COMUNITA' PROVVISORIA

terra, paesi, paesaggi, paesologia _ il BLOG

L’irpinia come opera d’arte…

il nostro blog non è un tappeto volante in cui le cose appaiono e poi scompaiono per sempre. siamo liberi di andare avanti ma anche di tornare indietro …rimetto qui un pezzo comparso non molti giorni fa che secondo me non ha avuto l’attenzione che meritava.

aspettiamo marcello per una sua lezione magistrale.

intanto rileggiamo qui con attenzione….

armin  _  di Marcello Faletra

 

Comunità provvisoria…Temporanea? Vagabonda? A considerarla al limite epocale in cui oggi ci troviamo, tra guerre e menzogne, la creazione di una comunità ha qualcosa dell’opera d’arte. Un’uscita dal disastro provocato dal cretinismo politico e dall’astenia depressiva che investe il nostro presente; e dove il tempo è evocato nella sua dimensione di basso profilo, discreto, indecidibile, non lineare, come accade nei flash back dei films, fotogrammi di tempo che scorrono all’indietro, che interrompono il corso del tempo cronologico, cioè frammenti, o coaguli di desideri, affetti, percezioni; oppure come parole che si rincorrono, si cercano, stringono alleanze discontinue, come la creta pastosa di un soggetto collettivo ancora a venire. La dove lo spazio della decisione pubblica si è ridotta a quella del voto, allora la creazione di una comunità, anche provvisoria, credo sia il tentativo per dar forma a processi di emancipazione sia individuali che collettivi.

Lo stato delle cose: l’esigenza di comunità  è direttamente correlata, oggi, al fatto che i modi di agire e le situazioni si modificano prima che questi riescano a consolidarsi. Delle azioni, dei comportamenti, delle relazioni, non resta nulla. Questo è l’orizzonte della nostra contemporaneità. La nostra società non è in grado di trattenere o conservare la propria forma. Questo porta a ridefinire permanentemente i nostri attributi personali e di relazione: la nostra esistenza è sottoposta a scadenze, smontaggi, assemblaggi, continui, senza sosta. Siamo sotto assedio. Le nostre vite sono prese nel continente nero dell’informazione, che trapassa e rende “liquida” la nostra esistenza. Non abbiamo niente – diceva un vecchio saggio indiano Hopi – ma abbiamo Il Tempo.

Da questo schizzo alcune considerazioni. La prima sul tempo. E, cioè, che cos’è il tempo per noi?

 

Politiche del tempo. Nel Tamburo di latta lo scrittore tedesco Gunter Grass narra la storia di un bambino, il quale appena vide che il suo paese cadde nelle mani dei nazisti, decise di fermare il tempo, di non crescere più. Continua così a vivere con la sua piccola statura da bambino. Freddo osservatore delle menzogne  e delle imposture dei nazisti, cammina per le vie battendo un tamburo controtempo per disturbare gli ordini che si propagano per le vie. Un giorno nascosto tra i gradini di uno stadio, sente i suoni di una parata: trombe, tamburi, cori, inni e il passo ritmato dei soldati che scandiscono il cammino. E quando nel fragore di questa marcia nazista si decide di mettere anche il suo asincrono tamburo, nessuno lo sente. Ma, pian piano comincia a disturbare un cembalista, poi un violinista e cosi via di seguito. Dopo poco la marcia militare cambia ritmo, i soldati perdono il passo. Le stonature si propagano. Strani valzer si levano dalla parata. I soldati del coro iniziano a danzare liberamente e il caos trionfa. Da una quaresima nasce un carnevale. Il tempo collettivo viene di colpo liberato dall’intruppamento militare e consegnato alla libertà. Durante la proiezione del film Joyeux calvaire di Denys Arcand, all’improvviso un barbone grida ad altri due barboni: “Non ho tempo”. Il barbone sa quello che dice. Il film mette in bocca all’ultimo della società una verità da prendere alla lettera. Il barbone non spiega perché, la sua è una percezione. Altri al suo posto saprebbero cosa rispondere, come Paul Virilio, che ha studiato a fondo le tecniche dell’esercizio del potere sul tempo. Il “tempo reale” esperito con le tecnologie informatiche, equivale allo “sterminio del tempo”. Potere e tempo sono strettamente collegati. Perché avere potere significa disporre del tempo altrui. E, oggi, questo dominio del tempo lo si può constatare con l’imperialismo della velocità, che generano, come osserva Enzensberger, le non-contemporaneità. Perseguendo l’estasi della comunicazione gli uomini si separano gli uni dagli altri. Questa osservazione da ragione a Kant quando osservava che la libertà e la felicità sono inconciliabili: la libertà unisce, la felicità divide. La libertà se non viene esercitata, si può perdere. Mentre la felicità spesso genera conflitti per la spartizione di una cosa. L’esercizio del tempo come creazione del sé appartiene alla libertà, quando questa non viene sequestrata dall’attrazione fatale della velocità, con la quale siamo già perdenti in partenza. Che fortuna per quegli indiani Hopi che non conoscono l’equivalente dell’aggettivo “veloce”. Per essi conta soltanto l’intensità dell’azione o di una relazione. Qualche anno fa in una piazza di Parigi una folla di manifestanti disoccupati gridavano: “Non abbiamo niente, ma abbiamo tempo”. E’ vero, questi disoccupati non avevano nulla ma, paradossalmente, come il bambino del tamburo di latta, esibivano un tempo non assoggettato a nulla. Per il capitalismo d’oggi questo slogan appare una bestemmia. Per esso il tempo è diventato come una bambola gonfiabile, e la libertà il suo preservativo. La bambola gonfiabile sta allo stupro del tempo come la libertà al profitto. La svizzerizzazione del tempo è contemporanea del suo crepuscolo. Sembra che anche l’arte si stia svizzerizzando se è vero, come ha affermato ironicamente Cattelan a un diffuso settimanale (l’Espresso) che il tempo che dedica alle opere è del 2 per cento, mentre quello che dedica all’organizzazione (mostre, incontri d’affari, ecc.) è del 98 per cento. Qui, tempo e affari sono la stessa cosa. Come accade al barbone che non ha tempo, anche l’arte pare condannata ad esser contemporanea di se stessa. Chissà se ciò che pensava Nietzsche a proposito dell’inattualità possa avere ancora efficacia (il fatto di non essere delle passive repliche del passato e della convenzionalità del presente). Con Faucault abbiamo avuto una biopolitica del corpo, mentre con Deleuze e Guattari un nomadismo del tempo. Analogamente, oggi, occorrerebbe prospettare un biotempo o una ecologia del tempo fondata sul ritardo, con la stessa intenzione con cui Duchamp definì La sposa messa a nudo dai suoi scapoli “ritardo in vetro”. Il ritardo prospettato da Duchamp auspicava una sconnessione col mondo convenzionale e una connessione col desiderio, come un balbettio che interrompe la frase perché c’è qualcosa di più urgente del senso: il piacere. E’ l’equivalente del riso creatore che attrae perché non si scambia con nulla. Il ritardo come imprevisto del tempo, come sorriso ironico che dilaga sulla nevrosi della marcia militaresca del tempo. Il ritardo come crepa della ripetizione dello stesso, dell’identico. Bordo sovversivo del soggetto che pone la domanda capitale, in senso nietzschiano, che cos’è per me…il tempo?

 

Ora, la “voglia di comunità” è l’inconfessabile orizzonte del presente. E’ emblema del desiderio di trovare o ritrovare un tempo al presente di fronte al quale ci scopriamo contemporanei gli uni degli altri. In ogni comunità la questione decisiva, infatti, è l’invenzione del presente. Senza che questo ci sia dato confezionato come articolo di consumo.

 

Chi siamo noi? In che cosa si riconosce una comunità? Non posso tacere il nome di colui che più di ogni altro si è immerso in questa direzione: Michel Foucault. E’ Innanzitutto ciò che ha chiamato “cura di sé”, e cioè una forma di prova biopolitica. E’ necessario occuparsi di sé nella misura in cui un gruppo o una comunità non sia strutturata verticalmente, ma sia in un certo senso “orizzontale”, plastica nelle sue manifestazioni, e in definitiva non sia governata da una tekhné politica, ideologica, ma da una politica degli affetti.

 

 

Altre archeologie. Si potrebbe vedere nell’attività della Comunità provvisoria il lavoro di un’equipe di archeologi dell’immagine, della parola e dell’ascolto. Captare suoni, visioni, vibrazioni, sapori, e tutto ciò che sfiora i corpi o li assale nell’aria. I suoi membri non avrebbero nulla in comune (perché non c’è necessariamente accordo sulla provenienza delle esperienze). Ora, perché vi sia atteggiamento archeologico è necessario che vi sia attitudine all’ascolto e attenzione al presente, e dunque, attitudine al tempo, cioè alle frequenze e ai ritmi temporali, alle sue scansioni, alle sue associazioni o dissociazioni, ma anche alle sue assenze: al silenzio. Così come l’archeologo associa l’attività dell’occhio a quello della storia, allo stesso modo la Comunità provvisoria mi è apparsa, nel suo insieme, una macchina d’ascolto che associa esperienze provenienti da scale temporali multiple (è quello che ho potuto constatare a Frigento con Franco Arminio e gli altri convenuti al “simposium” svoltosi tra cibo e pensiero).

