COMUNITA’ PROVVISORIA . paesi .. paesaggi … paesologia

comunità paesologica per una regione del sud interno, dal Pollino alla Maiella

Stesso freddo.

con 23 commenti

di Enzo Luongo (occasionalmente)

Formicoso

Formicoso

 

Sono le 23:27 del 10 gennaio 2009 e solo ora comincio a scrivere questo post avendo atteso inutilmente che altri ‘comunitari’ lo facessero in vece mia.

 

Sento però l’onere, prima che fugga l’ora (ed il giorno 10) di rammentare a chi leggerà queste note un caro amico scomparso.

Dieci anni or sono moriva Fabrizio De André.

Dieci anni or sono se ne andava un grande amico. Mi precedeva ad ispezionare il percorso, si potrebbe sardonicamente dire. Spegnendosi ogni sua attività, fermandosi la sua penna, tacendo la sua chitarra, mi lasciava al freddo, privo della coperta affettuosa della sua melanconia ed ironia.

Nel suo ultimo album ‘Anime Salve’ scrive e canta appunto ‘anime’. Le stesse che per altre vie qualche ‘comunitario’ pure cita nei propri scritti. Anzi forse la migliore definizione, se non proprio la migliore prospettiva, della Comunità Provvisoria, potrebbe essere appunto: “Anime Salve”. (se credete ancora nell’azione salvifica che la C.P. può offrire).

Naturalmente ognuno di noi lo conobbe in maniera diversa e più o meno intensa e bisognerebbe ammettere di esser vissuti fuori della galassia se non lo si conosce o non lo si è ascoltato.

Non inviterò alcuno a pensare al perché e al come abbia partecipato alla ricchezza della vostra  vita. Pensateci voi stessi. Trovate voi stessi una ragione per ricordarlo, ne basta una. Sforzatevi di ricordare e se potete, chiedo di tramandare.

Fu un vostro amico. Perché aiutando me, diventando parte di me, divenne poi parte della C.P. E’ una parte di tutti noi che allora se ne andò.
Abbiamo perduto “il simile, un elemento prezioso per qualsiasi società. Qualsiasi società sarebbe stata contenta di averlo tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti non ce ne sono tanti, ne nascono pochissimi in ogni secolo” (da Orazione funebre per Pasolini di A. Moravia).

Io non griderò il dolore, non mitigherò le ansie, non giudicherò i sorrisi, non aizzerò gli animi, non disonorerò il ricordo: vi chiedo solo di sistemarvi qualche ciocca di capelli e di onorare chi mi aiutò a vivere, tollerare, accettare e affrontare.

“Il cuore rallenta, la testa cammina…”, ” … e ora alzatevi spose-bambine … anche oggi si va a caritare”, “… perché non c’è l’inferno nel mondo del buon dio”.
Io non so a questa ora, veramente solo, quale verso, tra i tanti, prender per mano e accudire. Proprio io che non ho figli!.

Ma nella sua nostalgia mi tornano alla mente, e bisbiglio a mezza voce a mo’ di prece, le parole di altro poeta:

 Ho il cuore pesante
di tante cose che conosco,
è come se portassi pietre 
smisurate in un sacco,
o la pioggia fosse caduta,
senza sosta, nella mia memoria.

Non chiedetemi di quello.
Non so di cosa state parlando.
Non ho saputo cosa è successo.
Io nel frattempo dormivo.

Così stanno le cose …
perché, malgrado tutto, io vivo, …
e se udite latrare la tristezza
vicino a casa mia, è l’amore,
il tempo perduto è il pianto.

Quindi di ciò che ricordo
e di ciò di cui non ho memoria,
di quello che so e di ciò che ho saputo,
di quello che ho perduto per strada
fra tante cose perdute,
dei morti che non mi sentirono
e che forse volevano vedermi,
meglio che non mi chiedete niente:
toccate qui, sul panciotto,
e vedrete come mi palpita
un sacco di pietre oscure.

