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MANICOMIO DI AVERSA

con 5 commenti

di andrea di consoli

All’ex manicomio di Aversa, in provincia di Caserta, mi accompagna Salvatore D’Angelo, intellettuale buono di Succivo (traduce divinamente Rimbaud, Bachmann e la Ortese in napoletano. La sua tesi è: “Anche il dialetto è metafisico”). Nel labirinto casertano, tra le mille vie che s’incrociano come un rebus, ritrovo ogni volta due geni della nostra cultura: Giuseppe Montesano, lo scrittore di Sant’Arpino, e Salvatore Di Vilio, un grande fotografo del quale, all’alba, nella hall di un albergo ambiguo e dechirichiano di Orta di Atella, ammiro la vitalità e la barba normanna.

Prima di andare ad Aversa, Salvatore mi mostra alcune foto della metà degli anni Novanta che ha fatto ai ragazzi che di pomeriggio (travestiti) andavano in discoteca nel casertano; e sono foto in bianco e nero, epperò colorate, tanto da creare un commovente effetto “fin de siècle”. Poi mi mostra le foto che, negli anni, ha fatto agli chef dei matrimoni, al mare, a Praga, ecc. E beviamo caffè in ogni bar che ci capiti a tiro, e abbiamo la camicia sudata, e siamo due barbari che cercano un segreto impossibile nelle piazze, sulle strade, nei cortili che abbiamo davanti. Di Vilio è tragicamente fortunato, perché lui potrà dire ai suoi figli di aver assistito (in quanto fotografo) ai matrimoni dei camorristi, ché lui ha visto i leoni sulle terrazze delle ville hollywoodiane; lui ha visto il rito di regalare ai figli dei casalesi, durante la prima comunione, una pistola, sulla quale quei poveri ragazzi erano costretti a pisciare; lui ha visto le facce, le pose, i dinieghi, di fronte all’obiettivo, dei camorristi latitanti.

E quel che più amo, da sempre, di queste terre, è l’odore di soffritto che invade le strade, le pance esposte, larghe e scure, delle giovani donne, il fatto che c’è sempre qualcuno che cammina, finanche sulle strade più desolate (il cammino di chi, come un cane, cerca qualcosa).   

La sera del mio arrivo a Succivo, Salvatore D’Angelo mi ha fatto visitare la mostra fotografica della canzone napoletana allestita nella Casa delle Arti, un ex palazzo littorio, ora destinato, dopo la felice ristrutturazione, alla cultura. Mi sono soffermato sulla foto di Carmelo Zappulla, il cantante siracusano trapiantato a Napoli (ebbe guai giudiziari e fu anche latitante, ed è rimasto nella storia della disperazione popolare con album quali Pover’ammore e Pronto Lucia). A Giuseppe Montesano, che mi stava a fianco, si è subito illuminato il volto: “Zappulla! L’ho intervistato a Casal di Principe. Aveva i figli che erano uguali a lui. Succhiavano Coca-Cola da una cannuccia, mentre lui parlava dei suoi successi in America. Grande Zappulla!” A me invece è tornato in mente che, una decina d’anni fa, a Sanremo, avevo osservato per un’intera notte Mario Merola al Casinò (tirava fuori rotoloni di soldi e stava, taciturno, col viso schiacciato sul collo taurino). 

Ma perché ho chiesto a Salvatore D’Angelo di accompagnarmi all’ex manicomio di Aversa? Cosa sono queste voci del passato che mi nascono dentro? Mi aggiro come un fantasma spaesato in questo pezzo di mondo chiamato Sud Italia, e non sono mai persuaso, e mi ripeto a memoria, come un invasato, e senza caprine il reale motivo, tutti i primati del glorioso e misero Regno delle due Sicilie: 1735, istituzione della prima cattedra di astronomia a Napoli; 1754, istituzione della prima cattedra di economia al mondo, affidata ad Antonio Genovesi; 1781, redazione del primo Codice Marittimo del mondo, ad opera di Michele Jorio; istituzione del primo Ospedale Psichiatrico italiano, ad Aversa, nel 1813; costruzione, nel 1839, della prima tratta ferroviaria in Italia, sulla direttrice Napoli-Portici; istituzione del primo Centro Sismologico nel 1841, sul Vesuvio, ecc. Invece oggi sono nel regno dei miasmi, nel dominio della spazzatura e della camorra, tra le sregolatezze di una terra abbandonata a se stessa, epperò forte nei suoi oscuri vincoli familiari, in una landa in cui il disprezzo per lo Stato e per il Governo è assoluto, eppure, ogni giorno di più, sono fiero della superba intelligenza di questo Sud (Vico, Campanella, Giordano Bruno, ecc.), e voci m’inseguono, chiedendo luce, solo più luce: sono le voci degli “alienati” dei manicomi di Aversa, Girifalco, Bisceglie, Palermo (i grandi manicomi del Sud). 

