Poeti e poetiche a confronto
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Giuseppe Iuliano
il poeta meridiano |
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Antonietta Gnerre
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NELLA TERRA DI MEZZO |
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di Paolo Saggese
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Giuseppe Iuliano, irpino di Nusco, è uno dei poeti più ispirati del nostro Sud. Poco importa in questo la sua vita lavorativa (è dipendente del Ministero della Giustizia), mentre la sua vita è tutta intrisa di poesia. La sua poesia, del resto, accende le menti, perché guida il lettore, ma solo quello che è disposto ad ascoltare, in un percorso di vita e di pensiero indispensabile per comprendere il nostro presente, e perciò il nostro futuro. La sua carriera letteraria è per vari aspetti irripetibile: da quando aveva superato l’adolescenza, scrive versi, e da metà anni Settanta pubblica raccolte di poesia, che parlano innanzi tutto di noi, e che allora parlavano di quel Sud ancora rurale degli anni Settanta. E così levò il canto forte e spontaneo di “Malinconia di terra”, e poi de “Il Sud non è forse …”, presentato come recital a Napoli, al Teatro Italia di Torino, e quindi alla Biennale di Venezia nel 1982, dalla compagnia del Sancarluccio, voce solista Pina Cipriani. Intanto, aveva riflettuto sul terremoto con “Per non morire” e “Oltre la speranza”. Allora, quando la gente del Sud era stata colpita dal terremoto, il poeta annotava nella poesia “Per non morire”: “Sulla paglia, / come bestie ferite, / ognuno lamenta / i propri dolori / e insegue l’amaro ricordo / del tempo passato. / Non troverà più chiassate / di volti conosciuti / né segni di vita / nelle solitarie contrade. / Tutto è finito. / Ma i figli sono degni dei padri, / continueranno la lotta con forza / per non morire”. L’impegno è continuato negli anni, e si è arricchito, con la ricerca di una sperimentazione letteraria continua, basata sull’impoeticità, come ha avuto modo di dimostrare recentemente Francesco D’Episcopo, in un volume dedicato proprio al poeta: “Giuseppe Iuliano. Dieci anni di poesia (1994-2004)”. “Una poesia, allora”, egli scrive, “che non vuole piacere, ma intende affidare la propria sorte persino alla sgradevolezza, che la verità racchiude, quando è chiamata a confrontarsi con le molteplici maschere, che la realtà impone”. La sua poesia ha avuto perciò come riferimento tanti poeti del Sud, da Quasimodo a Scotellaro, ma è divenuta e diviene canto universale quando racconta con forza dell’uomo, senza reticenze e pudori, con la voce vera di chi conosce la vita e ne comprende la gioia e il dolore. È divenuta pertanto poesia meridiana, ovvero poesia di un mondo altro da quello dominante e rampante che compare ogni giorno sugli schermi televisivi. Perciò, egli non è semplicemente un Poeta del Sud, ma Poeta del Mondo tutto. Universale è così persino questo canto dedicato al poeta – Sindaco di Tricarico: “L’avo materno Guardianielli / e Carmine unico maschio di covata / terragni d’Irpinia, quella alta / la più solitaria e pietrosa, / non fecero guerra ai pellerossa / ma tornarono dalla Merica impugnando / con boria/trofeo un winchester a cani interni. / Ecco perché mio nonno / fu sempre lesto cecchino / di trincea nella Grande Guerra / e portò a casa salva la pelle. / Anzi ripercorso l’Oceano / sulla motonave Sidonia / fu formica di “pezze” / buone per comprare la terra / e diventar massaro …”. Come si può comprendere anche da questi versi, il poeta, l’intellettuale – lo ricordava Luigi Compagnone a proposito di una raccolta di poesie di Iuliano, “Semi diversi” – non ha bisogno di svolazzi e di arzigogoli per parlare al cuore e alle menti dell’uomo, ma deve usare necessariamente le parole della vita e del pensiero. Anche il suo ultimo libro, fresco di stampa, “Verso la cruna” (Edizioni Altirpinia), rinnova da un lato l’impegno meridionalista dell’autore, che si colloca perciò sulla scia segnata dai suoi “padri” poetici, dall’altro è poesia del lucido pessimismo, che non gli impedisce di essere testimonianza e canto indignato. Certo, chi non vuole conoscere se stesso, il suo mondo, questa realtà, è meglio che non apra questo libro, guardi oltre, si faccia prendere da altre Sirene e da altre Muse, questa è, invece, la poesia di Iuliano. Ma, come detto, questa è una poesia, che guarda tuttavia anche al mondo, al destino dell’uomo e dell’umanità in