 

Questa vocazione archeologica non segue la linea retta della storia, ma le interruzioni, le libere associazioni, le discontinuità dell’ascolto. In altre parole elegge l’anacronismo dell’esperienza dei sensi a criterio della propria attività. Dicendo anacronismo tiriamo in ballo ciò che è contemporaneo. Cosa significa?

1) Innanzitutto rifondare il senso del quotidiano non soggetto alla logica feroce del consumo e dello spettacolo, mettendo in atto delle controculture informali – non identificabili in una matrice ideologica. Si tratta di “somigliarsi” senza oggetto, senza feticcio, ma per concatenazione prossemica, per semplice contiguità affettiva, per una elementare politica dell’amicizia.

2) Questo aspetto porta a considerare un fatto decisivo: la politica dell’amicizia significa in primo luogo manifestare non la propria individualità, ma la propria unicità.

3) Ogni comunità apre uno spazio semiotico liberato dall’ossessione del Padre (il partito, l’ideologia, la religione, ecc.).

4) Questo spazio semiotico emancipato da figure totalitarie e omologanti, apre a una semiotica mutante – a una produzione di sapere e di memoria sempre mobile, mai statica e rigida. Non crea, in sostanza, mitologie regressive.

5) Ho avuto l’impressione che la comunità provvisoria nella sua articolazione orizzontale pone un corpus collettivo al modo di un ipertesto. Un’intersecazione di memorie e di eventi che si stratificano a partire dal blog. In sostanza il virtuale è al servizio del reale. E questo, credo, sia il miglior modo di utilizzarlo.

Affiora un’ipotesi: tutte le comunità nate all’insegna di questa inattualità, che praticano deliberatamente forme di anacronismo, sono delle resistenza o forme di disaccordo temporale, in quanto non riconducibili ad una temporalità dettata dal mercato e convenzionalmente accettata e veicolata dal mito della comunicazione. Oggi la liquidazione d’ogni prospettiva di futuro, l’abbandono dell’utopia, la rassegnazione di fronte alla restaurazione liberale, rappresentano fattori decisivi della crisi del presente, e implicitamente della crisi del tempo come rappresentazione collettiva.

 

Un caro saluto

Marcello Faletra

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37 Risposte

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  1. È assai difficile provare a dire qualcosa su questa riflessione estremamente significativa di Marcello Faletra.
    Ma in essa c’è un passaggio preciso che provo a riassumere con questo stralcio da Faletra:

    Su queste parole vorrei condurre una breve riflessione che è questa qui:

    La velocità è (fisicamente, de facto) un rapporto: lo spazio che si percorre in un tot di tempo.
    Il tempo, esso stesso, dunque, forma la velocità.
    A parità di intervallo di tempo che ti è dato, c’è un solo modo per aumentare la velocità, ed è aumentare la quantita di spazio che percorri in quel tot di tempo.
    Questo è la velocità, fisicamente voglio dire, non allegoricamente: più spazio percorri in un tot di tempo, più sei “veloce”.
    Oppure, ed è cosa sottilmente diversa, dato un tot di spazio, meno tempo ci vuoi a percorrerlo più sei “veloce”.

    Se, e pare assolutamente ragionevole, “L’esercizio del tempo come creazione del sé appartiene alla libertà, quando questa non viene sequestrata dall’attrazione fatale della velocità, con la quale siamo già perdenti in partenza”, allora, per quanto sopra, il non sradicamento (riassegnando al “viaggiare” quanto gli è di suo, e non surrettizio, “fuori luogo”) dalla “propria geografia” (non so dire meglio, e detto in altra maniera forse andrebbe a finire in posizioni identitarie che si sa come e perché cominciano, ma non si sa mai come finiscono) è “il modo” per rallentare, o frenare, ancora meglio, la velocità e dunque “la perdita del sé”.

    In coda al suo testo Faletra inoltre ci dice di una “politica elementare dell’amicizia”, di un “somigliarsi” “per semplice contiguità affettiva”, dove “il virtuale è al servizio del reale”, e della “unicità” di ciascuno.

    Appare notevolissima questa cosa qui, della “contiguità affettiva”.

    E che altro per davvero può essere, in una qualche maniera?

    Un caro saluto

    Adelelmo Ruggieri

    18 gennaio 2009 alle 11:01 am

  2. Si è perduto un pezzo…

    ***

    È assai difficile provare a dire qualcosa su questa riflessione estremamente significativa di Marcello Faletra.
    Ma in essa c’è un passaggio preciso che provo a riassumere con questo stralcio da Faletra:

    … La nostra società non in grado di trattenere o conservare la propria forma. Questo porta a ridefinire permanentemente i nostri attributi personali e di relazione: la nostra esistenza è sottoposta a scadenze, snontaggi, assemblaggi, continui, senza sosta … Le nostre vite sono prese nel continente nero dell’informazione, che trapassa e rende “liquida” la nostra esistenza … Perseguendo l’estasi della comunicazioni gli uomini si separano gli uni dagli altri … L’esercizio del tempo come creazione del se’ appartiene alla libertà, quando questa non viene sequestrata dall’attrazione fatale della velocitò, con la quale siamo già perdenti in partenza …

    Su queste parole vorrei condurre una breve riflessione che è questa qui:

    La velocità è (fisicamente, de facto) un rapporto: lo spazio che si percorre in un tot di tempo.
    Il tempo, esso stesso, dunque, forma la velocità.
    A parità di intervallo di tempo che ti è dato, c’è un solo modo per aumentare la velocità, ed è aumentare la quantita di spazio che percorri in quel tot di tempo.
    Questo è la velocità, fisicamente voglio dire, non allegoricamente: più spazio percorri in un tot di tempo, più sei “veloce”.
    Oppure, ed è cosa sottilmente diversa, dato un tot di spazio, meno tempo ci vuoi a percorrerlo più sei veloce.

    Se, e pare assolutamente ragionevole, “L’esercizio del tempo come creazione del sé appartiene alla libertà, quando questa non viene sequestrata dall’attrazione fatale della velocità, con la quale siamo già perdenti in partenza”, allora, per quanto sopra, il non sradicamento (riassegnando al “viaggiare” quanto gli è di suo, e non surrettizio, “fuori luogo”) dalla “propria geografia” (non so dire meglio, e detto in altra maniera forse andrebbe a finire in posizioni identitarie che si sa come e perché cominciano, ma non si sa mai come finiscono) è “il modo” per rallentare, o frenare, ancora meglio, la velocità e dunque “la perdita del sé”.

    In coda al suo testo Faletra inoltre ci dice di una “politica elementare dell’amicizia”, di un “somigliarsi” “per semplice contiguità affettiva”, dove “il virtuale è al servizio del reale”, e della “unicità” di ciascuno.

    Appare notevolissima questa cosa qui, della “contiguità affettiva”.

    E che altro per davvero può essere, in una qualche maniera?

    Un caro saluto

    Adelelmo Ruggieri

    18 gennaio 2009 alle 11:09 am

  3. ho fatto bene a riproporre il pezzo di marcello.
    adesso insieme a lui c’è pure adelelmo.

    Arminio

    18 gennaio 2009 alle 1:00 pm

  4. molto belli sia l’articolo di faletra che il commento di ruggieri, tuttavia vorrei mettere in guardia dai rischi di queste impostazioni… a me sembra che la “concatenazione prossemica” e la “contiguità affettiva” come nuovi strumenti politici non possano funzionare, li hanno sempre praticati le culture meridiane (compresi camorra o repubbliche delle bananas) con pessimi risultati, possono restare anche questi un alibi per dimenticare gli slanci, le tensioni e il rigore degli anni pre-mediatici o proto-mediatici, a cui si deve necessariamente ritornare per fondare una nuova politica… abbiamo invece piuttosto bisogno di alienarci da noi stessi (ma non nei media globalizzanti, bensì in una dimensione distanziata e insieme corporea, etica e rivoluzionaria, mistica e sessuale…)

    liviobo

    18 gennaio 2009 alle 1:30 pm

  5. In questo testo la parola “contiguità” non appartiene a una “mitologia regressiva”, né, tanto meno, segnala una prassi dai “pessimi risultati”; essa è semplicemente “la condizione di ciò che arriva dalla vicinanza”.
    Del fatto che tutto ciò possa dare luogo ad “inattualità” ci dice lo stesso Faletra in coda al testo, ma a me sembra che qui – in questo testo – si parli di questo: com’è fatta una Comunità (una pluralità di “unicità” per stare ancora alle parole del testo), una Vicinanza, dentro la Provvisorietà?

