Poeti e poetiche a confronto
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Ugo Piscopo
il poeta dell’intellettualità sperimentale |
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Claudia Iandolo
la scrittrice della modernità
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NELLA TERRA DI MEZZO |
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di Paolo Saggese
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È impresa ardua, impossibile, racchiudere in poche righe la poliedrica e straordinaria figura di Ugo Piscopo (Pratola Serra, Av, 1934), critico letterario, teatrale e d’arte, storico della letteratura, saggista e polemista, scrittore di romanzi e di pièces teatrali, poeta, autore di saggi sulla scuola e per la scuola, di storia, giornalista pubblicista, traduttore, tra le firme più importanti del giornalismo culturale campano, mentre dal punto di vista lavorativo ha operato come docente, come preside e come ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione. Una poliedricità, quella di Ugo Piscopo, che fa pensare ad altri intellettuali di sinistra formatisi soprattutto negli anni Sessanta del secolo precedente: non è azzardato andare con la mente, ad esempio, ad Edoardo Sanguineti, critico letterario, scrittore e poeta, oppure ad altre figure che hanno operato intorno al cosiddetto “Gruppo 63”. Del resto, lo sperimentalismo è uno degli elementi più propri di questa figura. Non a caso, in una bella intervista rilasciata ad Alessandro Carandente nel 2001, l’intellettuale ha osservato: “Ho letto e meditato, in solitudine quasi monacale, i classici (latini, greci, italiani, ma anche francesi e inglesi), mi sono esaminato sotto il profilo intellettuale al servizio non di topiche, ma di situazioni in movimento, che si rimette in causa nella relazionalità col mondo, soprattutto con le contraddizioni del reale. Da quegli studi e da quelle riflessioni è nato un modello, che ho fatto mio e verificato coerentemente, di intellettualità aperta, partecipata e partecipativa, sperimentale”. Quest’ultima riflessione sintetizza appunto una parte interessante dell’impegno di Piscopo: l’intellettuale, infatti, a suo modo di vedere, non deve semplicemente “rappresentare” o interpretare delle “topiche”, ma deve partecipare alla sperimentazione continua di nuove espressività. In coerenza con queste dichiarazioni programmatiche, che abbracciano evidentemente la figura dell’intellettuale nel suo complesso, Ugo Piscopo è stato sempre attento a percepire, a cogliere e analizzare le forme letterarie e artistiche, senza preclusioni di tipo estetico o ideologico, e con una straordinaria apertura allo studio di epoche diversissime, dalla letteratura del Trecento a quella più recente, compreso il futurismo, il simbolismo, il surrealismo. Piscopo è poi anche fine poeta, i cui riconoscimenti (dal Premio Minturnae alla menzione speciale al premio Sandro Penna) parlano chiaro. Si tratta di una poesia che parte dalla sua terra d’origine, o meglio dal paese che gli ha dato i natali (Serra), con la raccolta “Catalepta” (1963), un libro “fortemente elegiaco – intimista”, che raccoglie componimenti scritti tra il 1957 e il 1963, in uno stile, che sembra richiamare Ungaretti e Quasimodo, e talvolta la poesia-racconto di Pavese. Tuttavia, Piscopo opera già a questa data un’originale scelta