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comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

DIARIO DEL SUD

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di Gianni Celati

Mattino, ore 11, 23 maggio. Sono sul trenino che va a Foggia, per sbarcare a Candela, dove Franco Arminio. dovrebbe venirmi a prendere. Trenino con tre carrozze, occupate da studenti che tornano a casa… Ieri sera ho dormito in una pensione tristissima, dove il padrone m’aveva detto: “La carta d’identità gliela restituisco quando va via”. Non so cosa potevo rubargli, dato che la camera era completamente nuda, a parte il letto. Tipo tozzo, pelato, che parla solo con ruggiti, aveva l’aria di volermi far rigare dritto. E di notte non smetteva mai di andare al gabinetto, scatarrando a tutto spiano. La moglie invece aveva una voce delicata, sguardo timido, altezza sul metro e cinquanta. Alla mattina s’è scusata… Qui ci fermiamo a Pietragalla, in aperta campagna. Altra fermata in aperta campagna, località Possidente. Dall’altra parte, la vallata, un gregge di pecore accucciate sotto il sole. Poi alberi, querceti, non vedo altro. Ore 13, siamo a Melfi,  arrampicato su un colle. Vedo il castello svevo, con corpo centrale massiccio come nei castelli normanni, da cui sporgono torri quadrate e severe. Adesso il paesaggio si è aperto, viaggiamo tra grandi mammelloni collinari, prati molto verdi, declivi e dorsali che si intrecciano… Fermata a Leonesse, scendono due passeggeri. Cactus e rovi. Nella campagna là sotto il grano è molto giallo, brillante, abbagliante. L’erba già scolorita. Quando il vento passa sui campi di grano, sembra di veder scorrere un’ombra cangiante. Sui clivi dei mammelloni, campi gialli ritagliati tra altri di terra nera, altri di terriccio rossastro, altri color nocciola, boschetti di salici laggiù in fondo, e dovunque questo effetto d’una iridescenza cangiante portata dal vento. Fa effetto il profilo delle colline, con tanti colori diversi, contro l’azzurro intenso del cielo… Stazione di Candela, dove scendo. Stazione abbandonata, tutto crolla, erbe tra i mattoni all’ingresso della sala d’aspetto. Una palma polverosa davanti all’uscita. Franco A. mi stava aspettando in macchina. 

Bisaccia, provincia di Avellino, alta Irpinia, o Irpinia d’Oriente. Altopiano che si incunea tra Puglie, Campania e Basilicata. 800 metri sul livello del mare. Freddo invernale. E’ il picco più alto che si incontra dalla costa adriatica. I venti chescendono da nord, incanalandosi per l’Adriatico, si diffondono nelle piane di Foggia e Benevento, e arrivano qui senza trovare ostacoli. Bisaccia è il punto estremo ad est dell’altopiano, verso le Puglie. Ieri notte si vedevano le luci di Foggia, a 70 chilometri. A sinistra subito giù a valle siamo in Basilicata, dall’altra parte si arriva subito in Calabria. Tanti nomi per immaginare i posti, chiacchierando a tempo perso. Sono sistemato all’Albergo del Grillo d’Oro, del padre di Franco Arminio, proprietario anche del ristorante di fronte. Lui è il signor Louis, alto e distinto, con la finezza e il riserbo di certi vecchi artigiani sicuri del proprio mestiere. Cuoco rinomato, ha una clientela fedele che alla domenica gli riempie il ristorante, venendo da tutte le parti. L’unico guaio è che mi fa mangiare troppo, con tutte le portate che Vito, suo figlio e primo aiutante, mi convince sempre a gustare. Nel pomeriggio sono andato al castello, dove si dice si sia rifugiato Torquato Tasso quando era matto e fuggiasco. In uno stanzone, un giovane etnomusicologo spiegava a pochi astanti la tarantella, e insegnava a ballarla. Andiamo a sederci sulla piazza del paese, in un angolo non ventoso, dove un tizio sdentato sui 95 anni viene subito parlarci. Franco: “Come va?” Lui: “Eh, mi’ frate è morto”. Il fratello in questione va inteso come suo il membro genitale che non funziona più. Ci ha raccontato del suo servizio militare, fatto a Firenze circa 80 anni fa, l’unica volta che è andato via da Bisaccia. Dal giornalaio sulla piazza, vendono riviste di donne col seno in mostra per far godere l’onesto maschio in calore. Ho seguito Franco a una riunione politica, in una stanzetta del municipio, cioè no, in un circolo vicino al municipio. Una decina di intellettuali intorno a un tavolo litigavano, parlando di operai e di globalismo. Come negli anni 50, discorsi sul futuro del mondo, e dopo si va a casa a mangiare la solita minestra. C’era un ex professore che mi ispirava simpatia, e sono rimasto a parlare con lui, mi raccontava i problemi della sinistra. Tornati al castello per una cena in piedi offerta dal sindaco, è mancata la luce, poi s’era consumata la bombola del gas. Solo verso le 11 si è potuto mangiare un piatto di pasta e fagioli. Intanto nella grande sala del castello erano iniziate le danze, con suonatori di organetto. I bambini correvano tra i danzanti scompigliando le quadriglie. Io tremavo dal freddo.