EnzLu

Written by enzlu

11 Gennaio 2009 a 1:40 am

Pubblicato in a Autori Comunitari

23 Risposte

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  1. caro enzo, se mi permetti
    mi unisco a te qui sul blog nel ricordo della musica, della poesia, dell’umanità di fabrizio

    onorare la sua memoria mi fa ricordare che posso, sì posso crederci, posso credere, posso avere fede

    monica

    11 Gennaio 2009 alle 2:16 am

  2. Faber è stato un grande poeta in musica. La sua attualità a dieci anni dalla morte prematura è la prova di quel che vado affermando. Stasera raitre ore 20.10 , Fabio Fazio dedicherà tutta la trasmissione al suo ricordo Non perdetela.Mi piace scegliere tra le tante “Amico fragile” a rappresentare metaforicamente la comunità provvisoria. Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    11 Gennaio 2009 alle 6:15 am

  3. Sì l’amico fragile Fabrizio può essere nume tutelare della nostra comunità prvvisoria.Se non altro perchè ha contribuito a migliorare le nostre “anime perse” ma educate dalla sua poesia alla libertà e alla autonomia.
    Trascrivo alcuni passagi di un mio intevento in ricordo di Fabrizio.

    Alla riscoperta di Non al denaro non all’amore né al cielo

    Mauro Orlando

    Garessio, 30 giugno 2001

    Qualcuno ha scritto che De André cantava la vita, il tempo, le storie perse, cantando soprattutto i sogni che non si perdono. Sembrerebbe questa una contraddizione che poi è il tema che io dovrei affrontare. Naturalmente di che rapporto ci può essere tra la storia, quella che è già sui libri di testo
    scolastici delle superiori, e invece quella che è la storia interna delle persone e come si combinano, come si sono combinate in questo caso. Calvino scriveva che il lavoro del poeta è quello soprattutto di inseguire il fulmineo percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani nello spazio e nel tempo. Vedete, i due termini spazio e tempo sono quelli più veramente difficili da mettere in rapporto al tempo e allo spazio della poesia. Ed è questo che mi ha intrigato, in questo volume di Fabrizio De André, un volume difficile per la sua importanza. Esiste uno spazio e un
    tempo nel vocabolario del poeta? È questa la domanda che io mi sono posto. Esiste uno spazio e un tempo, la storia insomma nel vocabolario di Fabrizio De André? Se pensiamo alla storia come percezione della realtà e assieme avventura spirituale, allora la risposta potrà essere assolutamente positiva. Sul giornale «La Stampa», oggi c’era un titolo molto importante che diceva così: «De André, il Suonatore Jones del Sessantotto» presentando questa meritevole e importante iniziativa proprio puntando su questi due elementi fondamentali, sulla poesia di De André e sul cantore di un
    determinato periodo storico. È giusto questo titolo? È quello che mi son chiesto e a cui cerco di dare una risposta naturalmente in questo mio breve intervento. Certo Non al denaro non all’amore né al cielo viene pubblicato nel 1971 ma il tempo e lo spazio della sua gestazione è il tempo e lo spazio di quel formidabile o sciagurato tempo della storia nazionale e mondiale che si chiama Sessantotto.
    A una esplicita domanda nel dialogo che Fabrizio ha avuto con la Pivano sulla necessità e attualità di una rilettura del testo di Spoon River del 1971, De André risponde esplicitamente e testualmente: «… decisamente sì, a questo punto ho pensato che valesse la pena di calarne i temi che si adattassero ai tempi nostri». Questo ci autorizzerebbe oggi a rispondere affermativamente alla domanda, che ci siamo posti, che mi sono posto io, sapendo di fare un lavoro improprio riguardo a un’originale rilettura postuma del poeta De André in questi anni. In De André c’è tanta favola e mito e allora sarebbe opportuno chiedersi in quale spazio della storiografia porre il linguaggio della favola e dei miti. La scrittura poetica uccide, si dice, uccide essenzialmente il tempo, il tempo che vorrebbe annientare e superare. A tale proposito De André scriveva: «Certe cose vengono fuori da
    quello che chiamiamo altro, quello che ci suggerisce il subconscio». A me oggi il compito di richiamare alla memoria questo altro; della cronaca e della storia di quel tempo.
    Ricorderò quel tempo per titoli giornalistici: 1970, politica interna «Divorzio, Golpe, decretone, un ’70 torbido e incerto». Altro titolo: «La lunga rivolta di Reggio Calabria, dieci mesi di caos»; «Approvata la legge Fortuna, il divorzio divide gli italiani»; «Nessuno riesce a prevedere gli anni di sanguinosa violenza, le Brigate Rosse arrivano in sordina»; «Le prime azioni degli estremisti palestinesi, settembre nero semina terrore»; «Il lungo cammino dell’opposizione operaia in Polonia, la rivolta di Danzica». Come vedete sono tutti titoli emblematici di germi di cambiamento
    e di sconvolgimenti, in un anno complicato e difficile. «A Palermo la misteriosa fine di De Mauro, il giornalista scomparso»; «Paolo VI ad Hong-Kong, una sommessa speranza di dialogo!». Economia e lavoro: «Approvato lo statuto dei lavoratori; nuovi diritti, protagonista Luciano
    Lama»; Mondiali di calcio in Messico: «Secondi gli azzurri, Gigi Riva il nuovo idolo». Questi alcuni titoli e sono emblematici della pesantezza iniziale di questi anni. Ludovico Garruccio, in una nota intitolata: «Lo spirito di un anno», sintetizza questo anno in questo modo: «… erano gli anni
