COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

COME UNA PREGHIERA

con 4 commenti

Quante storie hai ascoltato, tu, con il tuo orecchio per recidere più profondamente la tua ferita, per scarnirla, per ritrovarla sulla tua lingua, tra le labbra.

E i tuoi occhi che si stringono intorno chiusi dopo aver visto e compreso l’attimo dell’altro, come in una morsa o in un abbaiare di cane, si stringono in una smorfia che trattiene il dolore tuo della lesione, lì conti le gocce del tuo sangue che segna il tempo di custodia, che deve far attraversare tutto intero il tuo corpo e che poi desterà la mano in una piena, in una valanga, in una frana. Un passo e cento ancora..

Lì sei tu nel mistero di essere sempre fuori per stare nell’altro che ti è accanto, per raccoglierlo nella sua miseria e disgrazia, per invocare la sua virtù..la sua vita.

come in una preghiera, mosso come foglia d’autunno..

c’è la commozione della vita che muore ogni giorno, c’è la lacrima che invoca in questa morte la speranza..

 

p.s

Ogni tanto ho messo qui qualche recensione su “vento forte tra lacedonia e candela”. Ne metterò altre, ma oggi voglio che ci sia luce per queste parole di una persona che non si occupa di libri e che non ha nessuna voglia di partecipare ai saldi di misera fama che i libri assicurano.

Mi sembra che le sue parole non siano semplicemente pubblicitarie. Il libro sta trovando tanti lettori e tanti mi hanno scritto. Anche a queste lettere poco alla volta vorrei dare luce qui.

Oggi un’amica mi diceva che il blog sta diventando un po’ pensante e che preferiva facebook.

Sono cose diverse: è vero, non siamo facebook.  la comunità provvisoria cerca di toccare la radice infiammata della nostra residenza in questi luoghi. Sarà un bene, sarà un male, non lo so, ma adesso è così.

armin

Written by Arminio

2 Dicembre 2008 a 2:00 pm

Pubblicato in a Autori Comunitari

4 Risposte

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  1. In una continua disparità e dentro l’alterità dell’essere le ferite interne vanno accudite.
    Possiamo prendercene cura solo nella consapevolezza d’esistere, sempre nell’esitazione, come nel lento scolorire delle foglie che sfiora il tempo.

    M.Teresa Iarrobino

    3 Dicembre 2008 alle 7:25 am

  2. car.a maria teresa
    queste righe intense scritte da una donna sono state lette e prese da te che sei donna sensibile. ne sono contento.
    armin

    Arminio

    4 Dicembre 2008 alle 11:21 am

  3. ‘STU RULOR’ E’ COMMA NA PRETA ‘MPIETTO

    ‘Stu rulór’ è comma ‘na preta ‘mpiétto,
    te stregne ‘ngann’, nu’ ssaglie e nu’ scénne,
    te lev’ o’ ciàto. Staje ‘ncopp’ o’ liétto
    e nun puó chiàgnere, po’ te s’appènne

    rint’ o’ stòmmaco e te stira a’ panza
    cu’ nu vuómmaco ca saglie a’ vócca.
    Tu allucc’ senza vóce, ‘na lanza
    ca pógne o’ core, sanghe ca nu’ sbócca.

    “Zitt’, nu’ ‘nte fa’ sentì! Megl’accussì,
    ca l’omm’ o’ rulór’ s’o’ tèn’ a’ rente.
    Nu fruscio, tir’ annanz’, nun puó murì!..
    Rir’ e schàtt’, sinò sì n’omm’ ‘e niente.”

    Eppùr’// i’ vulésse s’ntì o’ ddoce
    r’ ‘e llàcreme //p’ all’gg’rì’ ‘sta croce.

    S. D. A . , 11 . 2 . 2008

    Si, capita che il dolore diventi qualcosa di cieco, chiuso, non condivisibile.

    Tutto ci ottunde, ci anestetizza. Perdiamo ogni gusto, anche il sapore delle lacrime… pure il dolore diventa una nuova forma di autismo in cui ci costringe il sistema,indifferente – sordo e cieco per definizione- che ha il solo obiettivo della perfezione tecnica di se stesso, nient’ altro…non può sapere né vedere né sentire ciò che è invisibile inconoscibile impercepibile…

    Possibile che solo il completo sentire la nostra fragilità (provvisorietà) faccia scattare quell’afflato solidaristico di riconoscimento di sé nell’altro?… attraverso le serotonine sconvolte del nostro sistema nervoso, magari da qualche disastro epocale ?

    Dunque, ecco il giovane Franco aggirarsi tra la Bisaccia sconvolta dal terremoto, benedire in silenzio tutti i fratelli sopravvissuti (E’ vero, è proprio così)…

    Allora è in questa particolarità del soffrire che sta – per paradosso – uno dei doni di essere uomini, di dirsi uomini…

    Mi viene a mente la sequenza di Dahriel, uno degli angeli del Cielo sopra Berlino di Wenders: un anodino Bruno Ganz che si aggira in sequenza per le strade della metropoli tedesca, affiancare giovani, donne, vecchi sofferenti, adulti smarriti, prestare l’orecchio ai loro pensieri ( e pur sempre un angelo, un essere con poteri sovrannaturali), ai loro dolori alle loro aspirazioni… eccolo per biblioteche pubs notturni popolati da una fauna umana stranita e smarrita….. tendere l’orecchio qua e là e le voci gli afflati i dolori si fanno concerto stridente e stringente…la camera lo segue con inquadrature dense, in bianco e nero, mimetiche (siamo nel punto di vista dell’angelo, indifferente all’ umano….)