Stamattina sono andato nel bar Mosca, dove il signor Mosca mi ha tenuto une conferenza sulla storia d’Italia e sui misfatti dei piemontesi che hanno colonizzato il sud. Mentre bevevo il cappuccino gli davo ragione su tutto Molto colto, il barista signor Mosca parlava come un vero professore, citando tante cifre, fatti precisi, decreti del ministro Cavour gran canaglia, etc. Impressioni sulla piazza di Bisaccia, ne parlerò un’altra volta. Qui Franco è il poeta, ma incarna una figura non peregrina, perché nel paese e nella zona ci sono molti poeti, giovani e vecchi, dialettali e no. Sulla piazza vedo che ha un suo ruolo, la gente sa che ha pubblicato dei libri di poesie, che ha una sua rivista di poesia, che scrive sui giornali. Molti giovani gli ronzano attorno. La poesia nelle grandi città è fuori luogo, mentre nei posti come questo ha ancora un’aura accettabile come su quell’isola delle Ebridi dove si compravano dal tabaccaio le poesie del poeta locale ( comprate anch’io, ma erano in gaelico). Il mio legame con Bisaccia si è stabilito saldamente la notte d’inverno quando sono arrivato quassù infreddolito  per leggere Leopardi. Nella sala municipale, col sindaco accanto, per due ore senza che volasse una mosca, è stata la più bella lettura  pubblica in vita mia. Leggendo il “Pastore errante” mi sembrava di cantare, tanto veniva fuori bene la musica dei versi. Alla mattina eravamo andati dal panettiere, dal barbiere, dal farmacista, dal giornalaio, dalle donne che facevano la spesa: “Stasera nella sala del municipio si legge le poesie di Leopardi, ore 9, venite?” – “Uh! Come no”: C’era anche Mimmo che ha letto le sue poesie,  Franco ha letto le sue, io Leopardi credo per un’ora e mezza. Da ricordare.

 

 

 

    Giro con Franco, che mi scarrozza in macchina per questi posti, assieme al suo amico Livio. Pomeriggio, nel Castello di Sant’Agata di Puglia, sul cucuzzolo del colle, a una trentina di chilometri da Bisaccia. Veduta di campi all’infinito, larga e avvolgente, che nei giorni limpidi arriva fino al mare, oltre Foggia. Zona di installazioni sveve, tra cui Melfi che ho visto passando col treno l’altro giorno… Stamattina, veduta di Calitri, dall’altra parte di Bisaccia. E’ il paese più colorato, con tutte le case arroccate a file sul costone d’un conoide collinare, ogni casa d’un colore diverso. Dopo Calitri, Sant’Agata di Puglia è il posto più vivace. Abbiamo incontrato un povero matto che ci ha raccontato la sua vita. Era innamorato d’una polacca venuta quassù per badare a una donna anziana. Non so se la polacca esista, ma lui era tremante all’idea di poterla vedere da un momento all’altro. E’ vero però che qui vengono molte polacche per badare ai vecchi. L’altro giorno in treno ce n’erano due, parlavano in una lingua slava, avevano quell’aria sveglia di tutti i polacchi che ho conosciuto.  Il paese qui sotto culmina nel belvedere, che costeggia una sfilata di palazzi nobiliari, con stemmi araldici e scritte in latino. Il passeggio, le panchine di pietra, i lampioni, lo strapiombo sotto il belvedere. L’aria calma dei borghesi ben vestiti che passeggiano. Anziani che chiacchierano in gruppo. Le campane del vespro. Un cane va a spasso per conto suo. Degli sbarbi vaganti dicono a Franco e Livio: “Cercate ragazze? Qui non ce ne sono”. Infatti non si vedono ragazze in giro, chissà dove sono. Dopo le case nobili,  la passeggiata scende verso una zona di case più modeste, piene di balconi infiorati, tutte con facciate chiare che nella luce di quest’ora prendono colori incerti. E’ la zona del passeggio per impiegati di basso rango, che per lo più stanno a guardarsi intorno sui gradini d’un bar, ben distinti dai borghesi con aspetto rilassato. Là ci sono anche vecchi contadini con la coppola in testa. Franco dice che qui siamo rimasti nel 1960, perché non ci sono vestiti di moda, non ci sono ancora scritte pubblicitarie (è vero, cosa stranissima), non ci sono sguardi per vedere con chi si è in competizione, poche le seduzioni del passeggio.