Quando entriamo nella “Casa dei matti” di Aversa, il sole è forte, ci fa barcollare. Ci aggiriamo, io e Salvatore, tra i padiglioni abbandonati e avvolti da erbacce fitte. A terra ci sono scatoloni, materassi, rifiuti di ogni tipo. Il custode ci aveva detto, prima di entrare: “Fate attenzione ai cani”. Ma di cani non ce ne sono; piuttosto c’è qualche gatto assonnato, e a me sono tornate in mente le parole di un ex infermiere del manicomio: “I manicomi erano pieni di gatti, perché i manicomi erano il regno dei topi”. Quando abbiamo visto il padiglione principale, quello che era l’ingresso del manicomio, ho detto a mia moglie: “Quando una persona entrava da questa porta, non ne usciva più”. Era così; arrivare nel manicomio di Aversa significava non uscirne più. Magari entravi per una depressione e, a furia di stare tra gli escrementi e le urla degli altri, alla fine ti annientavi per sempre. Visitiamo i padiglioni dismessi (reparto femminile, maschile, agitati, semi-agitati, ecc.). C’è abbandono e squallore dappertutto (ma è uno squallore buono, come la carcassa di un inferno passato). Solo l’immaginazione lavora come una sega circolare; e quasi si riescono a vedere, se solo ci si abbandona un po’, i volti delle donne, degli uomini, dei ragazzi perduti per sempre tra gli escrementi della malattia.

Alla sinistra dell’ingresso troviamo una piccola chiesa. E’ chiusa con i catenacci; ed è annichilita dall’incuria, dalle erbacce, dai rifiuti (a terra ci sono scarpe, medicine, scatole di preservativi). A cosa serviva, questa chiesa? A quale Dio si rivolgevano i malati? Pagherei qualsiasi cifra pur di ritornare indietro di centocinquanta anni, e stare seduto in questa chiesa buia, tra i lamenti e le invocazioni dei malati. Bisogna assolutamente portare luce tra le vite obliate dei manicomi del Sud.  

Il manicomio di Aversa fu istituito l’11 marzo del 1813 da Goacchino Murat durante il suo “periodo napoletano”. Ospitava tutti i malati psichiatrici del Sud. Oggi, negli archivi del manicomio, ci sono 35.000 cartelle cliniche “inedite”, a disposizione di chi vuole dare luce e memoria a questi dannati della Storia (perché non metterle on-line? Perché non pubblicarle a puntate, magari per mezzo di un periodico?).  In questa “Casa dei matti” affluivano i folli provenienti dal Regno delle Due Sicilie, e acquistò fama internazionale grazie anche a una serie di iniziative terapeutiche intraprese da Gennaro Maria Linguiti, primo direttore del manicomio, fama che sopravvisse alle fortune politiche dei francesi e che si consolidò anche con il ritorno al trono dei Borboni. Gaetano Parente scriveva che i visitatori rimanevano “attoniti del vedere per esempio un biliardo fra i pazzi, dell’udirli a suonare e cantare e talvolta recitar commedie e conversare con chicchessia affabilmente; non più catene, (…) alla reclusione antica sostituito il beneficio della vita attiva ed i giocondi passatempi e le salubri passeggiate per l’aprica campagna”. Il manicomio di Aversa era un’istituzione “totale”, un campo di concentramento che occultava al mondo esterno la visione del dolore e del delirio, ma era, per l’epoca, un primo segnale di interesse per il dolore psichico (l’idea era quella di dare “sollievo”, ma si era ai primordi della conoscenza della psiche e dei nervi, e perciò si affrontava il problema legando, chiudendo, “contenendo”).