senso ampio, che si interroga sui grandi problemi e dilemmi del bene e del male, e a cui non sa dare risposta. C’è, perciò, un rinnovato dialogo con Dio, testimoniato anche dal titolo – per la prima volta un titolo richiama nel poeta esplicitamente la fede -, che tuttavia non significa adesione completa. Ci sono gli arcana incomprensibili propri del nostro destino, che non ci consentono di guardare oltre il nostro contingente. Il libro, in tal modo, diviene una luminosa perla, testimonianza di vita e di poesia, della nostra vita e della nostra storia, anzi già parte di una storia importante, che è nostro dovere salvaguardare e promuovere, così da divenire storia comune di una nazione. In tal senso, ma solo in parte, si spiega anche l’impegno di altruistico servizio di questo poeta, che ha speso anni di fatica per il Centro di documentazione sulla poesia del Sud e per il “Festival” ad esso collegato, risultati mirabili di un impegno poetico e di vita che appare sempre più irripetibile. E in tal modo si spiega anche il suo impegno di pubblicista, e da ultimo di Direttore del mensile Altirpinia”, fondato da Nino Iorlano, un foglio, che diviene testimonianza di militanza, di fede nel futuro e di speranza, e che ci consente di comprendere meglio il senso del nostro vivere qui, come ci ricorda ancora una sua poesia: “Per cambiare le cose del Sud / quelle che sono la nostra vera questione / abbiamo atteso uomini di ferro / angeli sterminatori di razza umana / resistenti alla ruggine / e ai malefici influssi / del sempiterno potere. / Alleluia hanno salutato profeti / di questa e dell’altra Italia / per una rivoluzione mancata / decalogo di princìpi libertari / e di miracoli economici / evanescenti come false parole. / Ingiurie degli uomini / padroni mediatori di carriera / e di ogni favore che spiana la via / soffocano i poveri senza tutela / abituati a fare la fila / in piedi e a capo scoperto / come religione comanda. / Comete non tracciano percorsi / né annunciano meraviglie del creato / prolifico di generazioni e razze / ma sterile di qualche uomo nuovo. / Natura violenta e matrigna / raccogli promesse e rimandi / e colpe di responsabilità / senza ribattere nulla. / Usa la nostra voce / non sarai né muta né sola”.
[pubblicato su da OTTOPAGINE il 20 Marzo 2008]
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L’Irpinia è ricca di poesia, perché le donne e gli uomini di questa terra sono capaci di coltivare sogni ed utopie. Tra queste voci, una figura di rilievo è quella di Antonietta Gnerre, poetessa di Prata Principato Ultra, giovane docente, autrice ispirata, acuta, elegante, ricca di pensieri, di idee, di capacità di pensare un’Irpinia nuova, di tentare sfide nuove, con generosità, altruismo, lealtà. E perciò, Antonietta è anche poetessa ispirata, che ha già dato alle stampe le raccolte “Il Silenzio della luna” (1994), “Anime di Foglie” (1996), di recente “Fiori di vetro, restauri di solitudine” (Fara Editore, Santarcangelo di Romagna, 2007), e si è segnalata per la realizzazione di iniziative meritorie soprattutto in campo letterario, tanto nel suo paese natale quanto nella vicina Montemiletto. Poetessa che ha attirato l’attenzione di critici importanti, e che perciò ha partecipato e partecipa ad iniziative anche fuori dai confini provinciali, su di lei ha scritto pagine acute e condivisibili il poeta Vincenzo D’Alessio, altra anima nobile di questa terra d’Irpinia. Egli ha sottolineato, seguendo le riflessioni di Alessandro Ramberti, quelli che sembrano essere i tratti distintivi dello stile di Antonietta, ovvero l’uso di immagini di notevole forza visionaria e “di metafore-analogie ardite e bellissime”, la tendenza alle riflessioni filosofico-religiose, la predilezione del verso corto, “con i versi disposti a formare una lunga catena di parole singole – note musicali – sopra un pentagramma invisibile allo sguardo ma percepibile nei pensieri”. In questa poesia, che ha suggestioni persino dal futurismo e dal surrealismo, si può cogliere anche una vena meridionalista, con un omaggio prezioso ad una poesia del grande Rocco Scotellaro. Ecco, infatti, questo componimento di Antonietta, edito nell’ultima raccolta, e che allude alla famosa “Pozzanghera nera il 18 aprile”: “In Irpinia le ginestre / scolorano i piedi / dei contadini tra la cenere / d’agrifoglio affidata // al cibo dei ricordi // con le mani nelle ortiche / tra i silenzi dei portoni / che non si aprirono”. Rocco Scotellaro aveva raccontato