Adesso quando arrivo sulla piazza di Bisaccia sono additato come “lo scrittore che visita l’Irpinia”. Vedo le occhiate. Arriva il poeta dialettale Imperatore, come per riverirmi, forse pensando che io sia “una persona importante”, e abbia chissà quali poteri demandatimi dallo stato o dall’editoria nazionale. Sono effetti dell’isolamento. C’entra sempre la storia del sud, come esposta dal barista signor Mosca, che me ne parla ogni mattina quando vado a prendere il cappuccino. La colonizzazione piemontese, la questione meridionale, le mancate riforme, l’Irpinia isolata da tutto, etc. Ma nel regime di isolamento, le voci si spandono come brezze attraverso le fessure delle porte. La piazza è una cassa di risonanza dove si sente quel fruscio continuo di voci, nei capannelli, nella gente a passeggio… E’ in corso una diatriba con la regione, a causa d’una discarica pestifera che non vogliono da queste parti; ci sono state manifestazioni in massa, scontri con la polizia. Da una parte, voci di militanti che si oppongono, vogliono farsi sentire, come se il mondo fosse lì ad ascoltarli. Dall’altra, parlottamenti per strada tra personaggi prudenti che spiegano risposte avute in alto loco, promettono telefonate a chi di dovere. Brezze che passano attraverso le fessure, nomi di potentati, attese di risposte che forse non verranno mai. Quando Franco ha incontrato il sindaco, si sono parlati per un quarto d’ora senza che capissi di cosa parlavano. In fondo è dappertutto uguale, sui giornali, alla televisione. Ma qui mi viene in mente un vecchio teatrino lasciato in eredità da qualche feudatario del luogo, tramandato a qualche capo democristiano, un teatrino ancora con i suoi palchetti, i suoi stucchi, le muffe, la tappezzeria, le solite commedie d’intrigo, dove dietro le quinte o nei corridoi si svolgono altre commedie d’intrigo, con confabulazioni, intrallazzi misteriosi e barocchi. E’ lo stile del sud, mi dico, una retorica dei patteggiamenti, dove si può dire una cosa e il suo contrario senza che cambi niente. Ma sotto c’è come l’aria del ricatto….Ricorda lo stile della confessione cattolica, tu che borbotti i tuoi peccati, il prete che ti bada appena, poi ti dà sottovoce l’assoluzione in nome di Dio, che chissà se ti ha davvero assolto. Tutto come in un confessionale,  in un retroscena, in un altro spazio di finzioni dove c’è aspettarsi poco o niente, immagino, a parte le voci che si spandono sulla piazza.

La piazza di Bisaccia consiste in una zona lastricata davanti e dietro alla chiesa, come il ganglio centrale del paese, da cui si dipartono sei strade. Il tono delle strade è per lo più segnato dagli effetti del terremoto nel 1980. Ci sono le strade disastrate, come quelle che scendono verso la zona bassa, verso il belvedere che si affaccia sulla vallata. Poi ci sono le strade pericolanti nella zona alta, dove si aspetta ancora l’intervento governativo, i lavori per puntellare il terreno che smotta, dunque è inutile fare restauri, come nella strada dell’Albergo al Grillo d’Oro dove sto. Nella zona bassa, dice Franco, ci abitano soprattutto donne anziane e vedove, rimaste lì da sole col loro lumino, con le loro fotografie appoggiate sui mobili. Di giorno passando le vedi sull’uscio, pronte a scambiare due chiacchiere. A volte dietro il loro muro c’è un’altra casa crollata del tutto, rimasta come dopo il terremoto dell’80, con travi che pencolano, piastrelle del bagno ai muri, ripostigli sventrati dove è cresciuta l’erba. Ma tutto questo sembra una situazione naturale, a cui non si fa più caso. L’altra volta che sono venuto qui, due anni fa, di notte abbiamo fatto una passeggiata per quelle strade, e ad ogni luce in una casa Franco diceva: “Lì ci sta una vedova”. Ognuna di quelle luci aveva un effetto speciale. Ma l’impressione che mi resta in mente è quella di una brezza di voci che viene su dalla valle, ti dice dei nomi, cita i sopravvissuti, fa ondeggiare qualche straccio o lenzuolo appeso, poi passa lasciando tutto com’era.

