una paesologa
Andiamo ad Alessandria del Carretto!
E’ un giorno di maggio. Non molto caldo, però. Partiamo io e Peppe per recarci ad Alessandria del Carretto, passando dal Monte Carnara dove osserveremo le Peonie Pellegrine.
Al monte ci arriviamo dalla Val Sarmento, attraversando il paesino arbereshe di San Paolo. Ma non sostiamo . Procediamo verso la nostra meta.
Siamo nel Parco Nazionale del Pollino.
Saliamo per tornanti che sembrano infiniti ed io ho la sensazione che troverò oggi più di ciò che mi aspetto.
Arriviamo dopo l’ennesima curva su di un piccolo spiazzo pianeggiante e lasciamo l’auto.
Con Peppe ci incamminiamo verso una sommità che sembra essere uscita da un film d’animazione giapponese: uno specchio tecnologico abbarbicato sulla cima e capre e pecore tutte intorno! Una insolita vedetta, penso!
Siamo al cospetto del Monte Carnara.
Sul breve sentiero che porta in cima incontriamo un pastore. Gentilmente si ferma a chiacchierare
con noi e noi, approfittandone, gli facciamo tante domande alle quali risponde volentieri.
E noi lo ringraziamo. Lo salutiamo con una stretta di mano ed un sorriso, augurandoci che continui a trascorrere le sue giornate tra l’incanto di questi luoghi ed i suoi ricordi.
Camminiamo e ci imbattiamo nelle prime Peonie; molte sono ancora dei boccioli tondi e grossi quanto un boccino, altre già schiuse. Sono di un rosso irreale ed indefinibile che spicca sul verde del fogliame! Le guardo tutte cercando di riempirmi gli occhi di quei colori sfavillanti. E continuo a salire.
Peppe è già su. Su questa cima la vista è spettacolare. Non riesco a dire nulla, resto incantata. Il Carnara è proprio “uno stupendo belvedere sui monti centrali del Pollino e dello Sparviere”[1].
Dopo aver goduto di un tale spettacolo dico a Peppe che potremmo anche fermarci qui. Ma, sorridendo, non mi da retta e quindi scendiamo per rimontare in auto, dirigendoci verso Alessandria.
Io, intanto, col viso fuori dal finestrino apro e chiudo gli occhi respirando le sfumature, le tinte forti che si susseguono e che lasciamo dietro di noi.
Mi chiedo perché Peppe insista sul procedere verso questo paese e all’improvviso lo capisco.
Si apre davanti a me un’immagine di fiaba: un paese stretto nell’abbraccio dei monti, posato a mille metri di altitudine: “ a metà circa dal crinale che dalla vetta del Timpone della Neviera conduce nel letto della Fiumara Saraceno”[2].
Sembra sia stato costruito dalle Aquile pietra per pietra! Faccio fermare l’auto e scendo con una morsa al cuore. Lo sguardo come la mente ne sono rapiti. Solo più tardi capirò che anche la mia anima è rimasta là, nel luogo che oggi io considero il mio “posto delle fragole”[3].
Un vero paese di montagna, ho pensato. Ne ho visti molti di borghi e paesini che sembrano irraggiungibili. Ma questo non è un semplice borgo. E non è nemmeno così arduo raggiungerlo. Sembra solo che se ne stia nascosto quasi per non farsi notare. Ha un fascino discreto, semplice.
E soprattutto è un paese che cela in sé la vita.
Ha visto molta emigrazione. Ma tra coloro che sono rimasti alcuni hanno creato una vera e propria organizzazione culturalmente attiva e presente: il Gruppo Speleologico Sparviere, che dal 1976 opera sul territorio inglobando al suo interno discipline scientifico-sportive ed ambientali, proteggendo e diffondendo il loro sapere senza cadere nell’etnocentrismo. Molte sono le pubblicazioni che hanno coraggiosamente partorito e curato anche negli stenti!
L’ingresso del centro di Alessandria del Carretto è un benvenuto di pietre, saluto tipicamente montano.
Sono meravigliata perché nella piazzetta vedo le campane per la raccolta differenziata e mi viene da sorridere pensando al mio di paese, sulla costa, dove ciò stenta a decollare!