di come i “baroni” avessero aperto i portoni ai contadini, prima delle elezioni, per estorcere un voto con un bicchiere di vino, un tozzo di pane, un pezzo di carne. Dopo le elezioni, avendo il fronte conservatore ottenuto ciò che voleva, aveva richiuso i portoni, aveva ricacciato il popolo contadino fuori, tenuto a distanza dalle mura dei fortilizi che segnavano una differenza di vita e di classe, una distanza che faceva i primi padroni, i secondi sudditi. Insomma, qui è concentrata la storia passata e presente, speriamo non quella futura del Sud. Altro aspetto rilevante dello stile della poetessa è l’uso, riscontrato da Luisa Alaia, di “parole semplici eppure ricercate e attente a comunicare sentimenti e sensazioni che ci fanno provare il timore ed il piacere di esserci”, quindi la presenza di un’affascinante tristezza, della rappresentazione del dolore che abita il mondo, e che perciò fa sì che questa poesia induca a pensare, a riflettere, a vivere veramente. Dunque, la poesia di Antonietta Gnerre è tanto poesia della bellezza quanto poesia engagée. Pensando alla sua opera, mi veniva in mente, ad esempio, ciò che Albert Camus rispondeva a Sartre, nei sui “Taccuini”, circa l’idea di bellezza e la funzione della poesia nella società contemporanea: “Si serve l’uomo nella sua totalità o non lo si serve per nulla. E se l’uomo ha bisogno di pane e giustizia e se si deve fare quanto occorre per soddisfare questo bisogno, egli ha bisogno della bellezza pura, che è il pane del suo cuore”. Prendiamo, ad esempio, una poesia inedita, “Petali sabbiosi”: questa è simbolo della ricerca della bellezza ma anche di questo stile visionario e suggestivo, che rappresenta una delle cifre proprie di questa autrice: “Mutano nel giardino / i ricordi disordinati e grassi. / Una musica d’arpa / accompagna il secolo / nella sommossa vastità / di una nuvola di vetro. / Petali sabbiosi / cadono sulle pietre degli Dei. // E nell’ombra che spicca / come un fantasma / ascolto il silenzio che muore / in un viaggiatore / di tende”. Qui, compaiono una serie di metafore, quali i “petali sabbiosi” del titolo, che sono simbolo dei ricordi presenti in questo giardino/memoria. La “nuvola di vetro” è ancora un altro simbolo, una metafora, che sta a rappresentare la forza distruttiva della storia e la distruzione, che ha percorso come un cataclisma il “secolo breve”, e la storia stessa dell’umanità. Eventi della storia e ricordi personali si accavallano, e si riducono in polvere, perciò “petali sabbiosi”, dinnanzi al muoversi vorticoso della storia. Anche la chiusa è enigmatica, visionaria, nel senso che le immagini si accavallano ed esprimono libere associazioni di idee, che richiamano sì concetti precisi, ma attraverso allusioni che sfuggono ad una prima lettura. Perciò, il silenzio si ascolta, e si dissolve travolto dal rumore di tende. Ancora una volta, immagini e metafore, che inducono a riflettere, in particolare sulla perdita di senso della storia e della vita, quando abbiamo difficoltà a ricordare, a comprendere ciò che siamo e ciò che siamo stati. In un’altra poesia, i “pensieri” sono “sigillati” (metafora), i “giorni” fuggono “nella polvere / dei pensieri sigillati” (altra metafora, arricchita da un’immagine visionaria). Segue un’altra metafora visionaria, che rappresenta i pensieri della poetessa travolti “dall’immensa tempesta / ormai spalmata / nei giardini di marmo” (così nella poesia “Pensieri sigillati”). C’è anche, comunque, in Antonietta Gnerre, un’anima militante, come in un’altra poesia dei “Fiori di vetro” contro i pedofili “lontani da ogni / verità con trampoli di menzogne”, che “hanno mani viscide e piedi senza / orme”. C’è l’anima di madre, come in questa bella poesia dedicata al figlioletto, in cui tensione religiosa e amore filiale si sposano mirabilmente: “Mario quando ti guardo / m’incontro attraverso / il sole con la mano di Dio / mentre disegna il vento / dell’amore sui cuscini della vita / Aperto ai venti e alle onde / è il mio amore per te / come una mimosa eterna // sul mare del tuo tempo”. C’è la donna legata alla sua terra, alla sua piccola patria, “Prata”, che “ti porto nel cuore nel grano delle danze / future col diadema della mia alba percorro / i perimetri le cupole dei tuoi rami con l’illusione / d’amarti solo io”. [pubblicato su da OTTOPAGINE il 27 marzo 2008]
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complimenti al caro peppno.Domenico
domenico cambria
18 Novembre 2008 alle 5:43 pm