Dopo il terremoto hanno costruito un’altra  Bisaccia, a sei o sette chilometri dalla vecchia, nel punto più alto del promontorio, su solida roccia, meno esposta agli sconquassi sismici. E’ abbastanza irreale, raggelata, soprattutto per le costruzioni che si pretendono ultramoderne, come la chiesa aerodinamica, e un paio di case di straricchi, un po’ sferiche, che sembrano progettate da architetti marziani. Però a me non dispiace questa nuova Bisaccia, nelle file di case a schiera, nei condomini, dove s’è creato un altro tipo di vita sociale, meno centralizzato di quello nella città vecchia. Lassù si respira un’aria di isolamento, ma come un isolamento lunare, senza le vecchie idee di far tutti parte della stessa tribù, che nella città più in basso crea la particolare atmosfera collosa della piazza. In cima alla città nuova mi sembra di veder dappertutto un colore giallo chiaro, colore di sabbia, un po’ come quello del loess. E’ quel colore desertico che mi fa pensare a uno stanziamento sulla luna, dove la gente s’è adattata ad altri modi di vita, accettando lo sparpagliamento nello spazio, la frammentazione della tribù, in una nicchia cosmica senza passato, etc.         

Bisaccia, mese di maggio, ho sempre freddo. Due giorni di brutto tempo, cielo buio. Oggi il cielo è sereno. Scrivo in camera, all’Albergo del Grillo d’Oro. Quella dove c’è l’albergo è una strada sinistrata dal terremoto, ormai ci abita poca gente, molte case sono sprangate. Di fronte all’albergo c’è il Ristorante del Grillo d’Oro, del padre di Franco, il signor Louis. Lo vedo passando, col grembiule da antico vivandiere, sempre al lavoro, tranne all’inizio del pomeriggio quando si mette a dormire seduto su una sedia. Il ristorante e tutte le altre case di fronte sorgono su uno strapiombo, che dà sulla vallata. Nel ciglione a strapiombo il terremoto ha prodotto una frattura, uno smottamento, dunque le case stanno in bilico su un ciglione che potrebbe franare. Dal 1980 a oggi, non sono mai cominciati i lavori per riassestare il terreno, per mancanza di mezzi o per storie burocratiche. Così, dice il signor Louis, non è possibile rinnovare il suo ristorante. Il non sono contento che la sua trattoria sia pericolante, ma mi spiacerebbe vederla rinnovata secondo gli stili correnti. Per come è ora, mi sembra il posto più confortante che ho trovato in questo viaggio. E’ uno stanzone con quattro o cinque tavoli, tutto rimasto com’era, tutto modesto e famigliare, lì nessuno si sente estraneo, i clienti si parlano da un tavolo all’altro, persino io non mi sento estraneo. Il Ristorante del Grillo d’Oro mi fa pensare alla totale scomparsa di certe atmosfere, con una socialità diffusa e poco impegnativa, che c’era nelle vecchie trattorie. I nuovi ristoranti hanno un’atmosfera agghiacciante, dove ognuno mangia per conto suo, sepolto nel loculo della sua individualità da uomo borghese. Salendo per questa strada si arriva in cima al paese, e la veduta si allarga all’infinito, su un paesaggio di poggi ondulati, molto verde, terreni antichissimi che sono stati piallati dal vento.