    ad

    18 gennaio 2009 alle 4:48 pm

  6. sopra ero ancora io
    un abbraccio
    buona domenica alla CP
    Adelelmo

    ad

    18 gennaio 2009 alle 4:49 pm

  7. qualcuno mi invita a nozze con le parole(“distanziata e corporea, etica e rivoluzionaria, mistica e sessuale”) aggiungo qualcosa pure io
    la persona umanaè un impasto nobile ed ignobile, sano e putrido, leale ed infido, altruista ed egoista, di vizi molti e rare virtù, di debolezze e vigorie, di salute e malattie, di temperanza ed incontinenza, di costanza ed impulsività, di coerenza e tradimenti, di entusiasmo e scetticismo, di ottimismo e pessimismo, di volontà ed inedia, di motivazione e di indolenza.
    Perchè siam fatti così, ovvero siamo stati destinati a cio’ che chiamiamo destino umano ed evoluzione della specie,ovvero siamo stati creati così, nessuno puo’ saperlo, non è dato scorgerne il mistero profondo della natura umana, della miseria morale e delle potenzialità della mente umana.
    Si prende solo atto della natura umana per come essa è stata, per come essa è , per come essa puo’ essere manipolata.
    La possibilità che ci viene concessa è quella di sforzarci di essere migliori. Se oggi riesco ad essere migliore di ieri, subentra il rimorso di non esserlo stato prima che ci fa sentire ancora più incapaci ,più inadeguati, stanchi e demotivati. la cultura dovrebbe rafforzare e rendere migliore la natura umana ma spesso difetta o viene utilizzata in maniera non appropriata addirittura pericolosamente autolesionistica. C’è chi va in giro con la “moto del tempo”, per i borghi medioevali irpini, vuole creare la biblioteca dell’anima, ma opera per schemi preconfezionati, perlopiù anglo americani, poi inserisce la sua biografia su ogni spazio virtuale del web,qualcuno potrebbe persuaderlo a fermarsi? Ci vorrebbe portare a Roma per dormire in un sacco a pelo in un diplomificio di facilitatori di council ed uscirne con il diplomino nel sacco.
    Vi scongiuro, qualcuno puo’ tentare di fermare questo fiume esondato??? Chi lo farà avrà la mia gratitudine.
    Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    18 gennaio 2009 alle 5:15 pm

  8. In questo momento preciso sta avendo inizio la seduta arianese di council,spero che Enzo sia “connesso” e possa percepire il mio pensiero nella maniera corretta e giocosa , clownesca e spensierata che gli è propria. Altrimenti vuol dire che non ho capito niente di nanosecondo e degli abbracci liberi a forma di cerchio. R.Q.

    rocco quagliariello

    18 gennaio 2009 alle 5:26 pm

  9. Ma voi vi rendete conto o proprio siete così?
    Per cortesia mi date l’indirizzo del vostro ‘fornitore’ di fiducia, perché così anch’io possa usufruire delle stesse ‘visioni’?

    E dire che qualche giorno fa, sergiogioia chiedeva a gran voce di essere chiari, lineari, e di tener conto di chi vi leggerà.

    E’ troppo per Voi ‘maestri’ umiliarvi a scrivere come persone normali. Altrimenti non lamentattevi che nessuno commenta.

    1lettore polemico

    1lettore

    18 gennaio 2009 alle 5:38 pm

  10. Ce l’hai con marcello, adelelmo, franco, livio o con il sottoscritto??? Polemica testa a testa ,ognuno si sentirà coinvolto o ti ignorerà per noncuranza. Sicut transit. R.Q.

    rocco quagliariello

    18 gennaio 2009 alle 5:45 pm

  11. @ ad
    caro ad, come vedi ci ritroviamo sulla stessa tematica su cui discutiamo da tempo… io non posso certo dimostrare che la politica della vicinanza ecc ecc porta il rischio di pessimi risultati, o comunque ci vorrebbero mille statistiche e studi per farlo…tutte le mie esperienze mi portano tuttavia a credere questo… comunque stavolta il tuo intervento è stato molto più approfondito del mio e ti assegno il round.
    @rocco
    certo, possiamo solo tendere, sforzarci. ma in che direzione?
    @l lettore
    purtroppo uno dei presupposti per costruire una comunità o una società etica è proprio la cultura e il rigore intellettuale… tutti i discorsi precedenti mi sembrano chiarissimi per chi abbia letto 3 righe di foucault o di altri filosofi contemporanei… ma averli letti, aver appreso un alfabeto comune, è un dovere, che richiede uno sforzo… altrimenti finiamo per parlare col linguaggio della tv

    liviobo

    18 gennaio 2009 alle 7:57 pm

  12. “Ma voi vi rendete conto o proprio siete così?”
    Provocatoriamente si chiede e ci chiede 1lettore sempre e pervicacemente anonimo.Ma devo riconoscere che un certo sconcerto ,imbarazzo e difficoltà ermeneutiche nel leggere questo ‘post’ e la discussione seguente l’ho pravato anche io che non mi sottraggo alle asperità e alle profondità del pensare e dell’argomentare evitando comunque l’esercizio del dovere che porta al sado-masochismo. A me piacerebbe leggere in questo spazio i racconti personali delle nostre esperienze quotidiane di vita di comunitari che vivono sul territorio e di comunitari che vivono questa esperienza nell’affetto ,nel ricordo con i mezzi che la moderna comunicazione ci mette a disposizione.Forse è per questo che leggo più volentieri di poeti che di poetica, di vite sociali e vissute che di sociologia, di uomini in carne , ossa e sangue che di antropologia , di interlocutori umorali ( anche anonimi a questo punto) ma che comunque si mettono in gioco e si espongono persino con i loro sentimenti freddi e negativi ai nostri richiami senza la presunzione però di avere la verità in tasca e via discorrendo.Anche se poi nella pratica devo ammettere che le mie stesse risposte e argomentazioni ricadono nelle stesse modalità espressive e discorsive.
    Personalemnte ho apprezzato molto l’analisi di Marcello sia per la competenza che per gli stimoli che produce e naturalmente anche tutte le considerazioni non banali degli interventi successivi di adelemo,franco livio e del ‘mastino’ rocco.
    La mia esigenza di semplicità ( non semplificazione)non è solo formale ,linguistica, grammaticale o sintattica ma una richiesta di uno sforzo di fare di quasto spazio di confronto l’espressione autentica ,concreta ,vissuta e vera di “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo” non solamente a livello mentale,cerebrale e razionale ma sopratutto emotivo e passionale .Sono “le ragioni del cuore” che dovremmo privilegiare piuttosto che le ragioni dei concetti e delle idee che pure dovremmo sviluppare e discutere ma in incontri specifici ed organizzati.
    Spero di non essere frainteso .E’ come spesso uso dire è solo “per abundantiam cordis”!
    mauro orlando

    mercuzio

    18 gennaio 2009 alle 7:58 pm

  13. Cari amici,
    vorrei chiarire alcuni punti del mio intervento fatto alcuni giorni fa (L’Irpinia come opera d’arte). Lo faccio a partire dallo strumento: il blog. Naturalmente vado per cenni e a caldo.
    Mi rendo conto che ho trascurato di specificare alcuni termini che sono stati intercettati sprovvisti di un adeguato campo interpretativo (e il mio intervento era già molto lungo). D’altra parte l’economia narrativa del blog è propria la sua velocità, il suo andare per rapsodie, ouverture, contrazioni, precipitazioni, insomma il blog è la vita immanente coniugata al virtuale. Questa immanenza è una delle questioni decisive, quasi il centro di gravità di una ricerca del senso in corso nella proliferazione delle comunità virtuali che non si limitano soltanto a “bloggare” – come accade nella maggior parte dei processi comunicativi virtuali, spesso caratterizzati da un endemico vuoto d’esistenza – ma soprattutto a testimoniare, a territorializzare, a poetizzare, a scrivere la vita, non solo personale ma anche dei prossimi nella forma della testimonianza. Il blog è la possibilità di un’esistenza dove la contiguità viene favorita perché viene meno la percezione reale di tutti quei tratti che possono costituire elementi di ostacolo alla comunicazione – cioè il regno delle credenze (realistiche) che Nietzsche ha implacabilmente criticato. Non ho alcuna intenzione di dire che il blog è la salvezza della comunicazione. Appartengo al quella minoranza di esseri che criticano ferocemente le nuove tecnologie soprattutto per i risvolti egemonici e politico-militari e la rivista che faccio (Cyberzone) è un avamposto europeo di queste critiche. Tuttavia, occorre riconoscere che il blog favorisce la messa in gioco di un esotismo radicale – alterità -, un po come leggere un testo proveniente da uno scenario invisibile, senza volto ne forma, ma al di là del reale segnato dal quotidiano, dall’alienazione, dal flusso delle apparenze. Un’impenetrabilità degli esseri che favorisce per alcuni l’uscita dal sé, o la messa in gioco di un’immanenza del sé. Detto con altre parole: il blog è performativo. Non essendovi regole, queste vengono volta per volta stabilite dalla condensazione di nuclei comunicativi che tendono ad espandersi nello spazio virtuale del blog. Si tratta quindi di una forma di costruzione del tempo. Da qui il fatto di “somigliarsi senza immagine”. Intendevo dire proprio che il blog è senza immagine preformata, la comunicazione esiste senza trovarsi a tu per tu con i tratti fisici dell’altro. Una comunicazione iconoclasta. Perché ciò che conta non è la permanenza del realismo dell’identità che favorisce l’incrostazione della personalità, e le dinamiche che spesso tendono a gravitare intorno a modelli di personalità, ma la formazione di un flusso comunicativo collettivo, una comunità provvisoria, appunto. Se usato in un certo modo, il blog mette in evidenza il dire contro il detto.
    In questo senso il blog autorizza a non dire la stessa cosa tutti insieme. Il fatto che spesso venga utilizzato invece per uniformare l’identità a un modello comunicativo (facebook) questo dimostra che esso è, come tutti gli strumenti, neutro, per cui se ne può fare quel che caspita si vuole. Da ciò una semplice constatazione: ci sono usi del blog che sono narratività disconnesse dal reale, ma interconnesse nel desiderio frammentario di dire il tempo. Domanda: esiste un’erotica del blog? Se proviamo a sottrarre al blog la sua potenza tecnica, la sua potenza feticistica (facebook), in un certo senso veicola flussi erotici. Dal momento che si da erotica solo nella sollecitazione del frammento, nell’intermittenza. Come accade nella scrittura o in altre pratiche artistiche esso dischiude briciole di tempo, luccichii di desideri. Il blog è un artificio senza desideri, ma spetta a chi lo usa farne una macchina di desideri.
    Poco fa accennavo al dire e al detto. Il primo è performativo: costruisce un presente policrono assieme agli altri. Una temporalità multipla: le voci si scambiano i loro tempi. Il luogo dello scambio e il presente nel suo farsi. Il secondo è impositivo: nonostante gli altri resta sempre lo stesso. Identità e alterità. Questa la posta in gioco nei processi comunicativi virtuali, che riattualizzano questioni già affrontate con il medium politico e musicale negli anni Sessanta e Settanta, con il surrealismo e il dadaismo durante gli anni Trenta…giù, giù fino al peccato di Eva che osò mettere in discussione il primo modello teologico di proprietà privata mangiando la mela e instaurando un tempo del desiderio che è stato poi perseguito e criminalizzato. Il mondo, ci insegna Eva, è di tutti, e nessuno può sentirsi in peccato per averne assaporato i frutti. Eva è la storia del desiderio represso. Da qui la vicinanza, spesso esagerata, tra virtualità e desiderio. Perche il desiderio ha vissuto di una storia segreta, invisibile, sotterranea, e in un certo senso anche “virtuale”.
    L’idea di contiguità non va intesa come un politica strictu sensu, al modo tradizionale di intendere la politica, ma al contrario come una rottura con le forme tradizionale della politica basate sul modello dell’identificazione di un rappresentante, con una schiera di eroi, eccetera. E’ già un atto politico il grido di un bimbo appena nato. E’ la sua affermazione rispetto al mondo. Il suo farsi spazio con la voce, l’unico strumento che ha e lo utilizza al massimo finchè con la crescita non ne troverà altri, salvo poi vederlo ripiegato nel riprodurre la miseria umana e farsi egli stesso strumento di immiserimento. Parto dal presupposto che ogni politica è un processo di emancipazione non di Oikonomia come la intendevano i romani da cui ereditiamo l’idea di politica come egemonia dei più forti. Se la contiguità del blog, mi aiuta a mutare e a raffinare pensieri e idee, allora il blog avrà avuto i suoi effetti sulla mia formazione. Ma attenzione, il blog è solo il blog, uno strumento come molti altri. Ad esempio il paesaggio non è solo un vasto spazio con alberi, colline, montagne e tutto quello che vediamo, ma anche uno strumento cognitivo: il suo silenzio è un grido di libertà contro ogni tentativo di farlo parlare per forza, attribuendogli significati che non ha. Il paesaggio non ha “valore”. Non può essere scambiato nella logica del valore. Sulla scia del mio compianto amico Jean Baudrillard, dico che esso è inescambiabile con alcunché. Perché tutto ciò che entra a far parte del valore, compresa la memoria, lo si può negoziare, trattare, ridurlo a merce. Mentre il paesaggio è l’intrattabile. E’ ìnapprezzabile: non ha prezzo. Questa, credo, sia una politica. Quella di riconoscere che nel mondo come fra gli uomini vi si sia dell’intrattabile, qualcosa di irriducibile al un valore comune. Per unicità intendevo esattamente questo.
    Un caro saluto
    Marcello Faletra