    A poco a poco, Dahriel viene conquistato da quell’ alterità, vuole meglio capirla penetrarla sentirla… eccolo accarezzare la coppia di anziani al tramonto della vita, benedire le ansie della giovane donna, fino a incantarsi e a …innamorarsi della trapezista….che – in soggettiva e nel pre finale- vede di schiena voltarsi verso di lui, dal trapezio… stavolta nella luce di un colore caldo denso….

    I colori, i colori dell’ umano sentire… Dahriel non vuol essere più un angelo indifferente, ma un uomo innamorato dell’ umano sentire… ora è diventato un uomo.

    Lo han detto tanti, santi profeti mistici artisti poeti (Leopardi, La Ginestra): essere solidali, partendo dalla consapevolezza del nostro dolore, della fragilità che ci accomuna. Va bene.

    Ma – in questo deserto – per costruire cosa, in vista di cosa ?…

    Magari solo per imparare a riassaporare il gusto delle lacrime…Partendo da lì, forse…

    Boh!

    Salvatore D’Angelo, uomo delle pianure

    Salvatore D'Angelo

    4 Dicembre 2008 alle 2:48 pm

  4. COME UNA PREGHIERA, RIASSAPORARE IL GUSTO DELLE LACRIME

    di
    Salvatore D’Angelo

    ‘STU RULOR’ E’ COMMA NA PRETA ‘MPIETTO

    ‘Stu rulór’ è comma ‘na preta ‘mpiétto,
    te stregne ‘ngann’, nu’ ssaglie e nu’ scénne,
    te lev’ o’ ciàto. Staje ‘ncopp’ o’ liétto
    e nun puó chiàgnere, po’ te s’appènne

    rint’ o’ stòmmaco e te stira a’ panza
    cu’ nu vuómmaco ca saglie a’ vócca.
    Tu allucc’ senza vóce, ‘na lanza
    ca pógne o’ core, sanghe ca nu’ sbócca.

    “Zitt’, nu’ ‘nte fa’ sentì! Megl’accussì,
    ca l’omm’ o’ rulór’ s’o’ tèn’ a’ rente.
    Nu fruscio, tir’ annanz’, nun puó murì!..
    Rir’ e schàtt’, sinò sì n’omm’ ‘e niente.”

    Eppùr’// i’ vulésse s’ntì o’ ddoce
    r’ ‘e llàcreme //p’ all’gg’rì’ ‘sta croce.

    S. D. A . , 11 . 2 . 2008

    Si, capita che il dolore diventi qualcosa di cieco, chiuso, non condivisibile.

    Tutto ci ottunde, ci anestetizza. Perdiamo ogni gusto, anche il sapore delle lacrime… pure il dolore diventa una nuova forma di autismo in cui ci costringe il sistema,indifferente – sordo e cieco per definizione- che ha il solo obiettivo della perfezione tecnica di se stesso, nient’ altro…non può sapere né vedere né sentire ciò che è invisibile inconoscibile impercepibile…

    Possibile che solo il completo sentire la nostra fragilità (provvisorietà) faccia scattare quell’afflato solidaristico di riconoscimento di sé nell’altro?… attraverso le serotonine sconvolte del nostro sistema nervoso, magari da qualche disastro epocale ?

    Dunque, ecco il giovane Franco aggirarsi tra la Bisaccia sconvolta dal terremoto, benedire in silenzio tutti i fratelli sopravvissuti (E’ vero, è proprio così)…

    Allora è in questa particolarità del soffrire che sta – per paradosso – uno dei doni di essere uomini, di dirsi uomini…

    Mi viene a mente la sequenza di Dahriel, uno degli angeli del Cielo sopra Berlino di Wenders: un anodino Bruno Ganz che si aggira in sequenza per le strade della metropoli tedesca, affiancare giovani, donne, vecchi sofferenti, adulti smarriti, prestare orecchio ai loro pensieri, ai loro dolori alle loro aspirazioni ( è pur sempre un angelo, un essere con poteri sovrannaturali)…

    eccolo per biblioteche pubs notturni popolati da una fauna umana stranita e smarrita….. tendere l’orecchio qua e là e le voci gli afflati i dolori si fanno concerto stridente e stringente…la camera lo segue con inquadrature dense, in bianco e nero, mimetiche (siamo nel punto di vista dell’angelo, indifferente all’ umano….)

    A poco a poco, Dahriel viene conquistato da quell’ alterità, vuole meglio capirla penetrarla sentirla… eccolo accarezzare la coppia di anziani al tramonto della vita, benedire le ansie della giovane donna, fino a incantarsi e a …innamorarsi della trapezista….che – in soggettiva e nel pre finale- vede di schiena voltarsi verso di lui, dal trapezio… stavolta nella luce di un colore caldo denso….

    I colori, i colori dell’ umano sentire… Dahriel non vuol essere più un angelo indifferente, ma un uomo innamorato dell’ umano sentire… ora è diventato un uomo.

    Lo han detto tanti, santi profeti mistici artisti poeti (Leopardi, La Ginestra): essere solidali, partendo dalla consapevolezza del nostro dolore, della fragilità che ci accomuna. Va bene.

    Ma – in questo deserto – per costruire cosa, in vista di cosa ?…

    Magari solo per imparare a riassaporare il gusto delle lacrime…Partendo da lì, forse…

    Boh!

    Salvatore D’Angelo, uomo delle pianure

    Arminio

    5 Dicembre 2008 alle 12:38 am


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