    della contestazione giovanile con la rimessa in questione ininterrotta, come succedeva in Cina con la Rivoluzione Culturale, delle strutture istituzionali e delle élite del potere. Non era un’ipotesi puramente teorica ma doveva generare nella società un cambiamento continuo in modo da
    bloccare la formazione di nuove classi, di nuove egemonie, di nuove autorità e di ricacciare indietro i vecchi e i nuovi padroni della politica, dell’economia e della scuola». Questa è l’analisi del ’71.
    L’anno ’71, politica interna: «Divisi i partiti sulle elezioni presidenziali, vince Leone»; «Cronaca di un colpo misterioso e ridicolo; la notte di Borghese»; «Gli anni oscuri degli opposti estremisti, la verità impossibile»; «Muore Nikita Chruscëv, fine di un pensionato»; «Pietro Scaglione
    assassinato dalla mafia: magistrati nel mirino»; «Orrendo delitto a Genova, il caso di Helena Sutter»; «Un progetto politico quotidiano, l’aggressivo manifesto della nuova sinistra, il primo numero del “Manifesto”»; «Scompare Louis Amstrong: il silenzio della tromba d’oro»; «Sulla
    piazza grande della musica Lucio Dalla nasce a Sanremo». È l’anno del riflusso, il ’71. L’inefficacia politica dei grandi movimenti studenteschi e sindacali, del periodo ’68-71, le
    frustrazioni che ne derivano ai loro attori, spiegano la permanenza di una carica di risentimenti e di collera. La ricerca di canali di sfogo in una simile atmosfera giustifica una sorta di indignazioni per episodi di trapelanza neofascista e per le ipotesi di trame golpiste. E queste, naturalmente,
    sono confermate, effettivamente da oscure manovre eversive. Alimenta questo, nelle generazioni del tempo, una sorta di antifascismo quasi ossessivo, con fantasmi neri dappertutto. Questo è il quadro, la cronaca dei fatti più importanti degli anni che la stampa raccontava. Ma questo che cosa c’entra con i due dischi più belli e più interessanti da questo punto di vista: La buona novella e Non al denaro non all’amore né al cielo? Per me proprio l’esame di questi titoli giornalistici fa ancora rilevare di più la peculiarità e l’importanza della poesia di Fabrizio De André. Ecco allora ancora più limpide culturalmente, interessanti le risposte di De André con l’album: La buona novella, e soprattutto Non al denaro non all’amore né al cielo. Perché il poeta, e Fabrizio De André è un poeta a tutto tondo, non ha bisogno della realtà, è inattuale per definizione, ma ha bisogno dell’attesa e del sogno.
    Ho preso in citazione dei versi di Fabrizio, a giustificazione di quello che sto dicendo: «… nella stagione del tuo amore – dice Fabrizio – passa il tempo sopra il tempo ma
    non devi aver paura sembra correr come il vento, però il tempo non ha premura». De André recita la vita, attraverso la realtà e i sogni, in una tensione lirica nel ritmo che filtra e raccoglie i segni del tempo e li trascende. Racconta la politica vivendo il tempo delle generazioni, confrontandolo con
    il suo tempo interno, evitandone la sua inattualità, il pericolo della metastoria, della separatezza o della metafisica. Cogliendo i fatti nascosti che si sono fatti segreti, misteri carsici, che camminano dentro di noi e che ci affannano e la sua capacità onirica, il compito incompreso del presente, dell’attesa di queste fuoriuscite nel rumoroso e tragico cicalare del tempo della cronaca e della storia di quei tempi, De André ci ha cantato e ci ha lasciato in memoria, il canto della
    vita, il tempo senza tempo, le storie perse, i sogni che non si perdono. Nelle figure del giudice, il matto, il blasfemo, il suonatore Jones, in particolare, mentre noi in quei tempi eravamo sordi e frastornati da rumori di fondo e non riuscivamo a distinguere quel che era la musicalità del tempo che Fabrizio coglieva e noi eravamo, così, ottusamente testardi anche nel non voler capire questa sensibilità che emergeva in questo testo. Perché oggi io ne faccio ammenda personale, non avevo capito, non avevo orecchie per intendere questa musica, perché quei titoli di giornale, quegli avvenimenti anche tragicamente pesanti, non mi davano la possibilità di una limpidezza mentale e di cuore di poter capire questa proposta, questi personaggi. Ci ha insegnato a non subire il fascino della tirannia della presente e anche tragicamente, coinvolgente storia, né tantomeno la prigione mentale delle ubriacature ideologiche, della morale, della storia. Ce lo ha insegnato, come diceva lui, con una specie di sorriso, il sorriso del pescatore, che è emblematico e fondamentale per cogliere il suo modo di comunicare. Non ha avuto l’esigenza di rappresentare il vissuto storico delle persone o i fatti pesanti di quel tempo se non nella loro indecifrabile nudità e universalità, evitando la saccenteria di chi propone categorie etiche o storiche, troppo generali ai limiti della metafisica. Evitando anche il pericolo di rifugiarsi in isole di creatività tra i luoghi indecifrabili dell’essere e le voci assordanti e rumorose di un esserci nel tempo, di un tempo esagitato e fuori le righe. Ci ha suggerito l’immagine del poeta combattuto tra la necessità di non smarrirsi nella realtà, di
    non farsi prendere, di non farsi ingabbiare il cuore, di non lasciarsi catturare negli archetipi universali che sono oltre la storia. Due versi emblematici, per chiudere: «… che grande questo tempo, che solitudine, che bella compagnia…».

