In posa altèra
i lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello
Si sarebbe potuto, sfogliando, scambiarne non pochi per apaches o cherokees.
Dalle foto di calitrani della fine dell’’800 e del primo ‘900 che ho visto nella raccolta curata dal mio amico Franco Arminio, Siamo esseri antichi, e dalla descrizione di De Sanctis me li figuro una bestemmia fatta carne. Sembrano, in quella posa altèra, ritenersi i più in alto nella scala degli esseri esistenti.
Quelle espressioni asciutte e quella gravità testimoniano una smisurata opinione di sé, che li fa competere in forza e rigore con Dio. Sembravano ritenere di possedere tutta l’elevazione data a degli esseri in un tempo mitico. Forse in virtù di questa consapevolezza, che non consentiva loro di abbassarsi ad esseri inferiori, erano attenti a non decadere da quel loro stato, a non gettar via il loro onore con parole fuori posto o commettendo azioni sconvenienti ed atti vili.
Non so chi rimosse la pietra dell’incanto. Non so cosa mutilò quella loro finitezza e perfezione. Forse fu l’abbraccio della storia. La Grande Guerra credo dovette avere, in chi la combatté, una violenza iconoclasta. Nonostante la vittoria questi calitrani dovettero sentirsi resti di un pasto.
Gli altri, invece, che esultarono per l’altra entrata in guerra, ebbero l’impressione di potersi ergere ancora a qualche cosa. Se non fu una riconquista della postazione, la loro fu, comunque, un’ascensione. Come i costruttori della torre di Babele, dalle imprese del fascismo e dall’insistenza trionfale delle parole, si sentirono innalzare gradino dopo gradino.
Dal confronto di queste due generazioni di calitrani sono visibili i segni della menomazione.
Per quanto fossero sempre forti nel risentimento, si vede persa in quelli più recenti la naturalezza della posa. Nelle foto li si vede sempre ben impostati, ma senza più l’aura della grande immagine che abitava lo spirito degli altri.
Anche quelli che ho conosciuto io erano irreprensibili nel comportamento. Di nuovo avevano dentro una pietra focaia, che consumava questa compostezza quando era percossa da un colpo avverso o sfregata da una contrarietà. Forse per compensare la perdita della originaria altezza, tentarono di tenersi al di sopra di tutto dapprima col linguaggio: oltraggiando le cose abbassandole con parole; poi iniziarono a tirarsi dentro un’altra aria, incominciarono ad aspirare a cose nuove.
Uno dalle parti di casa, aveva un animo temperato e uno spirito sereno. Sul volto gli si vedeva, quando usciva, quella pace e quella serenità che hanno le statuette fatte dai sumeri.
Ogni tanto, però, dentro gli si accumulavano nuvole pesanti. E scatenava il tuono, ma solo in casa, dove lo sentivo. Pure se urtato, era misurato nell’espressione. Imprecava, ma non usava mai parole sconce, meno ancora quelle vergognose alle quali altri facevano allusione. Di tanto in tanto, però, lo si sentiva dire
ca-zz-zz-zz-zz[2].
Alla fine di un suo sfogo era come un punto esclamativo pieno di quella sua caratteristica intonazione, riecheggiata da ogni doppia zeta.
Quando invece non ce la faceva più, i lampi li scaricava su due querce soltanto: su sand Frangìsc r P’sc’pahàn[3] e sand’Anna r Ruv[4].
Mi sono chiesto come mai al nome dei santi aggiungesse quello dei paesi di cui sono protettori e come mai, poi, non inveisse pure contro sant’Antonio di Bisaccia o san Vito di Aquilonia o san Leone di Cairano. Mi sono risposto che forse non intendeva trascinarsi giù i santi veri, quelli del paradiso, ma gli altri, quelli più comuni e più terrestri. Avendo però bisogno di dare forza alla sua imprecazione, si riferiva ai più prossimi ai reali, a quelli di Ruvo e di Pescopagano, i paesi che, sul fondale visibile dalla strada di casa, confinano col cielo.
A volte, parlando con la moglie, si sentiva assicurare che non avrebbe cambiato parere o comportamento
manġ si scenn u Patratèrn[5]
o, come variante, u Spir’t Sand[6].
Le due persone della Trinità per lui forse erano poco più di due icone: un triangolo con l’occhio e una colomba bianca. Due elementi astratti dai riferimenti forti, con cui tradiva la nostalgia dell’antica competizione.
[2] Cazz, cazzo.
[3] Sand Frangìsc r P’sc’pahàn, San Francesco di Pescopagano. Si tratta di san Francesco di Paolo, patrono della cittadina lucana.
[4] Sand’Anna r Ruv, Sant’Anna di Ruvo. Ossia sant’Anna patrona di Ruvo del Monte, in provincia di Potenza.
[5] Manġ si scenn u Patratèrn, Nemmeno se scende il Padre Eterno.
[6] U Spir’t Sand, Lo Spirito Santo.
caro alfonso
come ti ho detto tante volte questo tuo libro andrebbe ripreso e proposto a un grande editore.
io toglierei qualche eccesso liricheggiante, ma sono convinto che questo è un libro di valore e che meriterebbe molta più attenzione di quella che ha avuto.
intanto non mi piace che gli amici del blog non si facciano vivi per segnalarti che ti stanno leggendo….
armin
Arminio
1 Dicembre 2008 alle 8:40 pm
caro.carissimo.anzi direi più che carissimo.CARASTOSISSIMO.dieri di non dare ascolto ad arminio.il tuo libro è bello proprio perchè ci lascia sognare(riferendomi all’eccesso lirichegiante).comunque concordo sul fatto che è di gran valore, però spero che non faccia mai fortuna:
1 perche poi inizierai a rompere pesante a scuola e già cosi mi basta
2 perche non sarai più il mio ed il nostro “poeta”(non ti offendere se ti chamo con un nome improprio AHA AHA!!)la cui inconstanza ci appassiona e ci fa stare con il fiato sospeso.
capoccia
1 Dicembre 2008 alle 11:51 pm
AH! dimenticavo di concludere con:
CARO,CARISSIMO,ANZI DIREI PIù CHE CARISSIMO, CARASTOSISSIMO.
capoccia
1 Dicembre 2008 alle 11:52 pm
grazi a entrambi. non è necessario, credo, lasciare commenti. basta esserci come si può, nel frullatore dei giorni sempre più frenetici e assorbenti.
non c’è problema per la mia fortuna letteraria :)
al momento lavoro per mitizzare la storia e le vicende di calitri non solo della mia infanzia
alfonso
2 Dicembre 2008 alle 9:30 am