Procediamo verso la piazza centrale dove è ubicata la semplice e bellissima Chiesa Madre, dedicata al patrono Sant’ Alessandro.
La conservazione di questa chiesa, monumento nazionale, ha una storia bella, comune a tanti paesi spopolatisi per l’emigrazione: “(…) nel 1951 gli alessandrini di Chicago, inviarono i soldi per rimettere a nuovo la navata della Madonna del Rosario, nel 1958 gli alessandrini residenti negli Stati uniti, sollecitati dal parroco D. Giuseppe Chidichimo che si recò per un anno di proposito in America, offrirono i soldi necessari per rifare il pavimento ed altri lavori fra cui la pitturazione di tutto l’edificio.”[4] Legame oltre oceanico, legame di terra, d’appartenenza!
Siamo a mille metri. Nonostante sia maggio la felpa non basta a scaldarmi. Entriamo nel bar centrale per prendere un caffè. Ci accoglie un sorriso di benvenuto. E subito la tensione che l’animale umano porta con sé nei confronti dell’altro si scioglie in un sorriso ricambiante.
Nell’angolo borbotta qualche ciocco nel caminetto; fa compagnia ad un gruppo di persone che smette per un attimo di parlare per rivolgerci un saluto.
E il calore si diffonde. Quello umano che sprigiona l’ospitalità spontanea, semplice, frutto di un retaggio antico.
La disponibilità, il senso di accoglienza lo ritrovi negli occhi degli anziani con i loro visi stupendi; è nell’affabilità delle signore che sospendono il loro daffare pur di darti delle indicazioni, magari accompagnandoti e, perché no, raccontandoti aneddoti; è nell’entusiasmo dinamico e fattivo che sprigiona il sindaco, Nino, quando gli si chiede di poter conoscere la sua terra!
Io ora me ne sto nel bosco, a monte del paese. E ne approfitto per fotografare e raccontare il mio incanto ad un Barbalbero[5], un amico che oggi torno sempre a salutare volentieri.
Sono sola, circondata dal carezzevole silenzio ormai a me estraneo, pur non abitando lontano da qui.
Guardo i tetti rincorrersi con giocosa allegria di colore!
E’ ora di andare. Ma tornerò nella prossima stagione, e in quelle successive, per guardare Alessandria vestita di rosso autunnale, di bianco mantello invernale, poi di caleidoscopio primaverile e luminosa intensità estiva. E’ il mio dove. E ringrazio colui che me lo ha regalato.
Silvia Buccolieri
RITORNO PER LA FESTA DELL’ABETE E SANT’ALESSANDRO.
Sono tornata l’anno successivo per poter vivere la Festa dell’Abete, della “Pita”. Un avvenimento unico, momenti indimenticabili, mi hanno detto.
Ha inizio molti giorni prima che si arrivi all’ultima domenica di aprile.
Un abete veniva scelto, abbattuto, sfrondato e preparato per essere trasportato nella piazza del paese. Oggigiorno si sacrifica un tronco destinato a cadere, malato magari, per salvaguardare il patrimonio boschivo.
L’ultima domenica di aprile gli alessandrini si radunano nella località “Spinazzeta” per trasportare la loro Pita con la sola forza delle braccia! Molti sono i pali legati con funi al tronco e dietro ognuno ci sono decine e decine di persone che, gomito a gomito, cominciano a muoverlo lentamente.
La partenza è una sinfonia di movimenti: apre l’adagio. Si spengono anche gli ultimi battibecchi! Si parte.
Si scende dalla montagna verso il paese. La strada è lunga e ripida: faticosa! E’ difficile descrivere questi momenti perché si rischia di divenire banali. In realtà non vi è nulla di così ovvio e convenzionale. E nemmeno macchiettistico!
I visi dei portatori sono tirati in un’espressione che cancella il tempo, cancella il secolo. Si respira la forza arcaica del rito radicata nel profondo legame che queste persone hanno con la loro terra.
E’ un susseguirsi di volti giovani, non più giovani concentrati nello sforzo comune. Si muovono assecondando il terreno che oggi è fangoso. Perché piove una sottilissima pioggia e la nebbia ci avvolge. Scene di vita perdute, scene di vita vissute.