    mercuzio

    11 Gennaio 2009 alle 8:56 am

  4. Caro Enzo, il tuo post ha ridestato alla memoria questa poesia di G. Lorca che ho trascritto – I veri poeti sono davvero pochi…..

    Luce

    E’ la magica ora del tramonto.
    Il monte si dissangua. La luce è bionda.
    Io cammino sul sentiero con aria distrutta,
    la fronte bassa e il cuore rosso.

    Il poeta è l’ombra luminosa che cammina
    con la pretesa di collegare gli uomini a Dio,
    senza considerare che l’azzurro è un Sogno che vive
    e la Terra un altro sogno che da tempo è morto.

    L’azzurro che ammiriamo possiede la gran tristezza
    di non prevedere mai dov’è la propria fine,
    e Dio è la tristezza suprema ed impossibile
    dal momento che il suo perché profondo neanche può
    parlare.

    Il segreto di tutto non esiste. Le stelle
    sono anime che vollero dare la scalata al mistero.
    L’essenza del mistero le rese luce di pietra,
    ma non riuscirono a introdursi nella sua Pace.

    Garcìa Lorca

    M.Teresa Iarrobino

    11 Gennaio 2009 alle 9:48 am

  5. per chi ha sufficiente consapevolezza di sè e del percorso di vita fatto è molto bello e positivo che ci sia qualcuno come te, enzlu, che ripropone la ‘memoria’ senza rimozioni, sempre strumentali a propositi egoistici e socialmente penalizzanti… (di coloro i quali hanno l’armadio pieno di scheletri)

    lettore

    11 Gennaio 2009 alle 10:11 am

  6. è stato il più importante cantautore italiano di sempre insieme a giorgio gaber

    sergiogioia

    11 Gennaio 2009 alle 12:26 pm

  7. Che noia le convenzioni… 10 anni, cioè stiamo a ricordare un poeta dopo che la terra ha girato intorno al sole esattamente per lo stesso numero delle dita di una mano dal giorno in cui è morto.
    E’ vero, esistono “i riti”, ma almeno per persone “straordinarie” come De’ Andrè non ci limitiamo ad un ricordo “ordinario”.
    Scusatemi per l’eccesso di virgolettato
    Francesco Buonanno

    Francesco B

    11 Gennaio 2009 alle 3:38 pm

  8. Ho vissuto in periodo bellissimo dove “i frammenti delle anime perse” venivano tutte recuperate. Nostalgia? Ai ragione carissimo Francesco non è nostalgia è solo consapevolezza la mia. Se vuoi un motivo in più per andare avanti, con la biblioteca dell’anima: appuntamenti fuori rotta. Un contribuito a migliorare le nostre “anime perse” non più educate all’ascolto alla poesia fatta persona alla libertà e alla autonomia. Il passato, il presente e il futuro rivivono qui nell’attimo presente.