    P.S. Che cos’è una comunità? Il clinamen dell’individuo. Un’inclinazione, un’aderenza verso l’altro. Avvertire la vicinanza e farsi trascinare da essa. Oppure: il fatto di spezzare il rigido atomismo che separa gli esseri gli uni dagli altri. Spesso noi condividiamo solo la separazione. Condividiamo il vuoto fra noi. Perchè in questo caso l’individuo sarebbe solo quel che resta dell’esperienza della dissoluzione della comunità politica. Va subito chiarito che la comunità non significa solo la necessità di colmare un vuoto lasciato dalla mercificazione della politica e dalla privatizzazione dello spazio pubblico.
    Ma il problema di una comunità va al di là del fatto politico. Anche in una società realizzata, senza sfruttamento e senza corruzione, in una società utopicamente felice, il problema ritornerebbe sotto altre forme. Perché il problema del senso della propria vita non è solo colmabile con una risposta d’ordine morale (la società senza più sfruttati), ma della specificità, dell’unicità che portiamo dentro di noi. Non nel nostro presunto “soggetto”. Il soggetto non esiste. E’ un’invenzione metafisica che seguiva la visione tolemaica del mondo. Il soggetto è sempre soggetto a qualcosa o a qualcuno. Il soggetto richiama già il giudice, l’insegnante, il prete, il moralista, l’ideologo, insomma un tribunale politico, moralistico, giudiziario, psichiatrico…Ogni campo di concentramento ha richiesto l’individuazione di un “soggetto politico” o “razziale” (i “comunisti”, gli “ebrei”, ecc). Fino ad ora abbiamo fatto un’esperienza della politica come arte della soggiogazione e della soggezione. Occorre restituire a questa parola un senso diverso: arte della sconnessione col potere, arte del dubbio, la ricerca del senso che parte dalla semplice domanda: che senso ha il mondo per me? Questa domanda si apre al rischio dell’assenza di risposta, ed proprio a questo punto che inizia il processo errabondo della ricerca di un senso. E’ l’incertezza che segna il tempo degli esseri. Non il fatto di trovarla dietro un angolo, come se fosse qualcosa di manipolabile. Non è nello spazio che troviamo la riposta, me nell’incessante gioco di rinvio temporale.
    Questo è la consegna delle ricerche di Foucault. Ma i processi di soggettivizzazione si. Questi sono clinamen. Pieghe dell’individuo verso l’altro. Ripiegamenti sull’altro. Quando Kafka innesca nella letteratura maggiore tedesca visioni e metafore dello Jiddish, pratica un processo di soggettivizzazione, innerva la lingua minore in una lingua maggiore, modificandola. Questa è la grande eredità di Kafka. Occorre fare delle lingue minori delle lame affilatissime per modificare l’impero delle lingua maggiori. E’ in questo lavoro di nomadismo del sé che si gioca implicitamente il senso di una politica degli affetti. Perché lavorare una lingua minore implica amare questa lingua a tal punto da farne un grimaldello per trasformare il mondo che ci circonda, o almeno per non essere schiacciare da esso.

    marcello faletra

    18 gennaio 2009 alle 9:38 pm

  14. capisco il punto di vista di mercuzio, ma non sono d’accordo:va bene raccontarsi, parlare della propria giornata, del cazzo e della fica o del caciocavallo podalico (associazione infelice…ma in un blog va lasciata)ma se tutto ciò non va inqaudrato in uno schema “culturale” in senso per favore non antropologico, finisce per ridursi alle idiozie di amici o l’italia in piazza…si fa il gioco della destra…si soggiace…si fallisce il fine comune spero a me e mercuzio, e cioè il bene degli uomini.
    molto bello ancora l’intevrneto di faletra… per quel che ho avuto il tempo di leggerne… perchè appunto qui dà ragione agli anonimi se in un commnento che si dichiara per di più esplicativo, spara 3 schermate di analisi…direi che nel dialogo web va usato un altro codice, più sintetico e immediato… e smentisce cos’ anche quanto teorizza, la possibilità di innervare una lingua minore in una maggiore…

    liviobo

    18 gennaio 2009 alle 10:48 pm

  15. Niente tregua
    per la mia indifesa coscienza.
    Incognita anomalia.
    Sangue freddo per vivere.
    Disorientamento.
    Le mie vene calde e pulsanti
    in eterno conflitto.
    Dissanguamento per vivere.
    Bramo un pensiero gentile,
    ma dove cercare?
    Traboccanti d’incomprensione
    i miei occhi:
    traboccanti d’amore e voragini.
    Niente tregua per chi cerca felicità
    nel grembo di ottuse città.
    Cado nel precipizio del tempo…

    Paolo battista...

    19 gennaio 2009 alle 12:31 am

  16. l’analisi e le considerazioni di marcello sono così fitte di spunti, di contenuti che necessiterebbero di un campo aperto, di ascolto, di accoglienza e di confronto in cui trovare respiro adeguato…di un tempo (tempo appunto)selezionato e dedicato, scelto, preferito, consapevole in cui, insieme, stare e “restare” a ragionar di comunità.
    Mi piacciono molte considerazioni come quella della comunità come opera d’arte, come uscita dal disastro, come interruzione, come frammento; come luogo per la cura di sè in un gruppo non strutturato verticalmente ma orizzontalmente, plastico nelle sue manifestazioni, governato dalla politica degli affetti, aggiungo l’espressione di Rocco, dove si insegue una civiltà dell’amore, dove ci si somiglia per una politica dell’amicizia che può permetterci di manifestare non la nostra individualità ma il nostro essere unici. Marcello osservando questa comunità provvisoria ha avuto l’impressione di un corpus collettivo al modo di un ipertesto, una intersecazione di memorie e di eventi che si stratificano partendo dal blog, che viene ad essere strumento virtuale al servizio del reale.
    Marcello però non è andato avanti (e mi piacerebbe che lo facesse) nell’analisi degli elementi caratterizzanti questa comunità provvisoria. Mi riferisco ovviamente alla paesologia e alla poetica di franco arminio…mi piacerebbe leggere sue considerazioni sulla paesologia di franco come modalità, come approccio al territorio irpino, sulla poesia e sulla scrittura, insomma sulla ricerca che è alla base di questa comunità provvosoria e che interessa credo tutti coloro che ne vogliono far parte.

    monica

    19 gennaio 2009 alle 1:31 am

  17. @ liviobo
    caro spocchioso e nel caso concreto pacchiano intellettuale, ricorrere all’insulto basato sulla falsa convinzione di essere superiore a causa di qualche libro in più letto (ma poi siamo certi che l’ha letto? o come fanno certi imparano solo qualche citazione da usare a mo’ di un azzeccagarbugli che deve ‘circuire’ l’inesperto interlocutore, nel volgare tentativo di fornire credenziali?), è il modo migliore di dire senza veli chi si è.
    Mi creda io non sono venuto nel blog con la piena e l’anello al naso lo perdetti prima dei suoi antenati.
    E’ però con sommo rammarico che convengo con Lei che la mia ignoranza non è pari alla sua (è la mia unica citazione che posso al momento sfoggiare), lo ammetto candidamente.