sperimentale, presente sia nella ricerca di una propria lingua poetica sia nella realizzazione di una descrizione “drammatizzata” della realtà, con presentimenti di qualcosa di incombente, di fantomatico o di tormentoso. Qui compare l’Irpinia della povertà, l’Irpinia dell’attesa, del silenzio, degli emigranti, dei fantasmi, delle solitudini. E vi è la scoperta della vita, e la difficile lotta per la vita. Si legga ad esempio “Fiori-pane”, dove Piscopo allude alle primule, fiore che i contadini d’Irpinia chiamavano “fiore-pane”, perché ne mangiavano in abbondanza, non avendo di meglio per saziarsi: “Al mio paese / esistono i fiori-pane. / Chi ne mangia / si sazia, come avesse mangiato / del pane. / […] Li andai / cercando per tanti prati. / Ed ora / (non cerco più i fiori-pane) / ne ho trovato uno / avvizzito”. In questa poesia il cibo dei contadini è anche una metafora: il fiore avvizzito è, infatti, simbolo forse dello sradicamento del poeta, certamente della fine della magia di un’età ancora pura, di un mondo incontaminato e perduto. È come se il poeta fosse divenuto adulto all’improvviso, e dunque avesse rinunciato alle illusioni di un tempo. Con la seconda raccolta, dal titolo “e” (1968), ha inizio la seconda stagione, che risente chiaramente della neo-avanguardia, sebbene – come ha notato Michele Sovente – in queste opere l’autore “vi immette una tensione espressiva non dovuta al calcolo”. Più di quindici anni dopo compare “Jetteratura” (1984), e nel 2001 “Metropolitana blindata”. In quest’ultima raccolta si accentua ancora di più lo sperimentalismo, attraverso la soppressione della punteggiatura, la predilezione per le assonanze, per le consonanze, per le allitterazioni, per le onomatopee, per il neologismo. È palese un certo tono ironico, talvolta satirico, presente proprio nella poesia che dà il titolo alla raccolta, e la concezione del carattere impegnato della poesia: Dio non c’è, ma c’è altro, a Napoli, nel Sud, in Italia: “C’è qui / questo sì c’è / la metropolitana blindata / ancora dalle procure non indagata // Sul coperchio è scritto “top secret” / ma dentro l’esplosivo dell’antico terrore / i neutroni guizzano elettrizzati per ellissi / all’urto d’un dito d’un gomito / che sono protesi e angoli acuti di anima”. La poesia risale al 1994. Siamo dunque in piena tangentopoli, una tangentopoli, che però tocca soltanto in parte il Sud, dove troppo spesso la magistratura sembra impotente contro i politici. Lo sperimentalismo poi continua con la raccolta “Haiku del loglio” in cui compaiono pezzi graziosi ed eleganti quali “licheni di pozzo”: “un puzzle denso / di sussurrìi d’api / tutte al lavoro”; “lillàtro”: “potere di occhi / che uno crede di avere / intercettato”; “vasilikòs”: “laggiù a Patrasso / fa da fiore all’occhiello / su una divisa”. E poi continua con “Quaderno a Ulpia. La ragazza in mantello di cane”, e più di recente con “Presenza preesistenti. Pietre di Serra di Pratola Serra” (Guida 2007). Il poeta in tal modo crea un altare colto, nobile, irripetibile a questa nostra terra. È un atto d’amore che solo i grandi uomini sanno mostrare, e Ugo Piscopo, intellettuale di fama nazionale, con la sua intelligenza, la sua erudizione, il suo “grande cuore”, il suo amore per lo studio e per la verità, è certo uno dei migliori frutti di questa aspra, feconda terra d’Irpinia.