L’uno accanto all’altro: volti su cui i giorni hanno lasciato le tracce, e volti sui quali si scorge appena l’ombra dello “ieri”. E tutt’intorno noi che guardiamo con apprensione e stupore l’enorme tronco scivolare nel solco.
E le voci! Si diffondono come un’onda di sussurri ora impetuosa ora placida. Le squarciano le zampogne, le surduline, i tamburi, le chiavi percosse sulle bottiglie: strumenti che non hanno età, la cui creazione si perde nelle pieghe del tempo.
Suoni antichi quanto l’uomo si mescolano a canti, grida, risate. Suoni che scemano quando questo pacifico esercito si ferma in uno dei punti pericolosi. L’attenzione e la tensione sono al massimo. Pochi sono coloro che parlano, molti osservano. Si valuta come procedere.
Intanto si posano a terra le barre e compaiono altri suoni: bicchieri di buon vino s’incontrano e scontrano in un’allegra danza. Chiudo gli occhi e mi ritrovo in uno dei racconti perduti di mio padre!
Pian piano tornano tutti ai loro posti: i suonatori riprendono il loro accompagnamento. Ci rimettiamo in cammino.
Si continua così sino all’arrivo in paese dove molti sono già scesi per attendere l’entrata trionfale della Pita e dei suoi portatori. Ed essi affrontano, intanto, eroicamente l’ultima stretta e ripida discesa finché sembra che con velocità arrivino nel piazzale per poi prendere il volo come un immenso aquilone umano!
Si moltiplicano le voci, i cori. Si danza, si suona, ci si abbraccia. L’allegria esplode in tutto il suo meraviglioso clamore.
In tanti si cercano, scambiano pacche sulle spalle. Degli anziani li sento parlare della prossima volta, del futuro anno. Sono persone, mi accorgo, non piegate sulla loro età dalla solitudine, dall’abbandono e dall’indifferenza. Rappresentano, imbiancati dagli anni, le pagine della storia, dell’esperienza, della sapienza umana.
Il tronco giace a terra ora. Al suo fianco la cima portata anch’essa da giovani e bambini. Si incontreranno il 3 maggio, il giorno del patrono Sant’Alessandro. Verranno stretti in un abbraccio di funi sapientemente legate e saranno alzati ancora solo con braccia e leve lignee.
A guardarli a terra sembra cosa semplice alzarli. Ad osservare coloro che li issano ci si accorge che la forza e lo sforzo si sottomettono ancora una volta alla volontà umana.
Torneranno gli zampognari e tutti i suonatori della domenica precedente; tutti là ad incitare e ad accompagnare coloro che innalzeranno la Pita al cielo.
E finalmente starà su. Svetterà su tutti noi. La sua magia porterà una tenera gioia su quei volti che sembrano dire “anche quest’anno l’ho vista”.
E tanta stanchezza. Anche se qualche audace proverà a scalare questa torre arborea che sfoggia, però, una superficie senza alcun appiglio!
Uscirà la statua di Sant’Alessandro: grida, applausi, commozione. La piazza sarà piena. Il paese sarà colmo di gente. La popolazione sembrerà moltiplicatasi. Eccoli là , infatti, gli alessandrini che ritornano, uniti a chi è rimasto, per vivere insieme la Festa.
Si aprirà l’asta; il banditore incanterà e strapperà sorrisi tra una offerta e l’altra. E che capolavori i fiaschi ornati da funghi appesi o a far da ghirlanda: rendere bello ciò che quotidianamente si guarda distrattamente o si ignora! Semplice!
Molti sono i doni acquistati da chi ha dovuto lasciare Alessandria per lavorare altrove; da chi ha lasciato tutto con un “Arrivederci” alla Fontana Ambrosia, il luogo dei saluti emigranti. Ma non con un addio, ricordando sempre il luogo in cui è nato. Tornandoci appena possibile.
E questo emoziona: l’amore per la loro terra, con lo sguardo, però, rivolto agli altri, per chi come me è un estraneo, un forestiero, condividendo, regalando l’opportunità di sentirsi ben accetti, benvenuti.
Anche quest’anno tornerò per la Pita. E dopo ci tornerò ancora, per guardare Alessandria all’alba, a mezzogiorno, al crepuscolo e nella notte. Per respirare i colori del giorno che sfumano in un addio.
Silvia Buccolieri