    Però posso dire da ignorante: chi ha ragione non grida: parla; chi ha da dire, non infiocchetta o turlupina: porge; chi ha cultura la usa: non la rinfaccia.

    1lettore ignorante

    1lettore

    19 gennaio 2009 alle 2:24 am

  18. si è svelato l’arcano segreto, il nostro lettore polemizza con una persona in particolare: non si capisce se è un commento a reazione o una reazione a “catena di santantuono”…se sono rose fioriranno a maggio naturalmente, in ogni tempo artificialmente Arminio tace ma non credo che acconsente… R.Q.

    rocco quagliariello

    19 gennaio 2009 alle 6:32 am

  19. La risposta dell’anonimo che rivendica non so quale civiltà (“l’anello al naso lo perdetti prima dei suoi antenati”) e che esordisce con toni offensivi, rivendicando atteggiamenti da bullo fino alla delazione (“ma poi siamo certi che l’ha letto? O come fanno certi che imparano solo qualche citazione…”) e tipica del gergo della semplicità che regna nelle caserme e che contraddistingue certe trasmissioni televisive condotte per esempio dalla DeFilippi e da altri eroi del gergo della semplicità come se ne trovano in politica, come quelli che possiamo vedere nel partito delle libertà. Non ha importanze se poi non fa parte di questa schiera, ma si comporta come questi. E’ l’atteggiamento condiviso anche dai pantofolai che vogliono capire tutto e se non capiscono è perché gli altri fingerebbero di sapere qualcosa. Per questa genia incallita di ex ominidi che si vantano di aver perso gli anelli al naso (il paragone qui i ingiurioso verso i “primitivi”), l’umiltà di riconoscere che al mondo ci possono essere cose che sfuggono alla loro comprensione non esiste. Tutto deve essere chiaro e subito. Altrimenti si arrabbiano. Anzi: questi bulli da blog non vedono l’ora di aggredire col falso atteggiamento di chi ha capito tutto perché il loro complesso dell’ignorante se lo portano addosso come un tratto negativo. Soprattutto l’ex bipede ormai pensante a tal punto da essere semplice e diretto senza peli sulla lingua ricorda certe espressioni di Ignazio La Russa – il fascista mai pentito – che parla chiaro, semplice e diretto e se occorre offende per dimostrare – come ha fatto con l’altra fascista la Mussolini – a cui durante una lite gli ha detto che lui “ha dimostrato di avere i coglioni di cemento” e che non ha paura di nessuno. Solo che a differenza di La Russa l’ex ominide supercivilizzato che ha capito che lui ne sa più degli altri (come se si trattasse di gareggiare), che non ha paura di aggredire pubblicamente, si trincera, nell’anonimato tipico dei codardi. Dimostrando di essere quello che è: un miserabile civilizzato, un gergaiolo del giardini dei semplici. Offensivo gratuitamente anche per il forum che in questo caso sarebbe un gregge di pecoroni. Perché il gergo della semplicità non è altro che quello della chiacchiera, del supermercato dove la comunicazione è diretta, semplice, comprensibile da chiunque, pure dalle bestie, e dove tutti sono riconosciuti e promossi al rango di consumatori. La richiesta dell’ex portatore di anelli al naso
    sarebbe la semplicità, perché lui non ci avrebbe capito nulla, come capitava e capita ancora a certi rappresentanti delle forze dell’ordine durante le manifestazioni, che si scagliano come pittbull verso i dimostranti e vendicandosi a colpi di manganello (quando andava bene), riscattando la loro presunta “inferiorità culturale” ingerita in anni di educazione al nemico. Che nel pensiero come nell’arte non ci possono essere valori approssimativi da supermercato per l’anonimo non conta. Il gergo dei semplici e diretti – che in genere è quello folkloristico che uccide le culture locali in nome del turismo di massa – è totalitario nella sua richiesta di avere il mondo a partata di mano, come quella scena del film di Chaplin su Hitler quando giocava nel suo salone col mappamondo facendolo rimbalzare tra le mani. Il mondo era tutto suo, chiaro e semplice, senza complicazioni.

    marcello faletra

    19 gennaio 2009 alle 12:58 pm

  20. se quagliariello leggesse, se leggesse, se finalmente leggesse, capirebbe che non polemizzo con una persona, ma con ‘quella’ persona che in risposta ad un mio precedente commento, crudo, si sente in dovere di insultarmi rinfacciandomi di non avere sufficienti letture tanto da non capire (non solo lui, ma proprio di non capire). Pertanto se la merita la mia risposta.
    E il violento sarei io? che ho criticato i vostri modi non le persone.
    Avete insultato pure ‘il vostro amico’ mercuzio del quale ovviamente probabilmente ve ne infischiate, che eccepiva le medesime cose dette da me: e non è nè illetterato nè anonimo come me, eppure con quegli scritti lo aggredite lo stesso. Siete insofferenti, egocentrici, autoreferenziali: fascisti dentro?.

    Quanto alla ‘tigre di carta’ di faletra provvederò a sostituire, nel suo scritto, le mie citazioni con le sue per dimostrargli che le cose che ha detto contro di me si addicono perfettamente soprattutto alle cose che dice lui.

    Se poi volete mantenere come fiore all’occhiello del blog simili isterici intolleranti, è lettimima scelta, naturalmente, ma non essendo voi una congrega chiusa dovete sopportare che qualcuno possa poi criticarvi.

    Quanto ai miei scritti la scelta dell’anonimato non è strumentale agli attacchi che dite che vi porto, è legittima come la scelta vostra di apparire.

    Io sono una persona. Comprendete il senso di questa semplice parola? Siete esseri feroci quanto quelli che si vedono in quella foto da prima pagina nel post “senza parole”, perchè ‘uccidete’ le persone!!! Io sono una persona che esiste. Io sono una persona che esiste e vi ascolta e vi legge e vi commenta. Ma che proprio perchè persona eccepisce avendone la facoltà. Se non sopportate le eccezioni pensandovi il ‘sale della terra’, se non accettate (dico accettate!) tali critiche, forti ma non crudeli, siete come bambini capricciosi che invocano ‘papà’ per avrere suffragio in uno scontro perso. E lo sapete che avete perso e proprio per questo siete più feroci.

    1lettore

    ilfesso

    19 gennaio 2009 alle 1:50 pm

  21. Caro “Lettore, 1 lettore ilfesso”

    giù le armi per favore. Dici che ti rivolgi a “quella” persona che ha per prima offeso e poi generalizzi coi tuoi “siete siete siete” eccetera eccetera.

    Per quanto mi riguarda ( e concordo con Nanos) se ci disponessimo con “cuore gentile” nell’argomentare forse la sostanza di ciò che vogliamo “trasmettere” arriverebbe prima e meglio. L’rrisione, il sarcasmo aggressivo eccetera, sono sentimenti freddi, che “chiudono” la comunicazione, fanno stare sulla difensiva, non stimolano all’ascolto.

    Da tempo noto una serie di attacchi insistenti, premeditati al blog, a franco arminio (che giustamente chiosa “sono in croce, ma non sono il nazareno”) a verderosa e ai comunitari che si comporterebbero da “pecorame” eccetera.
    Chi dice queste cose – dunque negando “dignità”, valore ai propri interlocutori – poi rivendica di “essere persona” ecc. ecc. Il blog è scritto, restano tracce. Non si tratta di recitare il “sei stato prima tu – no, prima tu”…ma è un fatto inoppugnabile, almeno da quando frequento questo blog, che c’è una fredda, determinata animosità contro molti suoi animatori, in particolare contro armin e verderosa, che strumentalizzarebbero tutti gli altri chissà per quali oscuri inconfessabili fini o di bassa bottega elettorale : se si tratta di questo, è ben poca cosa: nessuno è obbligato a votare arminio e/ o verderosa in questa o quella lista elettorale. Quello che ho fin qui visto, quello che è stato fin qui fatto/proposto nella realtà e con questo blog ( emendabilissimo e migliorabilissimo, anche nei codici del/dei linguaggi) è PRODIGIOSO, è un onore per TUTTI quelli che vi contribuiscono e vi partecipano, nella lora UNICITA’ E DIVERSITA’ DI OPINIONI. Concentriamoci su questo, con animo fraterno.

