’Universo, e di come tutto ciò che crediamo disperso sia invece riunito altrove.
Imparo la Morte: la vita mi segue nel bene e nel male. Ci parlo, mi sposto insieme a lei in ogni luogo della mente e dello spazio. A volte me ne separo, ma non penserei mai di abbandonarla seriamente se non fosse per questa compagna buia che di tanto in tanto si affaccia. Non una nemica, piuttosto un’estranea che mi dice: “ Io non ci sono per te solo ad un certo punto. Anch’io ti seguo in ogni tuo passo, in ogni tua azione. E in ogni momento posso diventare per te l’amica per sempre, più di quella che tu, credendo fedele, hai scelto”.
Apprendo così che due cose distinte non sono necessariamente due, e che niente di più lontano dal buio descrive la scomparsa di ciò che siamo stati un tempo e di chi abbiamo amato e perduto.
Mi accorgo che la pace è un filo passato a lungo e con fatica tra i polpastrelli delle dita, fino a quando la punta non diventa più sottile di quella di un ago. Oltre, si apre lo spazio vuoto, il silenzio in cui, finalmente, ci accoglie un’ora serena.
Per sentire il Mondo dobbiamo ignorarci per conoscere qualcosa oltre ciò che profondamente non siamo. Solo così, dopo la devastazione, le giornate saranno piene di un vento che trasforma con gioia la forma dei cieli, lo sguardo degli animali, le chiome degli alberi, le mani degli uomini.
Poi, restituiti alla mutevole meraviglia di tutte le cose, recuperiamo in noi il seme che ci riporta all’ordine.
Riconosco la mia completezza nel mio essere plurale: nell’avere in me la pazienza del bruco e della pietra, la tenacia del picchio, le braccia aperte dei fiumi, l’agilità di serpenti e poiane, la coralità del vento che sposta abiti e carte, trasforma il cielo, piega l’erba, trasporta semi ed insetti.
La luce si abbassa. Il vento forte del tramonto dà alle piante la luce dell’acqua e all’ombra di ogni più piccola cosa la profondità dei monti.
Sento Dio silenzioso, umile e totale; come vorrei fosse ogni giorno il mio amore per il Mondo.
Quadri, incontri e momenti migliori sono arrivati sempre dopo giorni di macerie.
Il dolore ha dato voracità alla mia vita; una fame avida, viscerale e mistica che non trova pace né capienza; non in un quadro, non nella scrittura, in nessun incontro, in nessuna partenza.
Cresce a dismisura e così resto immobile, tra forze potenti ed opposte, gonfia del desiderio di goderne la pienezza sino al punto in cui la gioia diventa finalmente pena.
La vita è fedele sempre e solo a ciò che manca: incontri, luoghi, risposte.
Dio e Amore sono parole che servono a separarci dalla paura di scomparire e di non riapparire più da nessuna parte.
Ciascuno di noi porta un mistero arcaico pieno di una tristezza che può essere lenita e fecondata. Ma ci vuole tempo. L’Amore, la Bellezza, la Fede, esigono separazioni e distanze, per poi riunire altrove, molto più in là.
Il Mondo nuota luminoso nel mio sangue.
Com’è breve il tragitto di un solo abbraccio. Com’è imperfetto l’amore, l’amore piccolo che dice: “Il tuo per me, il mio per te”. E basta.
Amare ariosamente, senza pensiero e senza méta.
Non importa se chi amo non mi avrà capita o ricambiata. I frutti dell’albero non vanno sprecati solo perché la mano dell’uomo non li ha colti.
Viva il dolore; acqua alle radici, luce sempre accesa.
cara eliana
respiro, divoro il tuo scritto
e ne faccio carne
nutrimento
grazie
monica
monica
11 Novembre 2008 alle 2:33 pm
Grazie Eliana per questo dono che fai di te.
Silenziosi
dario
13 Novembre 2008 alle 9:55 am
Bello sapere che fai sempre parte della tua Natura.
Con osservanza
R
roberto
1 Dicembre 2008 alle 3:44 pm