[pubblicato da OTTO PAGINE il 6 marzo 2008]
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“Nata per caso a Milano”, come lei stessa tiene a sottolineare, nei primissimi anni Sessanta, Claudia Iandolo è una figura tra le più significative dell’attuale panorama letterario irpino. Attrice, pubblicista, poetessa, scrittrice, impegnata in politica e nella promozione culturale della nostra terra, docente nelle scuole superiori, ha trovato nella scrittura d’arte la forma espressiva più consona alle sue corde.Circa dieci anni fa, pubblica una serie di atti unici per il teatro (“Rossa luna di novembre”, Liberamente Liber, Avellino, 1997), dà poi alle stampe una preziosa silloge poetica (“Aegre”, Elio Sellino editore, 2004), quindi due romanzi (“Il paese bianco di Isidora vecchia”, Mephite, 2005, e “Qualcuno distratto”, Palomar, 2007), l’ultimo dei quali ha ottenuto riconoscimenti e recensioni anche presso la stampa nazionale (tra cui “L’Indice del libro del mese” e “Leggere tutti”). Inoltre, si registra un’incursione raffinata nel mondo della musica classica con la scrittura dei testi di “Marinai di terraferma”, musiche del noto e talentuoso maestro irpino Gianvincenzo Cresta (Stradivarius, 2007). Poetessa di valore, tra l’altro insieme a Wanda Marasco l’unica campana inserita nell’importante “Antologia della poesia femminile italiana”, a cura di Anna Maria Giancarli e Nicoletta Di Gregorio (“Tracce”, 2005, nn. 78/79), ha dedicato versi memorabili al terremoto d’Irpinia, come questo componimento struggente ed efficace, dal titolo “Se non lo sai guardala allora”: “Translunammo in autunno / Con facce impronunciabili / Per accorgerci dell’inverno // In prima pagina all’apertura dei tiggì / Eravamo noi / Erano nostri i morti vivi della domenica // Come si muore dovunque / Animali affidati alla terra. // Se non lo sai guardala ora / La disperazione del tetto / E la luna di tutte le fughe”. In questo ambito, un posto rilevante è occupato dalla raccolta “Aegre”, una silloge minuta, ma preziosa e composita, che descrive solitudini e sofferenze, attese e speranze, passioni e amori, amicizie e affetti, vissuti “aegre”, come chiarisce il titolo. Questa poesia, tuttavia, non è semplice rifugio dalle ansie della vita, ma è riflessione acuta e attenta sulla vita stessa, e perciò in senso ampio “politica”, perché legata all’esistenza degli uomini. E così Claudia Iandolo può “cantare” con una forza impressionante: “Se fosse solo Dio / Questione di preghiera / Non moriremmo asfittici / Tra pacchi d’assorbenti / Tra sogni d’amori sbiancodenti // Se Dio fosse solo / Questione di preghiera / In quest’occidente niente di nuovo sotto il sole / Se non le guerre d’oriente e mezzogiorno / Strozzati dentro frigoriferi strapieni / Avremmo altro e oltre dalla fine / Se fosse solo questione di preghiera / Allora è una preghiera / Dio mio / Mio Dio della differenza”. Oppure, può scrivere versi epigrammatici, di rara efficacia, come questi da “Guerra Umanitaria”: “Decollava l’ossimoro / Dalla penisola papale // Italiani brava gente”. Ancora l’Irpinia ritorna nel primo romanzo, “Il paese bianco di Isidora vecchia”, una sorta di racconto, di romanzo storico sull’Irpinia, dal terremoto del ’30 a quello dell’80, con la seconda guerra mondiale e le vicende dell’emigrazione, con la storia di donne che sono state protagoniste di fatti memorabili, che sono quelli dell’Irpinia durante il “secolo breve”. Qui, scorrono come un film i momenti cruciali di questo popolo di formiche, condannato ad essere dimenticato dalla storia in un mondo ancora semifeudale. E poi, ancora l’Irpinia sullo sfondo del secondo romanzo, “Qualcuno distratto”. Da vari indizi, infatti, si comprende che i personaggi vivono, in una piccola città del Sud, profonde solitudini: ad esempio, Mariatolmina – si scoprirà alla fine – è una delle scampate del terremoto dell’80; un professore, altro protagonista, vive in una città, che ha le stesse caratteristiche di Avellino, e fugge nella vicina Napoli; città di provincia è anche quella della terza protagonista, Annamaria. Ma la vicenda poteva essere