La famiglia e il manicomio, per quasi due secoli, si sono spalleggiati a vicenda nell’incapacità di leggere i segnali del rifiuto della realtà, dell’aggressività, del delirio, della mania.

Prima di uscire dal manicomio, dopo aver a lungo guardato due struzzi con la dispnea che stavano chiusi in un recinto, raccolgo le confidenze e i ricordi di un signore che è stato ispettore al Leonardo Bianchi: “Mio nonno lavorava in manicomio. Anche mio padre lavorava qui. Io ci sono entrato nel 1967. All’epoca c’erano 1.800 pazienti. Quest’ospedale era una vera e propria città: avevamo 12 mucche, con cui producevamo il latte da dare ai malati. C’era il panificio e la lavanderia. C’erano i laboratori. Si faceva anche teatro. Anzi, attività teatrale se n’è sempre fatta, in questo manicomio. La cosa che più mi ricordo, di quegli anni, è la puzza. Per quanto lavassimo, l’odore di urina e di feci era fortissimo. I muri ne erano impregnati. Le camerate erano ampie, erano corridoi lunghissimi. In ogni camerata c’erano almeno 120 persone. Venivano malati da tutta Italia, ma principalmente dalla Campania, dal basso Lazio e da Milano. Anche Alda Merini è stata qui, ma lei c’è stata prima che io arrivassi. Ho assistito parecchie volte agli elettroshock. Io sono contrario a questa pratica, ma ho visto tanti pazienti rinascere, con questo strumento di tortura. Non ho mai visto, invece, il naso sanguinare, dopo un elettroshock. Ho assistito solo a un paio di aggressioni, in tanti anni di lavoro in questo posto. Sono stato a lungo infermiere, e si è sempre fatto un uso massiccio di calmanti e di sedativi. Molti pazienti ci aiutavano. E molti li abbiamo visti morire. C’era un bel rapporto, tra di noi. L’ultimo malato psichiatrico è uscito nel giugno del 1998. Da quella data in poi non ci sono stati più pazienti in questa struttura”.

Usciamo e, dopo qualche minuto, siamo di nuovo nel rebus dei paesi del casertano. E lascio il manicomio di Aversa con un “arrivederci” anziché con un “addio”, perché quelle cartelle cliniche “inedite” mi appartengono, sono parte della mia storia, e prima o poi le leggerò, e passerò del tempo a capirle, per portare luce, più luce, tra le anime in pena della Storia.

Written by Arminio

13 Gennaio 2009 a 7:02 pm

5 Risposte

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  1. chiuso il manicomio di aversa
    rischiamo di avere tanti piccoli manicomi all’aria aperta: i nostri paesi.
    armin

    Arminio

    13 Gennaio 2009 alle 9:30 pm

  2. tra passato e futuro.
    comprendere le anime di quelle cartelle sarà un nobile
    atto per la Storia, riflettere su ciò che è stato, sui nostri campi di concentramento.
    Continuo a sperare che possa condurre tutti noi, chi ne sente la spinta, al Fare qualcosa per il futuro, per coloro che vivono, Adesso, nello stesso momento in cui io scrivo questo commento,il dolore psichico.
    Grazie

    alice 95

    13 Gennaio 2009 alle 10:19 pm

  3. file:///Users/divilio/Desktop/30%206%202008%20manicomio/FOTO%20X%20L’Unità/da%20spedire/7.jpg

    Salvatore

    14 Gennaio 2009 alle 11:46 am

  4. sono pazzaaaaaaaaaaaaaa

    daniela cespa

    23 Ottobre 2009 alle 10:08 am

  5. Quando ero una ragazzina mi aggiravo spesso tra quei luoghi,la nostra sede scout era proprio nella ex lavanderai dell’istituto psichiatrico di Aversa. Ricordo che quegli spazi mi affascinavano ed allo stesso tempo mi incutevano timore. In una delle nostre “esplorazioni assolutamente segrete”, con un piccolo gruppo di amici tovammo montagne di cartelle cliniche abbandonate, con nomi descrizioni e da lì partì il sogno di catalogarle di raccogliere informazioni…certo era la curiosità di un gruppo di ragazzini, ma quel posto mi è sempre rimasto nel cuore e credo che il tentativo di dare dignità a chi lo abitò sia nobile…

    Barbara

    2 Novembre 2009 alle 1:52 pm


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