Da vedere qui intorno, oltre alla vita pubblica di Bisaccia, il teatrino della piazza. E’ una situazione di isolamento speciale, sulla cima d’un picco, in mezzo a un altopiano protetto dal flusso della grandi strade, senza mezzi di trasporti pubblici che ti portino altrove. Con Franco andiamo a sud-est, verso la patria d’uno dei nostri massimi musicisti, Gesualdo da Venosa. I suoi meravigliosi madrigali… Strade tortuose in discesa, tra promontori levigati d’un verde cadmio. Un pastore con le sue pecore, una corriera che passa, fattorie sparse, una donna col fazzoletto nero raduna delle galline. Declivi dei prati, qualche quercia, altri tornanti a gomito, case sparse del paesino di Pietri….Ore 11, Guardia Lombarda. Seduti nei tavolini d’un bar all’aperto, guardiamo una scolaresca che porta in giro disegni e scritte, per proclamare la necessità di proteggere un pino piantato sulla piazza. E’ l’albero natalizio dove appendono i doni di Babbo Natale, ma il comune vorrebbe abbatterlo. Viene il maestro elementare, chiede a Franco di parlare ai bambini degli alberi e della difesa degli alberi. Franco dice che non può. Il posto si chiama Guardia Lombarda perché era il confine del regno longobardo, mentre l’Irpinia d’Oriente verso Bisaccia era il confine dell’impero bizantino. Passato denso, a strati, con popolazioni di tutte le razze, regni gloriosi che si sono persi per strada. Il sud è quel passato che s’è perso per strada… Verso Frigento, stradone dritto a fondo valle. Sul promontorio si vedono le file di pale a vento per produrre energia elettrica “pulita”, come si dice, le quali più che altro sono belle da vedere. Spiccano come sculture di genere fantastico, fusti slanciati verso il cielo, con pale da aeroplano. Fermi sul ciglio d’un vallone sentiamo odore di mefite. Acque solforose laggiù spandono quell’odore, dal punto dove le antiche storie ponevano l’ingresso all’inferno. Come in Virgilio, “inferi ianua et tenebrosa palus”. Franco dice che il posto è qui. Secondo certi studi archeologici, dopo la fuga da Troia, sbarcato in Puglia, Enea sarebbe passato nei dintorni di Bisaccia. Dunque la sua discesa all’inferno, nell’Eneide, potrebbe collocarsi qui. Non ho niente in contrario… A sinistra si vede il monte Terminio, al confine del salernitano, a destra la catena Daunia, in Puglia. Quando rimontiamo in macchina mi pare d’aver chiara tutta questa geografia,  tenendo a mente le avventure di Enea… Ore 17. Piovuto tutto il giorno. Dei posti visti  parlerò un’altra volta.  Su tutte le vallate si vedono nuvole piatte che viaggiano verso est. Tra i profili verdi dei crinali, là sul fondo brumoso, dal nuvolame sulla cima spunta Bisaccia. Domani vado ad Avellino, poi a sud, verso la Calabria.

Ore 13, Avellino. Nel BAR ANTHONY sulla piazza delle corriere, aspetto quella che va a Salerno. Mandrie di studenti che schiamazzano, si chiamano da lontano, si tirano dietro dei libri, fanno scoppiare petardi, aspettando una corriera. Sulla piazza c’è un furgoncino di gelati  e bibite tutto dipinto di rosa. Lì intorno dei conducenti un po’ sbracati parlano animatamente di calcio. Tutte le ragazze che vedo hanno vestiti aderenti, occhiali di moda, borse o zainetti di marca, e self-consciousness in ogni mossa di faccia o movimento d’occhi, come le ragazze americana. Mi viene in mente la poesia di Alfonso Gatto: “Le ragazze moderne non sono eterne”. Viavai infinito di pullman in partenza e in arrivo. Mi ritrovo un po’ di quell’energia da solitario che in questi giorni mi è andata via. Anche perché sono più agile, ho lasciato a Bisaccia un pacco di libri che mi portavo dietro inutilmente. Fa molto caldo. Partiamo… Ore 15. Sono sul treno per Reggio Calabria, mi fermerò a Paola. Arrivato con la corriera sul lungomare a Salerno, di volata sono saltato su questo treno che era in ritardo. La linea ferroviaria costeggia il mare, dall’altra parte montagne avvolte nella foschia. Impianti industriali, resorts balneari, casermoni-dormitorio, coltivazioni di pomodori. Sparse qua e là vecchie fattorie fatiscenti, palmizi, costruzioni di quelle abusive, cui rimane lo scheletro in cemento invaso dalla vegetazione. Cielo sereno, un po’ ingrigito dai vapori della calura. Adesso aranceti, aranceti, poi campi di grano. Siamo nel Cilento. Nello scompartimento c’è un tizio con occhiali scuri che dorme, un altro con coda di cavallo guarda una rivista di automobili. Il verde sempre più scuro, meno brillante che nel salernitano. Agavi e cactus… Mi sono addormentato. Al risveglio la prima impressione della Calabria è questa: un disordine di tutte le cose, di roccioni, calanchi, falde boscose, ulivi, terra rossa, cielo bigio. Ed uno sgranarsi dovunque di grigi, grigie rocce, grigi monti, grigie case. Poi un suono della parlata che va assieme a questo paesaggio irto di sassi, parlata irta di consonanti, che si appoggia meno sulle melodie vocaliche. Per ora basta così. Arriviamo a Paola, patria di San Francesco da Paola.

Written by Arminio

16 Novembre 2008 a 10:44 pm

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