    “Da bambino volevo guarire i ciliegi quando rossi di frutto li credevo feriti……..” (De Andrè)

    Grazie Enzo
    (per avercelo ricordato a tutti)

    nanosecondo

    11 Gennaio 2009 alle 11:29 pm

  9. Chi vive nel suo passato è depresso, malinconico ipocondriaco
    Chi vive nel suo presente è narcisista megalomanico
    Chi vive proiettato nel futuro ha paura del presente ma almeno ha una speranza ,un sogno, un obiettio da raggiungre.
    Comunitari di tutto il mondo,tra banchetti, sposalizi e giorni della memoria,stiamo perdendo di vista l’avvenire dei nostri figli, il motivo stesso per cui abbiamo dato un senso ed un significato alla nostra vita.
    Dopo il ricordo, la memoria, ognuno accende il proprio ipod ed ascolta la musica che più ama, la colonna sonora della sua esistenza.
    “Il passato il presente ed il futuro vivono qui nell’attimo presente”(ENZO NANOS MA CHE SCRIVI??? )
    Un po’ di pudore ,anche nell’inserire la tua biografia bloggata come post. Repetita non iuvant!!! Cordialmente Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    12 Gennaio 2009 alle 6:39 am

  10. Ops dimenticavo …il brano di De Andrè è tratto dal testo della canzone “Il Medico”. E’ poco conosciuta ma molto bella…:

    IL MEDICI di Fabrizio De Andrè

    Da bambino volevo guarire i ciliegi
    quando rossi di frutti li credevo feriti
    la salute per me li aveva lasciati
    coi fiori di neve che avevan perduti.

    Un sogno, fu un sogno ma non durò poco
    per questo giurai che avrei fatto il dottore
    e non per un dio ma nemmeno per gioco:
    perché i ciliegi tornassero in fiore,
    perché i ciliegi tornassero in fiore.

    E quando dottore lo fui finalmente
    non volli tradire il bambino per l’uomo
    e vennero in tanti e si chiamavano “gente”
    ciliegi malati in ogni stagione.

    E i colleghi d’accordo i colleghi contenti
    nel leggermi in cuore tanta voglia d’amare
    mi spedirono il meglio dei loro clienti
    con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
    ammalato di fame incapace a pagare.

    E allora capii fui costretto a capire
    che fare il dottore è soltanto un mestiere
    che la scienza non puoi regalarla alla gente
    se non vuoi ammalarti dell’identico male,
    se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

    E il sistema sicuro è pigliarti per fame
    nei tuoi figli in tua moglie che ormai ti disprezza,
    perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
    l’etichetta diceva: elisir di giovinezza.

    E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
    mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione
    inutile al mondo ed alle mie dita
    bollato per sempre truffatore imbroglione
    dottor professor truffatore imbroglione.

    Nanosecondo

    12 Gennaio 2009 alle 10:40 am

  11. Vi segnalo il post dedicato a Faber su http://www.acapofitto.splinder.com, in cui tra l’altro riprendo l’intervento di Mauro Orlando Mercuzio.

    Saldan

    Salvatore D'Angelo

    12 Gennaio 2009 alle 11:55 am

  12. Carissimo Rocco,
    un asserto può essere vero o falso, non esiste una terza possibilità?

    Questi semplici – giochi di parole – nascono più da prese di posizioni che possono farci incorrere in apparenti contraddizioni.

    In verità queste contraddizioni credo che siamo insite nel nostro modo di pensare e di concepire la realtà, e ce le portiamo dietro finché non riusciamo ad identificarle diversamente alla radice.

    Tempo fa parlavamo – attraverso il post “nonluoghi” di Elda -: di forme, biologia, medicina, filosofia ed antropologia. Queste scienze ci hanno insegnato come le culture, le “credenze” addirittura oggi negli studi anche della nuova scienza biologica (epigentica e/o PNEI) ciò in cui crediamo (sentimenti, emozioni) determinano cosa siamo (dal punto di vista chimico) e possono modificare anche la nostra realtà ed insieme il tempo e lo spazio, nella sostanza la realtà (il momento) in cui viviamo queste sensazioni ed esperienza.