ambientata in una qualsiasi città della provincia italiana, o comunque l’ambiente di riferimento risulta adesso più vago ed indistinto. Se si volesse definire quest’opera, si potrebbe dire che si tratta di un romanzo della solitudine, di tante solitudini, di quella incolmabile – poetica – di Mariatolmina, orfana in un mondo ostile, e che dopo una violenza subita quando era ancora bambina, ha deciso di dimenticare tutte le parole degli altri esseri, di chiudersi in un mutismo, che è rifiuto della vita, di se stessi, degli altri, che è simbolo di un sentimento superiore alla stessa disperazione, all’angoscia, che è annientamento. È la solitudine della dottoressa, che l’ha in cura, della giovane poliziotta priva di sogni, del commissario razionale e indagatore, della casalinga Annamaria, che non si rassegna all’indifferenza del marito, anch’egli solo e rassegnato ad una squallida non vita. È la solitudine della figlia di Annamaria, di Tonnie, la donna matura, la donna che ama altre donne, che è fuggita verso altri mondi, e che cerca nella donna un palliativo a vita e solitudine. È la solitudine del professore, che nella sua casa ha ospitato libri e delusioni. Perciò, è un romanzo moderno, il romanzo di una società, che ha perso valori, piccoli o grandi, certezze minute ed insignificanti, ma almeno certezze, e non sa trovare in questa vita tesa al nichilismo una qualche speranza che superi la disperazione. Così, ad esempio, il professore poteva riflettere sulla presunta immortalità data dai libri: “Siamo parole. Sopravvissuti alla morte per due parole, qualche anno, il nome e il cognome. Trenta, cinquanta, se siamo fortunati. Trenta cinquanta parole per qualche secolo -. Si guardava intorno meditabondo e diceva: – Ci salverà la morte. Se fossimo eterni davvero impazziremmo”. Oppure, ecco i ricordi di Tolmina: “Quello che è successo di notte Tolmina non l’ha dovuto dire a nessuno. Ognuno ha capito, tutti sanno. […] Tolmina non la vuole nessuno. È un brutto affare, di abbandono e violenza, in un paese troppo piccolo per dimenticare in fretta”. Un libro dunque moderno, questo di Claudia Iandolo, un libro che ci obbliga a confrontarci con noi stessi, con il mondo, con il non senso della vita. Un libro amaro, ma anche confortante, una creazione profonda che potrebbe indurre non pochi – uomini o donne che siano – a confrontarsi con se stessi, attraverso la non comune eleganza di una scrittura potente ed originale, e che segnala l’autrice come una rappresentante della migliore produzione letteraria italiana.
[pubblicato da OTTO PAGINE il 13 marzo 2008]
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sono ancor più felice come irpino-migrante di leggere del mio professore della Iv ginnasiale ad Ariano irpino , Ugo Piscopo “critico letterario, teatrale e d’arte, storico della letteratura, saggista e polemista, scrittore di romanzi e di pièces teatrali, poeta” .Che bello! Insegante severo e competente , amico univeristario di un mio fratello maggiore, rappresenta nella mia memoria emotiva un interessante punto di riferimento per la mia adolescenza “inquieta e scalpitante” nelle grigie e autoritarie maglie della società civile irpina degli anni sessanta che mi hanno fatto decidere la migrazione come soluzione sofferente ma gratificante nel profondo nord ligure (Nervi-Ge).Mi piacerebbe avere notizie più dettagliate o indirizzi .
mauro orlando
mercuzio
11 Novembre 2008 alle 2:20 pm
speriamo che paolo saggese, che tiene i contatti con tutti i poeti meridiani,te li invii.
grazie della tua presenza.
alfonso
alfonso
11 Novembre 2008 alle 6:31 pm
@ mercuzio
Un profilo più ampio possono trovarlo in “Poeti del Sud 2″, a
cura di Paolo Saggese, Elio Sellino editore, 2006.
Il numero di casa è 0815602782.
alfonso
14 Novembre 2008 alle 9:16 am
che strano,ritrovare la mia ex Prof.di latina Claudia Iandolo in questo modo. La Prof. che nella mia adolescenza mi ha fatto risvegliare un pò,ed ora scoprire che è una poetessa scrittrice.mi piacerebbe sentirla.lascio la mia e mail.salvietor@hotmail.it salvatore casale
salvatore
14 Novembre 2008 alle 4:48 pm