    Orsù, prendiamo esempio da Nanos, che non solo “dice” quel che pensa circa la non aggressività e la democrazia orizzontale, ma la pratica, con senso di rispetto e amore per gli altri amici comunitari e per sé.

    Secondo me è un esempio da seguire. Con questa disposizione d’animo si può fare molto e costruire molto. e A QUESTO PUNTO urge UN CONFRONTO CHIARIFICATORIO.

    Guardate che le “intenzioni recondite” le si possono attribuire anche a chi accusa di ciò gli altri…. e come vedete, di questo passo si va a finire non dico a Gaza, ma ad altro tipo di distruzione.

    Questo non è giusto, non lo voglio, però non mi metto l’elmetto per impedirlo. Semplicemente agisco per il bene, in perfetta lucidità e buonafede, con piena capacità “politica” di comprendere…. nonostante le “faine che camminano sui cavi della luce”, o giù di lì.

    Un’ultima cosa. Basta anonimato. Qui non si tratta di “timidi fanciulli” che hanno paura di apparire, ma di adulti lucidi freddi calcolatori, magari un po’ così, di sicuro non di ragazzi ingenui.
    Che ciascuno si assuma la responsabilità di quello che dice, e soprattutto impariamo a dirlo con rispetto, anche il nostro estremo dissenso, alla maniera del “Candide”volteriano, con in più il calore e la spiritualità che suggerisce Nanos.

    Deponete le “armi”(nio), tutti!

    Va bene. Un abbraccio a tutti.

    Saldan

    Salvatore D'Angelo

    19 gennaio 2009 alle 3:29 pm

  22. L’amico lettore ,poi fesso, mi invita a leggere leggere leggere. Ma cosa devo leggere ancora oltre quello che ho letto . Se mi consenti, mio caro, io leggo se trovo interessante il commento altrimenti salto a piè pari ad altro argomento ed altro capitolo.
    Mica è un libro il blog.
    Mica è un misterioso giallo il blog
    Mica ce lo ha consigliato il medico di leggere tutto quello che viene scritto sul blog.
    Uno scrive quel che gli va di scrivere. Altri commentano se trovano spunti interessanti o stroncano se il contributo merita critiche feroci.
    Intanto Armin sull’argomento TACE, TACE, TACE. Prepariamoci al peggio… Cordialità R.Q.

    rocco quagliariello

    19 gennaio 2009 alle 3:47 pm

  23. Sento troppi rumori di fondo metallici e anche un venticello non primaverile e anche un pò maleodorante di parole che hanno perso la loro leggerezza sacra ma anche poetica di stabilire rapporti umani tra esistenze concrete singolari- plurali.Il silenzio di franco un pò mi inquieta ma mi conforta la considerazione che è la mancanza di senso di impunità del ruolo di chi è oramai costretto a non scrivere per sè solo.Il buon livello , la ricchezza culturale e le articolate proprietà linguistiche di per sè non producono la qualità complessiva e la crescita della nostra esperienza comunitaria.Troppa specializzazione e complessità comunque storpia e può anche uccidere!
    Qualcuno ha scritto della nostra condizione di persone soggette alla Tecnica o alle tercniche che:
    Un giorno anche gli dei si sono ammalati per aver creato un mondo inferiore alle loro aspettative.
    Anche il cielo è malato.Nel cosmo è nascosto un tarlo
    Anche la luce è malata .
    Anche il tempo è malato.
    Anche la vita è malata anche solo biologicamente senza le pretese asolutistiche della teologia .
    Malato è anche ‘il logos’ (scientifico ed umanistico)che in piccolo non riesce neanche a rimettere ordine nella babele culturale e linguistica di un semplice ‘blog’ di una ‘comunità’ per fortuna programmaticamente provvisoria.
    Ognuno di noi così sensibile al generale e all’individuale assieme rivela nella pratica una indisponibilità anche solo percettiva per le determinazioni in cui l’individuale si concretizza e preso nei propri labirinti linguisici e logici trascura il generale anche quando solo traspare almeno come fine più immediato.
    “Quando si dà una libertà caotica di determinazioni-come monadi chiuse e cieche- si assiste necessariamente alla loro polverizzazione che affoga in una sorta di libertà ideale e perfetta dove l’arte sprigiona tutti segni coniugabili arbitrariamente a che se con creatività, dove la letteratura decrive tutte le vite in generali,tutte le epoche e tutti i territori posibili e immaginari, tutte le coscienze e non la propria coscienza e la cura di sè, tutte le profondità e tutti i mondi perduti, dimenticati o ancora scoperti e offende il passato e il presente delle proprie facce e storie come grumi doloranti e zavorre fastidiose.
    Libertà totale senza uomini cnocretamente liberi o che praticano a fatica le proprie libertà, enorme quantità di messaggi che non comunicano più niente di sè e degli altri da sè, tante parole il libertà o per necessità senza parole che raccontano amori, gioie,dolori, sogni di persone in carne ed ossa.Parole a volte volutamente senza senso,senza discorso, senza natura, senza uomo senza un futuro e senza un attesa”.
    A differenza degli dei,del cileo,della luce ,del tempo, del logos in generale questo stato di cose può tradurre ad ognuno di noi particolare la sua infermità,il suo conflitto,il suo dolore, la sua solitudine ,la sua gioia , il suo caos insomma , in salute e creazione anche nel progetto quotidiano di costruzione in itinere di una semplice,limitata e provvisoria comunità.
    E come Nietzsche mi chiedo e vi chiedo “c’è ancora del caos dentro di voi ? C’è ancora una stella danzante?”
    E con questo scritto un pò caotico e un po scorato mi prendo una breve pausa di silenzio e di scrittura con diritto e dovere di lettura e di ascolto.
    mauro orlando

    mercuzio

    19 gennaio 2009 alle 3:52 pm

  24. caro fesso, tu vai davvero a ruota libera, mi risulta che sei tu che mi hai dato del pacchiano e peggio, io ho solo rivendicato astrattamente il valore della cultura, e ho fatto presente che il testo di faletra (che mi sembra di capire sia un docente universitario) è chiarissimo per me, per arminio che lo ha (ri)pubblicato, per rocco e per chiunque abbia appreso il codice culturale che adopera…peraltro mai avrei potuto offenderti personalmente, essendo tu un anonimo, dunque nessuna persona…
    saremo pure crudeli, ma chi è crudele col nulla è innocente

    liviobo

    19 gennaio 2009 alle 4:10 pm

  25. peccato che il signor borriello si esprima in tale maniera…cercare legittimazioni teoriche al proprio pensiero e inquadrare ogni argomentazione in prospettive di cultura accademica non fa che evidenziare la crisi della soggettività umana che si esprime nelle forme estreme dell’incomunicabilità implicita e dell’omologazione.
    Ovvio che poi non solo la soggettività ma anche la societa’ risulti frammentaria, scissa e molecolarizzata.

    orlando

    19 gennaio 2009 alle 4:46 pm

  26. Viene pubblicato un testo, alcune persone lo giudicano interessante e giudicano di scrivere qualcosa su di esso.
    Poi un lettore scrive: “Ma voi vi rendete conto o proprio siete così? (…)”
    Succede il parapiglia.
    L’oggetto di cui si sta discutendo, ognuno come può, scompare.
    Ma veramente, Ma che roba è questa qui?
    È come se delle persone stanno discutendo tra di loro e si comprendono sulle cose che si stanno dicendo, e arriva un’altra peusona e dice: “Qui non si capisce niente. Stop. Termine della discussione.”
    Allora uno degli altri chiede: “Va bene, dicci che cosa è che non si capisce, si riprende a parlare da qui”.
    Uno si aspetta una cosa come questa, visto che gli altri si stavano comprendendo.

    Secondo me bisogna riportare il testo di Faletra e il commento a seguire al centro di questa nostra discussione.

    Un saluto caro a tutti
    Adelelmo

    ad

    19 gennaio 2009 alle 6:01 pm

  27. Parole sante, caro adelelmo….il guaio è che vi sono dei “sottotesti” ( a prescindere dal testo di Marcello) che si vanno trascinando da un po’ e sui quali sarebbe utile confrontarsi con spirito positivo e reciproco rispetto.

    Veniamo al testo di Faletra:

    Posto che ciascuno di noi è UNICO e IRRIPETIBILE ( Marcello richiama l’espressione di Foucault) , che noi si sia disposti a praticare una democrazia (e leadership) “orizzontale”, e a vivere un’esperienza non connotata da “una tekhné politica, ideologica, ma da una politica degli affetti” (facendo attenzione a non incorrere nei rischi paventati da livio bo), credo che i cinque punti che ci sottopone sono centrali ed essenziali- Dunque :

    1)” Innanzitutto rifondare il senso del quotidiano non soggetto alla logica feroce del consumo e dello spettacolo, mettendo in atto delle controculture informali – non identificabili in una matrice ideologica. Si tratta di “somigliarsi” senza oggetto, senza feticcio, ma per concatenazione prossemica, per semplice contiguità affettiva, per una elementare politica dell’amicizia.”