    La “nostra scienza” purtroppo è “duale” nella sostanza erede della mitologia greca e latina, che cambia la forma, ma appare uguale, come esperienza, a molti popoli, anche se lontani tra di loro, ma non si fa riconoscere al momento, che la metafora o l’esperienza si compie.

    Quindi quando io scrivo “Il passato il presente ed il futuro vivono qui nell’attimo presente” mi riferisco è chiaro ad una contraddizione e metafora che è contenuta propria in alcune culture antiche.

    Ad esempio in molti cartoni animati di World Disney (ad esempio) puoi riscontrare una differenza sostanziale: “E’ il vissuto del Tempo”.

    Nella sostanza, i miti greci li abbiamo fatti uscire fuori dalla storia dandogli il taglio “mitico-fantastico” perché troppo “incredibili e irrazionali”; nelle fiabe dei nativi d’America usate da molto da World Disney, si avverte il fatto che: “… il presente… il creduto… l’agente” deve essere compreso con la stessa logica del due più due fa quattro e quindi è vero! Non esiste il passato, il presente, il futuro, ma un unico tempo: il tempo presente.

    Nella sostanza siamo consapevoli di esistere in un tempo unico, ma siamo costretti a distinguere delle fasi: passato, presente, futuro e questo problema nasce dalla consapevolezza dell’esistenza di ognuno di noi: nel gruppo, insieme al gruppo, ma separato dal gruppo.

    La stessa esperienza del gruppo della comunità provvisoria non è ancora in un tempo presente per tutti qui ed ora, sia nella sua forma che nel suo tempo perchè siamo tutti ancora troppo legati al nostro passato e non facciamo nessun sforzo per superarlo e viverlo ora qui adesso in maniera diversa insieme dallo stesso passato.

    Certo è vero che lo stesso scorrere del tempo, incide sulle nostre emozioni, perché ricostruisce vissuti, ma se accettassimo ad esempio l’invito di Franco a sposarci e banchettassimo tutti insieme senza più passato ma nel presente con la meraviglia e l’innamoramento di tutti avremmo realizzato la quadratura del cerchio della nostra comunità provvisoria e costruito una sua NUOVA FORMA un luogo (che non è più un non-luogo come dice Elda).

    Infatti il problema e comprendere quanti di questi vissuti pasati in negativo o in positivo hanno un rapporto, con il nostro contesto attuale di vita: casa, lavoro, strada, città, ambienti naturali di vita in genere e con il nostro benessere, la nostra salute, la nostra spiritualità, ma se eliminassi il tempo passato e futuro nel senso presente potrei guarire da tutte le mie malattie?

    La stessa emozione positiova che ci ha dato enzo nel farci ricordare de Andre e si passato ma è presente adesso nell’emozione condivisa di tutti e quindi agisce in positivo.

    Questa esperienza del “tempo presente” la ritroviamo anche nel Vangelo di San Tommaso che ci indica, a differenza dei vangeli canonici, un Gesù “vivente” , che vive oggi in mezzo a noi.

    Oggi o tra duemila anni Egli è qui adesso. Gesù non è remoto, nascosto. E’ immediatamente accessibile e più che insegnarci e credere, penso che ci abbia svelato una cosa fantastica che questo è possibile anche oggi per noi ascoltando il nostro “io sono” ora.

    Attenzione non parlo di “vita eterna” ma della dimensione reale dell’eternità, del vivere qui e ora, nel tempo presente e qusto lo possiamo realizzare solo se siamo innamorati come di una camnzone di De André amche della nostra comunità.

    Non serve restare nell’attesa di un futuro prossimo perchè rischiamo di vivere sempre con un piede nel passato ed uno nel futuro ma mai nel tempo presente, qui adesso apoprezzando il potere ed il miracolo della creazione di un nuovo mondo.

    Ecco perchè sono d’accordo con Franco che ci dobbiamo innamorare e sposare tutti e quindi aderisco all’invito del banchetto.

