Jesu Passio
i lunedì dell’antropologia narrativa - di alfonso nannariello
La quaresima era un rumore di cose acute urtate tra loro. Era un rimettere a posto la stanza. Era un rimettere ordine al soqquadro del Carnevale che aveva levato la carne più in alto di tutto e sfogato ogni sua pulsione. Era la mortificazione del corpo. Era la punizione per la dissacrazione del «prendete e mangiatene tutti. Prendete e bevetene tutti» dell’Ultima Cena.
Sotto il silenzio grigiopiombo del cielo, la scena di un’allegria brutale: un’umanità imbestiata ed urlante parodiava la comunione bevendo vini mescolati nel ventre tondo di Carnevale –una damigiana dentro il fantoccio coperto dalle vesti- e spartendosi il ben di Dio raccolto nei panieri e dentro i cesti.
Non ho conservato una quaresima in particolare. M’è rimasta solo un’impressione, forse ingigantimento di un dettaglio, forse fusione dei frammenti di ognuna. Ho solo un tempo fermo di sicuro.
Avevo sette anni. Andavo alla dottrina per prepararmi alla cresima e alla prima comunione e suor Felicetta ci trattenne per alcuni giorni in parrocchia alla missione.
Premuti l’uno all’altro sugli scanni, seguivamo gli esercizi di pietà.
Un essere crepuscolare, mai pienamente affidato alla luce della fiamma delle candele, con gesti ampi e improvvisi come una folata, limitava lo spazio dell’altare. Con il mantello bruno ed un cuore di metallo nero sul petto, il padre passionista era una combustione. Sforzo del vuoto agitava con l’ombra le pareti. Come una misura dovuta, forse mancata fino ad allora, rendeva concreto il concetto del male.
Era efficace più come pittura. Non capivo niente di quello che diceva o, forse, l’orecchio si smarriva nello stridere della voce e nel cupo senso delle sue parole.
Ricordo che afferravo solo quello che avevo sentito al catechismo: il terrore dei Novissimi e gli idoli furiosi dei Sette vizi capitali.
Credo che volesse trafiggere il cuore non turbato di chi lo ascoltava, che tentasse di fermentare le coscienze con la sensualità, la gelosia, la paura della morte.
Il silenzio che accompagnava all’uscita della chiesa era forse il primo segno di un animo diviso, una levigata traccia di timore.
L’odore acre dell’«ultimo giorno» -con la fine del mondo, l’ordine delle cose scardinato ed il diavolo che si trascinava dietro le prede per l’inferno- si annusava al cimitero: nel disordine della natura tra le tombe e tra le croci dei tumuli, storte dalla terra smottata; nell’estrema confusione dell’ossario e, soprattutto, nella cappella di destra dove c’era, con le cornici dorate, un’enorme sfondata bara nera in cui s’intravedeva il tumulto delle ossa.
Anni prima, in ricordo della missione, i padri avevano piantato una croce di ferro con la lancia, la corona, la canna con la spugna e con i chiodi.
Nel periodo dei morti la croce, al bivio del cimitero, era avvolta da colori velati. Sotto, in una grande solitudine, si fermavano a turno i marchiati dal peccato. Offuscati da qualche liquore già bevuto, che assecondava l’idea di essere esseri basati sugli istinti, di essere davvero i fiori marcescenti dell’iniquità, chiedevano ai passanti spiccioli di redenzione, acini di pietà, un vecchio attorcigliato sulla sua gamba infetta e, dalla nicchia del suo corpo, C’lard, il nano di Andretta.
la combinazione fra senso barocco del disfacimento e nostalgia paesologica di alfonso è sempre interessante… fra hugo e certo d’annunzio, in chiave altirpina
liviobo
12 Gennaio 2009 alle 7:26 pm
grazie li’. a presto
alfonso
13 Gennaio 2009 alle 9:32 am