Spazzatura
di Mauro Pianesi
Anche stamattina ho svuotato, nell’apposito raccoglitore, il sacco coi rifiuti cartacei della mia famiglia: i sacchetti di carta della spesa alimentare, gli imballaggi di cartone, i fogli stampati e ristampati, o scritti a mano…A parte, invece, raccolgo giornali e riviste che, almeno una volta a settimana, butto nello stesso tipo di raccoglitore. Ogni volta che faccio questi svuotamenti – o quando butto il sacchetto dei rifiuti biologici nel loro raccoglitore – provo un piccolo e, immagino, altrui evidente piacere. Di solito censuro questo piccolo piacere come indice di residuo infantilismo, poiché ha la stessa, identica origine di quello che prova un bambino dopo una buona azione, quando riceve l’apprezzamento dei genitori o di altri educatori. Stamattina, invece, ho provato a guardare questo piccolo piacere da un altro punto di vista e mi sono accorto che… sì, in effetti è una gratificazione di tipo smaccatamente infantile, ma – ed è questa, per me, la novità – non c’è da vergognarsene. Anzi.
Quando morì mia nonna, e si trattò di svuotare casa sua e di venderla, accompagnai i miei genitori a Roma e potei prendere parte, senza ardire a intromettermi più di tanto, alla spoliazione della sua vita. Una spoliazione pietosa e, soprattutto, minuta, perché mia nonna aveva minuziosamente riservato un posto ad ogni cosa, in casa e nella vita. E, da quei posti, venne fuori di tutto. Intere famiglie allargate di spaghi e di fettucce usate, arrotolate, pronte per l’uso. Tappi di bottiglia, di sughero e a corona. Scatolette metalliche di spilli più o meno in buono stato ma, evidentemente, ancora funzionanti. Scatole, scatolette di cartone mai e poi mai buttate nella spazzatura in vista di un loro possibile, anzi, sicuro utilizzo futuro. Adorabili quaderni d’antan con la copertina liscia nera riempiti di conti a matita: la spesa quotidiana prima, durante e dopo la guerra.
Insomma, mia nonna non aveva buttato via quasi niente delle cose, piccole e grandi, che le erano passate per le mani in oltre ottant’anni di vita. Un’attenzione per le cose, per la loro utile sopravvivenza e per la loro utile fine, che ha accomunato la quasi totalità della sua generazione e di quella successiva. Mia madre sta per compiere ottant’anni e, se pur con un po’ di “consumismo” in più, continua imperterrita a soppesare le cose prima di buttarle via, a chiedersi se ci sia modo di aggiustarle, a farsi battere il cuore per qualche ricordo da esse suscitato che la convinca a tenerle ancora un po’ in casa, anche se sono logore e il loro “valore di mercato” è pressoché zero. Anche se, a comprarne un’altra, uguale ma nuova, magari “dai cinesi”, si spenderebbe pochissimo e “si farebbe più bella figura”.
Non mi stupisce vedere i miei genitori – che, certo, non sono dei “verdi” – adoperarsi in casa, come due buone formiche, a selezionare i rifiuti di carta dalle bottiglie, l’umido dal non riciclabile… Per loro non è una novità, perché sono cresciuti con la cognizione del valore delle cose, della fatica del denaro, del potere quasi magico che ha la materia d’essere immortale, o di tramutarsi, oppure di morire e rinascere in qualcos’altro. Tutte cose che, stamattina mi son ricordato, mi avevano raccontato mille volte da bambino, e che fino a un certo punto avevo praticato, finché son valsi gli automatismi educativi assorbiti, appunto, nell’infanzia. Poi siamo diventati tutti… “splendidi”, moderni e consumisti. Abbiamo preferito buttarci tutto – letteralmente – alle spalle e lasciare ai nostri figli soltanto segni non biodegradabili e altamente tossici.
Per questo ridevo stamattina, e ridevo contento. Perché mi son ritrovato a fare quello che mi era stato insegnato tanto tempo fa: la carta fa carta, le ossa rosicchiate del pollo concime, il vetro fa vetro… Ci son volute decine d’anni e centinaia di disastri ambientali, lo scandalo di Napoli e quello imminente di Malagrotta, ma alla fine mi son ricordato, e non ho più alibi. È una legge naturale e sembra quasi il lieto fine d’una favola. Il nostro sistema di produzione e di distribuzione della ricchezza può fare ancora due cose utili e buone: in parte, trasformarsi; in parte, morire e far da concime a un domani, si spera, migliore.