    Tutto qui, quo, qua,

    Nanos

    Nanosecondo

    12 Gennaio 2009 alle 4:00 pm

  13. Ma non si trattava di un post su De Andrè?
    Che c’entrano tutte le elucubrazioni dei tanti che hanno scritto qualcosa in attesa che gli venisse un’idea.
    Ma allora ho ragione a dire che scrivete per rileggervi e non per essere letti!. Non vi frega alcunché di ciò che gli altri dicono o pensano. Siete inutili!

    ilfesso

    ilfesso

    12 Gennaio 2009 alle 5:54 pm

  14. so semb d’accord acculufessa
    che fesso non è
    caro cumbafess peccato ca nu vvieni a l’incontri
    è l’istissa ccosa se parla no a lu merito de lu tema de la iornata ma ognuna dice solo quilo cazz ca tene ngapa e se dicuno e se ripetuno sembe l’istesse cose comma se lu singolo fosse cazz de cangià la capa a tuttilati sfruculianno quatto parole e come si lauti fossero veramente fess cumma te che te firmi fess ma nun si fess e fai buon a chiarli a tutt fess

    no pecorame

    12 Gennaio 2009 alle 6:06 pm

  15. Enzo ,ritengo di aver inquadrato la tua personalità ed il tuo sentire comunitario e bibliotecario.
    L’invito era solo a manifestare una sobrietà di commento, una leggerezza che spesso viene sopraffatta dalla manina che batte sulla tastierina.
    Ti rinnovo la mia affettuosa amicizia ed anche l’invito alla sobrietà. Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    12 Gennaio 2009 alle 8:30 pm

  16. ero stato strigato alla prima …tu mia hai chiesto una spiegazione ed ho cercato di darti una risposta a modo mio…e poi non ho fatto il classico…è poi cerchiamo di smetterla con sta chat che ci sono i fessi in agguato. so bastradi!

    uacc uaa nanos

    nanosecondo

    12 Gennaio 2009 alle 8:40 pm

  17. E’ la prima volta che scrivo su questo blog e lo faccio per ricordare De Andrè che purtroppo non ho mai avuto il privilegio di ascoltare dal vivo.
    Ricordare è tenere in vita!Questo e ci conferisce il potere divino di rendere immortali le cose belle che se ne vanno.
    Grazie a voi e a tutti quelli che viaggiano in direzione ostinata e contraria.
    Angelo

    angelo

    12 Gennaio 2009 alle 8:43 pm

  18. Grazie enzo !
    sono ancora commosso per la emozionante (per me) serata passata davanti alla televisione, domenica sera (sul terzo canale mi pare).
    Gli anarchici di Livorno, l’11 gennaio di dieci anni fa, sui muri della città scrissero ” I cavalieri della libertà non muoionio mai ! Faber vive ! ”
    Luca b.

    luca b.

    12 Gennaio 2009 alle 8:49 pm

  19. @ ‘lettore’ (che ha scritto più su)

    la ringrazio per i suoi apprezzamenti.
    Quanto al “ripropone la ‘memoria’ senza rimozioni, sempre strumentali a propositi egoistici e socialmente penalizzanti… (cito)” credo di capire ed accettare.
    In effetti “Filtrare la propria memoria” è drammaticamente stupido quanto barare al solitario. In realtà ho sempre visto l’insieme delle tessere dei miei ricordi, come un gigantesco mosaico che mi sta ai piedi e del quale posso leggere avvenimenti e logica.
    E’ un fatto concreto quanto scrivo. Li vedo come mattonelle stese in buon ordine su un prato verdissimo in una splendida giornata tersa. La mia mente è sempre stata a colori. Qua e là manca qualche tessera e quello spazio è riempito da ciuffi verdi.
    In questo spazio ho sempre aggiunto! Ho sempre trovato il luogo consono al singolo ricordo e ho sempre stuccato “le fughe” con “l’amicizia e la libertà”. Mi sono trovato bene negli anni e non ho cambiato i materiali. Talvolta ho visto aggirarsi in questo giardino colorato le sagome di qualche amico, come ombre grigie, come le antiche donne che curano le tombe dei cari, a strappare con rabbia o rancore le tessere che li riguardavano: “Ho il cuore pesante di tante cose che conosco”. Ho lasciato fare: conservavo copia e coordinate delle tessere. Sono loro, le ombre, che “fatte le debite valutazioni (come dissero)” hanno preferito allontanarsi, dimenticarmi. Ho lasciato fare. Ho accettato. Ma non ho dimenticato.
    Ma prontamente, quasi a consolarmi, sono sempre comparse altre figure, questa volta a colori, a riempire i vuoti, ad attenuare il rammarico, a consolare il dolore.
    Il mosaico ha sempre ripreso a crescere, magari in altre direzioni e mi ci sono abbandonato.
    Forse è questa la pazzia di cui si dice in giro che io soffra. Ma per mia goduria uso ancora gli stessi materiali che mi insegnarono ad usare mia madre, mio padre ed il mio buon maestro: colori, amicizia e libertà. E dei tanti errori “è come se portassi pietre smisurate in un sacco, al posto del cuore”: faccio la raccolta, l’esperienza.
    Perdonare è da re, dimenticare è da cretini.

