L’angelo nell’angolo
i lunedì dell’antropologia narrativa – di alfonso nannariello
Una presenza minacciosa mi aveva già sconvolto. Quella sensazione di un male imminente che mi versava dentro lo scuro già la conoscevo.
Un paio di giorni dopo il solstizio d’estate, a san Giovanni, si battezzavano le bambole. Era un giorno di festa. Vestito per bene salii da zie’ Lina. Con delle stoffe, una cuffia e delle fasce preparava u pup’l a Rosellina. Con gli altri bambini vicini di casa andammo alla funzione, chi come compare chi come genitore.
La chiesa di san Michele l’avevo vista solo da fuori. Pezzi di calcina si staccavano dagli intonaci dei muri. Dalla luce passammo a un umore d’ombra improvviso. Dentro mi pareva che fosse tutto confuso. L’aria del chiuso profumava di foglie e di mele.
Eravamo tutti intorno al prete per vedere. Vicino a me un bambino, che forse già l’aveva altre volte visto, sottovoce disse
u riav’l!
Mi girai di scatto. Dietro, all’altezza dei miei occhi, uno tra le fiamme con le cornee nere. Mi si affossò la vita, impaurii. Scappai verso l’uscita.
Attesi che tutti venissero fuori, ma nessuno mi seguì. Ancora impaurito m’affacciai. Il prete chiedeva i nomi delle bambole e i bambini sembravano composti.
Guardai dalla parte dell’inferno dove avevo visto quella brace. Sull’altare era apparso san Michele con la corazza e con le ali. Teneva un piede sulla testa di quel morbo e una spada alzata nella mano per colpire le sue carni scure.
La notte dormivo con l’angelo al lato
Angelo di Dio
che sei il mio custode
illumina, …
Per molto conservai la convinzione che le bambole di pezza avessero una vita vera. Mi aveva convinto un breve componimento combinato in occasione di un matrimonio
pu pu pu
s’èia sp’sat Cirlippù
s’av pigliàt na pupa r pezza
quann camìna s chièca e s spezza
e la morte re la Quarantàna portata per le strade sopra al cataletto con, ai piedi, infisse delle penne nere.
Mi viene ora da considerare come quelle immagini tradissero una comprensione delle cose, come fossero una traduzione impossibile. Una tradizione che sacralizzava il profano e profanava il sacro. Rovesciandone le figure se ne appropriava e le ricomponeva nell’unità del tutto. L’arcangelo con la lama di luce nella mano era forse un simbolo del sole riavvicinatosi alla terra. Le bambole di pezza, invece, così come poi le ho intese, indicavano le fasi della condizione umana di cui la Quarantàna era l’ultima e più forte illustrazione.