    Dal 22 novembre seguo la CP; ho partecipato a 3 incontri “reali”; seguo il blog e vedo che sono state organizzate cose straordinarie: incontri di architettura, proposte e cura del paesaggio, una proposta di legge per l’istituzione del parco dell’Irpinia d’Oriente, l’idea della guida; e tante altre bozze di iniziative; la fantastica “intuizione” di Nanos, di “praticare” la democrazia orizzontale, dando vita alla “Biblioteca dell’Anima”, da “aggiungere” a quanto fanno armin, verderosa e altri della Cp, Biblioteca dell’Anima non da “contrapporre” polemicamente, non clava per “interdire”. Ecco ciò che il filosofo chiama “concatenazione prossemica, contiguità affettiva, politica dell’amicizia”; ecco quello che Nanos chiama “concatenazione dei cerchi “ , concetto che rende meravigliosamente plastico con l’immagine sul suo blog http://www.girodivite.it”; ecco ciò che io chiamo , marxianamente, “politica degli scambi e delle sinergie”; ecco dunque “ le controculture informali” che vivono miracolosamente l’una accanto all’altra. Perché questo duri e dia frutti POSITIVI, bisogna che ciascuno di noi vi AGGIUNGA un “plusvalore” non materiale, ma “affettivo”; che sia cioè disposto a “farsi bambino” ad essere “candido”, ad aprire credito al proprio sé insieme – non prima né dopo- ma insieme all’altro.

    2) “Questo aspetto porta a considerare un fatto decisivo: la politica dell’amicizia significa in primo luogo manifestare non la propria individualità, ma la propria unicità.”

    Ed infatti, cosa sostiene –almeno da quando seguo la CP- Nanos? Esattamente questo : ciascuno di noi è “unico”, che ha una sfumatura più “calda e affettiva” rispetto a “individuo, individualità”, termine più freddo, che rischia di farci essere sempre più “monadi” chiuse, incomunicabili; come con un po’ di scoramento sostiene “Mercuzio” Orlando (Che tu sia benedetto per il report del “treno delle 0,30 Milano-Desenziano”). Per paradosso, è esattamente quanto “sostengono” – in negativo- gli “anonimi” che insistono su “io sono persona persona persona” e hanno paura di essere “strumentalizzate e/o essere trattate come “bestie da ammaestrare” da un improbabile domatore. Non abbiate paura, praticatale questa vostra unicità nella “comunità” che frequentate . Agite per COSTRUIRE per dare, NON PER INTERDIRE. E’ stato abbondantemente detto – e sottoscrivo – che vogliamo dar vita a “controculture” informali, a modi d’agire diversi dal politicame miserevole , che – al suo meglio – si riduce ad essere una chiusa accolita di “specializzati” eccetera

    3) Ogni comunità apre uno spazio semiotico liberato dall’ossessione del Padre (il partito, l’ideologia, la religione, ecc.).

    Il punto tre rafforza quanto sopra. Lo capisce pure un bambino o un “fesso” che ciascuno di noi, se pratica la CP e continua a farlo, è perché è “naufrago” (e non uso il termine in senso negativo) da quei valori morti, che ripetono autisticamente se stessi, incapaci di “trasmettere” il calore di una verità autentica. Insomma, se pratichiamo la CP è perché non vogliamo essere “zombi” da centro commerciale (con tutto il rispetto della cosa “in sé”, e non per il suo valore “fattuale”, purtroppo).

    4) Questo spazio semiotico emancipato da figure totalitarie e omologanti, apre a una semiotica mutante – a una produzione di sapere e di memoria sempre mobile, mai statica e rigida. Non crea, in sostanza, mitologie regressive.

    Su questo siamo tutti d’accordo a prescindere, siamo tutti Volteriani ( con , in più, noi “post-moderni” il fatto che non abbiamo illusioni nemmeno sull’idea “totalitaria” della “ragione illuminata”, ma più prosaicamente ci accontentiamo di “verità” misurate dall’esperienza, dall’”esperimento”; in più, siamo anche disposti – da “diversamente credenti” (che tu sia benedetto, Mercuzio!) ad avere una “visione aperta” anche a ciò che non è immediatamente “visibile” e/o percepibile”
    Insomma Quagliariello NON è FIGURA TOTALITARIA, Arminio NON è FIGURA TOTALITARIA, Io NON SONO figura totalitaria”, Ilfesso NON E’ FIGURA TOTALITARIA. Gaetano Calabrese NON E’ FIGURA TOTALITARIA, eccetera eccetera, ma tutti insieme formiamo una TOTALITA’ DI “UNICITA’ SINERGICHE E LIBERAMENTE SCAMBIANTI”. Dunque, siamo MUTANTI MOBILI DINAMICI in cerca di MITOLOGIE PROGRESSIVE, non con l’ardore dei fideisti, ma con la sante follia e consapevolezza della nostra PROVVISORIETA’, di essere COMUNITA’ PROVVISORIA, APPUNTO!

    5) Ho avuto l’impressione che la comunità provvisoria nella sua articolazione orizzontale pone un corpus collettivo al modo di un ipertesto. Un’intersecazione di memorie e di eventi che si stratificano a partire dal blog. In sostanza il virtuale è al servizio del reale. E questo, credo, sia il miglior modo di utilizzarlo.

    E qui, “cuciamo” le tante riflessioni sin qui fatte (Orlando Mercuzio, Franco, Rocco, Angelo, Monica, Eldarin, Sergio, Nanos, Liviobo, e tutti gli altri che ora mi sfuggono) per COSTRUIRE : a) come migliorare l’efficacia del blog come strumento virtuale al servizio del reale? b) come articolarne i “linguaggi” i codici “narrativi”?, più semplicemente come farvi vivere – senza produrre black out- i diversi “livelli di linguaggio”, senza che si creino “complessi di inferiorità” né di “superiorità”? c)come intersechiamo le nostre memorie con gli eventi che vogliamo costruire? (riprendo non solo Marcello, ma anche Mercuzio): Nanos ha già detto qualcosa.

    Io ho una “montagna” di SINERGIE e PROPOSTE che vanno in tal senso. Ma, siccome sono stato “lungo”, me le riservo per altro “luogo e spazio”. Ora è il momento di raccogliere l’invito di Adelelmo . Ed è quanto ho cercato di fare.

    Orsù, fratelli, deponete armi – e arminio dalla croce, e gridate con me il gioioso grido di Nanos uuuuuauuuu uuuac!

    Con amorevole affetto

    Saldan

    Salvatore D'Angelo

    19 gennaio 2009 alle 8:06 pm

  28. Cari amici,
    se ho capito bene sono stato utilizzato per altri scopi. Il blog trasformato in una scenografia da burattini e burattinai. Reputo il blog un’agorà. Ossia uno spazio democratico. Non il luogo di
    Doppigiochi e mascherate. Tuttavia, non rinnego la mia risposta, dal momento che sono stato strumentalizzato. Intuisco risentimenti di cui non voglio sapere nulla.
    Occorre invece costruire lo spazio del dialogo e del dissenso, non della provocazione e dell’offesa o dell’insinuazione. Quest’ultimi appartengono ad altre specie di agorà.
    Piuttosto rilancio la questione con questo singolare passaggio di Franco Arminio. A pagina 91 del libro di Franco Arminio (Vento forte tra Macedonia e Candela) leggo: “Qualche giorno fa dicevo a un amico che noi ci aspettiamo adesso quello che poteva avvenire solo vent’anni fa e ci aspettavamo vent’anni fa quello che potrebbe avvenire solo adesso”. Come dire: quello che si è immaginato nel passato è diventato reale oggi. Estendendo il concetto si può dire: il XIX secolo ha immaginato quello che il XX secolo ha realizzato. I racconti del fantastico e dell’orrore, ad esempio, (Poe, Lowercraft, Stoker, ecc,) sono diventati realtà con le camere a gas o con il corpo postorganico. Sicuramente non è questo il pensiero di Arminio. Ma il concetto in sé autorizza a pensarlo. Questo ci suggerisce che l’immaginazione non è estranea alla realtà, ma in qualche modo la precede, la intuisce, la racconta nelle forme del “fantastico” o dell’”orrifico”. Il “castello” di Kafka visto da questo punto di vista è un preludio ai lager nazisti, dove Dio non arriverà mai. Aspettando Godot (Beckett inventa un idioletto per dire Dio: God-ot) è la risposta a Kafka. Un’interminabile attesa, senza fine, eterna, dove nel frattempo succede di tutto e il silenzio di Dio diventa un diluvio universale. L’immaginazione si materializza nelle forme concrete della vita quotidiana. La colonizzazione sognata da Isabella di Spagna diventerà nei secoli successivi una truce realtà, fino alla colonizzazione genetica d’oggi, sognata quest’ultima dal nazista Mengele. L’immaginazione, dunque, non è cosi innocente o estranea ai fatti, ne è il segno anticipatorio. Un pò come le nuvole che sono il segno della pioggia. Ma se l’attività dell’immaginazione è solitaria, la sua realizzazione è spesso collettiva. Quando qualcuno sogna di costruire un ipermercato dove non serve a nulla se non a far soldi, quando ci riesce ciò che è stato fatto cade sulle spalle di tutti. Ciò che si realizza è allora il crepuscolo dei luoghi. La chiusura dello spazio. Occorre avere molta immaginazione per prevenire i disastri di domani.

    marcello faletra

    19 gennaio 2009 alle 8:13 pm

  29. ovviamente il caro fesso non si riferiva a orlando, ma al fesso professo e confesso già “1 lettore”.
    comunque, dice bene adelelelmo anche se un po’ di metadiscorso è sempre stato tipico dei blog.
    in particolare io credo anche necessario un recupero dell’insulto etico, della forma protogiuridica di controllo sociale che esso rappresenta, ma questi scambi mostrano quanto sia difficile praticarlo.
    bello, fra gli altri spunti, il concetto che l’immaginazione precede la realtà, è proprio in ciò che risiede il valore della cultura, nella sua capacità di produrre futuro, di incrementare il mondo.