    EnzLu

    enzlu

    12 Gennaio 2009 alle 8:49 pm

  20. non ho mai dubitato che, da vero ‘pazzo’, avresti colto il senso….. Un giorno o l’altro, in Irpinia, le nostre strade si incroceranno! Magari in un ‘manicomio’…..

    lettore

    12 Gennaio 2009 alle 9:08 pm

  21. @ ‘Francesco B.’ (che ha scritto più su)

    mi permetto di eccepire.
    Quando nel post scrivo “che dieci anni fa moriva un amico” non mi riferivo all’ennesima trita espressione dolorosa tipica di tali avvenimenti. No. Non conoscendo me e la mia variegata storia, e la mia anima, Lei ha potuto confondere. Io invece lo dicevo in senso stretto.
    Vede per me, educato ‘all’antica’, la parola ‘amico’ ha un valore potente, vitale.
    Non l’ho mai usata con aggettivi qualificativi, non ci riesco, perché ne ridurrei il gigantismo. Un amico se lo è, è per sempre. Senza aggettivi, senza legarlo a luoghi, all’età, a interessi, ed anche se non vuole esserlo più. Se ti rifiuta. Anzi a tal maggior ragione!
    Per spiegarmi meglio, per farLe capire quanto non sia ‘rito’ lo scritto pubblicato Le dico due cose.
    Ricordo l’amico ogni giorno quando, per rigenerare il mio spirito troppo inquieto ed ansioso, suono la mia vecchia chitarra sessantottina, da spiaggia. In mezzo ai miei amati brani dei Pink Floyd o swing manouche si intrufola quasi a disturbare, a commuovermi, un pezzo di canzone. Un verso già tante volte cantato e perciò fatto proprio. Non sono più suoi brani ma miei, perché mi hanno accompagnato durante le vita.
    Ed ancora, il 15 settembre 2005 insieme ad altri 4 motociclisti stavamo andando a Lecco in moto, partiti alle 14:10 da Calitri, alle 16:23 eravamo a Boiano (CB). Si andava in allegria lenta, verso Pesaro dove avremmo sostato e cenato. Cielo terso di un odoroso settembre. Ero il secondo del gruppo. Due kilometri di strada dritta. Una sola cosa ferma davanti a noi. Mentre arrivavamo il camion si mosse attraversando la strada, senza preavviso, senza segnali, senza vederlo l’amico che ci precedeva. Il primo di noi vi si schiantò contro. Morì. In trance, soli, disperati, ignari dei luoghi e dei suoni raccogliemmo “l’amico” da terra. In una sorta di “gruppo della pietà laico”. In ginocchio. A chiamarlo. Non ci ascoltò. La vita volle noi e non volle più lui. Un buco nella tela della mia vita. E da quel buco vedo ora svolgersi il mondo.
    Non c’è notte che non torni là a vedere di sussurrarne il nome, a consolarlo di un viaggio inconcluso. Era mio amico.
    La memoria del calore lasciatoti da una amico non può essere un rito.
    La lascio, in modo che assapori meglio le sue amicizie.

    EnzLu

    enzlu

    12 Gennaio 2009 alle 9:37 pm

  22. “….colori, amicizia e libertà. E dei tanti errori “è come se portassi pietre smisurate in un sacco, al posto del cuore”: faccio la raccolta, l’esperienza.”

    A EnzoneLu….hai detto niente . colori , amicizia e libertà ….e nel sacco c’è un cuore grande: il tuo.

    Finchè ce piega ce speranza…….

    Rider for Life
    Nanos

    nanosecondo

    12 Gennaio 2009 alle 10:44 pm

  23. se il menù proposto da ‘nanosecondo’ per lo sposalizio sarà accettato dai ‘reggenti’ parteciperò anch’io, uscendo dall’anonimato, scegliendo una ‘pizza di massima democrazia’….

    lettore

    13 Gennaio 2009 alle 12:17 pm


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