NELL’ORDINE DEI SEGNI
lunedì dell’antropologia narrativa – di Alfonso Nannariello
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A parte i pochi mesi in cui andai alla dottrina, oltre, prima che l’aggiustassero, non credo d’esserci più entrato. Se non ricordo male, la facciata non doveva essere neanche intonacata.
Dentro, la chiesa Madre, dava l’impressione di un sudario usato. Nella parte centrale del transetto, c’erano solo un paio di nicchie -una per san Canio, l’altra per la Madonna del Rosario- ricavate nei muri imbiancati e nudi. Nello spazio dell’altare riservato ai preti, tra la fine delle volte e l’inizio delle pareti, spuntavano putrelle come cavalli di Frisia messi a sbarramento, a protezione dei passaggi aperti, tra questo nostro mondo e l’altro che è di là, durante la funzione. Non sembrava, però, un campo di battaglia, piuttosto, dopo la vittoria, una postazione abbandonata.
Il culto delle immagini era all’Immacolata.
Anche questa chiesa, agli inizi, era abbastanza spoglia. C’era, però, già il verso della gloria.
L’altare maggiore era smaltato con uno smalto d’argento e un altro leggero come l’aria. Nei pennacchi, nei raccordi della cupola coi muri, erano ritratti i quattro evangelisti. Nei nostri occhi, il soffitto a cassettoni era Dio con la sua carne d’oro.
Prima, mi pare che non ci fosse più niente, nessun altro decoro. Non rammento se ci fossero già, ma appena entrati, c’era, su una tela, Gesù nell’orto degli ulivi e, sulla parete di fronte, S. Pietro che piangeva vicino ad un gallo nero. Di certo furono dipinte dopo sulle pareti una crocifissione e una deposizione.
Durante la funzione, poi, il mistero che si celebrava lo si sentiva diventare vero. Ogni cosa dava un’emozione: le luci dell’altare, i fiori bianchi contro il parato rosso, il canto pieno delle Quarantore, u sett’màzz, le statue di gesso, i santi paramenti, l’incenso che saturava di sacralità…
Anche l’Ufficio ci prendeva, fino a farci ammutolire. Sembrava che l’angelo della morte avesse denudato il braccio, o che pattinasse per lasciare graffi sopra il nostro ghiaccio. Sembrava davvero che la morte fosse morte, che tutto finisse.
La scena dell’Ufficio veniva preparata. Quasi all’inizio della navata centrale veniva sistemato un tumulo di legno grigiofumo opaco, che aveva come bordo un filetto bianco. Alto forse due metri era sagomato a bara. In ognuna delle due facce più larghe erano raffigurate due torce incrociate legate, mi pare, da un cartiglio senza scritta. Intorno si mettevano i fiori e le candele. Sopra una sua sporgenza si poggiava la foto di un defunto dentro una cornice. Il canto era uno stendardo di velluto nero. Sopra non si vedeva il ricamo dorato della resurrezione o il filo di ripresa della vita, come per il Cristo o l’araba fenice.
In cima al catafalco c’era una figura di donna stretta dentro un manto. Era un’immagine del sonno o un’allegoria del pianto.