    liviobo

    19 gennaio 2009 alle 10:17 pm

  30. scusate se mi inserisco su questo post (ma un certo collegamento ci potrebbe essere), per fare un nuovo elogio al council organizzato ieri da enzo nanosecondo ad ariano irpino. stiamo cercando di scavare dentro noi stessi, di farci conoscere agli altri del circolo, anche e soprattutto nelle nostre debolezze, paure, delusioni…venite, c’è ancora posto

    sergiogioia

    19 gennaio 2009 alle 11:05 pm

  31. e poi permettetemi ancora di ringraziare angelo verderosa per la splendida giornata di architettura in irpinia di sabato a nusco. venite, venite, venite al prossimo appuntamento

    sergiogioia

    19 gennaio 2009 alle 11:07 pm

  32. sergio non è conveniente per te partecipare agli eventi comunitari e contemporaneamente fare pubblicità alle sedute di council sul cerchio dell’anima che nanos va organizzando nella valle dell’ufita.
    Il council è un fatto privato, direi intimo, sul quale c’è il patto sacro di non divulgare a nessuno il contenuto.
    Gli eventi comunitari sono pubblici ed ambiscono a trasformare la realtà, a modificare una mentalità, a realizzare una controrivoluzione, post moderna tardo medioevale.
    Nessuno ha bisogno di imparare le techiche del council che tra l’altro sono anglo americane e neppure tibetane .
    Tutti hanno bisogno di respirare aria nuova, politica nuova, poesia verace autentica intrisa da sentimenti forti e non da risentimenti.
    Il council è mestiere per vulnerabili, per personalità che hanno avuto un arresto dello sviluppo dell’Io, un disturbo evoluto in un disagio comportamentale ed esistenziale.
    Basta leggere le biografie di coloro che si occupano di council e di sistemi di facilitazione del council per capire.
    La medicina narrativa è antica quanto il mondo, nessuno ha scoperto niente. Chi la pratica appartiene alla Medical Humanities,come il sottoscritto. Per implementare certi meccanismi ci voglioni i contesti giusti, una cultura trasdisciplinare e tanto tanto umanesimo. Sono contento che tu sei entusiasta delle sedute, ma lasciale nella sfera della tua riservatezza. Chi vuole partecipare ai council sa che deve contattare nanosecondo che ha scritto fiumi di parole in tutti gli spazi possibili del WEB sull’argomento tentando di raflo anche sul blog comunitario senza fortuna. Tu mi capisci. I tentativi di intromissione non sono graditi. Ognuno è se stesso condividendo. Nel council di nanos ognuno dismette se stesso adeguandosi ad una procedura, a regole rigide .Un cordiale abbraccio .Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    20 gennaio 2009 alle 6:44 am

  33. ll tentativo di manipolare e strumentalizzare direi è il tema costante ineludibile dei commenti sul blog comunitario. Chi lo ha capito lo accetta ed al limite se ne infischia. Chi lo scopre come amara sorpresa ne trae le conseguenze Questo non significa che le personalità che hanno dato lustro ai commenti mostrando cultura, onestà intellettuale e carità intellettuale non debbano contribuire a far crescere ulteriormente il livello e la intensità dei contenuti.
    Significa solo che in una terra di briganti quale è la nostra verde irpinia si pratica ancora il brigantaggio sotto forme palesi e sotto forme occulte.
    E’ un archetipo che va studiato secondo le tecniche che Jung ci ha insegnato. Chi vuole cimentarsi nel difficile compito?? Con stima Rocco Quagliariello

    rocco quagliariello

    20 gennaio 2009 alle 6:50 am

  34. Il tuo brigantaggio sarebbe quello sotto forma palese? Percio’ sarebbe ammissibile?

    1matto (così Vi facilito il compito)

    matto

    21 gennaio 2009 alle 1:39 pm

  35. Con i matti è utile parlare, ascoltare, dialogare e si scoprono universi molto interessanti.
    Con “l matto” invece appare inutile ogni commento se si scambia la causa con l’effetto e si definisce brigantaggio palese l’analisi critica dei problemi interni alla comunità provvisoria.
    Comunque Io, come già chiarito tempo addietro, appartendo ad una terra di briganti che praticano il brigantaggio, ma me ne discosto, nel senso che non sono un brigante. Appena gli argomenti di conversazione toccano temi delicati e nervi scoperti si reagisce con l’anonimato e la confusione finalizzata a creare caos disordine confusione appunto. Ma vedo che “l matto” interviene anche su altri argomenti del blog, per fortuna… R.Q.

    rocco quagliariello

    21 gennaio 2009 alle 2:27 pm

  36. il post di marcello faletra non lo avevo letto la prima volta che era stato pubblicato, grazie per averlo riproposto.
    che posso dire? avevo già ammirato l’intervento di marcello a Sturno, ma, ora, sono entusiasta di ciò che leggo, del punto di vista dal quale siamo tutti invitati a guardare, dell’idea dell’ascolto come base primaria per l’esistenza di una comunità.
    non sono in grado di analizzare di getto tutti gli spunti di questo post ed alcuni commenti, anch’essi molto interessanti e belli.
    grazie, in ogni caso, per questa nuova apertura.
    e.m.

    eldarin

    21 gennaio 2009 alle 4:11 pm

  37. Ma che bel pezzo questo di Marcello Faletra, complimenti.

    Una sorpresa davvero sentire declinare così brillantemente il tema del tempo, che sembrava, da un po’, essere in secondo piano rispetto all’importante discorso sullo spazio avvenuto negli ultimi anni, con tutta la relativa sorprendente ‘riscoperta’ della località e dell’essere situati e della geopolitica come momenti critici fondamentali del nostro pensar/ci.

    Sul tempo mi sono venute in mente le parole di un grande scrittore nativo-americano, Scott Momaday, che intervistai alcuni anni fa: ” Spesso diciamo ‘il tempo vola’ o ‘il tempo stringe’: questa idea che il tempo sia una dimensione che si muove al di là di noi è proprio il contrario di quello che si verifica in realtà. Il tempo non va da nessuna parte, siamo noi che entriamo dentro il tempo . . . quando sono stato nel Canyon [il Grand Canyon] mi sono reso conto che mi stavo muovendo attraverso il tempo geologico. Quelle rocce, quei dirupi non andavano da nessuna parte, ma io sì, io stavo veramente viaggiando attraverso il tempo.”
    Ripeto le parole di Momaday perché mi sembrano rilevanti rispetto alla riflessione che propone Faletra. Se è d’obbligo riconoscere che “in ogni comunità la questione decisiva, infatti, è l’invenzione del presente”, ecco che mi sembra impossibile farlo senza prendersi la responsabilità del passato e del futuro, come dire che il tempo ce lo dobbiamo “beccare” intero, a pena di svuotarlo inevitabilmente di profondità e farne una serie ciclica di attimi ‘particolari’ e inconseguenti (giustappunto: facebook).
    Non sta forse qui il senso di FARE comunità? Prendersi la responsabilità di creare uno spazio, anzi, uno *spaziotempo comune* che ecceda la vita del singolo individuo e sia fondamento di progetti, eredità per le generazioni future, cosa pubblica, ovvero condivisa e negoziata nella polis umana?
    Ed è fuor di dubbio che viviamo in un sistema socio-economico che da ogni parte spinge CONTRO l’istituirsi di tali *soggetti mobili*, respingendoci da una parte con lo spauracchio di un universalismo globale in cui siamo completamente impotenti e, dall’altra, in un individualismo sempre più sofisticato e alienante.

    Mi ha anche molto colpito l’idea di comunità come politica degli affetti e contiguità (contiguità anche di resistenze, direi, perché no?). Al contrario di Livio (se ho capito bene ciò che intendeva) non mi pare che questo tipo di comunità sia affine alle comunità chiuse di tipo mafioso, proprio perché quelle non sono comunità di scelta e di affetti (quindi in continua trasformazione, sempre *provvisorie*, appunto), ma fisse e di principi (per quanto abietti). Mi ha anche ricordato il pensiero di Leela Gandhi sulla differenza tra comunità affettive e comunità elettive: sono proprio le prime a fregiarsi della possibilità di una sovversione radicale.
    Quando Forster (quello di Passaggio in India) diceva “se dovessi scegliere tra tradire il mio paese e tradire il mio amico spero di avere il coraggio di tradire il mio paese”, in qualche modo egli sanciva, con una ipotesi di disobbedienza civile, il valore politico dell’amicizia. Che non è per niente decisa dal posto in cui nasci (come lo è la cittadinanza, per es.), ma da quelli accanto a cui scegli di vivere.

    Infine: “Occorre avere molta immaginazione per prevenire i disastri di domani”. Bé, mi sembra che questa frase restituisca una grande dignità alla creatività narrativa come risorsa primaria per creare modelli di esistenza sostenibili. Come diceva qualcuno, noi siamo le storie che raccontiamo su noi stessi.

    Grazie infinite di queste ricchissime conversazioni,

    Un saluto caro alla Communità,
    Renata

    rmorresi

    22 gennaio 2009 alle 5:58 pm


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